Gruppo Krisis "Manifesto contro il lavoro" (1999-2003)
Ovvero, liberarsi dalla necessità del lavoro.
«Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine, tanto più violentemente questo fatto viene rimosso dalla coscienza collettiva. Per quanto diversi siano i metodi di rimozione, hanno pur sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando un fine in sé irrazionale e ormai obsoleto, viene ridefinito con ostinazione maniacale come il fallimento di individui, di imprese o di «siti produttivi». Il limite oggettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli esclusi.»
«Superamento del lavoro non significa però soltanto che i differenti momenti della riproduzione sociale ottengono in qualche modo giustizia ma, più in generale, che vengono superati in quanto sfere separate. La rigida separazione delle sfere risulta già dallo «svincolamento» dell’economia come fine in sé, nel cui spazio funzionale tutti gli altri elementi dovevano essere dissolti. Superamento del lavoro significa perciò anche superamento del «tempo libero» e quindi liberazione dell’ozio, che non può essere un «tempo residuo sociale», ma deve pervadere l’intera riproduzione.»
Proporre una teoria basata sul rifiuto del lavoro può sembrare una bestemmia, soprattutto quando c’è gente che il lavoro non ce l’ha. Una vera e propria eresia. Ma come sempre è una questione di punti di vista e di consapevolezza nei confronti dei meccanismi di produzione e riproduzione del dominio economico. Invece, mai come oggi, la logica lavorista (a cominciare da quella cosiddetta di “sinistra”) è un contributo in più nell’alimentare la schiavitù e l’asservimento di occupati, inoccupati e disoccupati, anche e soprattutto attraverso la scomposizione sociale in molteplici categorie, basate sull’agire meccanico e alienato, sul reddito e sulla divisione del lavoro, tenendo conto anche di chi è costretto a fare lavori usuranti e alienanti fino a tarda età.
Il Gruppo Krisis, un collettivo tedesco, che per molti anni, attraverso l'omonima rivista, ha lavorato per creare questo impianto teorico, e quello che ne viene fuori è qualcosa di molto affascinante. Nessuno può restare indifferente, e per quanto mi riguarda, da quando lessi questo libro, ho cominciato a valutare con altri occhi anche il sindacalismo. Il dubbio nei confronti della nobiltà del lavoro è cosa oramai irreversibile.
Lungi dall'essere un semplice pamphlet contro le condizioni lavorative sfavorevoli o lo sfruttamento capitalista, il testo propone una decostruzione filosofica e storica del concetto stesso di lavoro, mettendo in discussione quella che gli autori definiscono una "religione secolare" della modernità. La tesi centrale del manifesto è provocatoria quanto semplice: il lavoro, nella sua forma moderna e astratta, non è una categoria antropologica universale, ma un'invenzione storica relativamente recente, legata indissolubilmente all'affermazione del capitalismo. Il gruppo Krisis sostiene che la venerazione del lavoro come fonte di dignità, identità e realizzazione personale costituisca una forma di ideologia che riguarda trasversalmente tutti gli schieramenti politici, dalla destra alla sinistra.
Il manifesto critica, infatti, duramente anche i movimenti operai tradizionali e la sinistra, accusati di aver accettato acriticamente la centralità del lavoro, limitandosi a rivendicare migliori condizioni all'interno del sistema esistente piuttosto che mettere in discussione il sistema stesso. Secondo Krisis, il movimento operaio avrebbe combattuto per il "diritto al lavoro" e per la "dignità del lavoratore", contribuendo paradossalmente a rafforzare quella stessa ideologia che perpetua la subordinazione degli esseri umani alla macchina produttiva capitalista.
Un elemento particolarmente interessante dell'analisi riguarda la critica alla soggettività moderna plasmata dal lavoro. Gli autori sostengono che l'identità del lavoratore – con i suoi valori di disciplina, puntualità, abnegazione e sacrificio – rappresenti una costruzione sociale funzionale allo sfruttamento, non l'espressione di qualità umane naturali o desiderabili. La "morale del lavoro" viene così smascherata come un'etica produttivistica che converte gli esseri umani in ingranaggi di un meccanismo impersonale.
Il manifesto affronta anche le trasformazioni contemporanee del capitalismo, anticipando temi che sarebbero diventati centrali nei decenni successivi: l'automazione crescente, la precarizzazione, la disoccupazione strutturale. Tuttavia, invece di vedere in questi fenomeni semplicemente delle crisi da risolvere ripristinando la "piena occupazione" keynesiana, Krisis vi scorge i sintomi della crisi terminale del sistema basato sul lavoro, ma non del capitalismo. L'automazione tecnologica renderebbe sempre più evidente l'assurdità di una società che continua a organizzarsi intorno a un lavoro umano che diventa progressivamente superfluo.
La proposta positiva del gruppo, seppur abbozzata in modo non sempre sistematico, ruota intorno all'idea di liberare l'attività umana dai vincoli del lavoro astratto, orientandola verso la soddisfazione diretta dei bisogni e la realizzazione individuale. Si tratta di una visione che recupera elementi dell'utopia marxiana della "libera associazione dei produttori", ma ne radicalizza e ne capovolge le premesse attraverso un rifiuto totale della categoria del lavoro. I conflitti e le lotte che intraprendono i lavoratori sono in sostanza lotte contro il lavoro. Non contro l’attività creativa umana, ma contro il lavoro oggettivato. Ma, soprattutto, non sono lotte a favore (o per) il “lavoro”. E non lo sono neanche quando sono ispirate dal “lavorare meno, lavorare tutti” o chiedono il reintegro di compagni licenziati. Sono sempre lotte contro lo sfruttamento.
Le tesi contenute in questo breve saggio sono caratterizzate da un radicalismo estremo, da una sorta di anarco-socialismo- individualista, più anarchico che socialista, diciamo un libertarismo anticapitalista che taglia però molte radici con il passato. Queste mie definizioni, si badi bene, non intendono contenere di fatto alcun giudizio di merito, ma è pura constatazione, che trova conferma nel paragone che si può fare con le utopie anche più radicali esistenti nella nostra epoca. Come arrivare ad una fase rivoluzionaria, senza di nuovo sperimentare il fallimentare e dispotico statalismo comunista, è tutto da verificare. Infatti, bisogna intendersi in questo caso sul concetto di socialismo.
Il gruppo Krisis non solo è assolutamente estraneo al comunismo autoritario, statalista di stampo sovietico, ma non risparmia critiche neanche alla socialdemocrazia e perfino al cooperativismo sociale di base. La prima perché intrinsecamente allo stesso modo autoritaria e statalista, con la profonda inadeguatezza della soluzione tradizionale della piena occupazione e del welfare basato sul lavoro salariato e quindi sullo sfruttamento.
Il secondo perché propone comunque una forma di auto-sfruttamento, che, dietro le intenzioni di mutua collaborazione orizzontale, continua a porre come imprescindibile la centralità del lavoro. Anche quando si lavora "per sé" in una cooperativa autogestita, si resta comunque sottomessi alla necessità di produrre per il mercato, di competere, di razionalizzare la produzione secondo criteri di efficienza economica. L'autogestione dello sfruttamento rimarrebbe dunque sfruttamento.
Il superamento che il gruppo Krisis auspica rimane effettivamente nebuloso e può essere ricostruito più da accenni sparsi che da una proposta sistematica. Alcuni elementi chiave sembrano essere: La distinzione tra "lavoro" e "attività": gli autori insistono che rifiutare il lavoro non significa rifiutare ogni attività produttiva o creativa, ma solo la forma specifica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si tratterebbe di recuperare forme di attività orientate direttamente alla soddisfazione dei bisogni concreti, non mediate dal denaro e dal mercato.
La critica del valore e della merce: il superamento richiederebbe l'abolizione della forma-merce e della produzione per il valore di scambio, sostituendola con una produzione orientata al valore d'uso. Questo implica un'uscita dalla logica monetaria e mercantile tout court. L'appropriazione dei mezzi di produzione automatizzati: diversamente dal marxismo che enfatizza il lavoro, Krisis vede nell'automazione tecnologica la possibilità materiale di liberarsi dal lavoro. La tecnologia avrebbe creato le condizioni per produrre abbondanza con un impiego minimo di lavoro umano. Ma non è affatto neutra.
Anche se la tecnologia attuale è progettata per scopi capitalistici, incorpora comunque un potenziale tecnico che può essere "liberato" e reindirizzato. Riprendendo concetti simili a quelli di Ivan Illich (anche se Krisis non lo cita esplicitamente), si tratterebbe di distinguere tra tecnologie che aumentano l'autonomia umana e quelle che creano dipendenza e controllo. L'automazione liberatrice sarebbe quella che elimina il lavoro alienato, non quella che rende gli esseri umani appendici delle macchine.
Una sorta di socialismo post-lavorista: una società dove la produzione è coordinata democraticamente in base ai bisogni, senza la mediazione del lavoro astratto, del denaro o del mercato. Il problema, come molti critici hanno notato, è che questa visione rimane largamente programmatica e idealista. Come si passa dall'attuale società del lavoro a questa condizione post-lavorista? Krisis è volutamente vago su questo punto, rifiutando sia le strategie riformiste graduali sia quelle insurrezionali classiche. È implicita la necessità della dissoluzione delle forme statuali, delle strutture burocratiche e del capitalismo stesso. Come debba nei fatti avvenire questa transizione resta materia astratta. Così come la questione dell'espropriazione e della conseguente appropriazione, che finirebbero per riprodurre centri di potere alternativo, ma speculare.
A distanza di oltre due decenni dalla sua pubblicazione, il "Manifesto contro il lavoro" mantiene una sua rilevanza provocatoria. In un'epoca segnata dalla precarietà crescente, dal burnout diffuso, dalla crisi ecologica aggravata dal produttivismo, dalla disoccupazione tecnologica e dal dibattito sul reddito di base universale, le domande sollevate da Krisis appaiono tutt'altro che superate. La questione non è se concordare o meno con tutte le tesi del manifesto, ma se possiamo permetterci di continuare a considerare il lavoro come orizzonte insuperabile dell'esistenza umana e fondamento della società, senza sottoporlo a una critica radicale.
In fondo, la tensione irrisolta del Manifesto è questa: da un lato una critica giustamente radicale di tutte le "vie di mezzo" e delle illusioni dell'economia alternativa; dall'altro l'assenza di una strategia chiara per il superamento. Questa può essere vista come una debolezza teorica, oppure come un'onestà intellettuale che rifiuta di offrire false soluzioni immediate a un problema che richiede una trasformazione sociale totale, che non può essere graduata né pianificata secondo le categorie attuali. La forza del manifesto rimane più nella sua capacità di critica e decostruzione che nella sua proposta costruttiva, spingendoci a immaginare un "oltre" senza pretendere di avere già soluzioni dettagliate e precostituite.

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