Tribalismo digitale e repressione del pensiero antidogmatico
Ho più volte nel corso degli anni affrontato la dinamica (auto)escludente denominata “Spirale del silenzio”, oggi la situazione è peggiorata ancora di più, e quindi l’affronto in altri termini, anche se il frame è lo stesso. E sono queste considerazioni che mi hanno condotto ad allontanarmi gradatamente dai social. A tentare di farlo. Anche se tagliare del tutto i ponti mi è impossibile. O a trovare un modo per sopravvivere ad essi, nonostante i problemi personali. Vivo, come molti, il disagio di una dipendenza e contemporaneamente di un rifiuto, alla ricerca di un equilibrio che forse non esiste.
Nel cuore dell'era digitale, in una società che si dichiara liquida, flessibile e pluralista, si assiste in realtà a un inquietante ritorno del conformismo tribale. I social network, anziché amplificare il dibattito, lo comprimono dentro schemi binari. L’adesione a una comunità digitale diventa più importante della ricerca della verità; l'identità condivisa prevale sulla riflessione autonoma.
Zygmunt Bauman ha descritto le comunità moderne come "surrogati" di quelle autentiche: offrono appartenenza immediata e identità prefabbricate, ma senza profondità relazionale o responsabilità reciproca. Le tribù digitali funzionano così: chiedono fedeltà, puniscono il dubbio, celebrano il nemico comune. In questo contesto, l’eretico è chi rifiuta di parlare con il linguaggio della tribù.
Molti movimenti nati in opposizione al sistema si sono irrigiditi in nuove ortodossie. Laddove c'era apertura, oggi c'è codice morale; dove c'era rivoluzione, oggi c'è burocrazia identitaria. Il dissenso, per sopravvivere, ha imparato a camuffarsi da guardiano dell'ideologia: chi un tempo sfidava il dogma ora lo difende da qualunque contaminazione.
Pensare in modo flessibile è diventato sospetto. Il pensiero che si evolve, che cambia idea, che ascolta l'altro, è visto come debolezza, come mancanza di "posizione". L’ambiguità è temuta più della menzogna. Il dissidente autentico è oggi colui che rifiuta i ruoli, che rifiuta di essere "da una parte" e rivendica il diritto alla complessità.
L'eretico non è solo chi dissente, ma chi lo fa fuori dallo schema della contrapposizione. È il soggetto non integrabile: troppo lucido per essere fan, troppo critico per essere guida, troppo libero per essere cooptato. La sua figura inquieta perché non serve a nessun sistema: è l’unico che, in un mondo dove tutto è comunicazione, rifiuta la propaganda. L'eretico è anche colui che guarda con gli occhi dell'altro, che riesce a scardinare le logiche identitarie, scientiste, fondamentaliste e tradizionaliste. In questa capacità di attraversare i confini simbolici, risiede la sua autentica sovversione: non distrugge, ma smaschera; non costruisce dogmi, ma apre varchi.
L'eretico è un mediatore di mondi, un traduttore culturale in grado di spezzare la catena delle fedeltà cieche e dei pregiudizi radicati. È colui che sa riconoscere la verità parziale in ogni campo senza idolatrarne nessuno, e che rifiuta l'alternativa forzata tra adesione totale e rifiuto violento. In un tempo in cui tutto viene polarizzato, la sua posizione interstiziale appare minacciosa perché non controllabile. Non chiede di essere seguito, ma invita a pensare. Non propone un nuovo dogma, ma indica la fragilità dei vecchi. Per questo l'eretico è, in senso profondo, l'unico vero sovversivo: sovverte la forma mentis, non solo le strutture.
Per esempio, figure storiche come Giordano Bruno, Simone Weil o Pier Paolo Pasolini incarnano in modo esemplare questa tensione: pensatori che hanno pagato con l'emarginazione, la censura o la morte la loro capacità di pensare contro, ma anche oltre. Bruno fu condannato non solo per le sue idee cosmologiche, ma per la radicalità con cui rifiutava ogni autorità dogmatica. Simone Weil attraversò marxismo, cristianesimo e mistica orientale senza inchinarsi mai a un sistema chiuso. Pasolini smascherò i miti sia del potere borghese sia della sinistra istituzionale. Tutti e tre hanno incarnato una verità scomoda: il pensiero autentico, per essere tale, deve accettare la solitudine e il rifiuto.
Viviamo, dunque, in un tempo in cui il pensiero si misura in click, e il valore in visibilità. Ma esiste una resistenza silenziosa, fatta di persone che rifiutano la velocità del giudizio, la violenza del branco, il fascino dell’etichetta. Essere eretici oggi significa difendere il pensiero dalla sua riduzione a slogan. Significa, in fondo, tenere viva la possibilità di una libertà autentica, che non ha bisogno di tribù per essere pronunciata.

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