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venerdì 7 novembre 2025

Jonathan Carroll, “Tu e un quarto” (1995)


Jonathan Carroll, “Tu e un quarto” (1995)

«Era un trucco, uno scherzo. Ero ubriaco. Ero pazzo. Annette si era suicidata. Non poteva essere lì. Invece c’era, eccome. Quella ragazza morta e sepolta da vent’anni era lì che sfogliava una rivista. Senza accorgermene appoggiai la testa al vetro perché all’improvviso non capivo più nulla.»

«Questa storia è accaduta in un tardo pomeriggio di novembre in cui l’intera città sembrava essersi trasformata in un liquido bagliore di fari e di pioggia. Una giornata d’autunno inoltrato in cui la pioggia è più gelida della neve e la città assume un’aria graffiante e velenosa. E la cosa migliore da fare sarebbe rimanersene al caldo a leggere un libro e gustarsi una minestra calda in una bella scodella bianca.»

«Penso che quella ragazza si fosse fatta un’idea della donna perfetta e nella sua infelicità l’avesse creata perché prendesse il suo posto finché non avesse potuto indossarne la pelle. Ma era una ragazzina e aveva commesso degli errori.»

«Quella macchinina mi aveva gettato nel panico. Era una cosa impossibile, assurda, una forma di minaccia assolutamente mostruosa. Quell’albino era davvero entrato nella mia stanza da bagno mentre dormivo e l’aveva infilata nella vasca? L’aveva messa lì mentre sognavo di stringere la sua giovane manina in quella strana e remota città? 

E peggio ancora, si trovava ancora in casa mia in quel momento?»

Schegge di follia e lampi di razionalità attraversano questi racconti di Jonathan Carroll. La presente raccolta mostra una certa eterogeneità e sarebbe assai limitante definirla di genere fantastico, semmai sono racconti visionari dell'assurdo, del mistero, dell'imprevedibile che irrompono all'improvviso nella routine della vita quotidiana. Tuttavia, sono ben radicati nella realtà, nelle contraddizioni del reale, ma lo sono in maniera obliqua.

La narrativa di Carroll è molto affine al realismo magico sudamericano, a Borges e Bioy Casares, per esempio, ma non solo. Può far pensare ancora di più ai nostri Landolfi, Buzzati e Calvino. A Bradbury. E poi, ovviamente, a Edgar Allan Poe e Richard Matheson per quelli più inquietanti: “La stanza di Jane Fonda”, “Il mio zoondel”, “Panic hand”, “La morte ti ama”. 

Carroll però ha una sua personale poetica che si nutre di dettagli anche insignificanti e banali. È la realtà a essere duplice, misteriosa e ambigua. Il fantastico è insito nella realtà: può venir fuori in qualsiasi momento, senza una causa specifica e ordinaria, senza preavviso, casualmente, come una frattura dimensionale.

I protagonisti dei racconti di Carroll sono quasi sempre nello stato di veglia, la sospensione tra il sogno e l'incubo non è mai del tutto onirica, è fin troppo tangibile, per questo è ancora più inquietante. Anche perché lo scrittore non fornisce mai una soluzione al mistero o una risposta definitiva: tutto resta incompiuto, e per questo ancor più realistico.

La realtà, ci ricorda Carroll, non è mai qualcosa dai contorni definiti, dai confini certi, è molto contraddittoria. Quel che certo è che non la conosciamo veramente e che il suo svelamento ci resta precluso, un mistero con cui convivere sempre. Il cambiamento è lì dietro l'angolo e spesso non ne siamo i fautori. Non riusciamo a incidere se non occasionalmente. Ciò che sentiamo, che percepiamo può essere un'illusione, e il mistero, così come appare, può sparire, come nei racconti capolavoro “Oh oh lallà” e “Il migliore amico del cane”.

La mania di controllo degli umani è destinata a restare inappagata. C'è sempre qualcosa di non addomesticabile che sfugge al bisogno di catalogare, di spiegare. Il gioco narrativo riesce molto bene a Carroll e i suoi racconti sono di un fascino irresistibile, di una logica trasparente. Lo scrittore invita costantemente a esercitare il dubbio, a non fidarsi delle apparenze.

La struttura dei racconti è circolare, molti temi si ripresentano in maniera ricorrente, quasi ossessiva, ma non è ripetitività, è necessità di fotografare i meccanismi comuni in molteplici varianti. Questa si rivela una scelta davvero felice, funzionale all'intera narrazione. Non si può fare a meno di restare ammaliati da queste fiabe per adulti macabre, orrorifiche, tormentose, magiche e ironiche.

Anche la concezione del tempo non è lineare. È più un presentarsi come una rete di diverse possibilità, di continue variazioni sul tema e di costanti imprevedibilità. Nulla viene dato come scontato. Neanche la propria identità, mutevole e in precario equilibrio. La fragilità dell'esistenza è un elemento con cui fare sempre i conti. 

La memoria stessa sembra non appartenerci. Non è completamente nostra, ma appartiene alle interazioni con gli altri. È qualcosa che ci può venire ricordata e rappresentata da attori esterni, sorprendendoci di volta in volta e senza soluzione di continuità. Qualcosa di incontrollabile e che in ogni occasione che emerge può presentarsi in maniera diversa, con mutate sembianze. 

Persino dell'amore non c'è certezza perché si trasforma nel tempo, nello spazio e mediante continue rivelazioni. Il mistero rivelato, ma non spiegato razionalmente, può aiutarci nella ricomposizione dei sentimenti e della memoria, forse anche a dare un senso alle cose, ma un senso solo momentaneo, sul quale non fare affidamento irrevocabilmente. 

E se anche Dio dovesse essere continuamente aiutato a rinnovare la memoria di sé, cosa resterebbe, se non un'insondabile incertezza? 

L’esistenza può essere una prigione, una condanna, ma è soprattutto un enigma di cui non aver troppo timore, a cui magari affidarci per comprendere meglio quello che siamo, o almeno nel tentare di farlo, senza aspettarci rivelazioni definitive, né consolanti conferme.


martedì 4 novembre 2025

𝗜 𝘁𝗿𝗲𝗻𝘁𝗮𝘀𝗲𝗶 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶 𝗲 𝗹𝗲 𝘁𝗿𝗲𝗻𝘁𝗮𝘀𝗲𝗶 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼.


𝗜 𝘁𝗿𝗲𝗻𝘁𝗮𝘀𝗲𝗶 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶 𝗲 𝗹𝗲 𝘁𝗿𝗲𝗻𝘁𝗮𝘀𝗲𝗶 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼.

«𝘚𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘛𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘤𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰, 𝘦 𝘤𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘪, 𝘵𝘳𝘦𝘯𝘵𝘢𝘴𝘦𝘪 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘪 𝘭𝘢 𝘤𝘶𝘪 𝘮𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦' 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢 𝘋𝘪𝘰. 𝘕𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘭’𝘶𝘯 𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘱𝘰𝘷𝘦𝘳𝘪. 𝘚𝘦 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘷𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘢 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘓𝘢𝘮𝘦𝘥 𝘞𝘶𝘧𝘯𝘪𝘬, 𝘮𝘶𝘰𝘳𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘦𝘥𝘪𝘢𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰, 𝘧𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘥𝘢 𝘶𝘯’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰, 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰. 𝘐 𝘓𝘢𝘮𝘦𝘥 𝘞𝘶𝘧𝘯𝘪𝘬 𝘴𝘰𝘯𝘰, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘳𝘭𝘰, 𝘪 𝘱𝘪𝘭𝘢𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘴𝘦𝘨𝘳𝘦𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰. 𝘚𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘰𝘳𝘰, 𝘋𝘪𝘰 𝘢𝘯𝘯𝘪𝘤𝘩𝘪𝘭𝘦𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘭’𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘢. 𝘐𝘯𝘤𝘰𝘯𝘴𝘢𝘱𝘦𝘷𝘰𝘭𝘪, 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘴𝘢𝘭𝘷𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪», 𝘑𝘰𝘳𝘨𝘦 𝘓𝘶𝘪𝘴 𝘉𝘰𝘳𝘨𝘦𝘴, “𝘐𝘭 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘪 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘢𝘳𝘪”

Borges scrive questo passo ispirandosi alla tradizione della Mistica ebraica Lamed Vav Tzaddikim, i trentasei giusti anonimi che, per il solo fatto di esistere e di incarnare la rettitudine, sorreggono moralmente il mondo.

Borges però la rielabora ponendo l'accento sul loro silenzio. Il solo fatto di esistere li rende in qualche modo salvatori del mondo. Non serve che agiscano in quanto tali, ma che ci siano e non ne siano consapevoli. Non si incontreranno mai, ma nel momento in cui uno di loro dovesse diventarne consapevole, morirebbe e verrebbe però sostituito, mantenendo così l'equilibrio.

L'idea è suggestiva: il mondo salvato da giusti, senza che lo sappiano, che se ne facciano un vanto, ma per la loro semplice inclinazione al bene.

Jonathan Carroll, scrittore statunitense contemporaneo, per una di quelle operazioni che rende la letteratura una cosa meravigliosa, rielabora a sua volta sia Borges che il mito ebraico. Nel racconto “Oh oh lallà” immagina che questi trentasei giusti siano le trentasei parti di Dio. Mantiene la loro inconsapevolezza e li rende predisposti a dei piccoli miracoli che possano aiutare altri miseri ad accettare l'esistenza, ma anche la sua fine. E come protagonista inventa il personaggio di Beenie, una donna delle pulizie, che incarna un trentaseiesimo di Dio.

In tutte e tre le versioni è un invito a coltivare una virtù disinteressata, non come programma politico né come dovere etico verso gli altri, ma come predisposizione a credere nella dignità umana.

Il nostro mondo potrebbe poggiare, quindi, non sulle glorie dei potenti ma sul silenzio dei giusti. Che siano più o meno di trentasei, in fondo non importa, importa che ci siano, anche se dovessero essere pochissimi.

PACIFISMO E ANTIMPERIALISMO?

 Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler p...