UMBERTO ECO, GUGLIELMO DA BASKERVILLE E IL “DOLCINISMO” ETERNO
Torno di nuovo, dopo il post di ieri, su Fra Dolcino e i dolciniani, prendendo come spunto un celeberrimo romanzo a cui non ho accennato proprio perché l’argomento avrebbe reso il testo troppo lungo. Val la pena tornare sull’argomento per le implicazioni che sono coinvolte e che le rende rilevanti, non solo inquadrate nel contesto del Medioevo cristiano, ma anche in quello in cui fu scritto il romanzo.
“Il nome della rosa” di Umberto Eco è indiscutibilmente uno dei capolavori della narrativa italiana del Novecento, capace di intrecciare con straordinaria maestria il romanzo storico, il giallo filosofico e la riflessione semiotica. La ricchezza del testo, il labirinto della biblioteca dell’abbazia benedettina, il duello intellettuale tra l’illuminato Guglielmo da Baskerville e l'oscurantista e dogmatico Jorge da Burgos, il conflitto tra il “progressista” Baskerville e il “reazionario” Bernardo Guy, la ricostruzione del mondo medievale occidentale, in cui l’unico orizzonte intellettuale e politico possibile - non solo religioso - era quello del cristianesimo, lo rende un'opera di immenso valore letterario e culturale, apprezzabile su molteplici livelli di lettura.
Tuttavia, a uno sguardo più attento, il romanzo porta impressi anche i segni di uno specifico contesto storico e ideologico. Eco era un intellettuale profondamente radicato nella cultura della sinistra italiana, vicino agli ambienti gravitanti intorno al PCI, anche se non esattamente un intellettuale organico, in quanto espressione di una tendenza critica (era vicino al Gruppo 63, e nel 1971 prese posizione ufficialmente sul caso Pinelli e solidarizzò con Lotta Continua), univa il metodo della semiotica a certo neopositivismo non meccanicista. Questa appartenenza culturale affiora nel testo in modo non sempre esplicito, ma riconoscibile.
La figura di Guglielmo da Baskerville incarna l'ideale dell'intellettuale progressista moderato: razionale, riformista, capace di criticare il potere senza volerlo abbattere, scettico verso le forme del radicalismo. È il “ritratto medievale” dell'intellettuale vicino alla sinistra istituzionale degli anni Settanta-Ottanta che crede nel dialogo, nella ragione, nel progresso graduale. Un personaggio davvero geniale pure se visto da questa prospettiva. Anzi, ancora più geniale.
Ben diverso è il trattamento riservato ai dolciniani. Il movimento di Fra Dolcino, che aveva rappresentato una delle più radicali contestazioni pauperistiche del medioevo, viene sostanzialmente privato di dignità politica e spirituale. Le figure di Salvatore - personaggio grottesco nel linguaggio e nell'aspetto - e di Remigio da Varagine - che dal fervore ereticale irriducibile, scivola verso la viltà, lo sfruttamento, l’opportunismo e la delazione - riducono quella tradizione di rivolta a pura violenza demenziale e a fanatismo. Per carità, figure così saranno sicuramente esistite, ma scegliere solo queste due, come rappresentative di un intero ambiente, è una mera semplificazione ideologica.
Un’eccezione è, invece, la figura di Ubertino da Casale, personaggio esistito veramente, leader degli spirituali, avversario di Giovanni XXII che dichiarò eretica la sua tesi sulla povertà, totalmente estraneo ai dolciniani. Sia Guglielmo che Ubertino nascono dall'alveo dell'Ordine Francescano. Per Baskerville, l'eresia di Ubertino - il misticismo radicale degli Spiritualisti francescani - ha una dignità teologica e intellettuale che manca ai movimenti come quello di Fra Dolcino. Guglielmo e Ubertino condividono, inoltre, una critica dura, ma con accenti diversi, a Giovanni XXII, avido accumulatore di ricchezze terrene.
Quella dello spiritualista è una critica che si muove all'interno del dibattito dottrinale. Vuole riformare la Chiesa riportandola allo spirito delle origini. Per quanto il suo misticismo sia ardente ed esasperato, Ubertino non vuole distruggere l'ordine sociale. Guglielmo è un uomo del discorso, della logica e del confronto. Anche se trova gli eccessi mistici di Ubertino irrazionali e persino pericolosi, lo riconosce come un valido interlocutore. Volendo seguire le analogie, Ubertino è sovrapponibile a un intellettuale della sinistra critica, per esempio del PDUP o del Manifesto, non così radicale da essere sovversivo, col quale è possibile dialogare, perché viene dallo stesso ambiente culturale.
La questione dei dolciniani, invece, ha implicazioni che vanno oltre il contesto in cui il romanzo fu scritto che valgono anche per situazioni molto più recenti, per quanto da quel contesto specifico non si possa prescindere. Quello che manca nel testo - e la cui assenza è ideologicamente significativa - è qualsiasi tentativo di capire dall'interno la logica del dissenso radicale assimilabile a quello dolciniano. Si concede al massimo la comprensione sociologica - sono disperati, sono sfruttati - ma si nega l'intelligibilità politica, cioè il fatto che potessero avere ragioni che la via riformista non voleva percorrere. Tra l'altro, Dolcino non fu così marginale, ebbe un ben nutrito seguito, tanto da causare, come sappiamo, una vera e propria crociata.
Questo sguardo riflette con precisione la stessa diffidenza e ostilità che la cultura riformista del PCI nutriva verso le forme di radicalismo extraparlamentare - i movimenti del '77, l'autonomia operaia - lontani dal PCI, corpi estranei alla sua tradizione culturale, e per questo era ripagato da critiche anche feroci. Percepiti come irrazionali e pericolosi, erano criminalizzati. Si detestavano insomma reciprocamente alla stregua di nemici. Solo un’esigua minoranza del partito berlingueriano, il Partito Radicale e una parte del PSI e della Sinistra Indipendente cercarono il dialogo.
Salvatore sembra quasi una caricatura dell'autonomo visto dall'intellighenzia della sinistra istituzionale. Ma il meccanismo è più antico e più generale: il pensiero riformista-progressista tende a costruire la propria legittimità anche attraverso la delegittimazione del radicalismo. Non gli è sufficiente criticare il conservatorismo, ha bisogno di tracciare un confine ancora più netto verso il basso e alla sua sinistra, verso chi eccede i limiti del riformabile e del “buon senso”.
E per farlo ricorre sistematicamente alla criminalizzazione e alla caricatura: il radicale diventa fanatico, il ribelle diventa criminale, il pensiero ereticale diventa follia o violenza cieca. Il pattern si ripete nella storia con straordinaria costanza. Ogni volta si nega al dissenso radicale il diritto alla complessità e alla intelligibilità, il diritto, in sostanza, di essere preso sul serio. Ciò tra l’altro favorisce ancor più la radicalizzazione e l’irrazionalità: all'epoca verso il terrorismo, nei recenti anni dello stato d’eccezione, la deriva verso la reazione, il revanscismo, lo sciovinismo e il complottismo.
Questo atteggiamento rivela, in ultima analisi, una formazione tendenzialmente autoritaria di carattere razionalista, positivista e scientista. Il razionalismo di questa tradizione non è semplicemente fiducia nella ragione: è la convinzione che esista una ragione, un metodo corretto di analisi della realtà, un percorso progressivo e misurabile verso l'emancipazione. Chi esce da questo schema non è semplicemente in disaccordo, è irrazionale, e l'irrazionalità, per questa visione rigida, fideistica del mondo, è pericolosa per definizione.
Guglielmo da Baskerville incarna esattamente questa razionalità ordinatrice. I dolciniani sono per lui, come per Eco, un residuo pre-razionale, qualcosa che la storia avrebbe dovuto superare ma che continua a riemergere minacciosamente. L'elemento autoritario sta proprio qui: non nella violenza esplicita, ma nella pretesa di stabilire chi ha diritto alla complessità e chi no. I moderati-progressisti si riconoscono tra loro attraverso la capacità di ragionare in modo articolato, sfumato, scientifico.
Il radicale, il dissidente estremo, l'eretico - nella misura in cui eccede questo schema - viene automaticamente declassato a oggetto di studio o di commiserazione, mai elevato a soggetto di pensiero autonomo e legittimo. È una forma di autoritarismo tanto più insidiosa perché si presenta come il contrario di se stessa: quell’apertura mentale, quel rigore intellettuale, quel rifiuto del dogma, che vengono continuamente esposti, sono nei fatti negati. Ma il dogma c'è: è semplicemente il dogma della ragione riformista come unica ragione ammissibile. Una vera e propria, insanabile contraddizione.
Va detto tuttavia, per amore della complessità, che cerco sempre di tenere presente, che la mia critica non equivale a una difesa indiscriminata e oltranza del radicalismo. Eco non aveva torto nel riconoscere che l'irrazionalismo, il fanatismo e le semplificazioni polarizzanti - quelle che negano la realtà fattuale e riducono il mondo a uno scontro manicheo tra puri e impuri - rappresentano pericoli reali, che la storia ha abbondantemente confermato. La mia intenzione non è affatto quella di voler giustificare il dolciniano o l'autonomo, ma quella del rifiuto della demonizzazione è della criminalizzazione di certe espressioni che hanno avuto uno spessore tale da non poter essere liquidate sbrigativamente. Di una ne ho fatto anche esperienza diretta personale, nel bene e nel male.
Il problema non è dunque il giudizio in sé, ma il metodo: anziché distinguere caso per caso, anziché chiedersi quali ragioni concrete possono stare dietro a una rivolta o a un dissenso, Eco, nel caso dei dolciniani, ha applicato una categoria genericamente onnicomprensiva - l'eccesso, l'irrazionale, il pre-moderno - che finisce per mettere sullo stesso piano cose profondamente diverse, e, ciò che è più importante la rinuncia a comprenderne veramente le motivazioni. È la semplificazione di tutto ciò che esce dalla norma, il rifiuto di misurarsi con la complessità del dissenso radicale, che costituisce il limite vero di questa visione del mondo.
Riconoscere tutto ciò non sminuisce il valore del romanzo. Al contrario, arricchisce la lettura: i grandi testi portano sempre contraddizioni, i segni del loro tempo; e proprio quando fingono di parlare di un'epoca lontana, rivelano, con maggiore franchezza, non solo le ansie e le certezze del momento in cui sono stati scritti, ma anche una proiezione a prescindere dal contesto storico. Oggi, come ieri. Questo è il valore universale della grande letteratura.

