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venerdì 26 giugno 2026

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STALINISMO
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Costruito tra il 1928 e il 1931 su progetto dell'architetto Boris Iofan, il complesso nacque ufficialmente con il nome di "Casa del Governo" (Dom Pravitel'stva). Fu concepito come una vera e propria cittadella d'Γ©lite nel cuore di Mosca, non distante dal Cremlino, per dare una sistemazione di altissimo livello ai massimi funzionari del Partito Comunista, commissari del popolo, scienziati, eroi di guerra e intellettuali fedeli al regime.

Mentre la stragrande maggioranza dei cittadini sovietici viveva ammassata nelle kommunalka (i grigi e squallidi appartamenti comunitari con bagno e cucina condivisi), la "Casa sulla banchina" offriva comfort che all'epoca sembravano fantascientifici: circa cinquecento appartamenti privati enormi con soffitti alti su dodici piani, riscaldamento centralizzato, acqua calda e telefoni privati. 

Aveva servizi esclusivi interni, tra cui un cinema (il leggendario Udarnik), un teatro, una palestra, un campo da tennis, un pronto soccorso, una cassa di risparmio, un ufficio postale, una biblioteca, un asilo nido, una clinica medica e persino una lavanderia automatica. I residenti potevano ordinare pasti pronti o ritirare razioni alimentari di alta qualitΓ  (comprese prelibatezze introvabili altrove) direttamente dalle cucine del complesso.

Come sottolinea Yuri Slezkine nel suo monumentale “The House of Government. A Saga of the Russian Revolution”, il palazzo era il piΓΉ grande complesso residenziale d'Europa, lo paragona al “Dakota Building” di New York - la celebre residenza di lusso di Manhattan, nei pressi di Central Park. Un rapporto preparato per il Comitato Centrale nel 1935 mostrava che richiedeva una spesa che superava la media dei costi dei normali complessi abitativi moscoviti del 670%.

Lo storico mostra come i rivoluzionari della prima ora, una volta saliti al potere, si fossero imborghesiti rapidamente, circondandosi di librerie in mogano, pianoforti, camerieri (spesso alloggiati in stanze dedicate) e stoviglie di lusso. Lo stile di vita della nomenclatura sovietica all'interno del palazzo era, per standard di comfort e isolamento dalla miseria circostante, del tutto sovrapponibile a quello dell'alta borghesia capitalista americana che viveva di fronte a Central Park.

Nonostante i privilegi, la Casa sulla banchina divenne uno dei luoghi piΓΉ oscuri della memoria staliniana. Durante le Grandi Purghe della fine degli anni trenta (1937-1938), il palazzo si trasformΓ² in una trappola. Essendo abitato dai vertici della burocrazia e dell'apparato militare - proprio i soggetti principali delle paranoie di Stalin - i furgoni neri della polizia segreta (NKVD) vi facevano visita quasi ogni notte. Gli appartamenti erano pesantemente sorvegliati (anche attraverso il personale di servizio, spesso composto da informatori). 

Si calcola che circa un terzo dei residenti (quasi 800 persone) sia stato arrestato, fucilato o deportato nei Gulag. Molti appartamenti cambiarono inquilini anche cinque volte in pochissimi anni, man mano che i burocrati cadevano in disgrazia uno dopo l'altro. Il nome "Casa sulla banchina" non era quello ufficiale, ma divenne universale solo negli anni settanta grazie al celebre e omonimo romanzo dello scrittore Jurij Trifonov, che aveva un rapporto strettamente personale con quella casa: suo padre, Valentin Trifonov, quadro bolscevico di vecchia data, vi aveva abitato ed era stato arrestato e fucilato nel 1938. 

Yuri aveva trascorso parte dell'infanzia in quelle stanze, aveva visto il padre portato via, aveva vissuto la progressiva rimozione che il sistema imponeva ai figli dei "nemici del popolo". Scrivere La casa sulla banchina fu dunque anche un atto di memoria privata. Pubblicato nel 1976, è un'opera fondamentale della letteratura russa del Novecento. Fu un vero e proprio terremoto culturale nell'Unione Sovietica dell'epoca (durante il periodo di stagnazione di Brežnev), perché riuscì a squarciare il velo di silenzio sugli anni più cupi dello stalinismo.

Il romanzo fu particolarmente importante nel contesto in cui fu pubblicato per il suo doppio obiettivo morale e politico. Ambientato nel passato staliniano, “La casa sulla banchina (o sul lungofiume)” parlava in realtΓ  anche del presente brezneviano degli anni settanta, all'epoca della stagnazione e del conformismo diffuso, in cui il meccanismo opportunistico, della rinuncia silenziosa, del farsi indifferente all'ingiustizia per tutelare la propria posizione era tornato ad essere - in forme ovviamente diverse e meno feroci - la norma comportamentale dell'Γ©lite intellettuale e di potere sovietica. 

Il lettore dell'epoca capiva benissimo che Trifonov stava scrivendo anche di lui, del suo ambiente, delle sue codardie quotidiane. Non fu un caso che il romanzo circolasse con intensitΓ  sproporzionata rispetto a quanto le sue condizioni di pubblicazione avrebbero lasciato prevedere. In questo senso, “La casa sulla banchina” appartiene a quella tradizione della grande letteratura russa - da Gogol' a Čechov - in cui l'analisi morale dell'individuo si converte in diagnosi di una civiltΓ . 

Trifonov non scrisse un romanzo solo sul terrore staliniano: scrisse un romanzo sulla struttura antropologica dell’opportunismo, sulla costruzione sociale dell'amnesia, sull'impossibilitΓ  di separare la biografia individuale dalla storia collettiva. Il palazzo di Iofan, con la sua mole solenne sul lungofiume, Γ¨ il correlativo oggettivo perfetto di tutto questo: un luogo che conteneva tutto - il privilegio e la paura, la fortuna e la disgrazia - e che continuava a stare lΓ¬, impassibile, mentre le generazioni successive vi abitavano come se nulla fosse accaduto.


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