TIENANMEN 4 GIUGNO 1989. IL MASSACRO, IL SILENZIO E IL PARADOSSO DEL REGIME CINESE.
«Non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi». Deng Xiaoping
Nella storia del Novecento esistono momenti che assumono una valenza simbolica tale da trascendere gli stessi fatti che li hanno caratterizzati, diventando immagini di un indissolubile archetipo, di qualcosa che va ben oltre la contingenza politica in cui si produssero. Il massacro di Piazza Tienanmen, consumatosi nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, appartiene a questa categoria “privilegiata”, spaventosa e dolorosa. Non perché il numero delle vittime fosse comparabile alle grandi stragi del secolo - la cifra resta ignota -, ma perché in quella notte si consumò qualcosa di più determinante e duraturo di una repressione: la chiusura definitiva di un orizzonte di speranza e di cambiamento in senso democratico per la società cinese, la scelta consapevole da parte del regime di imporre la propria legittimità prima con la violenza, poi attraverso l'economia. Io partecipai, qui in Italia, ad alcuni cortei di solidarietà con le proteste e di sdegno per la strage, iniziative indette dal movimento degli studenti e con una forte presenza di tutte le anime della sinistra. Altri tempi.
Per comprendere Tienanmen occorre partire dalle contraddizioni interne alle riforme di Deng Xiaoping, la sua ascesa al potere dopo la morte di Mao. Il suo pragmatismo economico - sintetizzato nella celebre formula sul gatto bianco o nero purché acchiappi i topi - aveva prodotto crescita straordinaria ma anche un aumento del costo della vita, con un'inflazione oltre il venti per cento, corruzione sistemica e disuguaglianze crescenti. I funzionari di partito che controllavano l'accesso alle risorse si arricchivano, mentre gli intellettuali e i giovani che avevano creduto nelle promesse riformiste si trovavano di fronte a una mobilità sociale bloccata. La liberalizzazione economica aveva creato aspettative che l'immutata struttura politica era incapace di soddisfare.
La presenza in visita a Pechino di Michail Gorbaciov, arrivato il 15 maggio per il primo summit sino-sovietico dopo trent'anni di rottura, aggiungeva alla situazione un'ulteriore e straordinaria carica simbolica. I manifestanti di Tienanmen vedevano nella glasnost' e nella perestrojka la prova che un partito comunista poteva riformarsi, che il monolite non era necessariamente perenne. Deng vedeva nella glasnost' il precipizio verso cui si stava affacciando l'Unione Sovietica, e la sua lettura era esattamente speculare: Gorbaciov stava commettendo l'errore fatale di credere che il potere potesse sopravvivere alla propria delegittimazione volontaria.
L'ironia della storia avrebbe dato ragione a Deng nel breve periodo - il PCUS si sarebbe dissolto due anni dopo - ma nel lungo periodo le cose risultarono ben più complesse, poiché la Cina post-Tienanmen avrebbe costruito la propria stabilità su fondamenta tanto solide quanto intrinsecamente precarie, cioè abbastanza robuste da evitare minacce contingenti, ma sufficienti anche a mostrare che il contratto tra governanti e governati non è incondizionato nemmeno nella Cina di Xi. Indica quindi una dipendenza da condizioni esterne che il regime non controlla del tutto. Insomma, una precarietà gestita con grande abilità e con strumenti di controllo totalitario senza precedenti storici, ma la gestione abile di una contraddizione strutturale non è la stessa cosa della sua risoluzione definitiva, prevede un continuo ossessivo stato d’emergenza.
La morte di Hu Yaobang il 15 aprile 1989 a causa di un attacco cardiaco, sofferto pochi giorni prima durante una riunione del Partito, funzionò da detonatore. Hu era stato rimosso dalla segreteria generale due anni prima, accusato di eccessiva tolleranza verso le richieste di liberalizzazione. La sua figura incarnava, nell'immaginario degli studenti, la possibilità di una via riformista che si estendesse dall'economia alle libertà civili. Come già con Zhou Enlai nel 1976, il lutto per un dirigente riformista si trasformò rapidamente in veicolo di protesta politica. Entro la fine di aprile, centinaia di migliaia di persone marciavano in decine di città cinesi. Il movimento era tuttavia composito: vi confluivano studenti che chiedevano libertà di stampa e lotta alla corruzione, lavoratori spaventati dall'inflazione, intellettuali che reclamavano autonomia.
Nella sostanza, fasce di popolazione che esprimevano semplicemente un malcontento diffuso verso una classe dirigente percepita come corrotta e autoreferenziale. La statua della “Dea della Democrazia”, eretta in piazza il 30 maggio da studenti dell'Accademia Centrale di Belle Arti, era un gesto simbolicamente assai potente: non era una mera replica della Statua della Libertà americana, come spesso si è detto superficialmente, ma un'invenzione iconografica autonoma che mescolava riferimenti alla tradizione cinese con una simbologia universale.
I manifestanti non erano, nella loro maggioranza, rivoluzionari che chiedevano la fine del partito unico; erano persone spinte da istanze riformatrici che chiedevano che la modernizzazione economica fosse accompagnata da qualche apertura politica sulle libertà e i diritti civili. La convergenza tra queste componenti spaventò il vertice ben più delle sole rivendicazioni liberali. All'interno del Politburo si consumò uno scontro che avrebbe definito la traiettoria cinese per i decenni successivi. Zhao Ziyang, segretario generale e maggiore sostenitore dell'ala riformista, si oppose alla legge marziale.
Il 19 maggio si recò personalmente in piazza - fu l'ultima apparizione pubblica della sua vita politica - pronunciando le parole rimaste nella memoria come epitaffio di un'intera stagione: "Siamo arrivati troppo tardi." Deng, arbitro supremo, scelse diversamente. Zhao fu esautorato e posto agli arresti domiciliari, dove rimase fino alla morte nel 2005. Le sue memorie, registrate di nascosto su cassette audio e trafugate all'estero, sono uno dei documenti più preziosi per comprendere quel dibattito interno.
La legge marziale fu proclamata il 20 maggio, e nella notte tra il 3 e il 4 giugno le truppe del 27° e 28° corpo d'armata - unità scelte da fuori Pechino, ritenute più affidabili perché meno contaminate dal contatto con i civili della capitale - avanzarono verso il centro. Gli scontri più violenti avvennero non in Tienanmen stessa ma nei quartieri periferici, lungo Chang'an Avenue, a Muxidi. La mattina del 4 giugno la piazza era sgombra. Il numero delle vittime è rimasto avvolto nel mistero, grazie a un ulteriore atto politico, quello della censura. Il governo cinese fornì cifre minime, poi smise di fornirne. Ciò che è certo è che nelle settimane successive si procedette in tutta la Cina a un'ondata sistematica di arresti, con un numero indefinito di giustiziati in processi sommari.
Le conseguenze sistemiche del massacro si dispiegarono lungo due assi convergenti. Il primo fu la repressione della società civile e il consolidamento del controllo del partito sulle istituzioni culturali e mediatiche. Il secondo, paradossalmente, fu la radicalizzazione delle riforme economiche: il famoso "viaggio al Sud" del 1992, con cui Deng impresse una svolta decisiva alla seconda ondata di liberalizzazioni, fu la risposta strategica di lungo periodo a Tienanmen.
Se il partito non poteva più governare in nome di una purezza ideologica a cui nessuno credeva, avrebbe governato in nome della crescita e del benessere materiale. Nacque così il paradosso fondamentale della Cina contemporanea: un regime che ha creato le condizioni per la formazione di una classe media istruita e potenzialmente pericolosa per se stesso, sviluppando simultaneamente gli strumenti più sofisticati della storia per neutralizzare questa potenzialità. Il Grande Firewall, la sorveglianza digitale capillare, il controllo dello spazio informativo: tutto questo è, in una certa misura, la risposta tecno-autoritaria a Tienanmen.
La cancellazione della memoria è forse l'aspetto più rivelatore dell'intera vicenda. In Cina, Tienanmen non è semplicemente un argomento tabù: è un buco nella memoria collettiva. Il silenzio ha sostituito la menzogna come tecnica di controllo. Una parte consistente degli studenti universitari cinesi non è in grado di capire cosa rappresenti la fotografia del "Rivoltoso sconosciuto" - l'uomo in camicia bianca che si piazza davanti a una colonna di carri armati, diventata l'icona globale dell'evento. Hong Kong era l'unico luogo sotto sovranità cinese dove si poteva commemorare pubblicamente la ricorrenza: la veglia a lumi di candela in Victoria Park, era ogni anno un atto di resistenza simbolica. L'applicazione della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020 ha chiuso anche questo ultimo spazio.
Il 4 giugno 1989 non fu soltanto questione di repressione: vi fu una scelta definitiva di società e di “civiltà” nel senso più tecnocratico del termine, la scelta di quale tipo di modernità la Cina avrebbe perseguito e con quali mezzi. Fu la dimostrazione che la modernità economica e quella politico-democratica non sono necessariamente conseguenti, e che la loro separazione ha un costo che si scarica sempre, alla fine, sui più deboli. Il silenzio può essere più pesante di qualsiasi narrazione, ha consegnato ai suoi cittadini solo il futuro dispotico e distopico del capitalismo comunista cinese, un ossimoro che sembra però funzionare, che ben si armonizza con il globalismo, e con un’enorme disuguaglianza economica.
Il coefficiente di Gini cinese si colloca stabilmente a un livello forse perfino superiore a quello degli Stati Uniti e sicuramente superiore a qualsiasi democrazia europea, ma molti ricercatori ritengono che i dati ufficiali sottostimino la realtà, perché i patrimoni delle élite di partito sono sistematicamente occultati. L'1% più ricco detiene circa il 30% della ricchezza nazionale, una concentrazione che dovrebbe essere impensabile in qualunque paese che si definisse socialista in senso non puramente nominale.
Alcune fonti online:
https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/La_protesta_di_piazza_Tienanmen.html
https://www.teche.rai.it/2019/06/15-aprile-89-linizio-della-protesta-piazza-tienanmen/?hl=it-IT
https://www.archivioluce.com/piazza-tienanmen/?hl=it-IT
https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/index.html
https://en.wikipedia.org/wiki/1989_Tiananmen_Square_protests_and_massacre
http://siba-ese.unisalento.it/index.php/eunomia/article/download/12243/10953
https://www.tempi.it/carcere-e-torture-cosi-la-cina-cancella-la-memoria-di-piazza-tiananmen/
https://www.scaffalecinese.it/libri-su-tiananmen/
https://it.gariwo.net/giusti/coraggio-civile/zhao-ziyang-23533.html
https://it.gariwo.net/dl/memorie.pdf?hl=it-IT
https://www.startmag.it/mondo/xi-ideologia-danni-economia-cina/
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1043951X22001705
