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mercoledì 29 aprile 2026

IL CONSERVATORISMO PROGRESSISTA DELLA SINISTRA. Parte I. Introduzione.


PARADOSSI “CULTURALI”. IL CONSERVATORISMO PROGRESSISTA DELLA SINISTRA. Parte I. Premessa.

Ritengo opportuno, prima di iniziare questa mia analisi divisa in più parti, premettere che non mi occuperò di onestà, intesa sia come virtù morale che intellettuale, categoria che dovrebbe attraversare trasversalmente ogni orientamento ideologico e ogni appartenenza identitaria, che pertanto non è prerogativa di alcuna famiglia politica e che quindi ritengo, per comune buon senso, dare per scontata. Il mio sguardo si concentrerà unicamente sulla dimensione politica e culturale. Elevare l'onestà a valore politico è infatti un'operazione che impoverisce il pensiero politico stesso: lo svuota di contenuto per consegnarlo a una dimensione moralistica che, per quanto nobile possa essere come valore etico, risulta fuorviante e persino mistificatoria quando viene evocata politicamente, spesso utilizzata strumentalmente per coprire la propria miseria progettuale.

Detto questo, la mia analisi si muoverà trasversalmente tra le varie componenti della sinistra senza specificare ogni volta a quale di queste mi stia riferendo con precisione, ma cercherò di rintracciare un filo che le unisce mediante la narrazione che emerge in maniera più evidente all’interno di ogni singolo argomento, a prescindere se sia o no maggiormente rappresentativa. Ho scelto quindi di parlare genericamente di sinistra, non perché non sia importante distinguere tra le varie “correnti” (radicale, antagonista, riformista, liberaldemocratica, marxista…), ma perché le distinzioni non debbono avere la funzione di alibi, quando è ben presente una radice culturale e ideologica comune, non solo lessicale, e che è anche pienamente rivendicata.

Ho avuto per oltre cinquant'anni la possibilità di osservare e studiare da vicino la sinistra in tutte le sue varianti, da quella moderata istituzionale, fino a quella più estrema ed extraparlamentare. Un punto di vista personale, ovviamente, che non pretende di essere oggettivo, né esaustivo, che ha però fatto tesoro di una certa esperienza. Ho, inoltre, avuto, per quaranta di questi anni, da metà degli anni settanta a circa metà degli anni dieci di questo secolo, l'occasione di far parte della sinistra più o meno attivamente nelle piazze, nei partiti, nei movimenti, nei collettivi, nei comitati e nei sindacati. 

Infine, ho avuto anche il “privilegio”, nel mio piccolo, di frequentarne l’ambiente come rappresentante istituzionale nella seconda metà degli anni ottanta, e di lavorare come impiegato, a cavallo dei due secoli, per circa quattordici anni, nella segreteria politica e nell’ufficio di gabinetto di uno dei più famosi palazzi. Queste due “avventure” mi hanno offerto l'occasione di approfondire l’aspetto antropologico delle varie componenti e delle varie tipologie di militanti, di attivisti, di simpatizzanti e di rappresentanti istituzionali e di metterle a confronto con quelle di altre tendenze politiche. Ho vissuto quindi da metà anni settanta ad oggi la progressiva sclerotizzazione della sinistra, il suo malcelato autoritarismo e il suo omologarsi all'esistente.

Una sclerotizzazione ideologico identitaria conservatrice, non nel senso tradizionale, ma in quanto legato a stereotipi e simboli novecenteschi; un autoritarismo congenito, fatto di piccole e grandi intolleranze, a proprio agio con lo stato d'eccezione e tendente al collettivismo autoritario; e contemporaneamente, nella sostanza, una tendenza all'adeguamento all'esistente, priva del coraggio di sperimentare nuove strade e allergica ad ogni pensiero eretico. Sono dunque arrivato a chiedermi come si possa fare a sopportare la sterile ripetizione di riti sempre uguali a se stessi, senza provare un forte senso di disagio e di imbarazzo. Riti che, tra l'altro, spesso richiamano memorie e pratiche in aperta contraddizione con il proprio agire quotidiano.

Oggi, la mia critica investe in maniera radicale tanto la destra quanto la sinistra, ma anche quella vasta zona intermedia popolata da chi si proclama già oltre: né di destra né di sinistra, appunto, l’area del generico populismo. Una posizione che, nel cercare di superare le categorie ideologiche tradizionali, finisce per confermarle e riprodurle, perché il tentativo di costruzione di una presunta nuova identità collettiva avviene per negazione delle vecchie etichette e non come effettivo superamento delle rispettive narrazioni, assorbendone addirittura rigidamente dei contenuti, senza applicare un minimo di pensiero critico, e finendo così per ritrovarsi in nuovi recinti identitari omologabili all'una o all'altra parte.

La mia è la conclusione, sofferta e in fondo rassegnata, di uno che la storia della sinistra l'ha attraversata dall'interno con piena convinzione, e che proprio per questo ne ha imparato a riconoscere le patologie con la cognizione di causa di chi ne porta ancora i segni. Non si tratta, quindi, di un giudizio dettato dal risentimento, quello dell'ex militante che regola i conti con la propria storia. Non saprei nemmeno definirmi davvero un ex: le definizioni mi sembrano sempre meno capaci di restituire qualcosa di reale. E la sinistra si è trasformata in qualcosa di surreale.

venerdì 24 aprile 2026

AA.VV. “LA VITA QUOTIDIANA” EDITA DA HACHETTE


AA.VV. “LA VITA QUOTIDIANA” EDITA DA HACHETTE

Questa collana si iscrive a buon titolo nella tradizione della divulgazione storiografica di massa. È stata una delle più longeve e ambiziose sull’argomento nel campo dell’editoria francese del Novecento, coprendo un arco temporale di oltre sessant'anni. Nata alla fine degli anni Trenta, ha continuato a crescere per decenni fino a comprendere oltre duecento titoli, coprendo civiltà, epoche e temi di una vastità enciclopedica. Il tema di fondo è semplice, ma al tempo stesso, è innovativo: la ricostruzione dell'esistenza concreta della gente comune - il cibo, la casa, il corpo, il lavoro, i riti, il tempo - in luoghi e in periodi determinati e assai diversi.

La collana “La vie quotidienne” di Hachette nasce in un momento di profonda trasformazione della storiografia francese, parallela all'emergere della scuola delle Annales. Non è una filiazione diretta - l'editore puntava a un pubblico più ampio di quello accademico - ma la parentela intellettuale è evidente: dagli esponenti delle élites si passava a privilegiare la condizione collettiva, dalle battaglie all’esistenza quotidiana in una dimensione più generale. In questo senso la collana ha svolto una funzione di mediazione culturale importante, portando a un pubblico non specialistico categorie storiografiche che altrimenti sarebbero rimaste confinate nelle riviste accademiche. Ciò che colpisce leggendo il catalogo completo è l'ambizione geografica e cronologica dell'impresa.

La critica ne ha segnalato una certa discontinuità qualitativa. Con oltre duecento titoli prodotti nell'arco di mezzo secolo da autori di formazione e valore molto diverso, ciò è inevitabile. Alcuni volumi sono stati scritti da storici di primo piano e conservano un valore storiografico autonomo anche per il lettore specialistico. Altri sono dedicati a opere di competente divulgazione, solide ma prive di originalità interpretativa. Altri ancora, sono un po' carenti, oggi storicamente datati.

Secondo la critica, il limite maggiore è proprio questo. E ciò era abbastanza prevedibile, dati i criteri di selezione, ed è chiaramente evidente anche al lettore non esperto come il sottoscritto, non è necessario leggerli tutti per capirlo. La "vita quotidiana" come categoria storiografica presuppone una certa stabilità e uniformità dell'esperienza collettiva: si descrive ciò che è tipico, ricorrente, condiviso. Ma le società storiche sono stratificate, regionalmente differenziate, attraversate da conflitti e cambiamenti, e la tentazione di costruire un quadro coerente e leggibile porta quasi inevitabilmente a una qualche semplificazione. La vita quotidiana di un contadino normanno nell'anno mille era radicalmente diversa da quella di un mercante veneziano o di un monaco cassinese dello stesso periodo, e la collana, sempre secondo la critica, ha spesso sacrificato questa complessità alla leggibilità del prodotto finale. Ma nonostante tutto ciò, conserva un valore abbastanza rilevante come collezione a livello amatoriale.

Al di là dei limiti metodologici, il contributo culturale della collana è però innegabile. Ha introdotto generazioni di lettori a una concezione della storia come ricostruzione dell'esperienza vissuta quotidianamente piuttosto che come narrazione del potere, e ha contribuito a creare quel pubblico colto di non specialisti che rappresenta ancora oggi il principale sostegno dell'editoria storica di qualità. In questo senso è un'impresa che appartiene non solo alla storia della storiografia ma alla storia della cultura novecentesca tout court. In Italia la collana è stata pubblicata da Mondadori, da BUR e da Fabbri Editori. L’edizione di Fabbri Editori (quella che ho io) comprende una selezione di una cinquantina di titoli, usciti periodicamente in edicola, basata su alcuni criteri di fondo: l’autorevolezza degli autori, la rappresentatività di più periodi storici, la qualità dei testi e il formato con la copertina rigida.


mercoledì 15 aprile 2026

TRE VISIONI DEL MONDO AL FEMMINILE: LE GUIN, ATWOOD, ZIMMER BRADLEY


TRE VISIONI DEL MONDO AL FEMMINILE: LE GUIN, ATWOOD, ZIMMER BRADLEY

Di esempi di letteratura fantastica, declinata al femminile, ce ne sono molti e forse in futuro ci scriverò ancora. “La mano sinistra delle tenebre” di Ursula K. Le Guin (1969), “Il racconto dell'ancella” di Margaret Atwood (1985) e “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley (1983) appartengono a questa categoria: tre romanzi scritti da donne, ambientati in contesti immaginari, che tuttavia parlano, non solo della condizione della donna in maniera più specifica, ma in genere indirettamente anche della condizione umana. Pur essendo profondamente diversi per forma, contenuto e intenzione, i tre testi convergono attorno a un nucleo comune: come il potere invade i corpi, i generi, le credenze e le istituzioni, e cosa rimane dell'individuo quando questo potere è pervasivo.

Il punto di partenza più radicale è quello della Le Guin. Su Gethen, il pianeta immaginario al centro del romanzo, gli alieni non hanno un sesso permanente: sono in uno stato neutro per la maggior parte del tempo, e diventano temporaneamente maschili o femminili solo durante il kemmer, il periodo di calore riproduttivo. Questa premessa, che potrebbe sembrare un semplice espediente fantascientifico, è in realtà una parabola sull’identità, sull’alterità e sul costrutto culturale, non solo in senso sessuale. Un individuo che cambia sesso ogni volta che è pronto all'accoppiamento è costretto a calarsi anche biologicamente nei panni dell’altro. Ma è condannato pure alla ripetizione di uno schema. 

Si potrebbe speculare all'infinito sulla simbologia contenuta nel romanzo su sesso alieno e alienazione. Ma ciò che più emerge è che nonostante il fatto che tutto ciò che diamo per scontato e naturale nei rapporti tra i sessi si riveli essere su Gethen stravolto da un ordine biologico, non solo diverso, ma addirittura opposto. Se si potesse cioè eliminare la differenza sessuale permanente, nella società umana, resterebbe quasi tutto inalterato: la politica, la burocrazia, il tradimento, la lealtà, la paura, l’oppressione, le dinamiche sociali di vario genere, incluse quelle distruttive e autodistruttive. 

Tuttavia, attenzione, su Gethen il livello tecnologico è fermo più o meno al periodo terrestre corrispondente alla fine dell'Ottocento e l’inizio dei primissimi anni del Novecento. Ciò rende il pianeta credibile come società umana sviluppata ma non contaminata dalla corsa agli armamenti industriali che ha caratterizzato il resto del Novecento terrestre; e la Le Guin suggerisce implicitamente che l'assenza di guerra su Gethen sia collegata, almeno in parte, proprio all'assenza del predominio maschile. Anche se questa assenza ostacola il progresso tecnologico anche in altri campi. Una narrazione, quindi, costruita su delle evidenti irrisolte contraddizioni che rendono però affascinante il mondo immaginato dalla Le Guin e che lei evita di approfondire.

All'autrice interessa essenzialmente il protagonista, Genly Ai, inviato terrestre su Gethen, che non riesce a liberarsi dal bisogno di classificare i Getheniani come maschi o femmine, e la sua difficoltà è l’argomento centrale del romanzo: la “cecità” prodotta da una differente natura, l'incapacità di vedere oltre le categorie sessuali che si portano addosso come una seconda pelle, scambiandole per dati di realtà. Il suo compagno di viaggio Estraven, che lo salva a rischio della propria vita, sembra rimanere per lui comunque un enigma. Gethen è solo un espediente narrativo che rende esplicita quella cecità. La Le Guin invita il lettore a compiere il lavoro di decostruzione dei pregiudizi che non riesce a Genly.

La Atwood opera su un registro completamente diverso: la proiezione distopica del presente. Gilead, la teocrazia totalitaria che ha sostituito gli Stati Uniti, nel “Racconto dell'ancella”, viene collocata in una dimensione temporale non ben definita ed è un’estensione coerente di tendenze già presenti nella società contemporanea: il fondamentalismo religioso, la crisi della fertilità, il controllo normativo della sessualità femminile, schiave costrette alla gestazione di figli per individui appartenenti alle élite. Il corpo femminile in Gilead è ridotto alla sua funzione riproduttiva con una logica che Atwood mostra essere molto razionale e perfettamente sistematica. 

Ciò che rende il romanzo altamente inquietante è la familiarità del meccanismo oppressivo e non elementi fantastici o mostruosi: quello che narra è riconoscibile perché in qualche modo è già qui, nella gestione normativa dei corpi privati della libera scelta, nella gerarchizzazione dei corpi femminili, nell'uso della religione come strumento di disciplinamento. La voce narrante di Difred, il cui vero nome è June, è quella di una donna che cerca di resistere per salvaguardare la sopravvivenza del sé interiore, dei ricordi, con piccoli gesti di disobbedienza, una forma di resistenza fragile, ma determinata che Margaret Atwood tratta con assoluta consapevolezza. 

Ovviamente la scrittrice canadese fissa le coordinate sul fondamentalismo cristiano suprematista e patriarcale di stampo americano, ma lo usa come espediente narrativo per un discorso molto più ampio e universale sul dominio maschile. Ciononostante con la resistenza della rete clandestina Mayday, la Atwood vuole dimostrare che anche nei sistemi più totalitari può esistere una possibilità di ribellione. 

La Zimmer Bradley si muove su un territorio ancora diverso: dopo la space opera speculativa della Le Guin e la distopia della Atwood, è la volta della rivisitazione del mito arturiano. “Le nebbie di Avalon” è una riscrittura del celeberrimo ciclo dal punto di vista delle donne che ne sono state protagoniste: Morgana, Ginevra, Viviana e altre, relegate tradizionalmente al ruolo di figure decorative, marginali, malvagie o passive. 

La scelta della Zimmer Bradley è di tipo squisitamente politico anche quando si presenta come recupero del fantastico: riappropriarsi di un mito fondativo della cultura occidentale e riscriverlo partendo dal basso, dalle voci e dal protagonismo femminili, significa contestare la legittimità della versione ufficiale. Il romanzo riflette il clima culturale degli anni ’80, segnato dal femminismo e dalla rivalutazione delle spiritualità pagane.

Morgana, che nella tradizione è la strega malvagia, diventa qui una sacerdotessa della Dea della Vecchia Religione impegnata in una disperata lotta di resistenza contro l'avanzata di quella forma di Cristianesimo gerarchico e maschile che sta cancellando le religioni della Terra e della fertilità femminile. Il romanzo è, tra i tre, il più esplicitamente spirituale: la perdita di Avalon è la perdita di un intero sistema di significato in cui il femminile era sacro, e questa perdita è trattata alla stregua di un lutto di carattere cosmico. La critica della Zimmer Bradley è rivolta non solo al patriarcato politico ma al patriarcato della costruzione teologica, all'idea che il divino sia per definizione maschile e che la spiritualità femminile debba essere estirpata come stregoneria.

I tre romanzi si distinguono anche nel modo in cui trattano la questione del potere tra donne. Ursula Le Guin, sciogliendo il genere biologico, dissolve anche la solidarietà di genere come categoria stabile. Su Gethen non ci sono sorelle con cui solidarizzare, e a causa di questa assenza è ancora più ambiguo anche nella metafora: non è solo il patriarcato terrestre che tende ad annullare il protagonismo femminile, ma anche la fluidità di genere aliena, nonostante crei una parità definitiva. Le differenze vengono annullate. Il femminismo non avrebbe ragion d’essere.

Margaret Atwood, invece, mostra come il patriarcato si perpetui anche attraverso le donne che amministrano e riproducono la dinamica di potere: le Zie, le Mogli, le Marthas, e come la complicità delle donne con la propria oppressione sia uno degli aspetti più atroci della condizione femminile. È una visione puntuale, lucida, non consolatoria: non c'è una naturale solidarietà femminile che affiori quando le donne sono sottomesse, ci sono donne che sopravvivono a spese di altre donne. La solidarietà va pazientemente costruita attraverso una graduale ribellione.

Marion Zimmer Bradley offre una terza prospettiva: le sue protagoniste sono anche in conflitto tra loro, oltre che con l'istituzione religiosa maschile dominante. Morgana e Ginevra rappresentano due visioni opposte del potere femminile: Morgana incarna la spiritualità pagana e l’autonomia, mentre Ginevra è legata al cristianesimo e al ruolo di regina. Il loro scontro riflette la tensione tra Vecchia e Nuova Religione. Il rapporto tra Morgana e Viviana, invece, nonostante condividano la fede in Avalon, è segnato da divergenze sulla gestione del potere e della conoscenza. Viviana, come Dama del Lago, incarna la saggezza e la rigidità istituzionale, mentre Morgana ne sfida le regole.

Sul piano formale le distanze sono altrettanto significative. La Le Guin scrive con determinata precisione e con intento antropologico, tipici del suo stile e della migliore fantascienza classica: il romanzo è costruito infatti attorno al rapporto di una missione diplomatica in cui alla narrazione si alternano diari, miti e documenti sulla società aliena che ampliano progressivamente la comprensione del mondo getheniano. 

La Atwood lavora invece sulla frammentazione traumatica della memoria: la voce di Difred procede per associazioni, ricordi involontari, auto-correzioni, e la struttura discontinua descrive l'esperienza di un soggetto che cerca di mantenere una coesione interiore sotto la costante pressione totalitaria. È una riflessione sulla memoria, la testimonianza, il potere e il ruolo della religione come strumento di controllo, sulla perdita di identità e di dignità.

La Zimmer Bradley opta per la forma del romanzo-fiume epico, avvolto nell’intangibile atmosfera nebbiosa di Avalon, tipica dei fantasy, con una narrazione corale che si svolge nell'arco di decenni e dà voce a più personaggi femminili in successione: la scelta formale corrisponde alla volontà di privilegiare completamente la presenza femminile in un mito che ne era stato quasi svuotato, o era stata pesantemente condizionata da una prospettiva maschile. 

Ciò che accomuna questi tre libri, al di là delle differenze, è una sottile intuizione: che i grandi sistemi di oppressione non si mantengono soltanto attraverso la violenza fisica, ma anche attraverso il controllo delle categorie con cui il reale viene percepito e rappresentato. Il genere sessuale nella Le Guin, la riproduzione nella Atwood, il divino nella Zimmer Bradley: in ciascun caso la dominazione si esercita definendo cosa è naturale, normale, sacro — e cosa non lo è. La letteratura di immaginazione, in questi tre casi, rappresentando dimensioni, contesti e tempi diversi, riesce a cogliere quanto la realtà sia fondata su una costruzione contingente e mutevole, ma con dinamiche sociali universalizzabili.

sabato 11 aprile 2026

Il blog di Adriano Virgili


Con riferimento al mio precedente post, segnalo il blog e il sito di Adriano Virgili, ricercatore e docente universitario, esperto di filosofia e storia del Cristianesimo.

Un interessante luogo dove Virgili con linguaggio sempre colto e raffinato, ma accessibile a tutti, affronta svariati temi relativi a Cristianesimo e Bibbia, e dove presenta anche le sue pubblicazioni.

https://www.adrianovirgili.it/blog/


giovedì 9 aprile 2026

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO” (2025)


ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO: 

Ovvero, come si trasforma una bomba in una locomotiva e Dio in un alieno (2025)

«Si tratta di leggere la Bibbia per quello che è: una raccolta di libri redatti in epoche diverse, da autori con teologie e finalità differenti, uniti però da una vicenda storica e da una visione di fede. C’è poi da ricordare che perfino i più ferrati studiosi non sono sempre d’accordo sul contesto storico di certi passi. Per esempio, la datazione di alcuni salmi o di certi brani profetici è dibattuta, e questo naturalmente complica le cose. Ma tutti, in linea di massima, sanno che, senza la ricerca del contesto specifico, si può far dire ai testi qualunque cosa. Così, conoscere la storia delle lingue semitiche, la letteratura del Vicino Oriente antico, le influenze tra le culture limitrofe, è fondamentale per comprendere che, di volta in volta, la Bibbia rielabora temi e motivi comuni.»

«Gli antichi giudei, come altri popoli semitici, immaginavano la divinità manifestarsi in segni cosmici: fuoco, nubi, tuoni, apparizioni di figure soprannaturali. Erano convinti che Dio potesse intervenire in modo prodigioso a favore o contro l’uomo. Al contempo non avevano l’ossessione che abbiamo noi moderni per l’esattezza del dato fattuale. Per loro un testo poteva essere «vero» anche se non descriveva in modo esatto eventi reali, anzi, quando si trattava di trasmettere verità teologiche, la verità del testo risiedeva più nel suo senso che nella sua corrispondenza con dei fatti realmente accaduti. In tal caso si ricorreva all’apporto di simboli immaginifici e teologumeni, vale a dire narrazioni che non pretendevano di riferire eventi storici in senso stretto, ma che servivano a esprimere, appunto in forma narrativa, una verità teologica.»

«In definitiva, nel contesto biblico ogni «prodigio» ha una finalità spirituale e legata all’alleanza. Se qualcuno si ostina a inquadrare tali eventi come il frutto dell’uso di una tecnologia avanzata, deve anzitutto spiegare perché mai non ci sono tracce archeologiche della stessa, perché tutti i partecipanti considerano questi eventi come un segno di carattere spirituale e perché nessun’altra fonte semitica, vicina cronologicamente o geograficamente, menziona forme di tecnologia evoluta. Il buon senso, da questo punto di vista, suggerisce che le teorie ufologiche prendono a prestito parole e racconti biblici e li reinterpretano fuori contesto, ignorando che queste parole e questi racconti vivevano in una cornice rituale e culturale completamente diversa da quella di una società industriale o postindustriale, una cornice culturale che si fondava su simboli, su miti e su letture teologiche degli eventi.»

«Contrariamente a quanto molti pensano, la lettura contestuale e filologica dei testi biblici non è meno affascinante di una lettura «fantascientifica». Anzi, è più ricca di sfumature. Scoprire i paralleli col Vicino Oriente antico, capire come i profeti e i sapienti riflettono sul male, la giustizia, la sofferenza, la fede, è un’avventura intellettuale e spirituale notevole.»

Era senz’altro auspicabile che qualcuno facesse uscire un libro del genere a confutazione di certe fantasiose teorie di interpretazione della Bibbia. Adriano Virgili ci riesce molto bene, scrivendo un breve saggio assai divertente, con un linguaggio molto accessibile, ma con argomentazioni del tutto serie e documentate, che serve anche a ricordare che cos'è la Bibbia, come andrebbe letta e interpretata, e a invitare a leggerla per intero perché è un’esperienza assolutamente unica.

Anche se definisce il suo un «libricino senza troppe pretese», l’autore adopera molto di quel buon senso a cui fa appello continuamente e giustamente nelle sue pagine. Virgili per fare questo parte da un esempio paradossale usato come espediente narrativo. Ipotizza un articolo di giornale su un fatto di cronaca in cui un ordigno bellico fatto brillare dagli artificieri rischia — attraverso una catena di fraintendimenti lessicali e di reinterpretazioni concettuali — di trasformarsi, nella trascrizione giornalistica, in una locomotiva addobbata di luminarie da un gruppo di artisti. 

La comicità di fondo dell’esempio riesce efficacemente a dimostrare come il meccanismo per cui parole antiche, strappate dal loro contesto e consegnate a un lettore con scarse conoscenze filologiche o vulnerabile al sensazionalismo, può generare costruzioni del tutto arbitrarie che acquistano, nella ripetizione e nell'amplificazione, la dignità illusoria di rivelazioni di cosmogonia aliena. La fallacia di tali ricostruzioni è già smentita dall’archeologia, dato che nessun ritrovamento ha mai portato come testimonianza tracce di una tecnologia extraterrestre.

Il bersaglio del libro è chiaro, anche se Virgili lo affronta con una misura, un’eleganza e un'ironia che gli evitano il tono del pamphlet aggressivo. E lo fa anche senza mai essere del tutto esplicito sul nome dell'autore più conosciuto, può bastare il titolo di questo libro a far capire che non possono esserci equivoci. Si tratta, comunque, di un’impostazione interpretativa — ormai vasta e ramificata, con un suo affermato mercato editoriale e una sua audience fedele — che rilegge i testi biblici come cronache di visite extraterrestri, di clonazioni primordiali, di navicelle spaziali. 

Virgili evidenzia le caratteristiche di una pseudo-filologia che si ammanta di rigore lessicale per costruire una narrazione radicalmente estranea all'orizzonte culturale del testo. La strategia argomentativa di Virgili è elegante proprio perché non si affida alla confutazione diretta e punto per punto, che rischierebbe di accordare alle tesi ufologiche una dignità dialettica sproporzionata. Porta solo come esempio una serie di riferimenti tra i temi più ricorrenti nelle teorie di lettura ufologica della Bibbia.

Preferisce quindi mostrare un metodo interpretativo con uno stile che riesce a essere al tempo stesso accessibile e rigoroso, su quali siano i criteri minimi di una lettura corretta di un testo antico: la necessità di contestualizzarlo nel suo ambiente storico e culturale, di non isolare singoli termini, di non estrapolarli dal sistema semantico in cui sono inseriti, la consapevolezza che categorie culturali e linguistiche moderne non possono essere applicate al passato remoto senza stravolgere il senso di testi che concepivano il mondo in termini radicalmente diversi. 

Ciò non significa difendere dogmi religiosi, né negare in linea di principio la possibilità che esistano forme di vita intelligente altrove nell'universo. Il punto non è cosmologico né teologico in senso stretto: è filologico e metodologico. Fare finta che le parole significhino altro da ciò che significano nel loro contesto è abuso fantasioso degli scritti biblici. Come è pretestuoso e ridicolo, in questo caso, invocare la libertà di pensiero.

Ciò che rende il libro di Virgili interessante al di là della sua specifica polemica è il quadro culturale che individua con grande intuito. Il proliferare di letture alternative della Bibbia — come di qualunque altro testo fondativo, dalla mitologia sumerica ai Vangeli apocrifi — non è riducibile alla sola ignoranza. Risponde a un bisogno concreto di teorie suggestive e di facile fruizione che stimolino l’immaginario delle persone, esentandole da approfondimenti troppo impegnativi.

Viviamo in un periodo in cui le grandi narrazioni religiose tradizionali hanno perduto per molti fascino e capacità di dare senso all'esistenza, e in cui, al tempo stesso, l’invasivo positivismo scientifico, che ha assunto i tratti di una fede laica, non riesce a colmare il vuoto che lascia nel vissuto emotivo e simbolico delle persone, il mercato dell'esoterico e del para-biblico offre una narrazione alternativa assai intrigante. 

La sensazione di accedere a una verità nascosta, censurata e sovversiva rispetto alle narrazioni ufficiali, e a seducenti storie parallele, colmano il bisogno di favolistico necessario ad evadere da una realtà sempre più brutale e alienata, fa percepire se stessi come risvegliati e alternativi al sistema. La capacità retorica e di affabulazione, inoltre, riesce a fare breccia nell’immaginario di chi non ha gli strumenti di conoscenza adeguati, dandogli la sensazione di far parte di un gruppo illuminato che è più avanti nella comprensione della realtà di chi accetta supinamente la narrazione del potere dominante. 

Questo meccanismo è lo stesso che sottende a diversi esempi di cospirazionismo, non solo religioso, che tra l’altro finiscono anche per gettare discredito su qualsiasi legittima radicale critica all’esistente. Ciò che andrebbe evidenziato, invece, è proprio come la consueta psicologia di massa si formi attraverso la manipolazione delle credenze, di quali siano le condizioni culturali che rendono credibile un'argomentazione fantasiosa, di come la soglia critica del lettore medio venga sistematicamente abbassata da un sistema di comunicazione che privilegia la suggestione e il sensazionalismo. 

Questo non avviene solo nelle bolle complottiste, ma anche nel sistema di informazione ufficiale. Il letteralismo degli ufologi in fondo è speculare a quello dei fondamentalisti religiosi. Eliminano il simbolico, non contestualizzano, cercano di adattare il linguaggio e il pensiero degli antichi alle categorie del presente, semplificano la complessità cancellandola, in nome di una narrazione rigida che non ammette obiezioni.

Ed è appunto la facilitazione all’accesso verso uno stravolgimento dei temi fondativi della cultura e delle tradizioni, la rivelazione segreta di contenuti che verrebbero tenuti nascosti, la possibilità di una partecipazione attiva a una sorta di gnosticismo popolare, ad avere tanto successo. Virgili, coglie il funzionamento di questa dinamica culturale quando descrive come certi interpreti costruiscano il loro discorso proprio su quel meccanismo di svelamento, volto a togliere presunte maschere che altri (i fantomatici “Loro”) avrebbero interesse a mantenere.

Virgili, nella sua veste di studioso cattolico di teologia con una solida formazione biblica e patristica — autore anche di lavori ben più impegnativi, come la sua introduzione al Gesù storico, dal titolo “Sulle tracce del Nazareno”, la sua indagine sulla risurrezione di Gesù, la guida alla Biblioteca della Bibbia, o la recente pubblicazione dell’introduzione ai Vangeli apocrifi, — sceglie qui un tono volutamente leggero, quasi di ironica divulgazione, che è una scelta consapevole che potrebbe facilmente raggiungere proprio quel lettore curioso ma non addetto ai lavori che è anche lo stesso principale destinatario delle teorie ufologiche.

L’autore sostiene che la seria e corretta metodologia di studiosi della Bibbia, credenti e non credenti, si basa su cinque pilastri: la filologia, la storia, la storia delle religioni, l’archeologia e la logica narrativa. «La Bibbia non è né un romanzo di fantascienza né un protocollo cifrato: è un insieme di racconti religiosi, simbolici, teologici, radicati nella storia e nella fede.». «La cautela scientifica dice che potremmo scoprire nuove varianti testuali, nuovi rotoli, nuovi siti, ma finora ogni scoperta (come i Rotoli di Qumran, la stele di Mesha, l’iscrizione di Tel Dan) ha confermato la dimensione storica e religiosa, non astronautica dei testi biblici.»

Alla fine il libro lascia una sensazione che mi sembra senz'altro assai feconda: quella per cui la risposta più efficace alle cattive interpretazioni è la paziente ricostruzione del metodo di interpretazione. Virgili lo sa, e questo suo piccolo saggio ha un valore che supera la contingenza della polemica. Ricorda, con sobrietà, che nessuna bomba può trasformarsi in una locomotiva solo perché qualcuno opera una manipolazione del linguaggio. E, con tutto il rispetto per la fantascienza e le rielaborazioni narrative fantastiche dei miti religiosi, che sono tutt’altra cosa rispetto a chi si fa depositario di verità ufologiche, afferma che un viaggio attraverso la scoperta della Bibbia nel suo senso originale può essere altrettanto, se non più affascinante di qualsiasi versione fantascientifica.


venerdì 3 aprile 2026

MARIE CARDINAL, “LE PAROLE PER DIRLO” (1975)


MARIE CARDINAL, “LE PAROLE PER DIRLO” (1975)

«La Cosa aveva vinto. Ormai eravamo sole io e lei, per sempre. Eravamo finalmente isolate, noi e le nostre secrezioni: il sangue, il sudore, le feci, la saliva, il pus, il muco, il vomito. La Cosa aveva cacciato via i miei figli, le strade piene di gente, le luci dei negozi, la spiaggia a mezzogiorno con le piccole onde dell’estate, gli alberi di lillà, le risate, il piacere di ballare, il calore degli amici, l’esaltazione intima dello studio, le lunghe ore di lettura, la musica, le braccia tenere di un uomo attorno a me, la crema al cioccolato, la gioia di nuotare nell’acqua fresca. Non mi restava che raggomitolarmi in questa toilette di una clinica, il posto più pulito della stanza, sudare e rabbrividire. Tremavo così forte che le mie mascelle facevano uno stupido rumore meccanico.»

«Udite brava gente! Udite la storia di colei che sudava e non suda più, che tremava e non trema più, che sanguinava e non sanguina più, che palpitava e non palpita più. Avvicinatevi, avvicinatevi! Apritele pure le gambe, provatele pure il polso, guardatele pure il cervello. Non abbiate paura, avanti, tanto non troverete niente, assolutamente niente!»

«Andavo nel vicolo e insultavo il piccolo dottore. Gli sbattevo in faccia tutto quello che avevo sentito dire della psicoanalisi: che rende le persone ancora più matte, che le trasforma in maniaci sessuali, che distrugge la personalità.

Chiamavo in aiuto il vocabolario della psicoanalisi, quelle stesse parole che lui mi aveva pregato di lasciare da parte all’inizio dell’analisi. Mi giostravo in mezzo alla libido, all’ego, alla schizofrenia, ai complessi di Edipo, alle repressioni, alla psicosi, alla nevrosi, alla paranoia, alle fantasie e tenevo sempre il trans-fert per ultimo. Soffrivo all’idea di essermi tanto aperta a lui, di avergli dato tanta fiducia, di averlo amato tanto.

Era un pulcinella nelle mani di Freud! Erano le grosse funi di Freud che lo facevano muovere. Lui era il sacerdote della psicoanalisi, questa religione osannata da una élite intellettuale, boriosa, proterva e malintenzionata.»

«Perché non avevo alcun ruolo da svolgere in questa società nella quale ero nata e nella quale ero diventata pazza. Nessun altro ruolo se non quello di fare maschi per far andare avanti le guerre e i governi, e femmine che a loro volta avrebbero fatto figli maschi con i maschi. Trentasette anni di assoluta sottomissione. Trentasette anni passati ad accettare l’ineguaglianza e l’ingiustizia senza batter ciglia, senza nemmeno accorgersene.»

Ciò che è certo, dopo aver letto questo romanzo, è che Marie Cardinal meriterebbe maggior rilievo nella storia della letteratura del Novecento. Io pure l’avevo solo sentita vagamente nominare, ma fino a poco tempo fa non conoscevo nulla dei suoi scritti. Devo ringraziare di cuore alcune care amiche per avermela fatta conoscere. Questa è la prima opera che leggo e non credo che mi fermerò qui. 

“Le parole per dirlo” è un testo dove il flusso di coscienza non è una scelta stilistica nel senso in cui lo è, per esempio, nella Woolf o nella Morante, ma è una necessità per così dire strutturale, in quanto il flusso di coscienza ininterrotto usa come metafora il flusso di sangue che si presenta anch'esso come ininterrotto e che dà forma concreta all'intero romanzo. Ma non solo il sangue, la narrazione è uno scorrere continuo in armonia con quello dei liquidi, dei fluidi corporei e del progressivo cambiamento.

La Cardinal non è mai banale, narra sostanzialmente di un percorso psicoanalitico femminile, di una terapia attraverso l’autocoscienza, e la forma stessa del libro replica tale processo: il pensiero che risale, si interrompe, devia, torna su se stesso, trova connessioni, scorre liberamente, ritorna all’infanzia, alla pubertà e all’adolescenza. La prosa è profondamente e concretamente viscerale: il corpo è protagonista essenziale, mentre perde il controllo ben prima che lo faccia la mente. C'è una corrispondenza intrinseca tra il metodo dell'analisi freudiana e la tecnica narrativa adottata. Il flusso di coscienza diventa anche lo strumento per rendere visibile il lavoro dell'inconscio che sale in superficie, del linguaggio non più contenibile che dilaga incessantemente. 

Pubblicato in Francia nel 1975, è un'opera difficilmente classificabile secondo i canoni tradizionali dei generi letterari. Romanzo forse autobiografico, documento psicoanalitico, definito addirittura atto politico, ma è soprattutto un’esperienza di scrittura totale: in definitiva, è tutte queste cose insieme, e nessuna di esse esclusivamente. La sua forza risiede precisamente in questa irriducibilità, nel rifiuto ostinato di farsi contenere da una sola cornice interpretativa. 

Gli anni di psicoanalisi vengono narrati mediante una particolare forma di follia, sotto il dominio di ciò che la protagonista stessa chiama "la Cosa". Non si tratta però di una semplice ipotetica autobiografia, ma un modo di raccontare l’esperienza più comune del mondo femminile, usando un linguaggio comprensibile. Fino a che punto sia una fantasia o la rielaborazione di fatti certi, lo si può solo supporre. In questo senso, le parole per dirlo non esistono prima che la protagonista le trasformi in narrazione; devono essere trovate, inventate, strappate al silenzio e alla vergogna e diventare parole scritte, parole al femminile. Il libro, proprio per questo, si basa su un’impresa linguistica, oltre che sull’interpretazione psicoanalitica. È il linguaggio, infatti, il vero protagonista, il catalizzatore centrale dell’esperienza fisica.

È un libro sanamente “osceno”, provocatorio, prosaico, ma anche infinitamente poetico, passionale e commovente. Il suo essere politicamente scorretto è autentico, non è qualcosa di costruito per posture ideologiche predeterminate. È l’esperienza corporale del quotidiano, messa di fronte alla mostruosità dei fenomeni biologici, ma anche alla loro profonda essenza. Un romanzo in cui la protagonista si pone domande che tutti noi, in fondo, ci poniamo, e che ruotano, senza soluzione di continuità, attorno al dissolversi del corpo, alla decomposizione del mondo circostante, all’ineluttabilità mostruosa della morte. Domande che però vengono tenute accuratamente celate, e che solo la follia ha il compito di svelare, tramite l'abisso della malattia psicosomatica.

È rivelatore in questo senso il ricordo della madre rielaborato come se fosse un incontro mai avvenuto prima. La figura materna, infatti, occupa nel romanzo un posto dominante e ambivalente. La madre di Marie era una donna bella, severa, presa delle convenzioni proprie della sua classe sociale e della sua epoca, incapace di dare alla figlia quel minimo di approvazione di cui avrebbe avuto bisogno. La scrittrice mette a nudo la complessità di un legame in cui l'amore e la distruzione convivono, in cui essere desiderata e, nello stesso tempo, non esserlo si sovrappongono in modo insostenibile. 

La dimensione politica del romanzo resta sottotraccia, ma è facilmente intuibile, desumibile tra le righe. Scritto negli anni di poco successivi al '68 francese, è prossimo alle istanze del Movimento di Liberazione delle donne dell’epoca, porta con sé tutta l'energia di quel momento, la certezza che il privato fosse politico e che l’autodeterminazione personale fosse inseparabile da una liberazione collettiva. Ma la Cardinal non trasforma mai il romanzo in pamphlet, la prossimità può essere solo intuita, non è esplicitamente dichiarata: la politica rimane nel libro come sospesa, non viene assunta come tesi ideologica. La femminilità oppressa non è mai qualcosa di astratto.

Tuttavia, non siamo solo in presenza della malattia mentale, è anche quella fisica che si affaccia più volte tra le pagine del libro. I ricordi di patologie che affliggono la famiglia della protagonista, il passato, non solo il presente, che si staglia come una minacciosa promessa di morte, l’angoscia esistenziale, ma anche l’entusiasmante felicità che scopre inaspettatamente nella “guarigione”, fanno da cornice a tutto ciò, mentre gli umori del corpo scorrono copiosi, rallentano o spariscono. L’analogia con la tubercolosi e il suo percorso terapeutico è assai chiara. Come l’analogia con il Mediterraneo in un ponte ideale lanciato tra l’Algeria, dove una parte del racconto di svolge, e la Francia, l’Europa.

Agli occhi di un lettore di sesso maschile può apparire assai disturbante. Ma l'angoscia, le crisi di panico e la gioia che lo attraversano appartengono a tutti gli animi sensibili, a coloro i quali sono abituati a vivere sulla linea di confine, anche all’uomo che non rifiuta la sua parte femminile e sa in qualche modo riconoscerla, farla sua. 

Resta però un romanzo con una caratterizzazione complessiva che è peculiare della condizione e della natura della donna, sarebbe assurdo negarlo. Anche in questo senso va vista la figura dell'analista che, pur restando col suo silenzio, apparentemente sullo sfondo, acquista nelle parole della protagonista un ruolo determinante come soggetto maschile, che per una volta rimane in ascolto, svolgendo proprio per questo una funzione terapeutica essenziale.

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