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martedì 2 giugno 2026

UMBERTO ECO, GUGLIELMO DA BASKERVILLE E IL “DOLCINISMO” ETERNO


UMBERTO ECO, GUGLIELMO DA BASKERVILLE E IL “DOLCINISMO” ETERNO

Torno di nuovo, dopo il post di ieri, su Fra Dolcino e i dolciniani, prendendo come spunto un celeberrimo romanzo a cui non ho accennato proprio perché l’argomento avrebbe reso il testo troppo lungo. Val la pena tornare sull’argomento per le implicazioni che sono coinvolte e che le rende rilevanti, non solo inquadrate nel contesto del Medioevo cristiano, ma anche in quello in cui fu scritto il romanzo.

“Il nome della rosa” di Umberto Eco è indiscutibilmente uno dei capolavori della narrativa italiana del Novecento, capace di intrecciare con straordinaria maestria il romanzo storico, il giallo filosofico e la riflessione semiotica. La ricchezza del testo, il labirinto della biblioteca dell’abbazia benedettina, il duello intellettuale tra l’illuminato Guglielmo da Baskerville e l'oscurantista e dogmatico Jorge da Burgos, il conflitto tra il “progressista” Baskerville e il “reazionario” Bernardo Guy, la ricostruzione del mondo medievale occidentale, in cui l’unico orizzonte intellettuale e politico possibile - non solo religioso - era quello del cristianesimo, lo rende un'opera di immenso valore letterario e culturale, apprezzabile su molteplici livelli di lettura.

Tuttavia, a uno sguardo più attento, il romanzo porta impressi anche i segni di uno specifico contesto storico e ideologico. Eco era un intellettuale profondamente radicato nella cultura della sinistra italiana, vicino agli ambienti gravitanti intorno al PCI, anche se non esattamente un intellettuale organico, in quanto espressione di una tendenza critica (era vicino al Gruppo 63, e nel 1971 prese posizione ufficialmente sul caso Pinelli e solidarizzò con Lotta Continua), univa il metodo della semiotica a certo neopositivismo non meccanicista. Questa appartenenza culturale affiora nel testo in modo non sempre esplicito, ma riconoscibile.

La figura di Guglielmo da Baskerville incarna l'ideale dell'intellettuale progressista moderato: razionale, riformista, capace di criticare il potere senza volerlo abbattere, scettico verso le forme del radicalismo. È il “ritratto medievale” dell'intellettuale vicino alla sinistra istituzionale degli anni Settanta-Ottanta che crede nel dialogo, nella ragione, nel progresso graduale. Un personaggio davvero geniale pure se visto da questa prospettiva. Anzi, ancora più geniale.

Ben diverso è il trattamento riservato ai dolciniani. Il movimento di Fra Dolcino, che aveva rappresentato una delle più radicali contestazioni pauperistiche del medioevo, viene sostanzialmente privato di dignità politica e spirituale. Le figure di Salvatore - personaggio grottesco nel linguaggio e nell'aspetto - e di Remigio da Varagine - che dal fervore ereticale irriducibile, scivola verso la viltà, lo sfruttamento, l’opportunismo e la delazione - riducono quella tradizione di rivolta a pura violenza demenziale e a fanatismo. Per carità, figure così saranno sicuramente esistite, ma scegliere solo queste due, come rappresentative di un intero ambiente, è una mera semplificazione ideologica.

Un’eccezione è, invece, la figura di Ubertino da Casale, personaggio esistito veramente, leader degli spirituali, avversario di Giovanni XXII che dichiarò eretica la sua tesi sulla povertà, totalmente estraneo ai dolciniani. Sia Guglielmo che Ubertino nascono dall'alveo dell'Ordine Francescano. Per Baskerville, l'eresia di Ubertino - il misticismo radicale degli Spiritualisti francescani - ha una dignità teologica e intellettuale che manca ai movimenti come quello di Fra Dolcino. Guglielmo e Ubertino condividono, inoltre, una critica dura, ma con accenti diversi, a Giovanni XXII, avido accumulatore di ricchezze terrene.

Quella dello spiritualista è una critica che si muove all'interno del dibattito dottrinale. Vuole riformare la Chiesa riportandola allo spirito delle origini. Per quanto il suo misticismo sia ardente ed esasperato, Ubertino non vuole distruggere l'ordine sociale. Guglielmo è un uomo del discorso, della logica e del confronto. Anche se trova gli eccessi mistici di Ubertino irrazionali e persino pericolosi, lo riconosce come un valido interlocutore. Volendo seguire le analogie, Ubertino è sovrapponibile a un intellettuale della sinistra critica, per esempio del PDUP o del Manifesto, non così radicale da essere sovversivo, col quale è possibile dialogare, perché viene dallo stesso ambiente culturale.

La questione dei dolciniani, invece, ha implicazioni che vanno oltre il contesto in cui il romanzo fu scritto che valgono anche per situazioni molto più recenti, per quanto da quel contesto specifico non si possa prescindere. Quello che manca nel testo - e la cui assenza è ideologicamente significativa - è qualsiasi tentativo di capire dall'interno la logica del dissenso radicale assimilabile a quello dolciniano. Si concede al massimo la comprensione sociologica - sono disperati, sono sfruttati - ma si nega l'intelligibilità politica, cioè il fatto che potessero avere ragioni che la via riformista non voleva percorrere. Tra l'altro, Dolcino non fu così marginale, ebbe un ben nutrito seguito, tanto da causare, come sappiamo, una vera e propria crociata.

Questo sguardo riflette con precisione la stessa diffidenza e ostilità che la cultura riformista del PCI nutriva verso le forme di radicalismo extraparlamentare - i movimenti del '77, l'autonomia operaia - lontani dal PCI, corpi estranei alla sua tradizione culturale, e per questo era ripagato da critiche anche feroci. Percepiti come irrazionali e pericolosi, erano criminalizzati. Si detestavano insomma reciprocamente alla stregua di nemici. Solo un’esigua minoranza del partito berlingueriano, il Partito Radicale e una parte del PSI e della Sinistra Indipendente cercarono il dialogo. 

Salvatore sembra quasi una caricatura dell'autonomo visto dall'intellighenzia della sinistra istituzionale. Ma il meccanismo è più antico e più generale: il pensiero riformista-progressista tende a costruire la propria legittimità anche attraverso la delegittimazione del radicalismo. Non gli è sufficiente criticare il conservatorismo, ha bisogno di tracciare un confine ancora più netto verso il basso e alla sua sinistra, verso chi eccede i limiti del riformabile e del “buon senso”.

E per farlo ricorre sistematicamente alla criminalizzazione e alla caricatura: il radicale diventa fanatico, il ribelle diventa criminale, il pensiero ereticale diventa follia o violenza cieca. Il pattern si ripete nella storia con straordinaria costanza. Ogni volta si nega al dissenso radicale il diritto alla complessità e alla intelligibilità, il diritto, in sostanza, di essere preso sul serio. Ciò tra l’altro favorisce ancor più la radicalizzazione e l’irrazionalità: all'epoca verso il terrorismo, nei recenti anni dello stato d’eccezione, la deriva verso la reazione, il revanscismo, lo sciovinismo e il complottismo.

Questo atteggiamento rivela, in ultima analisi, una formazione tendenzialmente autoritaria di carattere razionalista, positivista e scientista. Il razionalismo di questa tradizione non è semplicemente fiducia nella ragione: è la convinzione che esista una ragione, un metodo corretto di analisi della realtà, un percorso progressivo e misurabile verso l'emancipazione. Chi esce da questo schema non è semplicemente in disaccordo, è irrazionale, e l'irrazionalità, per questa visione rigida, fideistica del mondo, è pericolosa per definizione. 

Guglielmo da Baskerville incarna esattamente questa razionalità ordinatrice. I dolciniani sono per lui, come per Eco, un residuo pre-razionale, qualcosa che la storia avrebbe dovuto superare ma che continua a riemergere minacciosamente. L'elemento autoritario sta proprio qui: non nella violenza esplicita, ma nella pretesa di stabilire chi ha diritto alla complessità e chi no. I moderati-progressisti si riconoscono tra loro attraverso la capacità di ragionare in modo articolato, sfumato, scientifico. 

Il radicale, il dissidente estremo, l'eretico - nella misura in cui eccede questo schema - viene automaticamente declassato a oggetto di studio o di commiserazione, mai elevato a soggetto di pensiero autonomo e legittimo. È una forma di autoritarismo tanto più insidiosa perché si presenta come il contrario di se stessa: quell’apertura mentale, quel rigore intellettuale, quel rifiuto del dogma, che vengono continuamente esposti, sono nei fatti negati. Ma il dogma c'è: è semplicemente il dogma della ragione riformista come unica ragione ammissibile. Una vera e propria, insanabile contraddizione.

Va detto tuttavia, per amore della complessità, che cerco sempre di tenere presente, che la mia critica non equivale a una difesa indiscriminata e oltranza del radicalismo. Eco non aveva torto nel riconoscere che l'irrazionalismo, il fanatismo e le semplificazioni polarizzanti - quelle che negano la realtà fattuale e riducono il mondo a uno scontro manicheo tra puri e impuri - rappresentano pericoli reali, che la storia ha abbondantemente confermato. La mia intenzione non è affatto quella di voler giustificare il dolciniano o l'autonomo, ma quella del rifiuto della demonizzazione è della criminalizzazione di certe espressioni che hanno avuto uno spessore tale da non poter essere liquidate sbrigativamente. Di una ne ho fatto anche esperienza diretta personale, nel bene e nel male.

Il problema non è dunque il giudizio in sé, ma il metodo: anziché distinguere caso per caso, anziché chiedersi quali ragioni concrete possono stare dietro a una rivolta o a un dissenso, Eco, nel caso dei dolciniani, ha applicato una categoria genericamente onnicomprensiva - l'eccesso, l'irrazionale, il pre-moderno - che finisce per mettere sullo stesso piano cose profondamente diverse, e, ciò che è più importante la rinuncia a comprenderne veramente le motivazioni. È la semplificazione di tutto ciò che esce dalla norma, il rifiuto di misurarsi con la complessità del dissenso radicale, che costituisce il limite vero di questa visione del mondo. 

Riconoscere tutto ciò non sminuisce il valore del romanzo. Al contrario, arricchisce la lettura: i grandi testi portano sempre contraddizioni, i segni del loro tempo; e proprio quando fingono di parlare di un'epoca lontana, rivelano, con maggiore franchezza, non solo le ansie e le certezze del momento in cui sono stati scritti, ma anche una proiezione a prescindere dal contesto storico. Oggi, come ieri. Questo è il valore universale della grande letteratura.


giovedì 7 maggio 2026

AUTOCRITICA E RADICALISMO


Parte II. I PARADOSSI “CULTURALI” DELLA SINISTRA. AUTOCRITICA E RADICALISMO

La revisione critica del proprio passato politico ha un costo, ed è un costo molto alto in termini esistenziali. Almeno per me è stato ed è così. La storia di più di mezzo secolo non mi è scivolata sul corpo e sull’anima come niente fosse. Ha prodotto ferite che a stento si sono rimarginate, lasciando cicatrici indelebili nel fisico e nella coscienza. Vorrei tanto credere che si sia anche compiuto un atto di purificazione durante questo percorso. Ma è così solo in parte. Il dolore prodotto durante le fratture che hanno delimitato le varie fasi è in buona parte inestinguibile e ho il sospetto di averlo anche somatizzato.

Tuttavia, quello che è accaduto deve pure avere un senso. Una singola intera esistenza è solo un piccolo particolare insignificante tra miliardi di altre esistenze. Ma, seppur microscopico, quel che è accaduto è accaduto a me, proprio a me, solo a me in questo unico modo. Il mio è uno dei tanti infinitesimali, ma irripetibili universi e il desiderio di renderne testimonianza è grande, banalità comprese. Qualcosa che mi porto dentro e mi ha trasformato nel corso dei decenni. Non credo di essere solo io a dover portare sulle spalle questa pena. Tutto questo andrà davvero per sempre disperso o ci sarà qualcos'altro? Siamo in fondo tutti delle penisole collegate le une alle altre, nel bene e nel male.

Gli interrogativi che mi sono posto in questo lungo lasso di tempo sono molteplici, tanti, forse troppi. Oggi, avrei potuto essere diverso, o forse non sarei più qui, se avessi imboccato altre porte. A volte più che scegliere, mi sono lasciato condurre dalla corrente e dai sentimenti, sicuro che prima o poi avrei ripreso del tutto il controllo. Qualche volta, però, il controllo l’ho perso per troppo tempo, svegliandomi poi all’improvviso come da un sogno chiedendomi che cosa stessi facendo.

Alla fine, però, posso dire che ho vissuto stagioni straordinarie e che tutto ciò è servito. Mi ha costretto a fare i conti con la realtà, seppure li ho fatti quasi del tutto in solitudine. Oggi, posso guardarmi indietro ed essere soddisfatto dell’esperienza accumulata. Guardare indietro con tenerezza fino a quel ragazzino che a quindici anni, nel 1973, assistette in TV alla morte, in nome di un ideale, di un presidente cileno, così lontano, e nello stesso tempo così vicino. Quel ragazzino decise che la politica era qualcosa di affascinante e che avrebbe fatto parte della sua vita. Così è stato, anche se il fascino col tempo era destinato ad affievolirsi.

Tuttavia, è necessario, al punto in cui sono arrivato, che mi assuma per intero le responsabilità del mio caso, non è certo solo questione di casualità. Sciocchezze ne ho fatte, ma probabilmente, in diversi casi, è stato meglio così. Non avrei avuto l’opportunità dopo, nel corso del tempo, di riflettere e di capire. D’altronde, se ho deciso di intraprendere questa critica alla sinistra, è anche perché contemporaneamente sto criticando me stesso. Un’autocritica dovuta, spontanea, sentita, che non può non essere severa. E questo tipo di autocritica non può certo evitare anche di analizzare la perdita delle relazioni umane, non solo quando ero nelle fila della sinistra, ma anche negli ultimi anni. Il doloroso senso di colpa di aver lasciato andare persone e affetti, di non aver fatto nulla, anche quando forse potevo farlo.

Ma andiamo con ordine. Prendiamo come esempio il concetto di radicalismo. Una connessione c’è con quanto ho detto sinora in queste righe. Di solito esso è associato non proprio a torto a quello di estremismo. È di fatto però una semplificazione. A mio parere esistono due modi di essere radicale: uno è, appunto, quello estremista, irriducibile, indisponibile verso i compromessi, spesso intollerante; l’altro è invece volto a indagare in profondità la radice delle cose, di non accontentarsi delle apparenze. È, se ci si pensa bene, un approccio anticonformista. 

Ecco, per me oggi, un radicale dovrebbe essere in questo senso un anticonformista. Non solo non conforme alle regole, ma anche a letture preconfezionate, siano esse prodotte dalla sfera della narrazione ufficiale, sia dalla cosiddetta controinformazione, sia da soggetti per i quali proviamo simpatia che stanno dalla “nostra parte”. Il contrario dell’estremismo, non è quindi il moderatismo, ma un radicalismo eretico, scettico, non convenzionale, non polarizzato e non ideologizzato.

Ed è proprio questo quello che è carente nella sostanza in chi è di sinistra oggi: la capacità di mettersi in discussione, di mettere in discussione le proprie certezze, di fare autocritica. Si badi bene: non è solo una lacuna del “sinistrismo”, ma è propria di un’intera epoca, comune a qualsiasi identità politica, in cui è centrale la conservazione delle rigidità ideologiche e identitarie, della linea politica collettiva data per unica e immutabile e quando muta, anche se appare come processo graduale, avviene sempre avendo come strumento decisionale il centralismo, e non l’interazione di plurali punti di vista e di molteplici dinamiche relazionali. Eccolo qui, quindi il conservatorismo come conservazione, come fossilizzazione della soggettività, non come riferimento ad un’area teorico-filosofica, ma come atteggiamento che scambia la coerenza personale con la linea politica ufficiale e col dogmatismo identitario collettivo.


mercoledì 29 aprile 2026

IL CONSERVATORISMO PROGRESSISTA DELLA SINISTRA. Parte I. Introduzione.


PARADOSSI “CULTURALI”. IL CONSERVATORISMO PROGRESSISTA DELLA SINISTRA. Parte I. Premessa.

Ritengo opportuno, prima di iniziare questa mia analisi divisa in più parti, premettere che non mi occuperò di onestà, intesa sia come virtù morale che intellettuale, categoria che dovrebbe attraversare trasversalmente ogni orientamento ideologico e ogni appartenenza identitaria, che pertanto non è prerogativa di alcuna famiglia politica e che quindi ritengo, per comune buon senso, dare per scontata. Il mio sguardo si concentrerà unicamente sulla dimensione politica e culturale. Elevare l'onestà a valore politico è infatti un'operazione che impoverisce il pensiero politico stesso: lo svuota di contenuto per consegnarlo a una dimensione moralistica che, per quanto nobile possa essere come valore etico, risulta fuorviante e persino mistificatoria quando viene evocata politicamente, spesso utilizzata strumentalmente per coprire la propria miseria progettuale.

Detto questo, la mia analisi si muoverà trasversalmente tra le varie componenti della sinistra senza specificare ogni volta a quale di queste mi stia riferendo con precisione, ma cercherò di rintracciare un filo che le unisce mediante la narrazione che emerge in maniera più evidente all’interno di ogni singolo argomento, a prescindere se sia o no maggiormente rappresentativa. Ho scelto quindi di parlare genericamente di sinistra, non perché non sia importante distinguere tra le varie “correnti” (radicale, antagonista, riformista, liberaldemocratica, marxista…), ma perché le distinzioni non debbono avere la funzione di alibi, quando è ben presente una radice culturale e ideologica comune, non solo lessicale, e che è anche pienamente rivendicata.

Ho avuto per oltre cinquant'anni la possibilità di osservare e studiare da vicino la sinistra in tutte le sue varianti, da quella moderata istituzionale, fino a quella più estrema ed extraparlamentare. Un punto di vista personale, ovviamente, che non pretende di essere oggettivo, né esaustivo, che ha però fatto tesoro di una certa esperienza. Ho, inoltre, avuto, per quaranta di questi anni, da metà degli anni settanta a circa metà degli anni dieci di questo secolo, l'occasione di far parte della sinistra più o meno attivamente nelle piazze, nei partiti, nei movimenti, nei collettivi, nei comitati e nei sindacati. 

Infine, ho avuto anche il “privilegio”, nel mio piccolo, di frequentarne l’ambiente come rappresentante istituzionale nella seconda metà degli anni ottanta, e di lavorare come impiegato, a cavallo dei due secoli, per circa quattordici anni, nella segreteria politica e nell’ufficio di gabinetto di uno dei più famosi palazzi. Queste due “avventure” mi hanno offerto l'occasione di approfondire l’aspetto antropologico delle varie componenti e delle varie tipologie di militanti, di attivisti, di simpatizzanti e di rappresentanti istituzionali e di metterle a confronto con quelle di altre tendenze politiche. Ho vissuto quindi da metà anni settanta ad oggi la progressiva sclerotizzazione della sinistra, il suo malcelato autoritarismo e il suo omologarsi all'esistente.

Una sclerotizzazione ideologico identitaria conservatrice, non nel senso tradizionale, ma in quanto legato a stereotipi e simboli novecenteschi; un autoritarismo congenito, fatto di piccole e grandi intolleranze, a proprio agio con lo stato d'eccezione e tendente al collettivismo autoritario; e contemporaneamente, nella sostanza, una tendenza all'adeguamento all'esistente, priva del coraggio di sperimentare nuove strade e allergica ad ogni pensiero eretico. Sono dunque arrivato a chiedermi come si possa fare a sopportare la sterile ripetizione di riti sempre uguali a se stessi, senza provare un forte senso di disagio e di imbarazzo. Riti che, tra l'altro, spesso richiamano memorie e pratiche in aperta contraddizione con il proprio agire quotidiano.

Oggi, la mia critica investe in maniera radicale tanto la destra quanto la sinistra, ma anche quella vasta zona intermedia popolata da chi si proclama già oltre: né di destra né di sinistra, appunto, l’area del generico populismo. Una posizione che, nel cercare di superare le categorie ideologiche tradizionali, finisce per confermarle e riprodurle, perché il tentativo di costruzione di una presunta nuova identità collettiva avviene per negazione delle vecchie etichette e non come effettivo superamento delle rispettive narrazioni, assorbendone addirittura rigidamente dei contenuti, senza applicare un minimo di pensiero critico, e finendo così per ritrovarsi in nuovi recinti identitari omologabili all'una o all'altra parte.

La mia è la conclusione, sofferta e in fondo rassegnata, di uno che la storia della sinistra l'ha attraversata dall'interno con piena convinzione, e che proprio per questo ne ha imparato a riconoscere le patologie con la cognizione di causa di chi ne porta ancora i segni. Non si tratta, quindi, di un giudizio dettato dal risentimento, quello dell'ex militante che regola i conti con la propria storia. Non saprei nemmeno definirmi davvero un ex: le definizioni mi sembrano sempre meno capaci di restituire qualcosa di reale. E la sinistra si è trasformata in qualcosa di surreale.

ROBERT A. HEINLEIN, “STRANIERO IN TERRA STRANIERA’ (1961)

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