JOY DIVISION, “CLOSER” (1980)
A distanza di diversi decenni e con il senno di poi, non c'è da sorprendersi che Ian Curtis, cantante e leader dei Joy Division, morto suicida all'apice della potenzialità artistica del suo gruppo, non sia entrato nella mitologia del rock, condividendo la sorte toccata a Jim Morrison, Jimi Hendrix e Kurt Cobain. Non arrivando neanche a raggiungere la fama, più contenuta, di una Janis Joplin.
Eppure gli ingredienti c'erano tutti. La qualità musicale innanzitutto: i Joy Division hanno costituito una delle espressioni più notevoli di tutto il rock inglese, il gruppo più importante del post punk, e hanno prodotto due album da culto: "Unknown Pleasure" e questo "Closer". Inoltre la loro esperienza è terminata con la morte di Curtis, trasformandosi poi in New Order, e cosa essenziale, il loro leader possedeva le classiche caratteristiche del poeta maledetto.
Se ciò non è avvenuto credo lo si debba in particolare a due fattori. La musica dei Joy Division comunicava alienazione e disperazione infinita, lontana dal ribellismo e dal classico istintivismo sensuale del rock, quindi difficilmente commercializzabile, e, fattore ancora più determinante, Ian Curtis, con tutta la buona volontà, non poteva essere trasformato dall'industria del mito in un'icona sessuale come Morrison, Hendrix, Cobain e Joplin.
Quindi, i Joy Division e il loro leader sono entrati nel mito senza particolare clamore e in definitiva non usciranno mai da questa sorta di nicchia underground. Non credo però che ciò sia necessariamente un male. Abbiamo presente tutti l'eccesso di sovraesposizione commerciale e mediatica che ha caratterizzato gli altri quattro, snaturandone in parte il valore artistico e il messaggio intrinseco di rottura culturale.
Tuttavia, “Closer” arrivò al numero sei delle classifiche britanniche, un risultato notevole per un disco di tale austerità e proveniente da un certo ambito culturale. Ma la sua ricezione vera fu ed è di altra natura: è uno di quei dischi che segnano un confine nella storia della musica popolare, in cui il post-punk toccò un vertice di profondità espressiva che difficilmente è stato eguagliato. La sua influenza si può tracciare in decenni di musica. Ma come spesso accade con i veri capolavori, le filiazioni non ne esauriscono il significato. Closer rimane qualcosa di irriducibile.
È un prodotto sublime, ultimo atto della breve vita dei Joy Division. Il mio album preferito in assoluto di tutto il post punk. Seguirà poi "Still", che però è solamente una raccolta postuma di inediti. "Closer" è caratterizzato da un senso assoluto di ineluttabilità, quasi l'annuncio oscuro di quello che sarebbe accaduto. Pur essendo così nera, la musica dei Joy Division, nella sua durezza, era percorsa da decise caratteristiche melodiche e spesso anche da un dolcezza incredibile.
Registrato ai Britannia Row Studios di Londra, pubblicato il 18 luglio 1980, uscì postumo per la leggendaria etichetta indipendente Factory Records: Ian Curtis si era tolto la vita il 18 maggio, la notte prima della tournée americana che i Joy Division avrebbero dovuto intraprendere. Sulla copertina è riportata una fotografia di Bernard Pierre Wolff che ritrae una statua funeraria nel cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, la tomba marmorea della famiglia Appiani con una figura china in atteggiamento di compianto - era già stata scelta da Peter Saville mesi prima.
La band inizia a incorporare tastiere ed elettronica in modo massiccio (come in “Isolation” o in “The Eternal”), tracciando la strada per quello che diventerà il synth-pop e la New Wave degli anni '80 (e per il futuro della band stessa come New Order). Martin Hannett, il produttore creò un suono spettrale, isolando ogni strumento in esclusivi spazi sonori. L'album originariamente diviso in due lati (sul vinile), propone, schematizzando, un viaggio che va dall'aggressività nevrotica alla totale desolazione. La prima facciata rappresenta la Nevrosi e l'Isolamento, la seconda, l'Abisso e la Rassegnazione.
Le nove composizioni che sono raccolte nel disco sono tutti episodi di grande forza espressiva, la voce di Curtis cupa e giocata tutta sui toni bassi è semplicemente magnifica. Tocca delle corde di emotività molto intensa, quasi romantica. Se il debutto “Unknown Pleasures” suonava urbano, claustrofobico e spigoloso, Closer si sposta verso un'oscurità più profonda e solenne. I testi sono, a posteriori, una dolorosa, sublime e lucida lettera d'addio.
