Non sarò certo io a negare o a sottovalutare la gravità delle crisi migratorie. Ho parlato tra l'altro più volte delle armi di migrazioni di massa il cui uso si è intensificato in tutto il mondo, da metà del secolo scorso, e a cui hanno fatto ricorso un po’ tutti a turno, tutti, ma proprio tutti, a secondo del contesto storico e geopolitico. Ci troviamo di fronte oggi ad una pervasiva guerra ibrida combattuta con un'enorme varietà di armi non convenzionali e sociali. Le armi di migrazione di massa fanno parte di questo tipo di guerra. Ma come al solito il fenomeno grave e assai complesso delle migrazioni viene ridotto a semplificazione da tifoserie.
È di questi giorni l'ennesimo allarme lanciato per “l'invasione della Spagna” da parte di “folle inferocite di marocchini". Non mi attarderò a prendere in considerazione i soliti triti e ritriti stereotipi, quello che mi interessa è di dare qualche informazione. Molti commentatori improvvisati su facebook che si atteggiano a influencer dell'informazione, sono a digiuno dei minimi fondamenti geografici e storici. Ceuta e Melilla sono due enclavi spagnole, ma guarda caso sulla costa del Marocco.
Il compagno Sanchez, molto sensibile alle condizioni dei palestinesi, sa benissimo che ci sono anche altri conflitti sulla sovranità di territori, considerata la loro specificità. E allora, tanto rumore per nulla? Un attimo, non è esattamente così, soprattutto perché le prospettive con cui guardare la cosa sono molteplici. Allora, intanto facciamo un po’ di storia.
Ceuta e Melilla si affacciano sullo stretto di Gibilterra e sulla costa mediterranea del Rif, e la loro storia è in realtà la storia di due processi di conquista abbastanza diversi tra loro, uniti solo a posteriori dalla sovranità spagnola. Prima ancora di essere spagnole, entrambe le città avevano già alle spalle una stratificazione antichissima: Ceuta era la Septem Fratres fenicia e poi romana, un caposaldo strategico proprio di fronte a Gibilterra, mentre Melilla corrisponde alla Rusadir dei Fenici e dei Romani, un porto naturale sulla costa del Rif.
Con la crisi dell'impero romano d'Occidente passarono sotto il controllo bizantino e poi visigoto, per essere infine inglobate, dopo il 711, nell'espansione islamica che sconvolse l'intero Maghreb e la penisola iberica. Per diversi secoli Ceuta in particolare fu un centro di primo piano dei domini islamici nordafricani, contesa tra idrisidi, almoravidi, almohadi e infine merinidi, e la sua importanza commerciale e strategica non venne mai meno.
La svolta arriva con Ceuta nel 1415, e qui la storia si intreccia direttamente con l'espansione atlantica portoghese: fu il re Giovanni I del Portogallo, spinto anche dal figlio Enrico il Navigatore, a conquistare la città in quella che gli storici considerano convenzionalmente il primo atto dell'espansione europea d'oltremare, l'antefatto simbolico dell'intera stagione delle scoperte. Ceuta restò portoghese per oltre un secolo e mezzo, finché nel 1580 la crisi dinastica portoghese portò Filippo II di Spagna a rivendicare la corona lusitana, dando vita all'Unione Iberica.
Quando il Portogallo riconquistò la propria indipendenza nel 1640, la popolazione di Ceuta scelse di rimanere fedele alla corona spagnola piuttosto che tornare sotto Lisbona, una scelta che venne poi formalizzata giuridicamente con il Trattato di Lisbona del 1668: è a questo episodio, più che a una conquista spagnola in senso stretto, che Ceuta deve la propria appartenenza alla Spagna.
Melilla ha una genealogia diversa e più direttamente spagnola. Fu conquistata nel 1497, appena cinque anni dopo la caduta di Granada, da una spedizione organizzata dal duca di Medina Sidonia per conto dei Re Cattolici: si trattava in sostanza del prolungamento oltre lo stretto della logica della Reconquista, unito all'esigenza molto concreta di controllare la pirateria barbaresca e presidiare militarmente la costa nordafricana. Nacque così il sistema dei cosiddetti presidios, enclave fortificate spagnole disseminate lungo la costa del Maghreb, luoghi che per secoli funzionarono più come guarnigioni militari e destinazioni di confino che come vere e proprie città coloniali nel senso pieno del termine.
Il perimetro effettivo delle due città, così come lo conosciamo oggi, si è formato soprattutto nell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento, attraverso una serie di conflitti con il sultanato marocchino e poi con le tribù del Rif: la Guerra d'Africa del 1859-60, la crisi di Melilla del 1893, e infine le durissime guerre rifane, culminate nel disastro di Annual del 1921 e nella resistenza di Abd el-Krim, che proprio da quella regione tentò di costruire una repubblica indipendente prima di essere sconfitto nel 1926 con l'intervento congiunto di Spagna e Francia. È in questo contesto militare nordafricano, va ricordato, che si formò la carriera di Francisco Franco, ufficiale della Legione straniera spagnola, ed è non a caso da Melilla che partì nel luglio 1936 il pronunciamiento che diede avvio alla guerra civile.
Con l'indipendenza del Marocco nel 1956 le due città non vennero restituite al nuovo Stato marocchino, a differenza del resto del protettorato spagnolo: Madrid ha sempre sostenuto che si tratti di territori spagnoli da secoli prima ancora che esistesse uno Stato marocchino unitario, mentre Rabat le rivendica come territori occupati da "decolonizzare", accostandole talvolta retoricamente al caso del Sahara Occidentale.
Oggi sono ciudades autónomas dotate di statuto speciale dal 1995, parte dell'Unione Europea con un regime doganale particolare, e restano uno dei punti più tesi della frontiera esterna europea, teatro ricorrente di crisi migratorie - l'episodio più eclatante è probabilmente quello del maggio 2021, quando il Marocco allentò deliberatamente i controlli di frontiera lasciando entrare a Ceuta migliaia di persone in poche ore, in aperta ritorsione diplomatica contro Madrid.
Il precedente più drammatico, con Zapatero al potere, e per certi versi fondativo di tutta la vicenda successiva, è il settembre-ottobre 2005: centinaia di migranti tentarono ondate coordinate di scavalcamento con scale di fortuna, e le guardie di frontiera marocchine e spagnole aprirono il fuoco, causando tredici morti a Melilla e quattro a Ceuta. A quell'episodio seguirono deportazioni sommarie di centinaia di persone abbandonate nel deserto al confine con l'Algeria, pratiche di respingimento immediato ("expulsiones en caliente") più volte denunciate come illegali, e la reazione delle autorità fu, come spesso accade, un ulteriore innalzamento delle barriere - portate a sei metri - e l'installazione di un sistema di sorveglianza radar lungo lo Stretto.
Da lì in avanti gli episodi si sono succeduti quasi ciclicamente: tentativi di massa nel 2014 a Melilla, con oltre duecento persone riuscite a passare dopo un assalto alla recinzione; la crisi del maggio 2021, la più grande in assoluto con ottomila-diecimila ingressi in appena due giorni, innescata da una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat legata all'accoglienza in Spagna del leader del Fronte Polisario; e infine la tragedia del giugno 2022 a Melilla, quando circa duemila persone tentarono di forzare il valico e ventitré persero la vita in una calca provocata dall'intervento delle forze di sicurezza marocchine e spagnole.
Sulla composizione della popolazione di Ceuta, i dati disponibili - peraltro non aggiornatissimi, dato che non esiste una rilevazione ufficiale su base etnico-religiosa - indicano una città divisa grosso modo a metà: circa il cinquanta per cento di popolazione di origine cristiano-spagnola e un quarantacinque-quarantasette per cento di origine musulmana, in gran parte discendente da famiglie di etnia amazigh (berbera) del Rif che nel corso del Novecento hanno progressivamente ottenuto la cittadinanza spagnola, cui si aggiungono piccole ma storiche comunità indù (arrivate soprattutto dal Sindh dopo la partition indiana) ed ebraiche sefardite, ciascuna attorno all'uno-due per cento.
È un equilibrio spesso descritto retoricamente come un modello di convivenza multiculturale riuscita - sinagoghe, moschee, un tempio indù e la cattedrale cattolica si affacciano tutte nello stesso centro storico -, ma che nella pratica sociale nasconde diseguaglianze reali: i quartieri a maggioranza musulmana registrano redditi più bassi e una disoccupazione giovanile assai più alta rispetto al centro a maggioranza cristiana, un dislivello che periodicamente riemerge nelle tensioni sociali della città, specie negli anni ottanta e in occasione delle crisi migratorie stesse.
Anche a Melilla la comunità musulmana è quasi interamente di origine berbera-rifena (i cosiddetti rifeños, appartenenti allo stesso gruppo etnico che abita il Rif marocchino circostante), affiancata da minoranze ebraiche sefardite e indù analoghe a quelle di Ceuta. Le stime più citate parlano di una popolazione musulmana attorno al 40% se si considerano i soli cittadini spagnoli di quella confessione, cifra che sale a circa il 50-52% includendo anche i musulmani di cittadinanza straniera residenti in città - contro una media nazionale spagnola che si aggira intorno al 4-5%.
È un dato interessante anche perché quella quota è cresciuta sensibilmente: negli ultimi vent'anni la popolazione musulmana di Melilla è aumentata di circa venti punti percentuali, un processo che a metà degli anni ottanta produsse tensioni sociali e politiche piuttosto forti (fu proprio in quel periodo, con la legge sulla cittadinanza del 1985, che si pose il problema giuridico dello status di migliaia di rifeños nati e residenti da generazioni a Melilla ma privi di cittadinanza spagnola).
Sul piano geografico-urbano, poi, la divisione a Melilla è più marcatamente centro-periferia rispetto a Ceuta: i quartieri a maggioranza musulmana si concentrano nei distretti periferici, e il voto locale rispecchia storicamente questa frattura, con il Partido Popular che ha costruito parte del proprio consenso proprio sul dualismo cattolici-spagnoli contro berberi-musulmani, mentre esiste dal 1995 un partito specifico, la Coalición por Melilla, nato come costola del PSOE con base elettorale prevalentemente musulmana. Detto questo, la cornice generale - una città spagnola d'Africa spaccata quasi a metà tra un'anima cristiano-iberica e una berbero-islamica, con piccole comunità ebraiche e indù a completare il quadro - è sostanzialmente la stessa di Ceuta.
La natura coloniale delle due enclavi è dibattuta, è uno dei nodi più controversi della vicenda, ed è bene distinguere subito due piani che tendono a sovrapporsi nel dibattito pubblico: quello giuridico-formale e quello storico-analitico. Sul piano del diritto internazionale, la risposta ufficiale è no, non sono colonie. Il Marocco portò effettivamente la questione davanti alle Nazioni Unite nel 1975, chiedendo che Ceuta e Melilla venissero inserite nella lista dei territori non autonomi in attesa di decolonizzazione - lo stesso status che riguarda, per fare un paragone che la stessa Spagna conosce bene, il Sahara Occidentale (ex colonia spagnola ceduta proprio nel 1975) o Gibilterra, tuttora sotto sovranità britannica.
Ma l'ONU respinse quella richiesta, considerandole a tutti gli effetti province spagnole; ancora oggi non compaiono in quell'elenco. L'argomento giuridico spagnolo si fonda proprio su questa asimmetria: Ceuta e Melilla sono organizzate come parte integrante dello Stato, con rappresentanza nelle Cortes, dal 1995 statuto di città autonome (un gradino sotto le comunità autonome piene mentre un gradino sopra i comuni ordinari) e piena appartenenza all'Unione Europea, e la loro presenza spagnola, come ho già detto, precede addirittura l'esistenza di un Marocco indipendente come Stato unitario - Melilla dal 1497, Ceuta stabilmente dal 1668 - a differenza del Sahara Occidentale o della Guinea Equatoriale, colonie propriamente dette che la Spagna stessa ha riconosciuto come tali e ha abbandonato nel corso del Novecento.
Il Marocco, dal canto suo, non ha mai riconosciuto questa lettura e continua a definirle nei comunicati ufficiali come enclave coloniali o guarnigioni straniere: l'argomento di Rabat è che l'anzianità della presenza spagnola non cancella il carattere coloniale dell'occupazione, e che l'appartenenza geografica, storica e culturale delle due città al Nordafrica ne giustificherebbe la restituzione - una posizione che si è fatta più insistente proprio a partire dall'indipendenza del 1956, quando il resto del protettorato spagnolo in Marocco venne smantellato ma Ceuta e Melilla, già considerate territorio pienamente spagnolo fin dalla Convenzione di Madrid del 1912, non lo furono.
Sul piano storiografico e analitico, però, molti studiosi - spagnoli inclusi - continuano a descrivere l'origine e la natura di questi insediamenti in termini apertamente coloniali, anche indipendentemente dalla loro classificazione giuridica attuale: il sistema dei presidios e delle plazas de soberanía cui Ceuta e Melilla appartenevano nasce esattamente con la stessa logica delle teste di ponte fortificate che le potenze europee disseminavano lungo le coste africane e asiatiche in epoca moderna, e non è raro trovare nella letteratura accademica espressioni come "residuo di un impero coloniale" o "anomalia coloniale sopravvissuta al Novecento" riferite proprio a queste due città. In questo senso la distinzione utile non è tra "colonia" e "non colonia" tout court, ma tra genesi coloniale di un insediamento - che pochi negano - e il suo status giuridico attuale, sul quale la controversia tra Madrid e Rabat resta tutt'altro che risolta.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie