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venerdì 31 maggio 2024

Virginia Woolf, “Orlando” (1928)

 


Classici 


Virginia Woolf, “Orlando” (1928)


«… la migliore definizione che si possa dare di Woolf è quella di esteta apocalittica, per cui l’esistenza umana e il mondo sono sostanzialmente giustificati solo come fenomeni estetici…

… Più di mezzo secolo dopo la morte di Woolf, quest’ultima non ha rivali tra romanziere o critici di sesso femminile, sebbene queste ultime godano della liberazione da lei profetizzata.»

Harold Bloom


«Starà allo storico della letteratura decidere; spetterà a lui dire se oggi stiamo inaugurando, completando, o stiamo ancora vivendo nel mezzo di un grande periodo per la prosa, perché, trovandoci in pianura, riusciamo a vedere ben poco. Sappiamo solo che a ispirarci sono determinati debiti e conflitti; che alcuni sentieri sembrano condurre a una terra fertile, altri alla polvere e al deserto; e forse di questo converrà dare qualche resoconto.»

Virginia Woolf 


«Lui—perché sul suo sesso non c’erano dubbi, sebbene la moda dell’epoca contribuisse in parte a mascherarlo—era intento a menar sciabolate contro la testa di un moro appesa alle travi del soffitto. Del colore di una vecchia palla di cuoio, ne aveva più o meno la forma, a eccezione delle guance scavate e di un paio di ciuffi di capelli secchi e ispidi come l’esterno di una noce di cocco. Il padre di Orlando, o forse suo nonno, l’aveva tagliata via dalle spalle di un pagano grande e grosso spuntato da sotto la luna nelle barbare pianure d’Africa; e ora oscillava, lentamente, senza sosta, nella brezza che soffiava incessante dentro le soffitte della gigantesca casa del Lord che lo aveva ammazzato.»


«Orlando era diventato una donna—non si può negarlo. Ma sotto ogni altro aspetto, Orlando restava precisamente tale e quale a prima. Il cambiamento di sesso, sebbene modificasse il loro futuro, non ne alterava in nulla l’identità.»


«Non esiste passione più forte in cuore all’uomo del desiderio di portare gli altri a credere a ciò in cui crede lui. Nulla mina alla radice la sua felicità e lo fa infuriare quanto la sensazione che qualcuno disprezzi ciò che lui valuta di più al mondo…

… Non è l’amor di verità, ma il desiderio di prevalere a mettere una parte contro l’altra, e a far sì che ogni parrocchia si auguri la rovina dell’altra.»


A dar retta ad Harold Bloom, nel Canone letterario possono entrare solo opere che riescano a dimostrare la loro singolarità, la loro originalità, pur restando ferma l’idea che «Le poesie, i racconti, i romanzi e le opere teatrali nascono in risposta a poesie, racconti, romanzi e opere teatrali precedenti». 

Se questo è il senso, l’“Orlando” di Virginia Woolf ci rientra a pieno titolo quindi, e naturalmente Bloom nel saggio “Il Canone Occidentale” non fa che confermarlo.


È questo un romanzo che non assomiglia a nessun'altra opera precedente, seppure ci siano espliciti richiami ad autori del suo passato e a suoi contemporanei, come scrive anche la Woolf nella prefazione, in cui afferma di sentirsi in debito con diversi scrittori.


È assai divertente rintracciare la miriade di coltissimi riferimenti letterari, e non solo letterari, disseminati lungo tutto il testo. Così ci vuole poco ad accorgersi, per esempio, che all’inizio c’è molto anche della “Chanson de Roland”, dell’“Orlando furioso”, del “Don Chisciotte” e di Shakespeare; e più avanti di Alexander Pope, Jonathan Swift, Charles Dickens, Jane Austen, Charlotte Bronte, Oscar Wilde e Joseph Conrad. Tuttavia, la maggiore fonte di ispirazione è lo scrittore Daniel Defoe con il suo “Moll Flanders”.


Tuttavia, la singolarità è evidente, come è evidente il fatto che tanta letteratura successiva debba molto a questo romanzo, e non solo la letteratura, a cominciare da alcune costruzioni ideologiche e culturali, e a prescindere dal fatto che lo facciano o meno in maniera appropriata. 

È un'impresa ardua dire di che cosa parli “Orlando” evitando di dilungarsi troppo. Ma ci proverò lo stesso. Comunque, più che raccontato, dovrebbe essere letto e riletto. È un’opera difficilmente riassumibile, se non parzialmente e a grandi linee.


“Orlando” è concepito come una vacanza dalla scrittura impegnata, una sorta di delirio e di tributo assoluto alla libertà. Il titolo completo sarebbe “Orlando: una biografia”. Ed è infatti strutturato come se fosse una biografia di genere fantastico, in cui vi si trovano innestati desideri di carattere personale e letterario. 

L’eroe della Woolf attraversa i secoli e all’incirca a metà strada cambia sesso.


Il cambio di sesso però non cambia davvero Orlando, la sua identità resta la stessa così come la sua essenza. Virginia Woolf tiene particolarmente a questo concetto, come allo stesso modo rifiuta di attardarsi a disquisire sull'identità sessuale. E infatti scrive: «Ma lasciamo che altre penne si occupino di sesso e sessualità; noi liberiamoci il prima possibile di argomenti così tediosi.»

Tuttavia, nel quarto capitolo la scrittrice cerca di precisare la mutazione, che è profonda, ma contraddittoria. 


La differenza tra i due sessi c’è e non è semplificabile.

La complessità della nuova situazione non può essere qui riassunta, ma va letta e gustata direttamente dalle parole della Woolf.

La scrittrice descrive, in maniera suggestiva la “delizia” che coglie con sorpresa Orlando a causa della sua nuova condizione sessuale, preda di sensazioni mai provate per le attenzioni particolari che riceve dagli uomini, delizia, mista però a confusione, disappunto e inquietudine, avendo conservato memoria delle sensazioni precedenti da uomo.


Il conflitto interiore si estende di conseguenza anche ai diversi ruoli che uomini e donne sono costretti a “recitare”, all’accettazione delle convenzioni sociali. L’acume della Woolf tocca livelli di notevole capacità analitica e ci si chiede se quelle parole si adattino solo al Settecento, oppure se valgano in buona parte anche per il suo presente. In effetti, la scrittrice torna più volte sullo stretto legame estetico e culturale tra il Settecento e il Novecento. Sembra come se l’Ottocento, con il suo rigore vittoriano, non le sia molto congeniale.


Non c'è nulla di politico in senso stretto in questa fantasia della Woolf, ma molto di autobiografico. Sbaglierebbe chi vuole vederci la proiezione di un'utopia femminista in senso assoluto. Secondo Quentin Bell, suo nipote e biografo, come ci ricorda Harold Bloom, la scrittrice inglese non era marxista, né femminista.


Ciononostante, non è questo l’aspetto fondamentale del romanzo. Certo il cambio di sesso è un evento centrale che caratterizza indelebilmente tutta la storia. Come è indubitabile che la Woolf sia molto animata da spirito di emancipazione a favore del sesso femminile. Ma “Orlando” è soprattutto altro.


“Orlando” è un viaggio nella Storia lungo più di trecento anni. Dalla fine del cinquecento agli anni venti del XX secolo, con cui servirsi principalmente per motivi squisitamente estetici: lanciare a briglia sciolta la fantasia e la narrazione. È per questo anche un romanzo storico e d’avventura straordinariamente bello e un tributo appassionato alla lettura e alla letteratura. È un delirio poetico e visionario con un crescendo incredibile, fino alla fine. Un romanzo con pochissimi dialoghi, tanto è preso da un vortice narrativo e descrittivo.


Il libro è dedicato a Vita Sackville-West, amica e amante della scrittrice, ed è un po' come se fosse la sua biografia romanzata in chiave storico-satirico-fantastica. 

A metà strada tra il romanzo e la biografia,”Orlando”, quindi, è un libro sui generis. Deve aver fatto un’impressione incredibile quando fu pubblicato: considerato magari come letteratura sperimentale e d’avanguardia, un libro eccentrico e scandaloso, insomma.


Ma stranamente non ebbe problemi con la censura come accadde all’amica di Virginia, Radclyffe Hall, autrice de “Il pozzo della solitudine”.

Ciò fu dovuto anche alla prudenza della Woolf nel dissimulare alcune parti, al fatto che alcuni passaggi vennero eliminati, e al carattere fantastico dell’opera che la rende adattabile a diverse interpretazioni, al contrario de “Il pozzo della solitudine” dove i dettagli storici e il contesto generale non sono per nulla equivocabili. Molta materia fa parte del simbolico e quindi può essere facilmente mimetizzata.


L’aspetto biografico però non è parte solo di un gioco letterario. 

Il genere biografico in Inghilterra è tenuto tradizionalmente in grande considerazione. E quello della Woolf è come se fosse anche un tributo alle biografie, in particolare ai libri di Samuel Johnson e di altri autori dello stesso tipo.

La scrittrice non nasconde affatto la sua passione per questo genere, dato che fu autrice anche di saggi e articoli a carattere biografico.


“Orlando” è una biografia, ma è anche un’autobiografia, perché in fondo il/la protagonista è lei, Virginia, non è solo l’amica Vita. Tuttavia, è anche un romanzo sulla letteratura, sul piacere di raccontare e di leggere: contiene infatti diversi personaggi storici, soprattutto letterari. Potrebbe quindi essere definito una biografia della letteratura, in particolare di quella inglese.


È bene anche precisare che la spontaneità e la libertà del romanzo è tale perché non è ingabbiata nelle categorie che molto più in là si imposero anche come stereotipi: sesso biologico, identità di genere, orientamento sessuale e altro ancora, una fiera delle vacuità che conosciamo bene oggi. Era solo sesso e sessualità, libertà e invito alla liberazione sessuale senza bisogno di ulteriori definizioni. Il “sex” per la Woolf era un concetto molto estensibile, che comprendeva molteplici possibilità.


È pur vero, che “Orlando”, a prescindere dalle intenzioni della sua autrice, potrebbe aver influenzato le costruzioni ideologiche e culturali che sono venute alla ribalta negli ultimi decenni del XX secolo e nei primi del secolo successivo e che ancora oggi animano le polemiche intorno alla sessualità. Se la Woolf fosse d’accordo o meno con queste è materia solo di speculazione, è questione non verificabile. Che fosse addirittura favorevole all’istituzionalizzazione normativa delle categorie sessuali, mi pare assai improbabile, considerato lo spirito assolutamente libertario che la animava e che anima “Orlando”.


Ciò che importa veramente è che “Orlando” abbia valore letterario ed estetico per quello che è: un romanzo fantastico biografico nato in un contesto preciso, che punta molto sulla tecnica metanarrativa. 

Politicizzare strumentalmente la letteratura si rivela sempre un esercizio sterile e a volte anche dannoso.

Tra l’altro, è solo a partire dagli anni ottanta, che “Orlando” fu considerato un romanzo lesbico e dagli anni novanta “queer”, acquisendo un particolare valore per certe aree politico-culturali.


A mio parere, invece, restando a quello che il grande capolavoro di Virginia Woolf racconta, è una storia in cui la sessualità ha un ruolo fondamentale, ma che va anche ben oltre il sesso, è una favola storico romantica che ha come protagonista principale l’amore e l’esistenza vissuti dagli esseri umani a prescindere dal sesso. È un romanzo sulle contraddizioni che non devono essere per forza risolte nella loro definizione, ma vanno lasciate lì come sono. Ed è soprattutto un libro visionario sulle sensazioni, sulle suggestioni emotive legate all’intera esistenza e sulla molteplicità dell’io.


Il libro è diviso in sei capitoli ed è un vero godimento osservare come cambiando le epoche, anche il linguaggio, lo stile di scrittura della Woolf si adatta al tempo in cui si svolge la narrazione. Nel primo capitolo, siamo in epoca elisabettiana, nel secondo agli inizi del Seicento, il terzo è dedicato all’epoca della Restaurazione, il quarto al Settecento, il quinto al romanticismo e all'epoca vittoriana, il sesto alla fine dell’Ottocento e al presente della scrittrice. 


Una delle parti più  intense è contenuta nel primo capitolo: l'incontro con la principessa russa Saša Romanovič. Tra i due esplode una passione incontenibile, fatta di sospetti, gelosie, ma anche di estasi. La figura di Saša condizionerà tutto il romanzo, anche dopo la separazione da Orlando e anche dopo il suo cambio di sesso.


Il delirio visionario descrittivo di esplicita impronta shakespeariana della Woolf, con epilogo apocalittico al primo capitolo, tocca vette eccelse, tra incubo e sogno, con lo sfondo di una Londra ghiacciata come fosse preda di un incantesimo, nella quale si tiene anche la rappresentazione dell’“Otello”, a simboleggiare lo stato d’animo preda di inquietudine di Orlando con affianco una Saša / Desdemona.


Si percepisce come la scrittrice in queste pagine stia già preparando il lettore alla perdita dell’esatta dimensione del tempo, con la collina di Orlando al centro di questo universo in espansione o in contrazione del tutto soggettivo, che, però si ripercuote sugli avvenimenti narrati.

La stessa formula si proporrà alla fine del libro, anche se non più con impronta Shakespeariana, ma in pieno febbrile stile alla Woolf.


Attraverso i secoli, sarà presente una costante: Orlando scrive e riscrive, nell'arco del tempo di circa trecentocinquanta anni, lo stesso poema, “La Quercia”, titolo che è un riferimento diretto a John Locke e al suo “Saggio sull'intelletto umano” e che sarà posto come una sorta di sigillo alla fine del racconto, al «dodicesimo colpo della mezzanotte, giovedì undici ottobre millenovecentoventotto.»

martedì 28 maggio 2024

“Le relazioni pericolose” (1988) Regia di Stephen Frears

 


Cult Movie

“Le relazioni pericolose” (1988)

Regia di Stephen Frears 


Con: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman, Keanu Reeves.


«Quando feci l'ingresso in società avevo quindici anni; e io già sapevo che il ruolo a cui ero condannata, vale a dire stare zitta ed obbedire ciecamente, mi dava l'opportunità ideale di ascoltare e di osservare. Non quello che mi dicevano, che non era di nessun interesse, ma tutto quello che la gente cercava di nascondere; ed ho esercitato il "distacco". Imparai a sembrare allegra, mentre sotto la tavola mi piantavo una forchetta nel palmo della mano e finii per diventare una "virtuosa nell'inganno". Non era il piacere che cercavo, era la conoscenza; e consultavo i più rigidi moralisti, per la scienza dell'apparire, i filosofi, per sapere cosa pensare, e i romanzieri, per capire come cavarmela; e alla fine io ho distillato il tutto, in un principio meravigliosamente semplice: "vincere o morire".»


«Io credo che sia alquanto avvilente avere un marito come rivale: è un'umiliazione se fallisci e un luogo comune se hai successo.»


«Io vi volevo ancor prima di conoscervi, lo esigeva la mia presunzione. Poi, quando cominciaste ad inseguirmi io vi volevo da morire… la sola volta in cui mi son sentita dominata dal mio desiderio in un singolar tenzone.»


«È stato senza precedenti...Ella ha un genere di charme che io non credo d'aver mai trovato in tutta la mia vita.

Una volta che si è arresa si è comportata con perfetto candore:

Totale e reciproco delirio che per la prima volta ha travalicato il piacere stesso.

È stata sbalorditiva, a tal punto che ho finito per crollare sulle ginocchia e implorare il suo amore eterno...

E sapete che in quel momento, e per diverse ore successivamente, io ne ero convinto...

é straordinario...non è vero?»


«Quando una donna mira al cuore di un’altra raramente lo manca, e la ferita è invariabilmente fatale.»


«La vanità… e la felicità… sono incompatibili.»


Questo è il caso in cui gli Oscar assegnati sono assolutamente meritati, e, in verità, anche pochi rispetto all’effettivo valore dell’opera. 

A mio parere, oltre a sceneggiatura, scenografia e costumi, qualcuno in più non sarebbe stato affatto di troppo, lo avrebbero sicuramente meritato anche Stephen Frears e Glenn Close.

Tutto è, infatti, in perfetto equilibrio nel film: oltre ai tre riconoscimenti, anche la regia, la scelta del cast e la recitazione risultano essere pienamente riusciti. “Le relazioni pericolose” è un vero e proprio gioiello.


L’interpretazione di Glenn Close è semplicemente leggendaria. Da manuale.

Siamo di fronte a uno di quei casi in cui un testo per lo più ingiustamente poco conosciuto, viene promosso da un prodotto cinematografico di grande qualità. Il romanzo omonimo è quello in forma epistolare del 1782 di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, scrittore e militare francese, che offrì i suoi servigi, prima sotto la monarchia e poi, dopo la rivoluzione, sotto la repubblica. 


La sceneggiatura di Christopher Hampton è abbastanza fedele nel riprodurre il soggetto originale, ma forza un po’ la mano a de Laclos, ne capovolge quasi gli intenti, con accenti più moderni nella narrazione e nell’atmosfera, travolge gli argini, sottolineando le dinamiche di potere, più che la “perversione” che diventa solo un pretesto. È la prospettiva che muta, in quanto Hampton lo trasforma in romanzo storico, mentre per de Laclos non poteva esserlo, in quanto era una critica ai costumi dei suoi tempi. 


La resa del contesto storico è più rispettosa nell’ambientazione, nei costumi, nella scenografia e nei dialoghi, straordinariamente credibili, che nella caratterizzazione dei personaggi e nell’interpretazione di tutta la storia. Ma è meglio che sia così, questo è ciò che rende unico il film. L’azione della regia di Stephen Frears, in una delle sue migliori prove in assoluto, è magistrale nel modellare la storia.

Il film, soavemente “immorale”, è impostato soprattutto su canoni puramente estetici. La trama si dipana senza ricorrere a facili moralismi e manierismi, lontana anni luce dall’odierno politically correct. 


La recitazione dei quattro principali protagonisti arriva fino alla perfezione: lo sguardo ferino da sadico predatore di Malkovich, la gelida, ma bramosa, determinazione da dominatrice di Glenn Close, l’infelice espressione da animo dolente resa dalla Pfeiffer, completamente travolta dalla passione, la gioia che infiamma di vergogna e poi di piacere il volto di una giovanissima Uma Thurman, restano impressi in maniera indelebile.


Al centro della storia, c’è la fitta rete di crudeltà, vendetta  e inganno intessuta dai due libertini: la Marchesa Isabelle de Merteuil (Glenn Close) e il Visconte Sébastien di Valmont (John Malkovich), ai “danni” di Madame Marie de Tourvel (Michelle Pfeiffer) e di Cécile de Volanges (Uma Thurman). È un intrigo erotico in cui si intrecciano in maniera avvolgente le dinamiche di potere e di seduzione. Una guerra dei sessi senza esclusione di colpi


Siamo nel Settecento, alle porte della Rivoluzione francese. La “filosofia nel boudoir”, già prima della pubblicazione del libro del famoso marchese, è l’ultima moda dell'alta società europea. È il secolo di una nobiltà decadente dedita alla trasgressione più o meno clandestina dei costumi sessuali e sentimentali. È il secolo del Marchese de Sade, appunto, di Casanova e di Cagliostro. L’aristocrazia è in piena irreversibile decadenza, soprattutto in Francia.


L’amore e il sesso vengono branditi quasi come fossero armi di una forza distruttiva maligna, ma incredibilmente irresistibile e vitale. È un gioco al massacro tra carnefice e vittima, ma anche tra carnefice e carnefice. Carezze, baci, gesti appena accennati, passione e amplessi, anche e soprattutto nella loro dolcezza, si trasformano in mezzi violenti di manipolazione e di sopraffazione, mantenendo però intatte le fragilità a cui ognuno è soggetto, anche degli stessi due manipolatori. 


Il potere, oltre ad essere distruttivo, è sempre alla lunga anche autodistruttivo. Niente è capace di fermarlo, l'odio e il disprezzo sono soverchianti e neanche l’amore riesce ad annullarli. Può lasciarli solamente alle loro miserie. Il trucco, quando viene svelato, non si può far altro che lavarlo via come uno strato di cerone grottesco.

Il finale è sublime, ma allo stesso tempo agghiacciante.


Una parola di elogio non può mancare, infine, per lo splendido commento musicale, sempre in tema e mai fuori contesto, al contrario di quel che accade sovente in questi attuali anni di declino. 

La colonna sonora di George Fenton che, in questo caso, si ispira ai maestri di musica barocca e a quella da camera del classicismo, non poteva che essere la scelta migliore.

lunedì 27 maggio 2024

David Ambrose “Superstizione” (1997)


David Ambrose

“Superstizione” (1997)


«C'è della superstizione anche nel rifuggire la superstizione»

Francis Bacon.


«Come scienziato, Sam si era impegnato a fornire una risposta razionale a ogni cosa. Era convinto che la ragione e la logica fossero gli unici strumenti che l'uomo aveva a disposizione per tentare di penetrare il mistero della propria esistenza; ma quanto avanti ci si potesse spingere in questa ricerca era una domanda a cui Sam riusciva a rispondere con sempre minore certezza. Negli ultimi mesi aveva visto aprirsi un abisso sempre più vasto fra le cose che accadevano e qualunque sua capacità di darvi un senso. E in quell'abisso avevano cominciato a insinuarsi le ombre della superstizione, diffondendosi in ogni angolo della sua mente come la nebbia su Manhattan al crepuscolo, che penetra ogni crepa e fessura della città. La superstizione, come ormai sapeva per dolorosa esperienza personale, era l'unica cosa contro cui non ci si poteva difendere con la ragione.»


«Questa cosa straordinaria era semplicemente il fatto che mi trovavo lì… vivo, cosciente, parte di quel corpo che potevo vedere, se solo abbassavo lo sguardo, con i piedi che si posavano uno dopo l'altro sulla strada. E in un modo che non avevo mai compreso prima ero anche parte del paesaggio attorno a me… che all'improvviso era diventato strano e nuovo, ma al tempo stesso non era cambiato per nulla. Era una sensazione spaventosa ed eccitante in parti quasi uguali. Non posso avere trascorso in quello stato più di un paio di minuti, ma avevo perso la cognizione del tempo. In un certo senso, da allora il tempo non ha più contato, per me.»


«Che cosa significa, in un universo differente? Sto parlando di mondi paralleli? E se sì, che cosa significa 'mondi paralleli'? È solo un'idea, uno dei molti modi in cui cerchiamo di descrivere la stranezza della natura quando la esaminiamo da vicino. Sappiamo che in realtà c'è un solo mondo: quello in cui viviamo. Sappiamo anche che concetti come lo spazio e il tempo sono solo costrutti della nostra coscienza, non cose che esistono 'là fuori', indipendentemente da noi.»


Il merito maggiore di questo romanzo, al di là della fantasiosa trama, è di esaltare il dubbio, di porre delle domande, di farlo con una certa dose di ironia, senza lasciarsi andare ad asserzioni categoriche. Lo fa in maniera intelligente, seguendo una costruzione logica, anche se in parte allucinata. La sospensione della realtà si mantiene entro dei precisi limiti narrativi. Una boccata d’aria in un periodo come il nostro, che cerca di imporre una visione della scienza come religione totalitaria, ancora di più di quello che accadeva quando fu scritto.


Non siamo più nell'età dei lumi. Sul finire del secolo scorso fisica e matematica, le più razionali tra le scienze, sono arrivate a mettere in discussione alcuni dei fondamenti ultimi della conoscenza razionale, nutrendosi di dubbio.

Nulla è più così certo e razionale come si era portati a credere molti decenni fa. Niente è impossibile, alcune delle cose che si reputavano tali sono forse solo altamente improbabili, molte anzi non sono più neanche questo, niente a che vedere con le “verità” spacciate dai sacerdoti della scienza.


Non ha alcun senso il conflitto insanabile tra scienza e superstizione, tra pensiero razionale e credenze irrazionali. Tutto quello che rigidamente non contempla l'idea che ogni cosa possa solo essere possibile e non assolutamente certa, ogni teoria che non rientra nel principio di falsificabilità di Popper, è destinata a ricadere nel raggio della superstizione. Ma non solo, della superstizione non si può fare a meno, non ne fa a meno neanche la mente più libera e meno dogmatica. Siamo condannati alla superstizione e stavolta non ci salva neanche la consapevolezza di esserlo.


Da queste idee di fondo e dallo spunto di un esperimento realmente accaduto a Toronto nel 1973, durante il quale otto persone, tra cui alcuni scienziati, provarono a creare un fantasma, nasce questo intelligentissimo romanzo di Ambrose, scrittore inglese.

Romanzo difficilmente catalogabile, parte come un semplice thriller e del thriller conserva la struttura di base, ma poi altri elementi si intersecano nello svolgimento della trama: il mystery, la fantascienza, il gotico e l'horror. 


Ma ben oltre l'espressione da romanzo di genere si trova il vero valore di questa storia. Ambrose mette su un'opera altamente complessa, filosofica e teologica, sviluppando con originalità temi cari alla letteratura dickiana. Infatti può solo erroneamente trarre in inganno il facile accostamento al grande scrittore americano, dato che di universi paralleli e di percezione della realtà si parla. 


Pur conservando lo stesso tipo di concetto di fondo, rispetto al valore universale del dubbio, Ambrose procede su un piano tutto suo, elaborando una storia ricchissima di sense of wonder e di un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena, che tengono col fiato sospeso dall'inizio alla fine.


Un romanzo godibilissimo e divertentissimo, ma che è anche assolutamente inquietante, visto che pone interrogativi ai quali nessuno sembrerebbe in grado di rispondere (almeno allora), rendendo per una volta una dignitosa idea della parapsicologia, lontana dallo scetticismo iper razionalista e dal folklorismo di santoni e mistificatori. 


Un romanzo dalla lettura a più livelli. Il primo, il più importante, che attraversa tutto il romanzo, è relativo alla realtà come percezione soggettiva e non più oggettivabile, tanto da portare, per esempio, al paradosso che il passato è solo un'idea del presente, di quanto la coscienza individuale e poi collettiva riesca a costruire e a rendere di esso. 

È una concezione non così assurda e che non si muove solo nell'ambito di concetti apparentemente metafisici, ma anche di quelli, per esempio, legati anche alla memoria storica. 


Altro livello, appena secondario, e conseguente a quello della visione oggettiva della realtà, è il rapporto che l'uomo, ogni singolo individuo, potenzialmente ha con la percezione di sé come dio, creatore del mondo circostante, e quanto questa idea, seppur entro certi confini può definirsi naturale, corre costantemente il rischio di degenerare fino alla follia e all'autodistruzione. L’ossessiva e patologica affermazione di verità assolute, condita da delirio di onnipotenza, può condurre non solo alla morte del dubbio, ma anche a quella dell'umano.


In ultimo, la metafora, la grande metafora della creazione del fantasma che diventa reale, rappresentazione di quello che la storia della letteratura nel corso del tempo ha saputo produrre: personaggi fantastici, che sono divenuti talmente vivi da essere reali e che in qualche modo hanno influenzato il corso della realtà stessa, se non addirittura lo hanno mutato.


Lo scrittore inglese si tiene con astuzia ed intelligenza lontano da qualsiasi interpretazione definitiva della realtà e della logica e da qualsiasi facile conclusione di carattere morale. Il suo è un lavoro da entomologo, che si diverte con perizia a scandagliare le possibili alternative date dall'esistenza e le possibili soluzioni per poterla interpretare.

venerdì 24 maggio 2024

“Il grande freddo” (1983) regia di Lawrence Kasdan


 
Cult Movie


“Il grande freddo” (1983)



regia di Lawrence Kasdan

con: Glenn Close, Kevin Kline, William Hurt, Tom Berenger, Jeff Goldblum, Meg Tilly, JoBeth Williams, Mary Kay Place.


«Chi avrebbe detto che avremmo fatto i soldi, noi contestatori?»


Dopo l’ennesimo disco anni sessanta:

“Harold, non hai nessun'altra musica, che so...di questo secolo?"

"Non esiste altra musica...non in casa mia"

"C'è stato un mare di musica fantastica negli ultimi anni..."

"Sì? Quale?”


Michael: Dove lavoro io abbiamo una sola norma editoriale: non scrivere niente di più lungo che un uomo medio non legga durante una cacata media. Sono stufo che il mio lavoro venga letto nei cessi.

Harold: La gente leggeva Dostoevskij nel cesso.

Michael: Non in una cacata sola però!


Sam: Se ci fossimo sposati, andremmo a fare la spesa così.

Karen: No: se ci fossimo sposati mi ci avresti mandato da sola.


«Voi che credete? Che stando in contatto con lui lo avreste salvato? Fate quell'effetto lì sulla gente, nella vostra vita? Li rendete tutti allegri? Ma ragionate: siamo tutti soli, là fuori, e domani ci ritroveremo là fuori di nuovo. Trovo che ha fatto bene Alex a non fare della sua vitaccia un nitido fasullo condensato alla Reader's Digest per nostro svago: sono così stufo di gente che svende la sua psiche per un po' di attenzioni!»


Se c’è un film manifesto sui cosiddetti e “maledetti” boomers, è proprio questo. Una commedia dai toni leggeri, ma intelligente, e assai puntuale nella caratterizzazione. 

Sono tanti i film made in USA che rappresentano un’intera generazione, le sue speranze e le sue illusioni, ma questo è quello più ingenuo, romantico e toccante, lo è senza strafare, è semplice, quasi naif, con una colonna sonora pazzesca e all’insegna della nostalgia. 


Lo è molto più, per esempio, di “Easy Rider”, di “Fragole e sangue” o di “Hair”, perché è un film meno “ribelle”, più riservato al microcosmo esistenziale, più intimista, ma anche più ironico e più vicino alla realtà di quelli che, verso la fine del “trentennio glorioso”, avrebbero voluto cambiare il mondo.


“Il grande freddo” non è il film della fine definitiva delle illusioni, perché il rimpianto e la nostalgia agiscono da collante in maniera ancora intensa sui personaggi. Anche i brevi cenni di cinismo e i contrasti non riescono a intaccare la solida corrente affettiva che scorre all’interno di questa piccola comunità di amici. 


Ci si avvia verso un tenue e dolce tramonto, nel quale, tuttavia, la forza dell’amore tiene avvinti i protagonisti. Lo fa con una tenerezza e una levità assolute, senza i clamori, la pretenziosità e l'autocelebrazione di altre pellicole, in un’età di passaggio, inizi anni ottanta, in cui parte dell'innocenza è ancora intatta.


Lawrence Kasdan può contare su un cast giovanile d’eccezione, all’interno del quale nessuno cerca di rubare la scena agli altri, la stessa armonia che lega i personaggi, tiene avvinti anche gli attori, che si esibiscono in una sobria ed essenziale recitazione, ma ad alti livelli qualitativi. Ogni attore collabora e interagisce in maniera estremamente naturale. Alcuni di loro diventeranno famosi dopo questo film.


Una curiosità: Kevin Costner, invece, non fu particolarmente fortunato, interpretò la parte di Alex, l’amico suicida, col funerale del quale si apre la storia, e il cui ricordo è il motivo stesso della reunion celebrata nel film; ma le scene girate che dovevano fare parte dei flashback, furono poi tagliate in sede di montaggio. 


Peccato per Costner, ma probabilmente fu la scelta migliore, preferendo un unico piano temporale. I flashback potevano rischiare di frammentare e di compromettere la scorrevolezza della storia.

Ma anche perché in definitiva Kasdan rifiuta di trasmettere un messaggio che resta ingabbiato nella nostalgia del passato. È un film sul presente che ha la pretesa di mantenere viva una speranza sul futuro, una speranza più concreta e meno utopica.


Emozione e commozione procedono di pari passo insieme alle canzoni della colonna sonora, di cui col tempo sono state pubblicate diverse versioni, contenenti molti out-takes. Spiccano in particolar modo: “I Heard It Through the Grapevine” di Marvin Gaye, “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum, “You Can't Always Get What You Want” dei Rolling Stones, “Gimme Some Lovin’” dello Spencer Davis Group, Aretha Franklin con “(You Make Me Feel Like A) Natural Woman” e Wilson Pickett con “In The Midnight Hour”; ma solo quando arriva “The Weight” della Band, arriva anche il colpo al cuore definitivo.

lunedì 20 maggio 2024

“Oppenheimer” (2023) regia di Christopher Nolan

 


Cinema


“Oppenheimer” (2023)


regia di Christopher Nolan

con Cillian Murphy, Emily Blunt, Matt Damon, Robert Downey Jr., Florence Pugh, Josh Hartnett.


«Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l’atomica, Werner Heisenberg era senz’altro il più importante. I fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che stesse facendola: e uno di loro, al seguito delle avanguardie americane delegato alla caccia dei fisici tedeschi, nell’idea che dove era Heisenberg doveva anche esserci l’officina dell’atomica, lo cercò poi febbrilmente in tutta quella parte della Germania che gli alleati andavano occupando. Ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica (lasciamo stare se poteva o no arrivare a farla: progettarla sicuramente poteva), ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla. Non infondata apprensione, purtroppo. E cercò, anche se maldestramente, di far sapere a quegli altri che lui e i fisici rimasti in Germania non avevano l’intenzione, né sarebbero stati in grado, di farla; e diciamo maldestramente perché‚ credette di poter servirsi come tramite del fisico danese Bohr, che era stato suo maestro. Ma Bohr già nel 1933 era in fama di rimbambimento…

…Comunque, in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe e nobilmente aver spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni - più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti) ne ebbero smarrimento e rimorso.»

Leonardo Sciascia, da “La scomparsa di Majorana”


«Non è l'ebreo come razza a costituire di per sé una minaccia, ma piuttosto lo spirito che diffonde. E se il portatore di questo spirito non è un ebreo ma un tedesco, lo si deve combattere con impegno ancora maggiore rispetto all’ebreo razziale…».

Johannes Stark, fisico sostenitore del regime hitleriano, sul concetto di  “ebreo bianco” riferito anche a Werner Heisenberg.


Tutti dovrebbero aver compreso ormai da tempo che un Oscar, così come altri famosi riconoscimenti cinematografici, letterari o artistici, non seguono canoni estetico-contenutistici “obiettivi”, atti a individuare e qualificare il merito, anzi, capita sovente che questi si allontanino molto dalla presunta "obiettività". Le assegnazioni di tali premi spesso rispondono ad altri criteri, anche se non in maniera così schematica come spesso si crede. Lo stesso discorso vale ancora di più per i nostrani David di Donatello e Premio Strega.


Ero in dubbio se pubblicare o meno una recensione dell’ultimo film di Christopher Nolan. Di solito le recensioni le dedico a prodotti che riscuotono il mio pieno apprezzamento, è una scelta, chiamiamola così, “editoriale”. Trovo che sia tempo buttato sprecare parole per ciò che non mi piace o mi piace poco. Scelta del tutto contestabile, per carità, anche le stroncature, in verità, possono essere di qualche utilità, a volte.

Proprio per questo, come ho fatto per il "filmaccio" della Cortellesi, faccio ancora un’eccezione anche per “Oppenheimer”, ed è probabile che in futuro la farò ancora, ma, nel caso della pellicola di Nolan, per motivi diversi da “C’è ancora domani”. 


Infatti, questa non è propriamente una stroncatura. Il film sul fisico americano non mi è affatto dispiaciuto, anche se mi ha lasciato la sensazione di qualcosa di incompiuto, un discorso lasciato a metà, per percorrere una strada più rassicurante, come se all’ottimo regista fosse mancato il coraggio, prediligendo invece un assai discutibile taglio politically correct, consolatorio e assolutorio. Non è certo sufficiente l’ennesima denuncia del maccartismo, anche perché appare più un fatto personale che politico, con la questione dell’antisemitismo che resta troppo sullo sfondo.


Il film ha però un andamento interessante, ma discontinuo e altalenante, a volte un po’ confuso, seppure in fondo coerente. La recitazione, al netto della scelta di un caricaturale Einstein, però, è veramente eccellente, l’unica cosa quasi pienamente riuscita del film. Soprattutto quella assai sorprendente di un camaleontico Matt Damon.

Le suggestioni visive, i dialoghi, la contestualizzazione, possono, pure questi, essere messi in conto a favore del film.

Se questo non fosse un film di un grande regista come Nolan, autore di capolavori come la Trilogia del Cavaliere Oscuro o "Interstellar", il giudizio sarebbe senz’altro, per quanto mi riguarda, meno severo.


È stata sprecata un’occasione (ma probabilmente a Nolan non interessava), non per fare un film antiamericano. Di critica agli USA trovo che ci sia già la quantità giusta. Ma per impostare un discorso più complessivo sulla scienza come ancella del potere economico e politico; una critica pungente alla scienza sottomessa alle ragioni del grande capitale o dello Stato, o di tutti e due insieme, così come è accaduto con lo stato d’eccezione pandemico. Per buona pace dello statalismo degli anticapitalisti e dei sovranisti de noantri.


E, quindi, trovo, a dir poco, assai deludente la mancata ed errata messa a fuoco di un personaggio chiave di quel contesto, di quell’Heisenberg che come diceva anche Leonardo Sciascia, così come riportato nella prima citazione in testa alla recensione, fece un tentativo coraggioso, anche se maldestro, di far sapere ai colleghi di oltreoceano che c’era qualcuno impegnato a boicottare il regime nazista, e non solo: impegnato anche a far in modo che la bomba non venisse realizzata. Ma Niels Bohm equivocò, così come equivocarono i suoi colleghi d’oltreoceano, o vollero equivocare, o meglio ignorare, presi dal loro ruolo prometeico. Resta il fatto che Heisenberg pur potendo fare la bomba, non la fece.


Anche se è ben più che attendibile, si vuole continuare a dire che è solo una tesi? E va bene, anche se fosse, il fatto che a questa ipotesi non venga dato ancora oggi abbastanza credito, che il dubbio non trovi posto in un’opera che si presenta con una apparente intenzione critica, vuol dire che una certa narrazione storica, riproposta come assolutamente certa e sulla quale è modellata l’impostazione del film, e determinati interessi condivisi globalmente non devono essere turbati. 


Dimostra così che il film è stato concepito solo con l’intento di avallare, anche se con accenti critici, il Progetto Manhattan, perché in fondo la scienza è sempre buona e giusta. Oltre a mistificare sulla necessità di distruggere il male assoluto nazista, già tra l’altro sconfitto, viene di nuovo affermata come giustificabile la rigenerazione del male sotto altra forma: l’escalation della corsa agli armamenti, di cui nessuno può essere assolto a est come a ovest.


[Qui un interessante articolo di approfondimento, che contiene anche un consiglio di lettura]

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