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mercoledì 7 ottobre 2026

𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗢𝗚𝗥𝗢𝗠 𝗗𝗘𝗟 𝟳 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟯


Il termine pogrom viene dal russo e indica la devastazione, il saccheggio, la distruzione condotta dalla folla contro una comunità ebraica, con la tolleranza, quando non la regia, dei poteri costituiti. All’alba del 7 ottobre, durante la festività ebraica di Simchat Torah, Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono migliaia di razzi dalla Striscia di Gaza e penetrarono nel territorio israeliano via terra, mare e aria, ai quali si aggiunsero successivamente anche civili provenienti da Gaza. L’attacco investì basi militari, ma anche città, kibbutz, moshav e raduni civili. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha ricostruito un’operazione coordinata condotta in maniera organizzata.

Che il 7 ottobre 2023 sia stato definito un pogrom da chi lo ha vissuto e da molti storici non è dunque una forzatura retorica, ma il riconoscimento di una forma: uomini armati irrompono nelle case di Be’eri e di Kfar Aza, nei kibbutz del confine, tra i ragazzi del festival Nova, e uccidono, torturano, rapiscono, stuprano. Circa milleduecento morti in un giorno, in maggior parte civili, e oltre duecentocinquanta ostaggi trascinati a Gaza: la più grave strage di ebrei in un solo giorno dopo la Shoah.

In questo senso il 7 ottobre presenta una somiglianza impressionante con il modello storico del pogrom: l’irruzione nelle comunità, la caccia ai civili, famiglie sterminate nelle loro abitazioni, persone bruciate o trascinate via, cadaveri oltraggiati, ostaggi di ogni età. Per una parte consistente della società israeliana la parola non fu quindi semplicemente una metafora politica: esprimeva la sensazione che fosse improvvisamente riapparsa, dentro lo Stato nato anche per proteggere gli ebrei dalla condizione di minoranza indifesa, una forma di violenza appartenente alla memoria della diaspora. Il termine conserva, quindi, una forza interpretativa notevole se viene riferito alla forma assunta dalla violenza contro la popolazione civile, non alla natura complessiva del conflitto. Il 7 ottobre fu contemporaneamente un’operazione militare contro installazioni israeliane e un massacro deliberato di civili. La prima dimensione appartiene alla guerra; la seconda richiama inevitabilmente la storia dei pogrom.

A differenza dei pogrom del passato, che dovettero essere in buona parte ricostruiti dalle testimonianze dei sopravvissuti, il 7 ottobre fu documentato dai suoi stessi esecutori. Molti dei terroristi portavano telecamere sul petto o sul capo, e le riprese recuperate dai loro corpi mostrano la preparazione all’alba, la coordinazione dei gruppi, l’irruzione nelle case e l’intenzione di registrare tutto. A queste immagini si affiancano quelle delle telecamere di sorveglianza, delle dashcam, dei telefoni di chi cercava di fuggire o di nascondersi, che Human Rights Watch ha sottoposto a verifica indipendente, stabilendo luoghi e orari e riconoscendovi uccisioni deliberate di civili. 

La specificità dell’evento sta nella sua intenzione dichiarata. Il pogrom classico poteva indossare la maschera del disordine popolare; qui la violenza fu pianificata, addestrata, filmata con orgoglio dagli stessi esecutori e rivendicata al telefono con i genitori, mentre l’eccidio era in corso. Lo statuto del 1988 di Hamas, che attinge ai "Protocolli dei Savi di Sion" e inscrive la lotta politica in una cornice escatologica contro «gli ebrei», rende superflua ogni ricerca di moventi nascosti. Chi volesse leggervi soltanto l’esplosione di una disperazione nazionale dovrebbe spiegare perché la disperazione abbia scelto proprio quei bersagli e quei gesti, i bambini nelle stanze di sicurezza, le donne, i vecchi, e perché abbia avvertito il bisogno di documentarli.

Eppure la documentazione non ha prodotto l'indignazione che ci si sarebbe potuti attendere. Già nelle settimane successive circolarono con insistenza versioni che attribuivano la strage, in tutto o in parte, a Israele, o ne contestavano le dimensioni. Si possono riconoscere in questo i meccanismi ben noti del negazionismo. Spesso l’immagine dell’orrore non costringe a nessuna indignazione, perché chi la guarda la interpreta secondo il proprio bias cognitivo; il 7 ottobre ne ha offerto una conferma tanto più amara in quanto le immagini, qui, furono prodotte dai colpevoli. Ciò purtroppo si può osservare anche dalla reazione di una parte dell’opinione pubblica, di certi ambienti accademici e militanti occidentali.

L’antisionismo, nella sua forma di antisemitismo "rispettabile", ha dimostrato che l’ostilità verso Israele ha potuto fornire all’antico odio un lessico nuovo e un alibi morale, quello dell’anticolonialismo. Nelle ore e nei giorni che seguirono il massacro, quando i cadaveri non erano ancora stati contati, si moltiplicarono assemblee e cortei che parlavano di resistenza, e dichiarazioni che premettevano il «contesto» alla condanna, quasi che l’orrore avesse bisogno di una genealogia. Quel contesto esiste, e discuterne è legittimo: l’occupazione, l’assedio di Gaza, la politica degli insediamenti. Ma la storia è una cosa, l’assoluzione preventiva un’altra, e la differenza tra spiegare e scusare è esattamente quella che Primo Levi, nei “Sommersi e i salvati", chiedeva di non smarrire.

Né la gravità del 7 ottobre rende neutra la guerra che ne è seguita. Le decine di migliaia di morti palestinesi, la devastazione di Gaza, la catastrofe umanitaria sono fatti altrettanto reali, e pongono interrogativi di diritto e di coscienza che nessuna rivendicazione di legittima difesa può giustificare per decreto; la discussione sulla proporzionalità, sulla strategia, sul destino politico dei due popoli appartiene al dibattito di una società libera, in Israele prima ancora che altrove. I due piani non si annullano a vicenda. Riconoscere il carattere antisemita del massacro non obbliga a tacere sulla guerra, e criticare la guerra non autorizza a ridimensionare il massacro. Sarebbe invece necessario rifiutare il double standard che produce le peggiori semplificazioni e fornisce un supporto ai crimini contro l'umanità.

Il 7 ottobre ha restituito a una parte dell’Occidente, che si illudeva di aver chiuso i conti con l’odio antiebraico nel 1945 e nel “Nostra aetate" del 1965, la consapevolezza che la vicenda non era conclusa. Jules Isaac aveva lavorato tutta la vita per sradicare l’«insegnamento del disprezzo», e il suo lavoro fu in larga parte raccolto dalla Chiesa; ma il disprezzo, quando prova a perdere la sua veste teologica, non è detto che muoia, si può trasferire, assumere le forme dell’ideologia politica, e si riconosce per i suoi stereotipi ricorrenti: la colpa collettiva, la responsabilità ereditaria, il controllo del mondo, la separazione dell’ebreo dall’umanità.

Giunti al terzo anniversario ci sono ostaggi che non sono tornati a casa, famiglie private della sepoltura dei propri cari, una società israeliana lacerata, e un mondo che ha mostrato di sapere ancora, con inquietante certezza, a chi concedere la propria compassione e a chi negarla. Il compito dello storico e dello scrittore è forse questo: registrare l’evento per ciò che fu, senza ritrarsi davanti al suo orrore, rifiutare che le immagini siano lasciate a se stesse, e insieme, dall'altra parte, impedire che la sua narrazione diventi un’arma contro chi soffre.


Alcune fonti online

Domande e risposte: L'attacco a Israele del 7 ottobre 2023 da parte dei gruppi armati guidati da Hamas:

https://www.hrw.org/news/2024/07/17/questions-and-answers-hamas-led-armed-groups-october-7-2023-assault-israel

Rapporto di Human Rights Watch sui crimini del 7 ottobre: https://www.hrw.org/news/2024/07/17/october-7-crimes-against-humanity-war-crimes-hamas-led-groups 

rapporto dettagliato della Commissione d’inchiesta ONU:

https://www.un.org/unispal/document/coi-attacks-7october2023-report-10jun24/

rapporto ONU su ostaggi e detenuti:

https://www.un.org/unispal/document/report-of-the-independent-international-commission-of-inquiry-on-the-occupied-palestinian-territory-including-east-jerusalem-and-israel-11sep24/

 Corte penale internazionale: mandato contro Mohammed Deif:

https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-issues-warrant-arrest-mohammed-diab-ibrahim?utm_source=chatgpt.com

CNN, Slain Hamas militants’ body camera videos show the preparation and tactics behind their terror attack on Israel, inchiesta interattiva:

cnn.com/interactive/2023/middleeast/hamas-attack-body-cam-videos-invs-dg/

La redazione ha esaminato decine di video provenienti da telecamere di tipo GoPro recuperate dai corpi dei terroristi; Bellingcat ha datato una delle riprese, intorno alle 7.30 del mattino, dalla posizione del sole.

Human Rights Watch, Israel/Palestine: Videos of Hamas-Led Attacks Verified, 18 ottobre 2023: hrw.org/news/2023/10/18/israel/palestine-videos-hamas-led-attacks-verified

 Il Digital Investigations Lab dell’organizzazione ha verificato quattro video, tratti da dashcam e telecamere di sorveglianza, incrociando immagini satellitari, dati open source e ombre per stabilire luogo e ora delle riprese.

Sulla compilazione mostrata ai giornalisti: CBC News, resoconto della proiezione di Ottawa: cbc.ca/news/politics/israel-hamas-gaza-palestinian-1.7016989

che descrive 43 minuti di materiale, tra riprese di Hamas e immagini di sicurezza israeliane, con la morte o i resti di 138 persone; 

The Times of Israel, resoconto della proiezione per la stampa estera timesofisrael.com/idf-shows-foreign-press-raw-hamas-bodycam-videos-of-murder-torture-decapitation/

The Times of Israel, New GoPro footage shows Hamas terrorists infiltrating Israel unopposed on Oct. 7 timesofisrael.com/new-gopro-footage-shows-hamas-terrorists-infiltrating-israel-unopposed-on-oct-7/

trenta minuti di riprese delle forze Nukhba, che mostrano il superamento dei quattro livelli di barriera in circa sette minuti e mezzo.

Rapporto della Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, 4 marzo 2024. Sintesi in NPR npr.org/2024/03/04/1235824305/israel-sexual-assault-rape-hamas-attack-un-report

e nel comunicato ONU: la missione, che per mandato non aveva natura investigativa, ha esaminato oltre 5.000 fotografie e circa 50 ore di video, trovando «motivi ragionevoli» per ritenere che violenza sessuale, compresi stupri e stupri di gruppo in almeno tre luoghi, sia stata commessa; non fu possibile incontrare alcuna sopravvissuta, e il rapporto stesso segnala le difficoltà di raccolta delle prove.

Ancora più interessante metodologicamente è:

https://www.hrw.org/news/2023/10/11/real-or-fake-verifying-video-evidence-israel-and-palestine?utm_source=chatgpt.com

Qui HRW spiega come ha distinto i filmati autentici dalla disinformazione. Gli investigatori hanno raccolto e conservato centinaia di contenuti, geolocalizzato le immagini confrontando strade, edifici e caratteristiche del terreno con fotografie satellitari e verificato cronologia e provenienza. HRW sottolinea esplicitamente che accanto a immagini autentiche circolavano anche video manipolati, immagini provenienti da altri conflitti e perfino sequenze di videogiochi.

𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗢𝗚𝗥𝗢𝗠 𝗗𝗘𝗟 𝟳 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟯

Il termine pogrom viene dal russo e indica la devastazione, il saccheggio, la distruzione condotta dalla folla contro una comunità ebraica, ...