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giovedì 7 maggio 2026

AUTOCRITICA E RADICALISMO


Parte II. I PARADOSSI “CULTURALI” DELLA SINISTRA. AUTOCRITICA E RADICALISMO

La revisione critica del proprio passato politico ha un costo, ed è un costo molto alto in termini esistenziali. Almeno per me è stato ed è così. La storia di più di mezzo secolo non mi è scivolata sul corpo e sull’anima come niente fosse. Ha prodotto ferite che a stento si sono rimarginate, lasciando cicatrici indelebili nel fisico e nella coscienza. Vorrei tanto credere che si sia anche compiuto un atto di purificazione durante questo percorso. Ma è così solo in parte. Il dolore prodotto durante le fratture che hanno delimitato le varie fasi è in buona parte inestinguibile e ho il sospetto di averlo anche somatizzato.

Tuttavia, quello che è accaduto deve pure avere un senso. Una singola intera esistenza è solo un piccolo particolare insignificante tra miliardi di altre esistenze. Ma, seppur microscopico, quel che è accaduto è accaduto a me, proprio a me, solo a me in questo unico modo. Il mio è uno dei tanti infinitesimali, ma irripetibili universi e il desiderio di renderne testimonianza è grande, banalità comprese. Qualcosa che mi porto dentro e mi ha trasformato nel corso dei decenni. Non credo di essere solo io a dover portare sulle spalle questa pena. Tutto questo andrà davvero per sempre disperso o ci sarà qualcos'altro? Siamo in fondo tutti delle penisole collegate le une alle altre, nel bene e nel male.

Gli interrogativi che mi sono posto in questo lungo lasso di tempo sono molteplici, tanti, forse troppi. Oggi, avrei potuto essere diverso, o forse non sarei più qui, se avessi imboccato altre porte. A volte più che scegliere, mi sono lasciato condurre dalla corrente e dai sentimenti, sicuro che prima o poi avrei ripreso del tutto il controllo. Qualche volta, però, il controllo l’ho perso per troppo tempo, svegliandomi poi all’improvviso come da un sogno chiedendomi che cosa stessi facendo.

Alla fine, però, posso dire che ho vissuto stagioni straordinarie e che tutto ciò è servito. Mi ha costretto a fare i conti con la realtà, seppure li ho fatti quasi del tutto in solitudine. Oggi, posso guardarmi indietro ed essere soddisfatto dell’esperienza accumulata. Guardare indietro con tenerezza fino a quel ragazzino che a quindici anni, nel 1973, assistette in TV alla morte, in nome di un ideale, di un presidente cileno, così lontano, e nello stesso tempo così vicino. Quel ragazzino decise che la politica era qualcosa di affascinante e che avrebbe fatto parte della sua vita. Così è stato, anche se il fascino col tempo era destinato ad affievolirsi.

Tuttavia, è necessario, al punto in cui sono arrivato, che mi assuma per intero le responsabilità del mio caso, non è certo solo questione di casualità. Sciocchezze ne ho fatte, ma probabilmente, in diversi casi, è stato meglio così. Non avrei avuto l’opportunità dopo, nel corso del tempo, di riflettere e di capire. D’altronde, se ho deciso di intraprendere questa critica alla sinistra, è anche perché contemporaneamente sto criticando me stesso. Un’autocritica dovuta, spontanea, sentita, che non può non essere severa. E questo tipo di autocritica non può certo evitare anche di analizzare la perdita delle relazioni umane, non solo quando ero nelle fila della sinistra, ma anche negli ultimi anni. Il doloroso senso di colpa di aver lasciato andare persone e affetti, di non aver fatto nulla, anche quando forse potevo farlo.

Ma andiamo con ordine. Prendiamo come esempio il concetto di radicalismo. Una connessione c’è con quanto ho detto sinora in queste righe. Di solito esso è associato non proprio a torto a quello di estremismo. È di fatto però una semplificazione. A mio parere esistono due modi di essere radicale: uno è, appunto, quello estremista, irriducibile, indisponibile verso i compromessi, spesso intollerante; l’altro è invece volto a indagare in profondità la radice delle cose, di non accontentarsi delle apparenze. È, se ci si pensa bene, un approccio anticonformista. 

Ecco, per me oggi, un radicale dovrebbe essere in questo senso un anticonformista. Non solo non conforme alle regole, ma anche a letture preconfezionate, siano esse prodotte dalla sfera della narrazione ufficiale, sia dalla cosiddetta controinformazione, sia da soggetti per i quali proviamo simpatia che stanno dalla “nostra parte”. Il contrario dell’estremismo, non è quindi il moderatismo, ma un radicalismo eretico, scettico, non convenzionale, non polarizzato e non ideologizzato.

Ed è proprio questo quello che è carente nella sostanza in chi è di sinistra oggi: la capacità di mettersi in discussione, di mettere in discussione le proprie certezze, di fare autocritica. Si badi bene: non è solo una lacuna del “sinistrismo”, ma è propria di un’intera epoca, comune a qualsiasi identità politica, in cui è centrale la conservazione delle rigidità ideologiche e identitarie, della linea politica collettiva data per unica e immutabile e quando muta, anche se appare come processo graduale, avviene sempre avendo come strumento decisionale il centralismo, e non l’interazione di plurali punti di vista e di molteplici dinamiche relazionali. Eccolo qui, quindi il conservatorismo come conservazione, come fossilizzazione della soggettività, non come riferimento ad un’area teorico-filosofica, ma come atteggiamento che scambia la coerenza personale con la linea politica ufficiale e col dogmatismo identitario collettivo.


AUTOCRITICA E RADICALISMO

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