VIRGINIA WOOLF, “MRS. DALLOWAY” (1925)
«Mai in vita sua s’era sentito tanto felice! Senza una parola tutto era accomodato. Scesero fino al lago. Egli ebbe venti minuti di perfetta beatitudine. La voce, il riso di Clarissa, il suo vestito (qualcosa di spumeggiante, bianco e cremisi), il suo spirito avventuroso. Ella li persuase tutti a sbarcare e esplorare l’isolotto; e fece fuggire un uccello che covava; e rise e cantò. E intanto Peter lo sapeva benissimo: Dalloway s’innamorava di lei; e lei s’innamorava di Dalloway; ma non aveva importanza, a quanto pareva. Nulla aveva importanza. S’erano seduti in terra a discorrere, lui e Clarissa. Senza alcuno sforzo penetravano a vicenda nel proprio spirito. E poi, in meno di un secondo, tutto finì. Risalendo in barca Peter si disse: "Sposerà quell’uomo"; se lo disse tristemente, senza rancore, ma la cosa era evidente. Dalloway avrebbe sposato Clarissa. Dalloway remò al ritorno. Non aprì bocca. Ma quando si accomiatò, e lo si vide inforcare la bicicletta per affrontare venti miglia di strada attraverso i boschi, e s’allontanò giù per la discesa, figura sempre più incerta, salutando con la mano fino a che non scomparve, era chiaro che istintivamente, definitivamente, fortemente doveva aver sentito tutto ciò: la notte, la romantica atmosfera, Clarissa. Egli se l’era meritata.»
«Il vento gli aveva aperto il leggero soprabito, ed egli avanzava a stento, contro voglia, senza saperne dire il perch'; curvando un poco il capo in avanti, le mani dietro il dorso, aguzzando un po' gli occhi come un falco, lesto se ne andava; se ne andava lesto attraverso Londra, verso Westminster, osservando intorno a s'. Tutti cenavano dunque fuori, da quelle parti? Qui un domestico apriva una porta per lasciar passare una vecchia dama piena di sussiego, con scarpine a fibbia e tre piume purpuree di struzzo nei capelli.
E porte si schiudevano dinanzi a signore avvolte al pari di mummie in scialli a fiori variopinti, signore a capo scoperto. E in certi decorosi quartieri borghesi, dove si vedevano colonne di stucco in fondo a giardinetti lungo la facciata, uscivano donne avviluppate alla meglio, il pettine tra i capelli (erano salite su di corsa per dare un’occhiata ai bambini); i mariti aspettavano, il soprabito al vento, e la macchina partiva rombando. Tutti uscivano. E con tante porte che si aprivano, e gente che scendeva e macchine che si mettevano in moto, pareva che Londra intera s’imbarcasse su una flottiglia di barche ormeggiate lungo la riva, danzanti sull’onda; pareva che l’intera città navigasse verso una mascherata sull’acqua. E sopra a Whitehall cesellato d’argento pattinavano dei ragni, pattinavano, e c’era un ronzio di zanzare attorno alle lampade ad arco; faceva tanto caldo che la gente si fermava per discorrere. E qui a Westminster un tale, un giudice a riposo probabilmente, se ne stava bellamente in poltrona davanti alla porta di casa sua, vestito di bianco: un anglo-indiano, probabilmente.»
«Un primo ministro, che cosa significava un primo ministro più o meno? Che cosa volete che importasse, a quell’ora di notte, alla signora Walker in mezzo a piatti, casseruole, colatoi, padelle, polli in gelatina, gelatiere, croste di pane tagliuzzate, limoni, zuppiere e piatti da torta che, per quanto nell’acquaio si badasse a lavare, sembravano ammassarsi addosso a lei, e sul tavolo di cucina, e sulle seggiole, mentre i fuochi divampavano e sfrigolavano e le luci elettriche brillavano, e ancora c’era la cena da servire! La sua idea era che un primo ministro più o meno non faceva proprio nessuna differenza per lei quant’era vero che si chiamava Walker.»
Leggere questo romanzo è un’esperienza assolutamente unica: vuol dire lasciarsi trasportare dalla deliziosa poetica di Virginia Woolf e dalle intense suggestioni che questa provoca. Pubblicato nel 1925, “Mrs. Dalloway” rappresenta uno dei vertici del modernismo letterario e una delle opere più audaci del Novecento. Assolutamente innovativo e geniale, un vero e proprio sconvolgente testo di rottura antropologica. In questo romanzo Virginia Woolf compie un'operazione radicale: riduce l'azione esterna al minimo — una giornata a Londra, i preparativi per una festa, una passeggiata mattutina — e trasferisce l'intera tensione della narrazione all'interno della mente dei personaggi.
La tecnica del flusso di coscienza, lo “stream of consciousness", non è in Woolf un semplice espediente stilistico e narrativo, ma una precisa visione del mondo. La realtà, per l'autrice, non esiste come dato oggettivo e condiviso: esiste nella misura in cui viene percepita, filtrata, colorata dalla soggettività di chi la vive, da ogni singolo personaggio. Clarissa Dalloway passeggia per le strade di Londra e la città non è mai descritta in modo neutro; ogni dettaglio diventa occasione per un'immersione nel passato, per un confronto tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati.
La narrazione scivola circolarmente e senza preavviso dalla terza alla prima persona, dal presente al ricordo, dall'esterno all'intimo, e questa fluidità è essa stessa il contenuto del romanzo: la vita non ha confini netti, le identità non sono stabili, il tempo non scorre in modo lineare. Un vero e proprio colpo di genio, tenuto conto anche della capacità di tenere viva la tensione dalla prima all'ultima parola in un flusso continuo, senza uno strappo nel tessuto del romanzo.
Il tempo è forse il vero protagonista del libro. Woolf costruisce una tensione costante tra due forme di temporalità: il tempo esterno, scandito dal Big Ben, e il tempo interiore, quello della memoria, che non obbedisce ad alcun orologio che vaga assolutamente libero da vincoli. Clarissa, mentre prepara la sua festa, è continuamente trascinata nella babele dei ricordi, indietro verso Bourton, la tenuta di campagna della sua giovinezza, verso Sally Seton e Peter Walsh, verso le possibilità di vita che ha scelto di non percorrere, verso le possibilità che avrebbero potuto verificarsi. Il presente di una giornata qualunque diventa così un caleidoscopio di esistenze parallele, di strade non prese, di desideri mai del tutto sopiti, di trasgressioni mai del tutto realizzate.
Il Big Ben, con il suo suono che "piomba" sulla città come un giudizio, rappresenta la dimensione pubblica e collettiva del tempo, quella che impone ritmo e ordine alla vita sociale. Ma Woolf suggerisce che questa misura del tempo è in fondo arbitraria, estranea all'esperienza vissuta dai singoli individui, una cornice astratta. Clarissa sa benissimo che "i momenti" non hanno la stessa durata: certi istanti — un bacio, uno sguardo, la luce del mattino su una finestra — durano più di anni interi, che tutto si sfalda e si ricompone attraverso il filtro della soggettività. Così è per Clarissa e così è per gli altri protagonisti.
La parte più originale del romanzo è la relazione tra Clarissa Dalloway e Septimus Warren Smith, due personaggi che non si incontrano mai direttamente ma che Woolf costruisce come due facce della stessa medaglia. Clarissa è una donna dell'alta borghesia londinese, sposata a un parlamentare, intenta ad organizzare una festa mondana; Septimus è un reduce di guerra che soffre di quello che oggi chiameremmo disturbo post-traumatico da stress, tormentato da visioni e incapace di reinserirsi nella normalità.
Eppure i due condividono la stessa ipersensibilità al mondo, la stessa capacità — o maledizione — di percepire la realtà con un'intensità che la società circostante non capisce e non tollera. Septimus è ciò che Clarissa avrebbe potuto diventare se non avesse imparato a proteggersi, a costruire una superficie accettabile. Il corpo, il genere e la solitudine
Virginia Woolf esplora anche, con grande finezza, la dimensione della femminilità e del desiderio, tema che torna come costante in tutte le sue opere. Clarissa nutre un sentimento profondo, mai del tutto definito, per Sally Seton: un amore giovanile fatto di complicità intellettuale e attrazione fisica, che lei descrive come "il momento più bello della sua vita". Il matrimonio con Richard, buono e affettuoso ma distante, ha significato la rinuncia a quella intensità. Clarissa dorme in una stanza separata, si sente talvolta come "qualcosa di glaciale nell'aria", e la festa che organizza è al tempo stesso un dono agli altri e un modo per non restare sola con se stessa.
La solitudine, in Woolf, non è mai soltanto malinconia: è una condizione strutturale dell'essere umano, qualcosa con cui Clarissa ha imparato a convivere. Ogni personaggio è rinchiuso nella propria coscienza, e la comunicazione vera — quella che tocca davvero l'altro — è rara, fragile, quasi miracolosa. La festa di Clarissa è, in fondo, un tentativo disperato e grazioso di creare connessione, di "unire" le persone in qualcosa che assomigli a una comunità. Ha molte affinità con la festa dei “Morti” di James Joyce, l'altro grande autore del modernismo, con le vuote apparenze e le piccole e grandi ipocrisie.
Con La signora Dalloway Woolf non si limita a innovare la tecnica narrativa: mette in discussione le basi stesse del romanzo ottocentesco. Niente trama nel senso tradizionale, niente evoluzione del carattere, niente risoluzione. La vita si vive, momento dopo momento, senza soluzione di continuità, con le sue contraddizioni e le sue bellezze improvvise. In questo senso il romanzo è profondamente antitetico all'ottimismo narrativo di Dickens o Tolstoj — non perché sia pessimista, ma perché rifiuta l'idea che l'esistenza abbia una forma compiuta e riconoscibile.
Woolf eredita da Dostoevskij e da Proust l'attenzione alla vita interiore, ma la porta a una radicalità tutta sua: il linguaggio non si limita a descrivere i pensieri, li imita, li incarna, diventa esso stesso fluido come la coscienza che vuole rappresentare. Ogni frase è calibrata non solo per il significato ma per il ritmo, per il suono, per la sua capacità di evocare, non solo atta a descrivere e spiegare.
Sotto la superficie elegante del romanzo scorre una critica sottile ma incisiva alla società britannica dell’epoca: una classe dirigente che appare irrigidita; la medicina psichiatrica è rappresentata come un dispositivo di controllo più che di cura; la mondanità è un banale e annoiato rituale che nasconde la paura del vuoto. Mostra come la società postbellica cerchi di ricomporsi attraverso la normalità, ma questa normalità è fragile, costruita su rimozioni e silenzi. La festa di Clarissa è il simbolo di questa tensione: un tentativo di creare un ordine, un luogo di coesione, mentre sotto la superficie si muovono inquietudini profonde.
“Mrs. Dalloway” è un romanzo che non si dimentica. A ogni rilettura offre qualcosa di diverso: la musicalità e il ritmo della prosa, la complessità della struttura, quanto ogni personaggio assomigli a qualcosa di vero e riconoscibile nella propria esperienza e quanto i pensieri di diversi personaggi possono essere compresi anche in un unico flusso di coscienza. Woolf ha scritto un libro sulla morte e sulla vita, sulla memoria e sull'oblio, sulla solitudine irriducibile degli esseri umani e sulla loro irrinunciabile speranza di “sfiorarsi”. In questo, “Mrs. Dalloway” non è soltanto un capolavoro del modernismo: è uno dei romanzi più autentici mai scritti sull'esperienza esistenziale.








