𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗢 𝗦𝗜𝗔𝗠𝗢
COME ADATTARSI A NARRATIVE PRECONFEZIONATE
Spesso si sente dire che qualcosa è andato storto: io credo invece che sia andato storto, un po' tutto, quasi allo stesso tempo, e che proprio questa "simultaneità' sia il dato più significativo da comprendere.
Riassumendo per punti che si intrecciano: l'aumento esponenziale dello scientismo come nuova forma di dogmatismo, la digitalizzazione della vita quotidiana come forma di sorveglianza, la degenerazione culturale, autoritaria e intollerante dell'Occidente, il suo odio per se stesso che convive, senza contraddizione apparente, con la simpatia per regimi apertamente autoritari o totalitari; un pacifismo che sostiene un nazional-imperialismo; l'esplosione della cancel culture e del woke e, come reazione speculare, la crescita del maschilismo e del razzismo; la diffusione crescente del fondamentalismo islamico, dell'integralismo tradizionalista cristiano, e contemporaneamente dell’odio indiscriminato per il mondo musulmano; dell'antisemitismo che si traveste sempre più spesso da antisionismo. Fenomeni che si presentano anche come opposti ma che condividono la stessa struttura profonda: il bisogno di un nemico assoluto e di un'appartenenza che esoneri dal pensare autonomamente.
A questo quadro si è aggiunta, in questi anni, l'esasperazione del conflitto in Medio Oriente, che ha finito per spingere alla radicalizzazione entrambi i fronti e una parte consistente delle rispettive popolazioni, trascinate ciascuna dentro una narrazione totalizzante che non ammette sfumature né compassione per il dolore altrui. Anche qui, come altrove, l'informazione e la pseudo controinformazione hanno fatto la loro parte, trasformando una tragedia complessa in un test identitario da superare schierandosi, non in un evento da comprendere nella sua complessità e tragedia. Tutto ciò aggravato da un ottuso palestinismo occidentale pro Hamas, a cui frega ben poco dei diritti dei palestinesi, vittime di due violenze opposte ma speculari, e nega l’orrore del 7 ottobre, in opposizione a chi nega l’orrore di una risposta militare sproporzionata.
Della stessa cecità soffre il doloroso e lacerante fenomeno delle migrazioni, ridotto quasi sempre a un terreno di scontro tra simmetriche strumentalizzazioni: quella dell'immigrazionismo ideologico, che rifiuta di vedere problemi e tensioni reali nelle società occidentali in nome di un afflato umanitario spesso astratto, e quella, opposta, che riduce ogni risposta alla mera compressione della libertà di circolazione, come se un muro o una legge sulla remigrazione potessero mai essere una soluzione.
In entrambi i casi, a essere sistematicamente ignorate sono le cause strutturali: l'assoluto deficit di democrazia nei paesi di provenienza, il traffico e lo sfruttamento di esseri umani da parte delle organizzazioni criminali con la complicità dei governi, sia di provenienza che di destinazione, l'uso delle migrazioni di massa come arma di guerra ibrida, la povertà, i conflitti etnici, le persecuzioni. Si discute animatamente delle conseguenze, senza mai voler risalire alle cause in maniera sistematica, perché risalire alle cause costringerebbe a mettere in discussione, oltre alle proprie certezze e ai propri pregiudizi, gli equilibri economici e geopolitici che quelle cause producono e alimentano.
Il consistente emergere, quindi, di fenomeni anche contrari fra loro, ma speculari nella forma, non è affatto un dettaglio, è l'indice di una crisi antropologica in cui siamo precipitati, una crisi che precede e supera le categorie politiche con cui la si vorrebbe descrivere. Anche grazie a questo, l'industria dello spettacolo ha continuato a generare mostri, notizie scandalistiche, fenomeni effimeri, tutti funzionali a una distrazione di massa che i social non hanno inventato ma hanno perfezionato, rendendola istantanea, personalizzata, capace di premiare l'indignazione più della comprensione. Nel frattempo, e non per caso nello stesso tempo, i rapporti di produzione a livello globale, nessuno escluso, si sono fatti sempre più feroci: la disattenzione collettiva e l'intensificazione dello sfruttamento si sono alimentate a vicenda. Così come i meccanismi di controllo sociale.
La mancanza di un'elaborazione critica seriamente sistemica, che sfugga alla dicotomia sterile fra globalismo e sovranismo o multipolarismo, che non sia riduzionistica né subalterna ai recinti ideologici generati da tali categorie, è lo specchio più fedele dell'epoca che stiamo vivendo. Manca, in altre parole, un pensiero capace di attraversare gli schieramenti senza diventarne ostaggio, e questa mancanza non è casuale: è essa stessa un prodotto diversificato dei sistemi e dei regimi politici di riferimento, i quali hanno tutto l'interesse a che ogni critica resti imprigionata dentro le stesse rispettive coordinate.
Prendere coscienza di tutto questo sarebbe già molto, per poter continuare a sperare: non una soluzione, ma almeno una diagnosi che non menta a se stessa. La costruzione di paradigmi ideologici fondati su presupposti e pregiudizi legati a contesti effimeri, a informazioni false o mai verificate, a caratteristiche etniche, culturali, geopolitiche e sessuali, è diventata una norma tanto nel mainstream della narrazione dominante quanto in quello del cosiddetto svariato e trasversale mondo del dissenso, che del mainstream è spesso soltanto il riflesso, non l'alternativa.
Il luogo comune, bieco e conformista, è stato elevato a strumento epistemologico: si nutre di automatismi concettuali, di passaparola con effetto domino, di un giustizialismo diffuso della parola che sostituisce il giudizio sommario alla comprensione, e trova nell'algoritmo non un semplice amplificatore ma un vero e proprio complice, che seleziona ciò che già conferma per farlo apparire come verità condivisa.






