IL SUPPLIZIO DI KAZIMIERZ ŁYSZCZYŃSKI, ATEO DEL XVII SECOLO
Devo ammettere che non sapevo nulla di questo personaggio e che ho incontrato la sua vicenda quasi per caso. L'ho trovata davvero inquietante per il destino che ha avuto e per il contesto storico assai particolare, ma proprio per questo non affatto casuale. Mi ha riportato alla mente il primo capitolo di “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault. La storia di Kazimierz Łyszczyński, primo ateo polacco, è inserita all'interno delle tensioni religiose e politiche della Confederazione polacco-lituana, della fine del XVII secolo, una delle più grandi e popolose entità nazionali europee, in un periodo di grande transizione segnato dall'avvento dell'Illuminismo.
Łyszczyński, che era di origine aristocratica, ex gesuita, giurista, soldato e membro del parlamento, trascorse anni a scrivere clandestinamente un'opera filosofica - “De non existentia Dei” in cui sosteneva tesi incredibilmente radicali per l'epoca. Nel suo trattato, affermava che Dio non è il creatore dell'uomo, ma l'uomo è il creatore di Dio. La divinità è un'invenzione concettuale usata per manipolare le masse. La religione è stata istituita da chi non aveva fede, al solo scopo di essere venerato e mantenere il potere. La teologia è un insieme di contraddizioni.
La sfortuna di Łyszczyński fu causata da un debito di denaro. Un suo vicino di casa, Jan Kazimierz Brzoska, a cui Łyszczyński aveva prestato una grossa somma, rubò il manoscritto ancora incompleto del “De non existentia Dei" e per non dover restituire il denaro, lo consegnò alle autorità. La denuncia non fu portata davanti a un tribunale ecclesiastico - la Polonia non disponeva di un'Inquisizione istituzionalizzata sul modello spagnolo o romano - bensì dinanzi al Sejm, il parlamento della Repubblica delle Due Nazioni, che assunse la funzione di tribunale politico-religioso. Proprio lo stesso parlamento di cui era stato membro.
Il processo che seguì fu una spietata farsa. Nonostante la Polonia dell'epoca vantasse una tradizione di relativa tolleranza religiosa, l'ateismo militante era considerato un crimine imperdonabile, un attacco diretto alle fondamenta dello Stato e del Cristianesimo. La sentenza emessa a Varsavia fu di una crudeltà inaudita, concepita per "purificare" il reo dal suo peccato. Furono colpiti gli "strumenti" della sua blasfemia: la lingua, che fu strappata con un ferro rovente, e le mani, che furono bruciate lentamente. Fu decapitato e, infine, il suo corpo fu portato fuori città, squartato e bruciato su un rogo.
Anche le copie del suo trattato furono bruciate pubblicamente; oggi ne sopravvivono solo pochissimi frammenti citati negli atti del processo. Kazimierz Łyszczyński è una figura simbolo per i movimenti laici e atei in Polonia. La Fondazione a suo nome, costituita per promuovere la libertà di coscienza e la separazione tra Stato e Chiesa, organizza dal 2014 eventi annuali in memoria della sua esecuzione del 30 marzo 1689, incluse adunanze nella città vecchia di Varsavia dove fu bruciato il manoscritto del “De non existentia Dei”.
Łyszczyński rappresenta uno dei casi più straordinari e tragicamente emblematici nella storia del libero pensiero europeo, tanto più che la sua vicenda si colloca in un contesto geografico e culturale che tende a essere trascurato nella narrativa storiografica dell'ateismo occidentale, dominata come è dai nomi francesi, olandesi e inglesi. Che un nobile polacco abbia composto, nella seconda metà del Seicento, un trattato sistematicamente ateo - non semplicemente scettico o critico nei confronti della Chiesa, che negava radicalmente l'esistenza di Dio - è un fatto di importanza filosofica notevole, tanto più per il fatto che fu oscurato dalla quasi totale distruzione del suo testo.
Il percorso - dalla formazione scolastica gesuitica all'esplicito ateismo - non è affatto anomalo nell'Europa del Seicento: la padronanza degli strumenti argomentativi della scolastica poteva tanto consolidare la fede quanto, se applicata con rigore estremo e disincanto, condurre al suo contrario. Il "De non existentia Dei" con ogni probabilità non era un’opera destinata alla pubblicazione ma un esercizio speculativo privato, il che rende ancora più drammatica e ironica la sua sorte.
Il fatto che a giudicare e condannare fosse un organo rappresentativo dello stato e della nobiltà, e non una struttura clericale, getta una luce sinistra sulla natura della persecuzione: essa esprimeva il consenso di una classe dirigente che si identificava con la difesa del cattolicesimo come pilastro dell'ordine sociale, in un momento in cui la Polonia-Lituania usciva stremata dal lungo ciclo di guerre del Seicento e in cui la Controriforma aveva consolidato la propria egemonia.
La distruzione quasi totale del trattato crea una situazione paradossale, ma non inedita nella storia del pensiero umano: conosciamo le idee di un filosofo esclusivamente attraverso la loro confutazione giudiziaria e la trascrizione parziale operata dai suoi persecutori. Questi frammenti, tuttavia, bastano a rivelare un pensiero di una radicalità autentica. La formula "Homo est deus, deus est homo" va intesa come una inversione critica: il divino è un costrutto antropologico, e riconoscerlo come tale significa svuotarlo di ogni realtà ontologica.
Una tesi che anticipa quelle dell'ateismo dei secoli successivi, come la tesi di Feuerbach sulla proiezione religiosa, esposta nel suo capolavoro “L'essenza del cristianesimo”, nonché un'eco delle questioni che circolavano, in forma clandestina o allegorica, tra i libertini eruditi francesi della prima metà del Seicento, e che avevano trovato, poi, sistemazione filosofica più compiuta in Spinoza e poi in Bayle.
Il caso Łyszczyński cade esattamente nel 1689, lo stesso anno in cui Locke pubblica la “Lettera sulla tolleranza”, opera che è considerata uno dei testi fondativi del pensiero liberale moderno, dello Stato laico e della libertà di coscienza. La coincidenza cronologica evidenzia in maniera quasi simbolica le contraddizioni e i conflitti dell'Europa moderna: da un lato l'elaborazione teorica della libertà di coscienza, dall'altro la sua negazione pratica mediante il rogo.
Dal canto suo il filosofo francese Pierre Bayle, fideista scettico, stava allora lavorando al “Dictionnaire historique et critique”, che sarebbe apparso nel 1697, e che anticipò i temi fondamentali dell'Illuminismo e della successiva “Encyclopédie” di Diderot e d'Alembert, e che avrebbe tra l'altro sdoganato l'ateismo come tema cardine per la cultura europea. Łyszczyński probabilmente non poteva sapere nulla di tutto ciò, ma la sua opera anticipatrice acquista proprio per questo grande valore.







