Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

venerdì 24 aprile 2026

AA.VV. “LA VITA QUOTIDIANA” EDITA DA HACHETTE


AA.VV. “LA VITA QUOTIDIANA” EDITA DA HACHETTE

Questa collana si iscrive a buon titolo nella tradizione della divulgazione storiografica di massa. È stata una delle più longeve e ambiziose sull’argomento nel campo dell’editoria francese del Novecento, coprendo un arco temporale di oltre sessant'anni. Nata alla fine degli anni Trenta, ha continuato a crescere per decenni fino a comprendere oltre duecento titoli, coprendo civiltà, epoche e temi di una vastità enciclopedica. Il tema di fondo è semplice, ma al tempo stesso, è innovativo: la ricostruzione dell'esistenza concreta della gente comune - il cibo, la casa, il corpo, il lavoro, i riti, il tempo - in luoghi e in periodi determinati e assai diversi.

La collana “La vie quotidienne” di Hachette nasce in un momento di profonda trasformazione della storiografia francese, parallela all'emergere della scuola delle Annales. Non è una filiazione diretta - l'editore puntava a un pubblico più ampio di quello accademico - ma la parentela intellettuale è evidente: dagli esponenti delle élites si passava a privilegiare la condizione collettiva, dalle battaglie all’esistenza quotidiana in una dimensione più generale. In questo senso la collana ha svolto una funzione di mediazione culturale importante, portando a un pubblico non specialistico categorie storiografiche che altrimenti sarebbero rimaste confinate nelle riviste accademiche. Ciò che colpisce leggendo il catalogo completo è l'ambizione geografica e cronologica dell'impresa.

La critica ne ha segnalato una certa discontinuità qualitativa. Con oltre duecento titoli prodotti nell'arco di mezzo secolo da autori di formazione e valore molto diverso, ciò è inevitabile. Alcuni volumi sono stati scritti da storici di primo piano e conservano un valore storiografico autonomo anche per il lettore specialistico. Altri sono dedicati a opere di competente divulgazione, solide ma prive di originalità interpretativa. Altri ancora, sono un po' carenti, oggi storicamente datati.

Secondo la critica, il limite maggiore è proprio questo. E ciò era abbastanza prevedibile, dati i criteri di selezione, ed è chiaramente evidente anche al lettore non esperto come il sottoscritto, non è necessario leggerli tutti per capirlo. La "vita quotidiana" come categoria storiografica presuppone una certa stabilità e uniformità dell'esperienza collettiva: si descrive ciò che è tipico, ricorrente, condiviso. Ma le società storiche sono stratificate, regionalmente differenziate, attraversate da conflitti e cambiamenti, e la tentazione di costruire un quadro coerente e leggibile porta quasi inevitabilmente a una qualche semplificazione. La vita quotidiana di un contadino normanno nell'anno mille era radicalmente diversa da quella di un mercante veneziano o di un monaco cassinese dello stesso periodo, e la collana, sempre secondo la critica, ha spesso sacrificato questa complessità alla leggibilità del prodotto finale. Ma nonostante tutto ciò, conserva un valore abbastanza rilevante come collezione a livello amatoriale.

Al di là dei limiti metodologici, il contributo culturale della collana è però innegabile. Ha introdotto generazioni di lettori a una concezione della storia come ricostruzione dell'esperienza vissuta quotidianamente piuttosto che come narrazione del potere, e ha contribuito a creare quel pubblico colto di non specialisti che rappresenta ancora oggi il principale sostegno dell'editoria storica di qualità. In questo senso è un'impresa che appartiene non solo alla storia della storiografia ma alla storia della cultura novecentesca tout court. In Italia la collana è stata pubblicata da Mondadori, da BUR e da Fabbri Editori. L’edizione di Fabbri Editori (quella che ho io) comprende una selezione di una cinquantina di titoli, usciti periodicamente in edicola, basata su alcuni criteri di fondo: l’autorevolezza degli autori, la rappresentatività di più periodi storici, la qualità dei testi e il formato con la copertina rigida.


mercoledì 15 aprile 2026

TRE VISIONI DEL MONDO AL FEMMINILE: LE GUIN, ATWOOD, ZIMMER BRADLEY


TRE VISIONI DEL MONDO AL FEMMINILE: LE GUIN, ATWOOD, ZIMMER BRADLEY

Di esempi di letteratura fantastica, declinata al femminile, ce ne sono molti e forse in futuro ci scriverò ancora. “La mano sinistra delle tenebre” di Ursula K. Le Guin (1969), “Il racconto dell'ancella” di Margaret Atwood (1985) e “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley (1983) appartengono a questa categoria: tre romanzi sbcritti da donne, ambientati in contesti immaginari, che tuttavia parlano, non solo della condizione della donna in maniera più specifica, ma in genere indirettamente anche della condizione umana. Pur essendo profondamente diversi per forma, tono e intenzione, i tre testi convergono attorno a un nucleo comune: come il potere invade i corpi, i generi, le credenze e le istituzioni, e cosa rimane dell'individuo quando questo potere è assoluto.

Il punto di partenza più radicale è quello della Le Guin. Su Gethen, il pianeta immaginario al centro del romanzo, gli alieni non hanno un sesso permanente: sono in uno stato neutro per la maggior parte del tempo, e diventano temporaneamente maschili o femminili solo durante il kemmer, il periodo di calore riproduttivo. Questa premessa, che potrebbe sembrare un semplice espediente fantascientifico, è in realtà una parabola sull’identità, sull’alterità e sul costrutto culturale, non solo in senso sessuale. Un individuo che cambia sesso ogni volta che è pronto all'accoppiamento è costretto a calarsi anche biologicamente nei panni dell’altro. Ma è condannato pure alla ripetizione di uno schema. 

Si potrebbe speculare all'infinito sulla simbologia contenuta nel romanzo su sesso alieno e alienazione. Ma ciò che più emerge è che nonostante il fatto che tutto ciò che diamo per scontato e naturale nei rapporti tra i sessi si riveli essere su Gethen stravolto da un ordine biologico, non solo diverso, ma addirittura opposto. Se si potesse cioè eliminare la differenza sessuale permanente, nella società umana, resterebbe quasi tutto inalterato: la politica, la burocrazia, il tradimento, la lealtà, la paura, l’oppressione, le dinamiche sociali di vario genere, incluse quelle distruttive e autodistruttive.

Il protagonista Genly Ai, inviato terrestre su Gethen, non riesce per lungo tempo a liberarsi dal bisogno di classificare i Getheniani come maschi o femmine, e la sua difficoltà è l’argomento centrale del romanzo: la “cecità” prodotta da una differente natura. Il suo compagno di viaggio Estraven, che lo salva a rischio della propria vita, sembra rimanere per lui comunque un enigma. La Le Guin invita il lettore a compiere il lavoro di decostruzione dei pregiudizi che non riesce a Genly.

La Atwood opera su un registro completamente diverso: la proiezione distopica del presente. Gilead, la teocrazia totalitaria che ha sostituito gli Stati Uniti, nel “Racconto dell'ancella”, viene collocata in una dimensione temporale non ben definita ed è un’estensione coerente di tendenze già presenti nella società contemporanea: il fondamentalismo religioso, la crisi della fertilità, il controllo normativo della sessualità femminile, schiave costrette alla gestazione di figli per individui appartenenti alle élite. Il corpo femminile in Gilead è ridotto alla sua funzione riproduttiva con una logica che Atwood mostra essere molto razionale e perfettamente sistematica. 

Ciò che rende il romanzo altamente inquietante è la familiarità del meccanismo oppressivo e non elementi fantastici o mostruosi: quello che narra è riconoscibile perché in qualche modo è già qui, nella gestione normativa dei corpi privati della libera scelta, nella gerarchizzazione dei corpi femminili, nell'uso della religione come strumento di disciplinamento. La voce narrante di Difred, il cui vero nome è June, è quella di una donna che cerca di resistere per salvaguardare la sopravvivenza del sé interiore, dei ricordi, con piccoli gesti di disobbedienza, una forma di resistenza fragile, ma determinata che Margaret Atwood tratta con assoluta consapevolezza. 

Ovviamente la scrittrice canadese fissa le coordinate sul fondamentalismo cristiano suprematista e patriarcale di stampo americano, ma lo usa come espediente narrativo per un discorso molto più ampio e universale sul dominio maschile. Ciononostante con l’ipotesi della rete clandestina Mayday, la Atwood vuole dimostrare che anche nei sistemi più totalitari può esistere una possibilità di ribellione. 

La Zimmer Bradley si muove su un territorio ancora diverso: dopo la space opera speculativa della Le Guin e la distopia della Atwood, è la volta della rivisitazione del mito arturiano. “Le nebbie di Avalon” è una riscrittura del celeberrimo ciclo dal punto di vista delle donne che ne sono state protagoniste: Morgana, Ginevra, Viviana e altre, relegate tradizionalmente al ruolo di figure decorative, marginali, malvagie o passive. La scelta della Zimmer Bradley è di tipo squisitamente politico anche quando si presenta come recupero del fantastico: riappropriarsi di un mito fondativo della cultura occidentale e riscriverlo partendo dal basso, dalle voci femminili, significa contestare la legittimità della versione ufficiale. Il romanzo riflette il clima culturale degli anni ’80, segnato dal femminismo e dalla rivalutazione delle spiritualità pagane.

Morgana, che nella tradizione è la strega malvagia, diventa qui una sacerdotessa della Dea della Vecchia Religione impegnata in una disperata lotta di resistenza contro l'avanzata di quella forma di Cristianesimo gerarchico e maschile che sta cancellando le religioni della Terra e della fertilità femminile. Il romanzo è, tra i tre, il più esplicitamente spirituale: la perdita di Avalon è la perdita di un intero sistema di significato in cui il femminile era sacro, e questa perdita è trattata alla stregua di un lutto di carattere cosmico. La critica della Zimmer Bradley è rivolta non solo al patriarcato politico ma al patriarcato della costruzione teologica, all'idea che il divino sia per definizione maschile e che la spiritualità femminile debba essere estirpata come stregoneria.

I tre romanzi si distinguono anche nel modo in cui trattano la questione del potere tra donne. Ursula Le Guin, sciogliendo il genere biologico, dissolve anche la solidarietà di genere come categoria stabile. Su Gethen non ci sono sorelle con cui solidarizzare, e a causa di questa assenza è ancora più ambiguo anche nella metafora: non è solo il patriarcato terrestre che tende ad annullare il protagonismo femminile, ma anche la fluidità di genere aliena, nonostante crei una parità definitiva.

Margaret Atwood, invece, mostra come il patriarcato si perpetui anche attraverso le donne che amministrano e riproducono la dinamica di potere: le Zie, le Mogli, le Marthas, e come la complicità delle donne con la propria oppressione sia uno degli aspetti più atroci della condizione femminile. È una visione puntuale, lucida, non consolatoria: non c'è una naturale solidarietà femminile che affiori quando le donne sono sottomesse, ci sono donne che sopravvivono a spese di altre donne. La solidarietà va pazientemente costruita attraverso una graduale ribellione.

Marion Zimmer Bradley offre una terza prospettiva: le sue protagoniste sono anche in conflitto tra loro, oltre che con l'istituzione religiosa maschile dominante. Morgana e Ginevra rappresentano due visioni opposte del potere femminile: Morgana incarna la spiritualità pagana e l’autonomia, mentre Ginevra è legata al cristianesimo e al ruolo di regina. Il loro scontro riflette la tensione tra Vecchia e Nuova Religione. Il rapporto tra Morgana e Viviana, invece, nonostante condividano la fede in Avalon, è segnato da divergenze sulla gestione del potere e della conoscenza. Viviana, come Dama del Lago, incarna la saggezza istituzionale, mentre Morgana ne sfida le regole.

Sul piano formale le distanze sono altrettanto significative. La Le Guin scrive con determinata precisione e con intento antropologico, tipici del suo stile e della migliore fantascienza classica: il romanzo è costruito infatti attorno al rapporto di una missione diplomatica interrotto da diari, miti e documenti sulla società aliena che ampliano progressivamente la comprensione del mondo getheniano. 

La Atwood lavora invece sulla frammentazione traumatica della memoria: la voce di Difred procede per associazioni, ricordi involontari, auto-correzioni, e la struttura discontinua descrive l'esperienza di un soggetto che cerca di mantenere una coesione interiore sotto la costante pressione totalitaria. È una riflessione sulla memoria, la testimonianza, il potere e il ruolo della religione come strumento di controllo, sulla perdita di identità e di dignità.

La Zimmer Bradley opta per la forma del romanzo-fiume epico, avvolto nell’intangibile atmosfera nebbiosa di Avalon, tipica dei fantasy, con una narrazione corale che si svolge nell'arco di decenni e dà voce a più personaggi femminili in successione: la scelta formale corrisponde alla volontà di privilegiare completamente la presenza femminile in un mito che ne era stato quasi svuotato. 

Ciò che accomuna questi tre libri, al di là delle differenze, è una sottile intuizione: che i grandi sistemi di oppressione non si mantengono soltanto attraverso la violenza fisica, ma anche attraverso il controllo delle categorie con cui il reale viene percepito e rappresentato. Il genere nella Le Guin, la riproduzione nella Atwood, il divino nella Zimmer Bradley: in ciascun caso la dominazione si esercita definendo cosa è naturale, normale, sacro — e cosa non lo è. La letteratura di immaginazione, in questi tre casi, rappresentando dimensioni, contesti e tempi diversi, riesce a cogliere quanto la realtà sia fondata su una costruzione contingente e mutevole, ma con dinamiche universalizzabili.

sabato 11 aprile 2026

Il blog di Adriano Virgili


Con riferimento al mio precedente post, segnalo il blog e il sito di Adriano Virgili, ricercatore e docente universitario, esperto di filosofia e storia del Cristianesimo.

Un interessante luogo dove Virgili con linguaggio sempre colto e raffinato, ma accessibile a tutti, affronta svariati temi relativi a Cristianesimo e Bibbia, e dove presenta anche le sue pubblicazioni.

https://www.adrianovirgili.it/blog/


giovedì 9 aprile 2026

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO” (2025)


ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO: 

Ovvero, come si trasforma una bomba in una locomotiva e Dio in un alieno (2025)

«Si tratta di leggere la Bibbia per quello che è: una raccolta di libri redatti in epoche diverse, da autori con teologie e finalità differenti, uniti però da una vicenda storica e da una visione di fede. C’è poi da ricordare che perfino i più ferrati studiosi non sono sempre d’accordo sul contesto storico di certi passi. Per esempio, la datazione di alcuni salmi o di certi brani profetici è dibattuta, e questo naturalmente complica le cose. Ma tutti, in linea di massima, sanno che, senza la ricerca del contesto specifico, si può far dire ai testi qualunque cosa. Così, conoscere la storia delle lingue semitiche, la letteratura del Vicino Oriente antico, le influenze tra le culture limitrofe, è fondamentale per comprendere che, di volta in volta, la Bibbia rielabora temi e motivi comuni.»

«Gli antichi giudei, come altri popoli semitici, immaginavano la divinità manifestarsi in segni cosmici: fuoco, nubi, tuoni, apparizioni di figure soprannaturali. Erano convinti che Dio potesse intervenire in modo prodigioso a favore o contro l’uomo. Al contempo non avevano l’ossessione che abbiamo noi moderni per l’esattezza del dato fattuale. Per loro un testo poteva essere «vero» anche se non descriveva in modo esatto eventi reali, anzi, quando si trattava di trasmettere verità teologiche, la verità del testo risiedeva più nel suo senso che nella sua corrispondenza con dei fatti realmente accaduti. In tal caso si ricorreva all’apporto di simboli immaginifici e teologumeni, vale a dire narrazioni che non pretendevano di riferire eventi storici in senso stretto, ma che servivano a esprimere, appunto in forma narrativa, una verità teologica.»

«In definitiva, nel contesto biblico ogni «prodigio» ha una finalità spirituale e legata all’alleanza. Se qualcuno si ostina a inquadrare tali eventi come il frutto dell’uso di una tecnologia avanzata, deve anzitutto spiegare perché mai non ci sono tracce archeologiche della stessa, perché tutti i partecipanti considerano questi eventi come un segno di carattere spirituale e perché nessun’altra fonte semitica, vicina cronologicamente o geograficamente, menziona forme di tecnologia evoluta. Il buon senso, da questo punto di vista, suggerisce che le teorie ufologiche prendono a prestito parole e racconti biblici e li reinterpretano fuori contesto, ignorando che queste parole e questi racconti vivevano in una cornice rituale e culturale completamente diversa da quella di una società industriale o postindustriale, una cornice culturale che si fondava su simboli, su miti e su letture teologiche degli eventi.»

«Contrariamente a quanto molti pensano, la lettura contestuale e filologica dei testi biblici non è meno affascinante di una lettura «fantascientifica». Anzi, è più ricca di sfumature. Scoprire i paralleli col Vicino Oriente antico, capire come i profeti e i sapienti riflettono sul male, la giustizia, la sofferenza, la fede, è un’avventura intellettuale e spirituale notevole.»

Era senz’altro auspicabile che qualcuno facesse uscire un libro del genere a confutazione di certe fantasiose teorie di interpretazione della Bibbia. Adriano Virgili ci riesce molto bene, scrivendo un breve saggio assai divertente, con un linguaggio molto accessibile, ma con argomentazioni del tutto serie e documentate, che serve anche a ricordare che cos'è la Bibbia, come andrebbe letta e interpretata, e a invitare a leggerla per intero perché è un’esperienza assolutamente unica.

Anche se definisce il suo un «libricino senza troppe pretese», l’autore adopera molto di quel buon senso a cui fa appello continuamente e giustamente nelle sue pagine. Virgili per fare questo parte da un esempio paradossale usato come espediente narrativo. Ipotizza un articolo di giornale su un fatto di cronaca in cui un ordigno bellico fatto brillare dagli artificieri rischia — attraverso una catena di fraintendimenti lessicali e di reinterpretazioni concettuali — di trasformarsi, nella trascrizione giornalistica, in una locomotiva addobbata di luminarie da un gruppo di artisti. 

La comicità di fondo dell’esempio riesce efficacemente a dimostrare come il meccanismo per cui parole antiche, strappate dal loro contesto e consegnate a un lettore con scarse conoscenze filologiche o vulnerabile al sensazionalismo, può generare costruzioni del tutto arbitrarie che acquistano, nella ripetizione e nell'amplificazione, la dignità illusoria di rivelazioni di cosmogonia aliena. La fallacia di tali ricostruzioni è già smentita dall’archeologia, dato che nessun ritrovamento ha mai portato come testimonianza tracce di una tecnologia extraterrestre.

Il bersaglio del libro è chiaro, anche se Virgili lo affronta con una misura, un’eleganza e un'ironia che gli evitano il tono del pamphlet aggressivo. E lo fa anche senza mai essere del tutto esplicito sul nome dell'autore più conosciuto, può bastare il titolo di questo libro a far capire che non possono esserci equivoci. Si tratta, comunque, di un’impostazione interpretativa — ormai vasta e ramificata, con un suo affermato mercato editoriale e una sua audience fedele — che rilegge i testi biblici come cronache di visite extraterrestri, di clonazioni primordiali, di navicelle spaziali. 

Virgili evidenzia le caratteristiche di una pseudo-filologia che si ammanta di rigore lessicale per costruire una narrazione radicalmente estranea all'orizzonte culturale del testo. La strategia argomentativa di Virgili è elegante proprio perché non si affida alla confutazione diretta e punto per punto, che rischierebbe di accordare alle tesi ufologiche una dignità dialettica sproporzionata. Porta solo come esempio una serie di riferimenti tra i temi più ricorrenti nelle teorie di lettura ufologica della Bibbia.

Preferisce quindi mostrare un metodo interpretativo con uno stile che riesce a essere al tempo stesso accessibile e rigoroso, su quali siano i criteri minimi di una lettura corretta di un testo antico: la necessità di contestualizzarlo nel suo ambiente storico e culturale, di non isolare singoli termini, di non estrapolarli dal sistema semantico in cui sono inseriti, la consapevolezza che categorie culturali e linguistiche moderne non possono essere applicate al passato remoto senza stravolgere il senso di testi che concepivano il mondo in termini radicalmente diversi. 

Ciò non significa difendere dogmi religiosi, né negare in linea di principio la possibilità che esistano forme di vita intelligente altrove nell'universo. Il punto non è cosmologico né teologico in senso stretto: è filologico e metodologico. Fare finta che le parole significhino altro da ciò che significano nel loro contesto è abuso fantasioso degli scritti biblici. Come è pretestuoso e ridicolo, in questo caso, invocare la libertà di pensiero.

Ciò che rende il libro di Virgili interessante al di là della sua specifica polemica è il quadro culturale che individua con grande intuito. Il proliferare di letture alternative della Bibbia — come di qualunque altro testo fondativo, dalla mitologia sumerica ai Vangeli apocrifi — non è riducibile alla sola ignoranza. Risponde a un bisogno concreto di teorie suggestive e di facile fruizione che stimolino l’immaginario delle persone, esentandole da approfondimenti troppo impegnativi.

Viviamo in un periodo in cui le grandi narrazioni religiose tradizionali hanno perduto per molti fascino e capacità di dare senso all'esistenza, e in cui, al tempo stesso, l’invasivo positivismo scientifico, che ha assunto i tratti di una fede laica, non riesce a colmare il vuoto che lascia nel vissuto emotivo e simbolico delle persone, il mercato dell'esoterico e del para-biblico offre una narrazione alternativa assai intrigante. 

La sensazione di accedere a una verità nascosta, censurata e sovversiva rispetto alle narrazioni ufficiali, e a seducenti storie parallele, colmano il bisogno di favolistico necessario ad evadere da una realtà sempre più brutale e alienata, fa percepire se stessi come risvegliati e alternativi al sistema. La capacità retorica e di affabulazione, inoltre, riesce a fare breccia nell’immaginario di chi non ha gli strumenti di conoscenza adeguati, dandogli la sensazione di far parte di un gruppo illuminato che è più avanti nella comprensione della realtà di chi accetta supinamente la narrazione del potere dominante. 

Questo meccanismo è lo stesso che sottende a diversi esempi di cospirazionismo, non solo religioso, che tra l’altro finiscono anche per gettare discredito su qualsiasi legittima radicale critica all’esistente. Ciò che andrebbe evidenziato, invece, è proprio come la consueta psicologia di massa si formi attraverso la manipolazione delle credenze, di quali siano le condizioni culturali che rendono credibile un'argomentazione fantasiosa, di come la soglia critica del lettore medio venga sistematicamente abbassata da un sistema di comunicazione che privilegia la suggestione e il sensazionalismo. 

Questo non avviene solo nelle bolle complottiste, ma anche nel sistema di informazione ufficiale. Il letteralismo degli ufologi in fondo è speculare a quello dei fondamentalisti religiosi. Eliminano il simbolico, non contestualizzano, cercano di adattare il linguaggio e il pensiero degli antichi alle categorie del presente, semplificano la complessità cancellandola, in nome di una narrazione rigida che non ammette obiezioni.

Ed è appunto la facilitazione all’accesso verso uno stravolgimento dei temi fondativi della cultura e delle tradizioni, la rivelazione segreta di contenuti che verrebbero tenuti nascosti, la possibilità di una partecipazione attiva a una sorta di gnosticismo popolare, ad avere tanto successo. Virgili, coglie il funzionamento di questa dinamica culturale quando descrive come certi interpreti costruiscano il loro discorso proprio su quel meccanismo di svelamento, volto a togliere presunte maschere che altri (i fantomatici “Loro”) avrebbero interesse a mantenere.

Virgili, nella sua veste di studioso cattolico di teologia con una solida formazione biblica e patristica — autore anche di lavori ben più impegnativi, come la sua introduzione al Gesù storico, dal titolo “Sulle tracce del Nazareno”, la sua indagine sulla risurrezione di Gesù, la guida alla Biblioteca della Bibbia, o la recente pubblicazione dell’introduzione ai Vangeli apocrifi, — sceglie qui un tono volutamente leggero, quasi di ironica divulgazione, che è una scelta consapevole che potrebbe facilmente raggiungere proprio quel lettore curioso ma non addetto ai lavori che è anche lo stesso principale destinatario delle teorie ufologiche.

L’autore sostiene che la seria e corretta metodologia di studiosi della Bibbia, credenti e non credenti, si basa su cinque pilastri: la filologia, la storia, la storia delle religioni, l’archeologia e la logica narrativa. «La Bibbia non è né un romanzo di fantascienza né un protocollo cifrato: è un insieme di racconti religiosi, simbolici, teologici, radicati nella storia e nella fede.». «La cautela scientifica dice che potremmo scoprire nuove varianti testuali, nuovi rotoli, nuovi siti, ma finora ogni scoperta (come i Rotoli di Qumran, la stele di Mesha, l’iscrizione di Tel Dan) ha confermato la dimensione storica e religiosa, non astronautica dei testi biblici.»

Alla fine il libro lascia una sensazione che mi sembra senz'altro assai feconda: quella per cui la risposta più efficace alle cattive interpretazioni è la paziente ricostruzione del metodo di interpretazione. Virgili lo sa, e questo suo piccolo saggio ha un valore che supera la contingenza della polemica. Ricorda, con sobrietà, che nessuna bomba può trasformarsi in una locomotiva solo perché qualcuno opera una manipolazione del linguaggio. E, con tutto il rispetto per la fantascienza e le rielaborazioni narrative fantastiche dei miti religiosi, che sono tutt’altra cosa rispetto a chi si fa depositario di verità ufologiche, afferma che un viaggio attraverso la scoperta della Bibbia nel suo senso originale può essere altrettanto, se non più affascinante di qualsiasi versione fantascientifica.


venerdì 3 aprile 2026

MARIE CARDINAL, “LE PAROLE PER DIRLO” (1975)


MARIE CARDINAL, “LE PAROLE PER DIRLO” (1975)

«La Cosa aveva vinto. Ormai eravamo sole io e lei, per sempre. Eravamo finalmente isolate, noi e le nostre secrezioni: il sangue, il sudore, le feci, la saliva, il pus, il muco, il vomito. La Cosa aveva cacciato via i miei figli, le strade piene di gente, le luci dei negozi, la spiaggia a mezzogiorno con le piccole onde dell’estate, gli alberi di lillà, le risate, il piacere di ballare, il calore degli amici, l’esaltazione intima dello studio, le lunghe ore di lettura, la musica, le braccia tenere di un uomo attorno a me, la crema al cioccolato, la gioia di nuotare nell’acqua fresca. Non mi restava che raggomitolarmi in questa toilette di una clinica, il posto più pulito della stanza, sudare e rabbrividire. Tremavo così forte che le mie mascelle facevano uno stupido rumore meccanico.»

«Udite brava gente! Udite la storia di colei che sudava e non suda più, che tremava e non trema più, che sanguinava e non sanguina più, che palpitava e non palpita più. Avvicinatevi, avvicinatevi! Apritele pure le gambe, provatele pure il polso, guardatele pure il cervello. Non abbiate paura, avanti, tanto non troverete niente, assolutamente niente!»

«Andavo nel vicolo e insultavo il piccolo dottore. Gli sbattevo in faccia tutto quello che avevo sentito dire della psicoanalisi: che rende le persone ancora più matte, che le trasforma in maniaci sessuali, che distrugge la personalità.

Chiamavo in aiuto il vocabolario della psicoanalisi, quelle stesse parole che lui mi aveva pregato di lasciare da parte all’inizio dell’analisi. Mi giostravo in mezzo alla libido, all’ego, alla schizofrenia, ai complessi di Edipo, alle repressioni, alla psicosi, alla nevrosi, alla paranoia, alle fantasie e tenevo sempre il trans-fert per ultimo. Soffrivo all’idea di essermi tanto aperta a lui, di avergli dato tanta fiducia, di averlo amato tanto.

Era un pulcinella nelle mani di Freud! Erano le grosse funi di Freud che lo facevano muovere. Lui era il sacerdote della psicoanalisi, questa religione osannata da una élite intellettuale, boriosa, proterva e malintenzionata.»

«Perché non avevo alcun ruolo da svolgere in questa società nella quale ero nata e nella quale ero diventata pazza. Nessun altro ruolo se non quello di fare maschi per far andare avanti le guerre e i governi, e femmine che a loro volta avrebbero fatto figli maschi con i maschi. Trentasette anni di assoluta sottomissione. Trentasette anni passati ad accettare l’ineguaglianza e l’ingiustizia senza batter ciglia, senza nemmeno accorgersene.»

Ciò che è certo, dopo aver letto questo romanzo, è che Marie Cardinal meriterebbe maggior rilievo nella storia della letteratura del Novecento. Io pure l’avevo solo sentita vagamente nominare, ma fino a poco tempo fa non conoscevo nulla dei suoi scritti. Devo ringraziare di cuore alcune care amiche per avermela fatta conoscere. Questa è la prima opera che leggo e non credo che mi fermerò qui. 

“Le parole per dirlo” è un testo dove il flusso di coscienza non è una scelta stilistica nel senso in cui lo è, per esempio, nella Woolf o nella Morante, ma è una necessità per così dire strutturale, in quanto il flusso di coscienza ininterrotto usa come metafora il flusso di sangue che si presenta anch'esso come ininterrotto e che dà forma concreta all'intero romanzo. Ma non solo il sangue, la narrazione è uno scorrere continuo in armonia con quello dei liquidi, dei fluidi corporei e del progressivo cambiamento.

La Cardinal non è mai banale, narra sostanzialmente di un percorso psicoanalitico femminile, di una terapia attraverso l’autocoscienza, e la forma stessa del libro replica tale processo: il pensiero che risale, si interrompe, devia, torna su se stesso, trova connessioni, scorre liberamente, ritorna all’infanzia, alla pubertà e all’adolescenza. La prosa è profondamente e concretamente viscerale: il corpo è protagonista essenziale, mentre perde il controllo ben prima che lo faccia la mente. C'è una corrispondenza intrinseca tra il metodo dell'analisi freudiana e la tecnica narrativa adottata. Il flusso di coscienza diventa anche lo strumento per rendere visibile il lavoro dell'inconscio che sale in superficie, del linguaggio non più contenibile che dilaga incessantemente. 

Pubblicato in Francia nel 1975, è un'opera difficilmente classificabile secondo i canoni tradizionali dei generi letterari. Romanzo forse autobiografico, documento psicoanalitico, definito addirittura atto politico, ma è soprattutto un’esperienza di scrittura totale: in definitiva, è tutte queste cose insieme, e nessuna di esse esclusivamente. La sua forza risiede precisamente in questa irriducibilità, nel rifiuto ostinato di farsi contenere da una sola cornice interpretativa. 

Gli anni di psicoanalisi vengono narrati mediante una particolare forma di follia, sotto il dominio di ciò che la protagonista stessa chiama "la Cosa". Non si tratta però di una semplice ipotetica autobiografia, ma un modo di raccontare l’esperienza più comune del mondo femminile, usando un linguaggio comprensibile. Fino a che punto sia una fantasia o la rielaborazione di fatti certi, lo si può solo supporre. In questo senso, le parole per dirlo non esistono prima che la protagonista le trasformi in narrazione; devono essere trovate, inventate, strappate al silenzio e alla vergogna e diventare parole scritte, parole al femminile. Il libro, proprio per questo, si basa su un’impresa linguistica, oltre che sull’interpretazione psicoanalitica. È il linguaggio, infatti, il vero protagonista, il catalizzatore centrale dell’esperienza fisica.

È un libro sanamente “osceno”, provocatorio, prosaico, ma anche infinitamente poetico, passionale e commovente. Il suo essere politicamente scorretto è autentico, non è qualcosa di costruito per posture ideologiche predeterminate. È l’esperienza corporale del quotidiano, messa di fronte alla mostruosità dei fenomeni biologici, ma anche alla loro profonda essenza. Un romanzo in cui la protagonista si pone domande che tutti noi, in fondo, ci poniamo, e che ruotano, senza soluzione di continuità, attorno al dissolversi del corpo, alla decomposizione del mondo circostante, all’ineluttabilità mostruosa della morte. Domande che però vengono tenute accuratamente celate, e che solo la follia ha il compito di svelare, tramite l'abisso della malattia psicosomatica.

È rivelatore in questo senso il ricordo della madre rielaborato come se fosse un incontro mai avvenuto prima. La figura materna, infatti, occupa nel romanzo un posto dominante e ambivalente. La madre di Marie era una donna bella, severa, presa delle convenzioni proprie della sua classe sociale e della sua epoca, incapace di dare alla figlia quel minimo di approvazione di cui avrebbe avuto bisogno. La scrittrice mette a nudo la complessità di un legame in cui l'amore e la distruzione convivono, in cui essere desiderata e, nello stesso tempo, non esserlo si sovrappongono in modo insostenibile. 

La dimensione politica del romanzo resta sottotraccia, ma è facilmente intuibile, desumibile tra le righe. Scritto negli anni di poco successivi al '68 francese, è prossimo alle istanze del Movimento di Liberazione delle donne dell’epoca, porta con sé tutta l'energia di quel momento, la certezza che il privato fosse politico e che l’autodeterminazione personale fosse inseparabile da una liberazione collettiva. Ma la Cardinal non trasforma mai il romanzo in pamphlet, la prossimità può essere solo intuita, non è esplicitamente dichiarata: la politica rimane nel libro come sospesa, non viene assunta come tesi ideologica. La femminilità oppressa non è mai qualcosa di astratto.

Tuttavia, non siamo solo in presenza della malattia mentale, è anche quella fisica che si affaccia più volte tra le pagine del libro. I ricordi di patologie che affliggono la famiglia della protagonista, il passato, non solo il presente, che si staglia come una minacciosa promessa di morte, l’angoscia esistenziale, ma anche l’entusiasmante felicità che scopre inaspettatamente nella “guarigione”, fanno da cornice a tutto ciò, mentre gli umori del corpo scorrono copiosi, rallentano o spariscono. L’analogia con la tubercolosi e il suo percorso terapeutico è assai chiara. Come l’analogia con il Mediterraneo in un ponte ideale lanciato tra l’Algeria, dove una parte del racconto di svolge, e la Francia, l’Europa.

Agli occhi di un lettore di sesso maschile può apparire assai disturbante. Ma l'angoscia, le crisi di panico e la gioia che lo attraversano appartengono a tutti gli animi sensibili, a coloro i quali sono abituati a vivere sulla linea di confine, anche all’uomo che non rifiuta la sua parte femminile e sa in qualche modo riconoscerla, farla sua. 

Resta però un romanzo con una caratterizzazione complessiva che è peculiare della condizione e della natura della donna, sarebbe assurdo negarlo. Anche in questo senso va vista la figura dell'analista che, pur restando col suo silenzio, apparentemente sullo sfondo, acquista nelle parole della protagonista un ruolo determinante come soggetto maschile, che per una volta rimane in ascolto, svolgendo proprio per questo una funzione terapeutica essenziale.

martedì 31 marzo 2026

CARLO LUCARELLI, “ALMOST BLUE” (1997)


CARLO LUCARELLI, “ALMOST BLUE” (1997)

«Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po’ di polvere. Quello del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso di una finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost Blue.

A starci attenti, molto attenti, si può sentire anche quando prende fiato e stacca le labbra sulla prima a di almost, cosí chiusa e modulata da sembrare una lunga o. Al-most-blue... con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente che sta tenendo gli occhi chiusi.

Per questo mi piace Almost Blue. Perché è una canzone che si canta a occhi chiusi.

Io, con gli occhi chiusi, ci sto sempre, anche se non canto. Sono cieco, dalla nascita. Non ho mai visto una luce, un colore o un movimento. Ascolto.»

«Le sento le campane dell’Inferno. Me le sento risuonare nella testa, sempre, tutto il giorno e tutta la notte e a ogni rintocco vibrano fin dentro le ossa, come se il mio cervello fosse lui stesso una campana viva che pulsa e si spacca a ogni colpo. A volte sono lontane, giú, sotto la nuca e ne sento soltanto l’eco, metallica, che mi si allarga dentro, lenta, come un cerchio sottile. Ma poi ricominciano all’improvviso, piú alte, altissime, un rintocco forte al centro della testa che mi vibra lungo il naso e sui denti, un rintocco forte che mi batte e rimbalza dietro la fronte, un rintocco, forte, che mi sfonda le giunture delle ossa e mi apre il cranio, un rintocco, forte, fortissimo. Le sento, le campane dell’Inferno. Sempre, ogni giorno e ogni notte, sempre, le sento le campane dell’Inferno che suonano a morto e suonano per me.»

«Questa città, le aveva detto, non è quello che sembra. Lei dice piccola perché pensa a quello che sta dentro le mura, che è poco piú di un paese, ma questa città lei non la conosce, ispettore, non la conosce proprio. Questa che lei chiama Bologna è una cosa grande che va da Parma fino a Cattolica, un pezzo di regione spiaccicato lungo la via Emilia, dove davvero la gente vive a Modena, lavora a Bologna e la sera va a ballare a Rimini. Questa è una strana metropoli di duemila chilometri quadrati e due milioni di abitanti, che si allarga a macchia d’olio tra il mare e gli Appennini e non ha un vero centro ma una periferia diffusa che si chiama Ferrara, Imola, Ravenna o la Riviera.»

Nella storia del giallo italiano, che è storia molto illustre, “Almost Blue” può vantare una posizione di tutto rispetto, anzi direi che ha diritto di entrare a far parte delle pietre miliari del genere. Eppure il romanzo di Lucarelli è “semplicemente” uno degli episodi di una serie: è il secondo capitolo di quella dedicata all'ispettore Grazia Negro. Un capitolo che però vive benissimo di luce propria indipendentemente da tutti gli altri.

Pubblicato nel 1997, rappresenta una delle opere più intense e sperimentali del panorama noir contemporaneo italiano. Ambientato nella Bologna notturna e nebbiosa degli anni Novanta, il libro intreccia le voci di tre personaggi in una narrazione polifonica che trasforma la caccia a un serial killer in un'esplorazione delle zone d'ombra della psiche umana e della città. Tra atmosfere thriller, kafkiane, dickiane e lovecraftiane, Lucarelli costruisce paradossalmente un plot realistico e contemporaneamente in bilico con l’irrazionale e con la crudeltà dell’esistenza. Almost Blue è un romanzo sulla percezione prima ancora che sul crimine.

La struttura narrativa costituisce uno degli elementi più significativi dell'opera. Lucarelli adotta una tecnica alternata che dà voce a Simone (un non vedente dotato di straordinarie capacità uditive che collabora con la polizia), all'ispettore Grazia Negro, anche se indirettamente, e all'Iguana, il serial killer che sta seminando terrore a Bologna. Questa scelta formale permette al lettore di penetrare simultaneamente nelle tre diverse percezioni della realtà, creando un effetto di straniamento e tensione crescente. La narrazione in prima persona, in maniera particolare per le parti dell'Iguana, costringe chi legge a un'identificazione disturbante con la mente del carnefice.

Bologna emerge come un personaggio a sé stante, ben oltre la funzione di semplice sfondo. La città viene ritratta nelle sue suggestioni notturne, tra portici deserti e periferie anonime. L’atmosfera è sempre in bilico con una certa inquietudine. Così come è raggelante e di macabra genialità l’ansia che pervade senza sosta le pagine del romanzo. Lucarelli costruisce una topografia delle emozioni dove i luoghi fisici diventano proiezioni degli stati d'animo: la nebbia che avvolge le strade riflette l’opacità morale, i sottopassaggi e i vicoli bui rappresentano i meandri della coscienza. La metropoli contemporanea si rivela labirintica, alienante, popolata da solitudini che si sfiorano e a volte, miracolosamente, si incontrano.

Il personaggio di Simone introduce una dimensione sensoriale inedita nel genere noir. La sua cecità, paradossalmente, diventa uno strumento di visione più profonda: attraverso l'udito ipersensibile, egli percepisce sfumature della realtà precluse agli altri. Questa caratterizzazione solleva interrogativi sul rapporto tra percezione e verità, suggerendo che la conoscenza autentica richieda talvolta la rinuncia alla vista ordinaria. Il mondo sonoro che Lucarelli costruisce attorno a Simone è meticolosamente dettagliato, creando una sorta di paesaggio acustico che amplifica la tensione narrativa. Simone “vede” attraverso i suoni, le frequenze, le vibrazioni. Il mondo è un paesaggio acustico, e ogni persona è una tonalità diversa di un diverso colore.

L'Iguana rappresenta il cuore oscuro del romanzo, l’altro modo di percepire la realtà. Un modo distorto, ma lo stesso intenso. Lucarelli evita la trappola della spettacolarizzazione del male, presentando invece un personaggio disturbante proprio per la sua banalità apparente. I suoi monologhi interiori rivelano una psicologia frammentata, dove impulsi violenti emergono da vuoto esistenziale e da incapacità relazionale. Non c'è una spiegazione consolatoria: il male viene presentato nella sua irriducibilità, come fenomeno che resiste alle categorie interpretative tradizionali.

Il titolo, mutuato dalla suadente composizione di Elvis Costello che però è diventata celebre grazie alla magnifica interpretazione di Chet Baker, non è casuale. Il contrasto, quasi una forma di dualismo, che attraversa il romanzo, tra il jazz malinconico di Simone e il rock violento della follia dell’Iguana - affetto da una forma parossistica di acufene - funziona come contrappunto emotivo alla rappresentazione della brutalità. Il blu diventa colore simbolico della malinconia urbana, della notte come dimensione esistenziale prima ancora che temporale. 

C'è una musicalità anche nella prosa di Lucarelli, nei ritmi sincopati dei dialoghi e nelle accelerazioni narrative che mimano la frenesia di quella che appare nelle vesti di una vera e propria caccia. Il romanzo è attraversato interamente e trasversalmente da un’ambiguità senza limiti, non offre soluzioni rassicuranti. Un thriller, in cui la follia viene descritta alla stregua di un horror metafisico.

"Almost Blue" si inserisce nel filone del noir mediterraneo ma con caratteristiche molto peculiari. Lucarelli raggiunge notevoli vertici narrativi, preferendo una scrittura asciutta, quasi clinica, che ha il dono magico della sintesi e che suggerisce l'indicibile. La violenza viene raccontata senza eccedere in descrizioni, evocata attraverso i suoi effetti piuttosto che rappresentata esplicitamente, secondo una strategia che ne amplifica l'impatto. Fornisce al lettore gli strumenti necessari per stimolare l’immaginario.

L'opera solleva interrogativi che trascendono il genere poliziesco: sulla conoscenza delle percezioni dell'altro, sull'autenticità della comunicazione in una società frammentata, sulla possibilità stessa di narrare il male senza banalizzarlo con facili stereotipi. In questo senso, "Almost Blue" si configura come romanzo esistenziale travestito da thriller, dove l'indagine criminale diventa metafora di una ricerca più ampia di senso e di identità.

La fortuna critica e popolare dell'opera ha confermato la capacità di Lucarelli di rinnovare il noir italiano, sottraendolo alle formule consolatorie e restituendogli una funzione di visione radicale della contemporaneità. "Almost Blue" rimane un testo inquietante e necessario, che descrive con intelligenza le angosce urbane che sono ancora le stesse a distanza di quasi trent’anni, attraverso una scrittura che è materia viva.

La scelta di un protagonista cieco, la figura mimetica dell’Iguana e la vulnerabilità della razionalità investigativa convergono nel delineare un romanzo offre un finale che mette in crisi le certezze percettive e cognitive del lettore. Certezze che si basano sulle apparenze della vista, mentre sono incapaci di prestare ascolto. Il romanzo invita a considerare la conoscenza come un processo sempre parziale, esposto all’indeterminatezza dell’esistenza.

venerdì 20 marzo 2026

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA


LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA

Il 16 marzo 1988 le forze aeree irachene sganciarono agenti chimici — gas mostarda, sarin, tabun e ciclosarina — sulla città curda di Halabja, nel Kurdistan iracheno meridionale, al confine con l'Iran. Era l'ultimo anno della guerra Iran-Iraq, e la città era appena caduta in mano ai peshmerga curdi alleati con Teheran. L'attacco durò diverse ore: prima i bombardamenti convenzionali per impedire la fuga della popolazione, poi le bombe chimiche. 

Morirono tra i tremila e i cinquemila civili nell'arco di poche ore; decine di migliaia subirono effetti a lungo termine — cecità, malformazioni congenite nelle generazioni successive, tumori, patologie respiratorie croniche. Halabja rimane il più grave attacco chimico contro una popolazione civile nella storia moderna, superato solo, in termini di vittime civili da agenti chimici, dall'uso del gas nella Prima guerra mondiale, ma in quel caso distribuito su un arco temporale e geografico incomparabilmente più vasto.

L'attacco rientrava nell'operazione Anfal — termine coranico che designa i bottini di guerra sottratti agli infedeli — condotta dal regime ba'athista di Saddam Hussein tra il febbraio e il settembre 1988 contro la popolazione curda dell'Iraq settentrionale. L'Anfal fu pianificata e diretta da Ali Hassan al-Majid, cugino di Saddam, che per questo verrà soprannominato "Ali Chemical". L'operazione combinò deportazioni di massa, esecuzioni sommarie, distruzione sistematica di villaggi e uso di armi chimiche: secondo le stime più accreditate, tra 50.000 e 182.000 curdi furono uccisi nel corso della campagna complessiva, e oltre 4.000 villaggi rasi al suolo.

Ciò che rende la strage di Halabja storicamente e politicamente complessa non è soltanto la sua brutalità intrinseca, ma il contesto internazionale in cui si inserisce. Nel 1988 l'Iraq era un alleato tattico fondamentale degli Stati Uniti e delle potenze occidentali nella guerra contro l'Iran di Khomeini. Washington aveva fornito a Baghdad intelligence militare, tecnologia a duplice uso e copertura diplomatica. 

Quando la notizia dell'attacco chimico raggiunse i circoli governativi americani, la risposta fu deliberatamente ambigua: funzionari del Dipartimento di Stato lavorarono attivamente per attribuire la responsabilità dell'attacco anche all'Iran — tesi priva di qualsiasi fondamento — al fine di proteggere Saddam da possibili ripercussioni internazionali. È uno degli esempi più documentati di quella che potremmo chiamare la geopolitica dell'omissione calcolata: la decisione di non vedere ciò che è sotto gli occhi, perché vederlo imporrebbe conseguenze politicamente scomode. Una verità ignorata perché non era conveniente renderla pubblica e di conseguenza denunciarla.

La stessa comunità internazionale — incluse le Nazioni Unite — reagì con un silenzio sostanziale. La Convenzione sulle armi chimiche del 1993 non esisteva ancora; ma il Protocollo di Ginevra del 1925 vietava già l'uso bellico di agenti chimici. Nessun meccanismo internazionale fu attivato. La stampa occidentale coprì l'evento in modo marginale e discontinuo. Solo nel 1991, dopo l'invasione irachena del Kuwait e il rovesciamento dell'alleanza geopolitica, le immagini di Halabja tornarono a circolare — questa volta come prova del carattere mostruoso di Saddam, improvvisamente trasformato da alleato in nemico. 

La strumentalizzazione retrospettiva è parte integrante della storia di questo crimine: il massacro fu riscoperto quando divenne utile, non quando era assolutamente ovvio denunciarlo. Il riconoscimento giuridico avvenne dopo decenni. Il processo contro Ali Hassan al-Majid e altri gerarchi ba'athisti si svolse nel 2007 dinanzi al Tribunale Supremo Iracheno: i principali imputati furono condannati a morte e giustiziati. Nel 2010 il Parlamento iracheno riconobbe ufficialmente l'Anfal come genocidio. 

Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e altri paesi avevano già adottato analoga qualificazione giuridica. Gli Stati Uniti riconobbero l'Anfal come genocidio soltanto nel 2024, attraverso una risoluzione del Congresso. Per la comunità curda, Halabja non è soltanto un trauma storico: è un punto fondamentale dell'identità politica collettiva, la prova più radicale dell'abbandono internazionale e, al tempo stesso, dell’estrema necessità del riconoscimento. 

Il 16 marzo è commemorato ogni anno come Roja Helebçê — il Giorno di Halabja — in tutto il Kurdistan iracheno e nella diaspora. La città stessa, ricostruita dopo la guerra, ospita un museo memoriale che fu saccheggiato e parzialmente distrutto nel 2006 durante una rivolta popolare contro la classe politica curda accusata di sfruttare la memoria delle vittime a fini elettorali: un episodio che dice molto sulla tensione irrisolta tra commemorazione istituzionale e dolore vissuto, e del conflitto che attraversa trasversalmente l’intera comunità Curda.

La visibilità internazionale di un popolo è largamente proporzionale alla sua capacità istituzionale di autorappresentarsi, e i Curdi sono stati sistematicamente privati di quegli strumenti. Al contrario, i quattro Stati che si dividono il territorio curdo — Turchia, Iraq, Iran, Siria — hanno tutti, in misura diversa, interesse attivo a che la questione curda rimanga opaca, frammentata, non leggibile come questione unitaria. La narrativa dominante in ognuno di quei paesi descrive i Curdi come una minaccia separatista, terroristica, destabilizzante — e quella narrativa ha trovato sponde anche in Occidente, soprattutto per quanto riguarda la Turchia.

Strutturale perché la complessità geografica e politica del Kurdistan — diviso tra quattro Stati, con movimenti politici diversi e talvolta in conflitto tra loro, con lingue e dialetti differenti, con storie locali che divergono significativamente — mal si presta alle semplificazioni che i media generalisti richiedono. È molto più facile raccontare un conflitto con due parti chiaramente identificabili che una situazione in cui i Curdi iracheni, siriani, turchi e iraniani hanno storie, organizzazioni e obiettivi parzialmente distinti. Quella complessità, anziché essere un'occasione di approfondimento, diventa un pretesto per non occuparsene affatto.

C'è poi un elemento più sottile e più determinante: i Curdi fanno parte di quella categoria di popoli e cause che non si inseriscono comodamente nelle narrative ideologiche preconfezionate che strutturano il dibattito pubblico occidentale. Non sono facilmente collocabili né a destra né a sinistra in senso convenzionale — il PKK ha radici marxiste-leniniste ma il Kurdistan iracheno è governato da forze conservatrici e tribali; il Rojava siriano ha sperimentato un modello di confederalismo democratico orizzontale di ispirazione libertaria che non assomiglia a nulla di convenzionale. Questa inclassificabilità li rende difficili da adottare come causa, perché le cause nell'opinione pubblica contemporanea funzionano meglio quando si adattano a un frame già esistente.

Il risultato è che la maggior parte delle persone sa al massimo che "i Curdi esistono" e che "c'è una questione curda", senza nessuna consapevolezza reale di cosa significhi per 35-40 milioni di persone vivere divise tra quattro Stati che in misura variabile le opprimono, senza mai aver avuto la possibilità di autodeterminarsi nonostante un'identità culturale, linguistica e storica robustissima. È una delle grandi amnesie dell'opinione pubblica globale.

martedì 10 marzo 2026

LA VERITÀ, LA CONOSCENZA, IL BIAS E LA RESPONSABILITÀ INTELLETTUALE


LA VERITÀ, LA CONOSCENZA, IL BIAS E LA RESPONSABILITÀ INTELLETTUALE.

Quello che presento in questo post è un percorso iniziato ormai da tempo, un tempo che non riesco a quantificare esattamente, in cui sto cercando di mettere in discussione la formazione delle convinzioni personali, un percorso impervio, costellato da contraddizioni, arretramenti, progressi e cambiamenti. Tuttavia, è un percorso per me diventato assolutamente ineludibile. Una necessità quasi fisiologica. Un'impostazione esistenziale che ho affrontato e affronterò ancora in futuro e che mi pone, nonostante l’età, in una condizione di costante trasformazione. Tutt'altro, quindi, che qualcosa di astratto.

Chi pronuncia con sicurezza la frase «la verità assoluta non esiste», spesso intende evidenziare la propria distanza dal dogmatismo e dall’ideologia. Eppure questa tesi contiene, nella sua formulazione più comune, un'evidente contraddizione, oltre al rischio di trasformarsi in un alibi teso a evitare il peso dell'approfondimento. L'enunciato pretende esso stesso di essere una verità assoluta. Per essere vero, dovrebbe violare quindi ciò che afferma. Questo non significa che tale posizione sia insostenibile, ma che non può essere sostenuta in questa formulazione elementare. 

Per sottrarsi a questo paradosso è utile spostare la discussione dal piano di ciò che esiste al piano di ciò che possiamo conoscere. In termini pratici: è sensato sostenere che esistono fatti indipendenti dalla nostra percezione, riconoscendo che la nostra capacità di accedervi è sempre parziale, prospettica e storicamente condizionata. Questa doppia affermazione evita sia il dogmatismo che il relativismo: non nega l’esistenza di una realtà, ma sottolinea i limiti della nostra rappresentazione.

Per rendere chiara questa distinzione conviene definire i termini: "verità ontologica" e "verità epistemica". Per «verità ontologica» intendo quegli eventi o stati di cose che si sono verificati indipendentemente dalle testimonianze e che lasciano tracce materiali, o una coerenza che ne permette la ricostruzione. Per «verità epistemica» intendo invece ciò che possiamo conoscere, documentare e giustificare razionalmente a partire dalle evidenze disponibili e dagli strumenti concettuali che impieghiamo. Il fatto che la nostra conoscenza sia mediata non implica che tutte le interpretazioni abbiano lo stesso valore. Alcune ricostruzioni sono più solidamente fondate sulle evidenze; altre sono fragili, ideologiche, strumentali o addirittura fantasiose.

Il problema non è solo filosofico, ma psicologico. Gli esseri umani non sono semplici ricettori neutri di informazioni: selezionano, interpretano e spesso distorcono i dati in funzione di credenze preesistenti e dell’identità a cui appartengono. Il bias di conferma è la tendenza a cercare e valorizzare le prove che confermano ciò che già si crede, scartando o minimizzando quelle contrarie. Individui dotati di grande capacità argomentativa possono costruire giustificazioni sofisticate per mantenere convinzioni che proteggono la propria immagine o l’appartenenza a un gruppo. 

Si può ragionare correttamente su tutto tranne che su quello che minaccia la propria identità, rimanendo convinti allo stesso tempo di essere equilibrati e rispettosi delle diversità. Può essere definita come incapacità di vedere tutto quello che disturba le proprie convinzioni. Ciò mostra come l’impegno ideologico possa rendere invisibili prove incontrovertibili: spesso non si tratta di menzogna deliberata, ma di una cecità che filtra le evidenze, il che è, sotto alcuni aspetti, ancora più grave, dimostra quanto la fede ideologica possa influire sulla coscienza etica.

Se le categorie interpretative — e in particolare quelle politiche — si cristallizzano nelle identità di gruppo, la capacità di vedere si riduce ulteriormente. Le etichette come "destra" e "sinistra", o come "sovranista" e "liberale", ad esempio, diventano problematiche quando si presentano come rigidi criteri di appartenenza. A quel punto non è più la realtà a determinare l’etichetta, ma l’etichetta a determinare quale realtà debba essere visibile. La conseguenza è una radicata cecità: si diventa incapaci di riconoscere prove che contraddicono la narrazione del gruppo di riferimento. Non è neanche più necessario dover mentire. La realtà è quella riconosciuta dal proprio bias cognitivo e non ne esiste un'altra.

L'errore più frequente consiste nel confondere i due piani. Dal fatto che gli esseri umani hanno un accesso parziale alla realtà, si arriva a dedurre che la realtà stessa sia parziale, plurale, o addirittura costruita. Ma la parzialità del nostro sguardo non implica la parzialità della realtà: essa resta intera, anche se la nostra conoscenza non può esserlo. Il fatto che diverse testimonianze descrivono in modo difforme un evento non significa che l'evento non abbia avuto una struttura solida e determinata. La via d'uscita dalla trappola del pregiudizio non è la neutralità, che è anch'essa una posizione e spesso una posizione ipocrita. Dovrebbe essere qualcosa di più esigente, che vada ben oltre: rendersi effettivamente disponibili a cercare le prove contro le proprie tesi.

Non è mia intenzione affermare che si tratta di trasferire meccanicamente i metodi della scienza sperimentale alla storia o alla politica, ma di assumere lo spirito critico che Popper sintetizzò nella nozione di falsificabilità: formulare ipotesi che esplicitino quali evidenze le metterebbero in crisi. Chiedersi quali fatti potrebbero smentire la propria tesi è un esercizio creativo che sposta l’attenzione dalla ricerca di conferme alla ricerca di possibili confutazioni. Se alla fine di questo percorso di ricerca nessuna evidenza riesce a mettere in dubbio una nostra convinzione, vuol dire che quella convinzione si avvicina più alla fede cieca che al ragionamento. Diventarne consapevoli sarebbe già un grande passo in avanti di emancipazione individuale. 


sabato 7 marzo 2026

PIERO STEFANI, “GESÙ” (2012)


PIERO STEFANI, “GESÙ” (2012)

«Avviene ancora oggi quanto capitò all’inizio e poi sempre da allora fino ai giorni nostri: la prima conoscenza di Gesù da noi avuta non ha luogo attraverso i libri. Per sapere come si è appreso qualcosa riguardo a lui occorre volgersi in altre direzioni. Non si tratta di un dato occasionale. Per quanto, sull’argomento, si sia scritto e si scriva senza posa (si calcola che nel XX secolo siano usciti 100.000 libri a lui dedicati), rimane saldo il fatto che Gesù, in proprio, non scrisse nulla. Vano sarebbe, perciò, sperare di conoscere il suo autentico pensiero prendendo in mano una sua opera. Di Gesù si afferma che visse, camminò, parlò, attuò guarigioni, compì esorcismi, si circondò di discepoli, insegnò, fece gesti simbolici, subì un processo in cui venne condannato alla pena della croce. Si proclama pure che morì, fu sepolto e risorse il terzo giorno. Mai si è sostenuto che abbia scritto alcunché, al più ci si è riferiti a labili segni, di ignoto contenuto, da lui tracciati per terra (Gv 8,6-8).»

«In definitiva, nel I secolo in ambito ebraico si riscontra l’esistenza di una vera e propria galassia di orientamenti e istituzioni; basti pensare a termini come: scribi, sacerdoti, farisei, sadducei, esseni, zeloti (sostenitori della lotta armata contro Roma), membri della comunità di Qumran, movimenti battisti (come quello di Giovanni), apocalittici, ellenisti e così via. L’elenco indica la presenza, all’interno del popolo ebraico, di un’accentuata varietà di orientamenti non di rado contraddistinti da un’aspra polemica reciproca. Tenendo conto di ciò, a un numero crescente di studiosi pare necessario concludere che il movimento nato attorno alla figura di Gesù possa essere classificato, dal punto di vista storico-culturale, come una corrente giudaica, per i più di orientamento apocalittico.»

«Gesù fu un ebreo condannato, al pari di molti altri del suo popolo, alla pena romana della croce. Qui, come altrove, i vangeli non attribuiscono, però, una particolare enfasi alla condizione ebraica di Gesù. La ragione è semplice: essa è data per ovvia. Cosa mai altro poteva essere Gesù, forse un greco o un romano? La mala pianta dell’antigiudaismo cristiano sarebbe cresciuta rigogliosa solo in seguito, quando Gesù fu considerato avulso dal suo popolo reo di averlo rifiutato in blocco. Ciò non trova riscontro nelle pagine evangeliche dove la componente polemica, spesso molto aspra, è, in sostanza, ancora intragiudaica. 

I racconti evangelici del processo a Gesù sono stati recepiti, lungo i secoli, in modo tale da alimentare pratiche ostili agli ebrei. Nella seconda metà del Novecento c’è stata, però, una svolta; varie Chiese cristiane si sono impegnate, infatti, a confutare la validità teologica di tali pregiudizi. In quest’ambito va citata, innanzitutto, la dichiarazione Nostra Aetate, n. 4 del Concilio Vaticano II, la quale nega l’esistenza di una supposta responsabilità collettiva ebraica nei confronti della morte di Gesù.»

Piero Stefani, autorevole teologo e biblista, studioso di ebraismo e promotore di dialogo interreligioso, con “Gesù”, un saggio breve in forma divulgativa, cerca di presentare al lettore contemporaneo la figura di Gesù di Nazareth nella sua complessità storica, religiosa e simbolica. Il risultato è un'opera che si pone efficacemente tra la teologia e la storia, tra l'esegesi biblica e la riflessione filosofica, rifiutando facili semplificazioni. Propone un profilo critico della figura di Gesù, in cui convergono e si confrontano dialetticamente tre prospettive: ecclesiale, storica e letteraria.

Stefani non scrive né una “vita di Gesù” classica né un’ennesima ricostruzione del “Gesù storico” in chiave puramente accademica. Il suo obiettivo dichiarato è più modesto e al tempo stesso più ambizioso: offrire al lettore contemporaneo, spesso disorientato tra dogmatismo tradizionalista, scetticismo storiografico e fascinazione letteraria, una sintesi ragionata delle principali questioni che ruotano attorno a Gesù. Questo breve saggio può servire molto bene come punto di partenza per un approfondimento, come sintesi di un percorso o come guida di lettura non solo alle fonti testamentarie. Nelle sue 128 pagine, riesce a essere insieme introduttivo e sofisticato. 

Stefani, smentendo molte semplificazioni, afferma che non è la scarsità delle fonti a rendere complessa la figura di Gesù, ma la loro natura plurale e la diversificazione delle letture che ne sono derivate. Abbiamo fonti canoniche, apocrife, e alcuni riferimenti non cristiani; ma soprattutto abbiamo secoli di interpretazioni che hanno contribuito a rendere Gesù un personaggio teologico, politico, culturale e simbolico unico. Questa impostazione permette a Stefani di evitare due rischi opposti: da un lato la ricerca nei testi di un Gesù storico “puro”; dall’altro la rigida sacralizzazione dei vangeli. Il libro si muove invece in una zona intermedia.

Gesù non può essere compreso al di fuori del suo contesto ebraico. Questa affermazione, che a prima vista potrebbe sembrare ovvia, porta con sé profonde implicazioni. Vuol dire riconoscere che Gesù parlava, pensava e agiva come un ebreo del primo secolo, radicato nella tradizione della Torah, dei profeti e della sapienza del suo popolo. Le sue parole, le sue parabole, le sue dispute con i farisei non possono essere lette come una rottura con l'ebraismo, ma come un dialogo continuo al suo interno, anche se a volte conflittuale. Stefani, che ha dedicato buona parte della sua carriera al dialogo ebraico-cristiano, porta in questo libro la sensibilità di chi sa quanto il rapporto tra le due tradizioni sia ancora oggi carico di incomprensioni storiche e di ferite da sanare, quanto l’antisemitismo sia sempre in agguato e purtroppo anche in crescita.

Uno dei nodi centrali del libro è il cosiddetto problema del Gesù storico, questione che ha attraversato la teologia e gli studi biblici almeno dall'Illuminismo in poi. Stefani affronta la questione con rara consapevolezza: i Vangeli non sono biografie nel senso moderno del termine, sono testimonianze di fede, composte da comunità che già credevano nella resurrezione di Gesù e che trasmettevano i suoi detti e le sue azioni in funzione di questo annuncio. Questo non li rende meno preziosi, ma obbliga il lettore a una lettura impegnativa e stratificata, capace di distinguere — senza mai separare definitivamente — il livello della storia da quello della confessione di fede. 

Stefani si muove con precisione attraverso le fonti, senza cedere alla tentazione di costruire un Gesù "depurato" dalla fede, perché non è possibile ritrovare sotto le pagine dei Vangeli un nucleo di storicità assoluta. Allo stesso tempo, non rinuncia all'analisi critica. Il suo Gesù è un predicatore itinerante della Galilea, probabilmente discepolo di Giovanni il Battista, che annuncia l'imminente regno di Dio con un'urgenza che trasforma radicalmente il suo rapporto con la Legge, con i puri e gli impuri, con i potenti e gli ultimi. Il Gesù di Stefani è irriducibilmente umano.

Al centro della predicazione di Gesù, Stefani pone il tema del Regno di Dio che è al tempo stesso una realtà già presente e ancora attesa. Questa tensione tra il "già" e il "non ancora" è, secondo Stefani, il cuore pulsante di tutta la teologia cristiana e ha le sue radici nella più autentica predicazione storica di Gesù. Il regno non è un luogo spiritualmente astratto, né un programma politico di liberazione nazionale, ma una trasformazione radicale del modo in cui gli esseri umani si relazionano tra loro e con Dio, inaugurata dall'agire di Gesù stesso, attraverso il suo messaggio di fratellanza.

Stefani sa leggere le parabole con profondità e sensibilità letteraria. La parabola del padre misericordioso, quella dei lavoratori della vigna, quella del seminatore: ognuna diventa nelle sue pagine non soltanto un insegnamento morale, ma una finestra aperta su una visione del mondo radicalmente alternativa, in cui le logiche della reciprocità, del merito e del potere vengono sistematicamente sovvertite. In questo senso, il Gesù di Stefani è una figura profondamente provocatoria, non rassicurante: il suo messaggio disturba le certezze di tutti, degli ortodossi e dei trasgressori, dei ricchi e di chi si accontenta della propria povertà come segno di virtù.

Quando il libro si avvicina alla Passione, il tono cambia. Stefani accompagna il lettore verso Gerusalemme con la consapevolezza che la morte di Gesù fu un in qualche modo il punto di approdo di un percorso che lo aveva portato a sfidare le autorità religiose del Tempio e, indirettamente, il potere romano. Andò incontro al suo destino con consapevolezza. «In conclusione, dietro la morte di Gesù si ritrovano soprattutto tre motivi conduttori: l’offerta della propria vita, la pretesa di presentarsi come Figlio dell’uomo e l’ostilità sorta attorno al fatto di essere scambiato per un messia di tipo davidico-regale.»

La resurrezione è il momento più delicato dell'intera trattazione. Stefani la affronta come un'esperienza — quella delle prime comunità di discepoli — che non può essere semplicemente catalogata come illusione collettiva né come fatto empirico ordinario. La resurrezione è, nel libro, il punto in cui la storia si apre su qualcosa che va oltre, e Stefani ha il coraggio di presentarla nella sua straordinarietà senza risolverla semplicisticamente né in senso razionalistico né in senso fideistico.

“Gesù” di Piero Stefani è una lettura che si rivolge a tutti, indipendentemente dalla posizione religiosa del lettore. Chi è credente vi troverà un invito a riscoprire la radicalità di una figura che troppo spesso viene addomesticata dalla devozione abitudinaria. Chi non lo è vi troverà uno strumento onesto e rigoroso per comprendere perché questa figura continua, a duemila anni dalla sua morte, ad affascinare e a essere il centro di un dibattito continuo. 

Il libro risulta particolarmente utile in un’epoca segnata da due estremi opposti: da un lato la riproposizione rigida di un’immagine sacra che ignora le acquisizioni storiche; dall’altro la riduzione di Gesù a maestro di saggezza etica o a rivoluzionario sociale, dimenticando la dimensione escatologica e teologica che permea i testi. Stefani non sceglie né l’uno né l’altro; propone invece un ascolto polifonico che rispetta la pluralità delle voci antiche e moderne.

La grandezza del libro sta nella sua onestà intellettuale: Stefani non finge di avere risposte definitive là dove le domande restano aperte. Non pretende di essere neutrale, ma sa fare della propria prospettiva uno strumento di comprensione piuttosto che un filtro deformante. Il suo Gesù è, alla fine, una figura che sfugge a ogni tentativo di appropriazione e catalogazione, e forse è proprio in questa irriducibilità che risiede la sua inesauribile potenza.


mercoledì 4 marzo 2026

VIRGINIA WOOLF, “MRS. DALLOWAY” (1925)


VIRGINIA WOOLF, “MRS. DALLOWAY” (1925)

«Mai in vita sua s’era sentito tanto felice! Senza una parola tutto era accomodato. Scesero fino al lago. Egli ebbe venti minuti di perfetta beatitudine. La voce, il riso di Clarissa, il suo vestito (qualcosa di spumeggiante, bianco e cremisi), il suo spirito avventuroso. Ella li persuase tutti a sbarcare e esplorare l’isolotto; e fece fuggire un uccello che covava; e rise e cantò. E intanto Peter lo sapeva benissimo: Dalloway s’innamorava di lei; e lei s’innamorava di Dalloway; ma non aveva importanza, a quanto pareva. Nulla aveva importanza. S’erano seduti in terra a discorrere, lui e Clarissa. Senza alcuno sforzo penetravano a vicenda nel proprio spirito. E poi, in meno di un secondo, tutto finì. Risalendo in barca Peter si disse: "Sposerà quell’uomo"; se lo disse tristemente, senza rancore, ma la cosa era evidente. Dalloway avrebbe sposato Clarissa. Dalloway remò al ritorno. Non aprì bocca. Ma quando si accomiatò, e lo si vide inforcare la bicicletta per affrontare venti miglia di strada attraverso i boschi, e s’allontanò giù per la discesa, figura sempre più incerta, salutando con la mano fino a che non scomparve, era chiaro che istintivamente, definitivamente, fortemente doveva aver sentito tutto ciò: la notte, la romantica atmosfera, Clarissa. Egli se l’era meritata.»

«Il vento gli aveva aperto il leggero soprabito, ed egli avanzava a stento, contro voglia, senza saperne dire il perch'; curvando un poco il capo in avanti, le mani dietro il dorso, aguzzando un po' gli occhi come un falco, lesto se ne andava; se ne andava lesto attraverso Londra, verso Westminster, osservando intorno a s'. Tutti cenavano dunque fuori, da quelle parti? Qui un domestico apriva una porta per lasciar passare una vecchia dama piena di sussiego, con scarpine a fibbia e tre piume purpuree di struzzo nei capelli.

E porte si schiudevano dinanzi a signore avvolte al pari di mummie in scialli a fiori variopinti, signore a capo scoperto. E in certi decorosi quartieri borghesi, dove si vedevano colonne di stucco in fondo a giardinetti lungo la facciata, uscivano donne avviluppate alla meglio, il pettine tra i capelli (erano salite su di corsa per dare un’occhiata ai bambini); i mariti aspettavano, il soprabito al vento, e la macchina partiva rombando. Tutti uscivano. E con tante porte che si aprivano, e gente che scendeva e macchine che si mettevano in moto, pareva che Londra intera s’imbarcasse su una flottiglia di barche ormeggiate lungo la riva, danzanti sull’onda; pareva che l’intera città navigasse verso una mascherata sull’acqua. E sopra a Whitehall cesellato d’argento pattinavano dei ragni, pattinavano, e c’era un ronzio di zanzare attorno alle lampade ad arco; faceva tanto caldo che la gente si fermava per discorrere. E qui a Westminster un tale, un giudice a riposo probabilmente, se ne stava bellamente in poltrona davanti alla porta di casa sua, vestito di bianco: un anglo-indiano, probabilmente.»

Leggere questo romanzo è un’esperienza assolutamente unica: vuol dire lasciarsi trasportare dalla deliziosa poetica di Virginia Woolf e dalle intense suggestioni che questa provoca. Pubblicato nel 1925, “Mrs. Dalloway” rappresenta uno dei vertici del modernismo letterario e una delle opere più audaci del Novecento. Assolutamente innovativo e geniale, un vero e proprio sconvolgente testo di rottura antropologica. In questo romanzo Virginia Woolf compie un'operazione radicale: riduce l'azione esterna al minimo — una giornata a Londra, i preparativi per una festa, una passeggiata mattutina — e trasferisce l'intera tensione della narrazione all'interno della mente dei personaggi. 

La tecnica del flusso di coscienza, lo “stream of consciousness", non è nella Woolf un semplice espediente stilistico e narrativo, ma una precisa visione del mondo. La realtà, per l'autrice, non esiste come dato oggettivo e condiviso: esiste nella misura in cui viene percepita, filtrata, colorata dalla soggettività di chi la vive, da ogni singolo personaggio. Clarissa Dalloway passeggia per le strade di Londra e ogni dettaglio diventa occasione per un'immersione nel passato, per un confronto tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. 

La narrazione scivola circolarmente e senza preavviso dalla terza alla prima persona, dal presente ai ricordi del passato, dall'esterno all'interiorità, e questa fluidità è essa stessa il contenuto del romanzo: la vita non ha confini netti, le identità non sono stabili, il tempo non scorre in modo lineare. Un vero e proprio colpo di genio, tenuto conto anche della capacità di tenere viva la tensione dalla prima all'ultima parola in un flusso continuo, senza uno strappo nel tessuto del romanzo.

Il tempo è forse il vero protagonista del libro. La Woolf costruisce una tensione costante tra due forme di temporalità: il tempo esterno, scandito dal Big Ben, e il tempo interiore, quello della memoria, che non obbedisce ad alcun orologio e che vaga assolutamente libero da vincoli. Clarissa, mentre prepara la sua festa, è continuamente trascinata nella babele dei ricordi, indietro verso le possibilità di vita che ha scelto di non percorrere, verso le possibilità che avrebbero potuto verificarsi. Il presente di una giornata qualunque diventa così un caleidoscopio di esistenze parallele, di strade non prese, di desideri mai del tutto sopiti, di trasgressioni mai del tutto realizzate.

Il Big Ben, con il suo suono che "piomba" sulla città come un giudizio, rappresenta la dimensione pubblica e collettiva del tempo, quella che impone ritmo e ordine alla vita sociale. Ma la Woolf suggerisce che questa misura del tempo è in fondo arbitraria, estranea all'esperienza vissuta dai singoli individui, una cornice astratta. Clarissa sa benissimo che "i momenti" non hanno la stessa durata: certi istanti durano più di anni interi, che tutto si sfalda e si ricompone attraverso il filtro della soggettività. Così è per Clarissa e così è per gli altri protagonisti.

Virginia Woolf esplora anche, con grande finezza, la dimensione della femminilità e del desiderio, tema che torna come costante in tutte le sue opere. La solitudine, nella Woolf, non è mai soltanto malinconia: è una condizione strutturale dell'essere umano, qualcosa con cui Clarissa ha imparato a convivere. Ogni personaggio è rinchiuso nella propria coscienza, e la comunicazione vera — quella che tocca davvero l'altro — è rara, fragile, quasi miracolosa. La festa di Clarissa è, in fondo, un tentativo disperato e grazioso di creare connessione, di "unire" le persone in qualcosa che assomigli a una comunità. Ha molte affinità con la festa dei “Morti” di James Joyce, l'altro grande autore del modernismo, con le vuote apparenze e le piccole e grandi ipocrisie.

Con "La signora Dalloway", la Woolf non si limita a innovare la tecnica narrativa: mette in discussione le basi stesse del romanzo del secolo precedente. Niente trama nel senso tradizionale, niente evoluzione del carattere, niente risoluzione del racconto. La vita si vive, momento dopo momento, senza soluzione di continuità, con le sue contraddizioni e le sue bellezze improvvise. Il linguaggio non si limita a descrivere i pensieri, li imita, li incarna, diventa esso stesso fluido come la coscienza che vuole rappresentare. Ogni frase è calibrata non solo per il significato ma per il ritmo, per il suono, per la sua capacità di evocare, non solo atta a descrivere e a spiegare.

Sotto la superficie elegante del romanzo scorre una critica sottile ma incisiva alla società britannica dell’epoca: una classe dirigente che appare irrigidita; la medicina psichiatrica è rappresentata come un dispositivo di controllo più che di cura; la mondanità è un banale e annoiato rituale che nasconde la paura del vuoto. Mostra come la società postbellica cerchi di ricomporsi attraverso la normalità, ma questa normalità è fragile, costruita su rimozioni e silenzi. La festa di Clarissa è il simbolo di questa tensione: un tentativo di creare un ordine, una coesione, mentre sotto la superficie si muovono inquietudini profonde.

“Mrs. Dalloway” è un romanzo che non si può dimenticare. A ogni rilettura offre qualcosa di diverso: la musicalità e il ritmo della prosa, la complessità della struttura, quanto ogni personaggio possa riportare a qualcosa di vero e riconoscibile nella propria esperienza e quanto i pensieri di diversi personaggi possono essere compresi anche in un unico flusso di coscienza. La Woolf ha scritto un libro sulla morte e sulla vita, sulla memoria e sull'oblio, sulla solitudine irriducibile degli esseri umani e sulla loro irrinunciabile speranza di entrare in contatto. In questo, “Mrs. Dalloway” non è soltanto un capolavoro del modernismo: è uno dei romanzi più autentici mai scritti sull'esperienza esistenziale.


AA.VV. “LA VITA QUOTIDIANA” EDITA DA HACHETTE

AA.VV. “LA VITA QUOTIDIANA” EDITA DA HACHETTE Questa collana si iscrive a buon titolo nella tradizione della divulgazione storiografica di m...