I NUOVI INQUISITORI. SULL'IMPIANTO CULTURALE TOTALITARIO DEI MOVIMENTI IDENTITARI CONTEMPORANEI
«Ciascun movimento di massa genera nei propri seguaci una disponibilità alla morte e una propensione all’azione unitaria; ciascuno di essi coltiva – indipendentemente dalla dottrina che predica e dal programma che delinea – fanatismo, speranze ferventi, odio e intolleranza; ciascuno è capace di innescare un potente flusso di attività in particolari ambiti dell’esistenza; ciascuno esige una fede cieca e una lealtà incondizionata.»
Eric Hoffer, “Il vero credente. Sulla natura del fanatismo di massa” (1951)
«I patiboli appaiono come altari della religione e dell’ingiustizia. La nuova fede non li può tollerare. Ma viene il momento che la fede, divenuta dogmatica, erige i propri altari ed esige adorazione incondizionata. Allora ricompaiono i patiboli e nonostante gli altari, la libertà, i giuramenti e le feste della Ragione, le messe della nuova fede, si dovranno celebrare nel sangue.»
Albert Camus, “L'uomo in rivolta” (1951)
La storia del pensiero politico comprende delle figure ricorrenti, che si ripresentano sotto spoglie diverse attraverso le epoche: quella di soggetti politici che, conquistato il proprio spazio di potere, riproducono esattamente le strutture di dominio contro cui si erano opposti. Si tratta in sostanza di movimenti che pretendono di cambiare il sistema egemone esistente attraverso la sostituzione del suo contenuto, lasciando inalterato il meccanismo autoritario che lo sorregge, se non addirittura peggiorandone le forme.
È questa la matrice profonda di ciò che oggi si manifesta, con crescente evidenza, nei gruppi identitari che popolano tanto molte espressioni della sinistra, quanto certe declinazioni della destra, compreso anche il cosiddetto dissenso trasversale alle prime due tendenze: movimenti che esigono adesione pressoché totale al proprio catechismo, sanzionano la devianza con la scomunica e la gogna pubblica, e si presentano nel contempo come espressione autentica di liberazione. Abbiamo avuto un esempio del suo modus operandi in questi giorni con la "shitstorm" che ha colpito due artisti famosi. Tale logica pretenderebbe infatti che artisti e intellettuali fossero dei chierici, non solo soggetti che si esprimono - anche criticamente - attraverso la loro produzione.
L'osservazione diretta - quella che si può fare frequentando queste realtà nella vita concreta, al di là delle autorappresentazioni propagandistiche - rivela dinamiche di relazione che non lasciano spazio a equivoci. Il militante identitario tipo non tollera l'interlocutore che ragiona con autonomia critica. Chiunque manifesti riserve argomentate, distinzioni concettuali, si permetta il lusso intellettuale del dubbio, viene immediatamente collocato nelle uniche categorie disponibili per chi non aderisce: quelle del nemico, del traditore o del complice. Ho avuto occasione già di ricordarlo in altre occasioni. Tuttavia, c’è anche dell’altro.
Sarebbe un errore interpretare questo fenomeno come patologia marginale o eccezionale degenerazione. Esso è, al contrario, la manifestazione di una tendenza strutturale. La ragione profonda di questo fenomeno, più che psicologica, è sociologica: i movimenti si formano in risposta a una condizione percepita di esclusione od oppressione, e la maggior parte delle persone che vi aderiscono ritengono che la loro coesione dipenda dal mantenimento di un confine netto tra “dentro e fuori”, tra “noi e loro”. Quando il movimento cresce o si trasforma, questo confine deve essere costantemente ridefinito e sorvegliato, e questa sorveglianza genera spesso una gerarchia interna di legittimità e autenticità, che va ad aggravare il livello di intolleranza.
Ciò che distingue però i movimenti identitari contemporanei dalle precedenti declinazioni storiche dello stesso fenomeno è la sofisticazione del dispositivo ideologico con cui l'autoritarismo viene non solo mascherato, ma attivamente riconvertito e presentato come virtù. Il totalitarismo classico - quello dei regimi novecenteschi - imponeva la conformità attraverso la violenza fisica e la censura esplicita, e almeno in questo era intellettualmente onesto: non pretendeva di essere libertà mentre esercitava la coercizione. Le strutture di controllo e di repressione del dissenso erano formalizzate chiaramente.
I nuovi movimenti identitari hanno invece elaborato un lessico in cui l'atto stesso di imporre la conformità viene costantemente mistificato e ridefinito, conferendogli “legittimità democratica". Hanno cioè compiuto l'operazione che George Orwell aveva profeticamente identificato come il nucleo del totalitarismo maturo: la distruzione del linguaggio come strumento di pensiero critico, la sua riduzione a strumento di capovolgimento di senso, di controllo ontologico totale, di appartenenza e identificazione tribale. L'aspetto inquietante è che i movimenti identitari contemporanei, che si presentano come superamento delle logiche oppressive e delle violenze strutturali, le riproducono invece con una fedeltà quasi caricaturale.
Il catechismo identitario contemporaneo ha alcune caratteristiche che vale la pena enumerare. In primo luogo, esso è fondamentalmente non falsificabile: essendo costruito intorno a categorie esperienziali e identitarie rigide piuttosto che argomentative, non esiste confutazione possibile. Chi non appartiene all'identità non ha alcuna legittimità per parlare; chi vi appartiene e dissente è un traditore oppure è vittima di falsa coscienza. Il cerchio si chiude perfettamente nella misura del suo carattere totalitario.
In secondo luogo, il catechismo è in costante espansione: le sue norme si moltiplicano nel tempo, e la fedeltà dimostrata ieri non garantisce l'ortodossia di oggi. Questa instabilità non è un difetto del sistema, ma una sua funzione: mantiene la comunità in uno stato di vigilanza permanente, rende tutti potenzialmente esposti all'accusa di devianza.
In terzo luogo, il catechismo identitario non è mai soggetto a verifica empirica perché si situa in un registro morale assoluto. Non si discute di fatti, di evidenze, di conseguenze verificabili delle politiche proposte: si discute di purezza, di intenzioni, di segnali di appartenenza. È la logica della parola d'ordine come atto distintivo, non una logica epistemica ma una logica di riconoscimento autoreferenziale.
Le dinamiche di potere che ne conseguono sono visibili a chiunque frequenti questi ambienti senza le lenti deformanti dell'appartenenza. L’egemonia culturale viene espressa da quelle narrazioni che controllano la definizione della linea politica e dell'ortodossia. Di conseguenza, il potere di scomunica è il vero capitale sociale dell’avanguardia militante identitaria, ed è un potere che si esercita tanto più efficacemente quanto più la comunità è coesa e quanto più la gogna è percepita come minaccia reale.
La struttura è esattamente quella che Michel Foucault ha analizzato nei dispositivi disciplinari: non si tratta solo di repressione diretta, ma di produzione di soggetti che si autocensurano, che interiorizzano la norma prima ancora che venga imposta, che imparano a sorvegliare se stessi con gli occhi dei giudici della comunità. Il panopticon ideologico funziona quando non c'è bisogno di guardiani visibili perché ciascuno è guardiano di se stesso e degli altri. È sorveglianza orizzontale che crea l’illusione della democrazia e rende superflui i tradizionali strumenti coercitivi e la violenza fisica.
La scomunica e la gogna mediatica - i due strumenti punitivi preferiti dai movimenti identitari contemporanei - hanno una funzione che non è principalmente quella di correggere il deviante, ma quella di rafforzare la coesione del gruppo attraverso il sacrificio del capro espiatorio. Il gruppo si compatta nell'atto di escludere e punire il trasgressore, e ciò produce il senso di purezza comunitaria necessario al consolidamento del gruppo. Il catechismo punta a stimolare il senso di colpa e a condannare all'isolamento. Due dinamiche utili anche al potenziamento del bias cognitivo collettivo.
Una riflessione onesta su questi fenomeni impone però di non cadere nella trappola simmetrica: il fatto che i movimenti identitari abbiano caratteri autoritari non significa che le istanze che portano avanti siano sempre infondate, né che le ingiustizie contro cui si battono siano immaginarie. Le oppressioni reali producono risposte reali, e non è sorprendente che tali risposte portino spesso il segno delle patologie culturali dell'ambiente in cui si formano.
Ciò che è però necessario denunciare con chiarezza è la mistificazione: il presentarsi come liberazione di ciò che è strutturalmente coercizione, il rivendicare il monopolio dell'emancipazione da parte di chi pratica l'inquisizione, il confondere la purezza del catechismo con la giustizia dei fini. Questa mistificazione non è un dettaglio secondario o una cattiva comunicazione: è il meccanismo centrale attraverso cui il potere si riproduce travestito da contestazione.
La tradizione del pensiero critico ha sempre saputo distinguere tra la critica delle condizioni di oppressione e la sacralizzazione di tale critica. Molti intellettuali di sinistra avevano capito, già negli anni Venti del XX secolo, che la burocrazia di partito non era strutturalmente diversa dalla burocrazia capitalistica, e che l'emancipazione non poteva venire da un sostituto dell'autorità ma da una trasformazione reale dei rapporti di potere.
Albert Camus, nel “L'uomo in rivolta", aveva mostrato come la rivolta autentica contenga in sé un principio di limite - il rifiuto di diventare ciò contro cui si combatte - e come l'abbandono di questo principio produca inevitabilmente il terrore. Certe voci scomode, che la tradizione del ribellismo identitario tende a ignorare o a distorcere in chiave di conferma, rimangono le bussole più affidabili per chi voglia praticare la differenza tra liberazione autentica e la sua versione travestita da dispotismo.
Il problema, naturalmente, è che questa distinzione richiede esattamente ciò che il catechismo identitario non può tollerare: la capacità di ragionare in modo indipendente, di valutare le proprie posizioni con gli stessi strumenti critici applicati a quelle altrui, di accettare che la complessità del reale non si faccia ridurre a una divisione manichea tra puri e impuri. Richiede, in una parola, quella libertà intellettuale che è la prima vittima di ogni totalitarismo, compresi quelli che si presentano nelle vesti più seducenti della liberazione, dell’inclusione e della cura.








