L'INTOLLERANZA DELL'IDENTITARISMO: TRA RETORICA ANTIFASCISTA, DIFESA DELL'ESISTENTE E REGRESSIONE NOSTALGICA
L'ossessione identitaria è ciò che spesso segna di più i percorsi delle persone impegnate in politica. Lo posso affermare con discreta cognizione di causa, guardando anche alla mia esperienza personale. Non tanto come mio problema - ne sono stato per buona parte esente grazie al mio radicato antidogmatismo, anche quando ero schierato -, ma per quello che ho potuto osservare in più di cinquant'anni di storia politica.
Il rigido identitarismo, spacciato per coerenza, è un vero e proprio cancro, un pericolo per sé e per gli altri. È per lo più una questione di imprinting culturale ed educativo. Sulla sua formazione hanno un peso particolare le memorie familiari, sia nel caso in cui si decida di riconoscerle e di difenderle, sia nel caso contrario in cui le si rifiuti come atto di ribellione. La componente delle memorie familiari è particolarmente insidiosa perché opera spesso a livello pre-razionale. Che si accettino o si rifiutino, quelle memorie strutturano comunque il campo delle emozioni in cui poi si vanno a inserire le scelte politiche. L'antifascista che riproduce rigide e dogmatiche dinamiche conflittuali o l’estremista di destra che replica schemi familiari tradizionalisti e autoritari sono tra i tanti esempi di quanto questo meccanismo agisca in maniera funzionale.
È un pericolo non solo per l'equilibrio psicologico e mentale, ma anche a livello fisico per sé e per gli altri. L'identitarismo è, infatti, in diversi casi, assai prossimo al fanatismo. E si forma soprattutto per l’interconnessione di tre elementi: un presupposto ideologico o un recinto di appartenenza dati come indiscutibili, l’individuazione di più nemici e una dose più o meno variabile di paranoia. L’identità politica, se è accompagnata da una forma drastica di radicalismo, è percepita come identità personale, ingenerando una distorta idea della fissità e della fedeltà, il cui tradimento è inconcepibile.
Quando, infatti, un'appartenenza ideologica diventa indistinguibile dal proprio sé, ogni critica alla linea politica viene accolta con intolleranza, percepita come attacco personale. La fedeltà cessa di essere una scelta razionale e diventa una questione di sopravvivenza psicologica. Questo spiega perché il cambiamento, o la semplice evoluzione delle proprie posizioni, vengano vissuti come autolesionismo: cambiare idea significa "tradire se stessi", non solo un gruppo o un’appartenenza.
Di conseguenza, viene elaborata una concezione del nemico che porta alla convinzione che la sua esistenza, o il fantasma della sua immagine, possano minacciare la nostra identità personale, per questo si è chiamati a difenderla senza tentennamenti. Ciò non avviene necessariamente in senso consapevole, può essere un meccanismo talmente interiorizzato, che è estremamente difficile da riconoscere. L’aggressione fisica e l’omicidio sono, quindi, armi legittime per un fanatico, in quanto la difesa della causa, anche quella che viene concepita come preventiva, può richiedere atti che diventano automaticamente opzioni moralmente percorribili. Il ricorso alla violenza viene, insomma, giustificato come legittima difesa.
C'è qualcosa di profondamente tragico e di grottesco nel vedere persone che nel 2026 riproducono gesti, slogan, modalità di scontro forgiati per dei conflitti di mezzo secolo fa, figuriamoci di ottant'anni fa. Rifiutano la responsabilità di vivere il presente, si preoccupano solo di recitare un copione. Il nemico è designato secondo stereotipi obsoleti e schemi prefabbricati. Tutto diventa una sorta di sacra rappresentazione dove l'importante non è l'efficacia o la comprensione dei fenomeni, ma la fedeltà alla liturgia.
È la differenza tra chi agisce politicamente partendo da una lettura del proprio tempo e chi sta essenzialmente celebrando una messa identitaria, un’auto rappresentazione che crea conforto. Più ci si ancora rigidamente a un'identità, meno si è presenti come individui pensanti. Ci si trasforma in replicanti di una tradizione, esecutori di coreografie di altri tempi. L’esistenza come singoli tende a dissolversi in un rito collettivo. La coazione a ripetere cancella la possibilità stessa di elaborare il lutto, di pensare in modo nuovo. Si rimane intrappolati in un eterno ritorno, condannati a combattere guerre e conflitti che non ci riguardano più.
L'identitarismo può così colonizzare anche movimenti nati storicamente per opporsi proprio al dogmatismo. L'antifascismo si trasforma da principio di liberazione a identità ritualistica. Non si tratta più di difendere valori democratici nel contesto attuale, ma di riprodurre una rappresentazione: i cortei, gli scontri di piazza, l'iconografia degli anni '40 o '70, il linguaggio e la pratica dello scontro fisico, la spettacolarizzazione e la giustificazione dell’odio.
Il problema non sta nel difendere la democrazia dalle derive autoritarie - quello resta necessario sempre: i nuovi autoritarismi di eterogenea matrice, che si stanno diffondendo anche in Occidente, sono un fenomeno inquietante e tragicamente inedito, che andrebbe affrontato con strumenti all’altezza dei tempi.
Il fascista da combattere è, invece, una proiezione, una fantasia immaginaria, costruita per soddisfare il bisogno identitario di avere un nemico e per sfogare frustrazioni. L’unico risultato che si può ottenere è la perdita di credibilità politica. Una pratica e un pensiero che riproducono gesti di apparente resistenza in assenza delle condizioni che li generarono, sono svuotati di senso pratico e ridotti a performance identitaria. E questo tradisce proprio lo spirito critico e antidogmatico che storicamente animava l'antifascismo migliore.
Questa retorica non è limitata solo ai settori della sinistra antagonista, ma viene usata anche da quella istituzionale odierna per riempire il vuoto e la povertà teorica che la contraddistingue, come scudo per cercare di mantenere un minimo di consenso: una strategia di sopravvivenza politica. Per una sinistra che ha smarrito il proprio progetto sociale, che non ha più una narrazione credibile sul lavoro, sulla libera scelta, sulla giustizia, sulla trasformazione, l'antifascismo diventa l’ultima risorsa identitaria nostalgica spendibile. Non serve più come principio democratico universale, ma come frontiera che delimita il campo: "noi siamo quelli che stanno dalla parte giusta della storia".
Diventa comodo spostare il discorso sul piano identitario: "Il vero problema è il fascismo che avanza". Così non deve spiegare perché il programma politico è scomparso, perché ha accettato vincoli che riducono i margini di azione, perché si è appiattita allo scientismo, alla tecnocrazia, al grande capitale, perché si è adeguata a forme totalitarie di politically correct, perché non ha più un'idea di futuro da proporre, se non una patina di cosmesi verde, rosa e arcobaleno. È una politica che si è ritirata nella difesa dell'esistente, mascherata da eroica resistenza, una resistenza da opporre a fantasmi costruiti ad uso interno, per coprire l'incapacità di leggere e trasformare il presente.
L'identitarismo di qualsiasi estrazione ideologica rende, in sostanza, impossibile il pensiero autentico. Perché pensare significa mettere in discussione, confrontare, dubitare continuamente. Se l’identità coincide con un sistema chiuso di credenze presenti o passate, il pensiero si fossilizza e si sclerotizza. Sarebbe necessario fornirsi di antidoti contro tale veleno: la capacità di sottoporre a critica le proprie certezze; predisporsi alla contaminazione, esporsi cioè a contesti e idee che mettono in discussione i propri automatismi ideologici; comprendere la distinzione tra valori e identità, la difesa dei principi è ben altra cosa dall’erigere muri identitari; riconoscere la complessità della realtà e anche degli avversari; essere capaci di scelte radicali senza ricorrere all'intolleranza e ovviamente alla violenza.
Anselmo Cioffi









