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martedรฌ 14 luglio 2026

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๐˜‘๐˜ข๐˜ค๐˜ฒ๐˜ถ๐˜ฆ๐˜ด ๐˜Œ๐˜ญ๐˜ญ๐˜ถ๐˜ญ, “๐˜—๐˜ณ๐˜ฐ๐˜ฑ๐˜ข๐˜จ๐˜ข๐˜ฏ๐˜ฅ๐˜ข” (1962)

Il passo coglie il nucleo della distinzione che Ellul traccia in “Propaganda” tra propaganda politica diretta e propaganda sociologica - e sceglie deliberatamente la seconda come la piรน efficace, proprio perchรฉ รจ la piรน invisibile. A differenza della propaganda di regime, che parla attraverso slogan e ha un mittente riconoscibile, la propaganda sociologica non ne ha bisogno: รจ il tessuto stesso delle pratiche quotidiane, dei consumi, degli stili di vita a produrre conformitร . 

Il punto piรน importante รจ quello dell'illusione di autonomia: l'individuo crede di scegliere, mentre in realtร  sta semplicemente confermando criteri che l'ambiente gli ha giร  fornito. La propaganda sociologica di Ellul agisce sotto la soglia della consapevolezza. 

Il destinatario diventa esso stesso emittente: non subisce soltanto, riproduce la propaganda attraverso le proprie pratiche quotidiane, spontanee, apparentemente autonome. Non c'รจ bisogno di un apparato che ripeta il messaggio, perchรฉ ogni individuo "adattato" lo ritrasmette semplicemente vivendo, scegliendo, comunicando.

L'individuo stesso tende, quindi, a farsi propagandista. Chi ha interiorizzato certi criteri sente il bisogno di vederli confermati negli altri - convertire il proprio interlocutore diventa un modo per rassicurare se stessi che i criteri adottati siano davvero "propri" e non imposti. E nel frattempo, la propaganda, si diffonde per contagio orizzontale, capillare, tra pari.

LEONARDO LIPPOLIS, “L'APOCALISSE DEL POST PUNK. NELLE CITTร€ CI ANNOIAMO” (2025)


ALIENAZIONE E RIVOLTA

«La rapiditร  con cui le cittร  industriali del nord dell'Inghilterra nacquero e si svilupparono come un paesaggio completamente nuovo ha determinato il fatto che, nel secondo dopoguerra, la rivoluzione urbanistica che distrusse i vecchi quartieri operai potesse imporsi con particolare violenza. E' nel triangolo compreso tra Manchester e Sheffield e Leeds che si รจ forgiata l'anima psicogeografica del post-punk, quella che interpretava e metteva a nudo le trasformazioni urbane come veicolo di una mutazione economico-sociale e di immaginario.»

«Nella letteratura inglese con gotico urbano si identificano quegli autori che portarono le istanze romantiche dentro i confini della cittร , per indagare il mistero che si annidava sotto la superficie apparentemente banale della sua vita quotidiana... In questo senso, proponendo una rottura nei confronti della storia intesa come tempo lineare del progresso, il gotico urbano post-punk รจ un'ereditร  diretta del romanticismo inglese.»

«Alla fine degli anni settanta i sintetizzatori erano diventati economicamente accessibili rispetto a pochi anni prima e risultavano molto semplici da utilizzare, permettendo di applicare lo spirito punk del do it yourself e aprendo nuove possibilitร  musicali. Se il gotico urbano elaborava sonoritร  cupe con strumenti tradizionali per esprimere i sentimenti di rivolta e malinconia, un'altra faccia del post-punk si affidรฒ all'uso massiccio dei sintetizzatori per interpretare la “visione fredda del mondo” di Le Corbusier, con la quale gli architetti e urbanisti stavano stravolgendo il paesaggio urbano inglese con edifici brutalisti, strade nel cielo, sottopassaggi, parcheggi multipiano, zone di interscambio e tangenziali.»

La prima considerazione da fare dopo aver finito questo saggio รจ che non assomiglia a nessun altro libro che ho letto in vita mia. รˆ talmente originale da essere unico. La seconda che, pur non essendo affatto una storia musicale del post-punk, cosa ribadita anche dall’autore, conferma in me la convinzione che tra l’etร  di diciotto e di ventisei anni ho vissuto una delle stagioni musicali piรน intense della mia esistenza. Forse la piรน intensa. รˆ in questo senso un saggio di altissimo livello capace di emozionarmi e commuovermi.

Sono nato nel 1958 e molti dei protagonisti di quella storia erano miei coetanei o quasi, con uno scarto massimo di tre anni in piรน o in meno. Vale la pena fare dei nomi (dimenticherรฒ sicuramente qualcuno): Ian Curtis, Peter Hook, Bernard Sumner e Stephen Morris (i Joy Division); e poi, Siouxsie Sioux, Robert Smith, Marc Almond, David Sylvian, Gary Numan, Annie Lennox, Viv Albertine, Morrissey, Paul Weller, Peter Murphy, Julian Cope, Andrew Eldritch, Jim Kerr, Jaz Coleman, Ian McCulloch, Andrew Fletcher, Anne Clark, Kirk e Mallinder dei Cabaret Voltaire. 

Puรฒ apparire solo una semplice lista, un elenco di nomi, ma รจ ben altro. Pur essendo in fin dei conti un gioco, ho voluto rendere omaggio, nominandoli, a musicisti, cantanti, frontmen, persone con cui mi sono sentito affine per un lungo periodo e a volte anche ben oltre il 1984. Non tutti questi nomi appaiono nel saggio di Lippolis, ma la storia musicale รจ la stessa. Sono solo britannici. Ce ne sarebbero da aggiungere molti altri, tra americani, tedeschi, australiani e nord-europei.

Sono, per storia personale, ipoacusia permettendo, un ascoltatore e un appassionato “onnivoro” di musica. Ma la stagione del post-punk, va ben oltre il genere musicale e Leonardo Lippolis nel suo saggio lo spiega molto bene. l'Inghilterra รจ il luogo psicogeografico preso quasi esclusivamente in considerazione dall’autore, scelta assolutamente condivisibile, proprio a fronte del fatto che non รจ una storia del rock come qualsiasi altra. “L’apocalisse del post-punk” non ha nulla di convenzionale.

La musica รจ, sรฌ, protagonista, protagonista principale, ma lo รจ a fianco ad altri protagonisti, ad iniziare dalle cittร , sia metropoli che semplici agglomerati urbani. L’analisi dell’amico Leo si concentra sulla critica dell’esistenza all'interno di questi “inferni” architettonici in disfacimento, partendo dalla distruzione dell’architettura vittoriana, passando al brutalismo lecorbusiano. 

Il debito teorico di maggiore riferimento รจ con l'Internazionale Situazionista di Guy Debord e soci e con la produzione letteraria di J.G. Ballard, Philip Dick e George Orwell. E scusate, se vi sembra poco. La profonda connessione tra arte, architettura, rivoluzione, neoliberismo thatcheriano, spazio urbano alienato, condizione giovanile e musica, รจ l'anima della ricostruzione storico-sociale dell’intera opera. La musica si fa spazio con le unghie e con i denti attraverso le rovine di un paesaggio grigio, tossico e degradato.

Il concetto di separazione, che nella “Societร  dello spettacolo” di Guy Debord non indica semplicemente l'alienazione marxiana classica - il lavoratore separato dal prodotto del suo lavoro - ma qualcosa di piรน radicale, reale e pervasivo: la separazione dell'esperienza vissuta da se stessa, la trasformazione di ogni possibilitร  di vita autentica in immagine contemplabile, consumabile, inesorabilmente passiva. 

Lo spettacolo non รจ un insieme di immagini, รจ un rapporto sociale tra persone mediato da immagini. Il che significa che la critica dello spettacolo non รจ semplicistica critica dei media, non รจ critica culturale nel senso corrente, ma critica di una forma di organizzazione sociale totale che produce la sua propria legittimazione attraverso la saturazione visiva e sensoriale.

Ora, la domanda che Lippolis pone implicitamente - e che il post-punk pone esplicitamente, con il corpo, col rumore, con l'ostentazione del disagio - รจ: cosa succede quando lo spettacolo non riesce a incorporare una zona della realtร  sociale? Le cittร  industriali abbandonate dalla produzione, i quartieri operai lasciati a decomporsi dalla deindustrializzazione thatcheriana, rappresentano esattamente questo: un residuo che lo spettacolo non ha ancora digerito, una materialitร  grezza che resiste alla trasfigurazione in immagine consumabile. 

Manchester, Sheffield, Leeds, Liverpool, Birmingham, Londra stessa, non sono qui, infatti, come semplici scenari di sfondo ma veri e propri soggetti storico-geografici, che animano intere vicissitudini, fonti di una produzione simbolica, musicale e artistica di alto livello. Non sono mai fantasmi inanimati. E il post-punk nasce proprio da questo residuo, come urlo e come elaborazione, come materia viva, seppure condannata a rappresentare la morte.

Tuttavia, la musica non รจ solo uno specchio, vuole incarnare soprattutto una risposta, invocare una rivolta, che rivendichi dignitร  per le sue anime dannate, condannate in un universo concentrazionario che richiama quello dei lager e dei gulag. Al centro del discorso musicale, ci sono loro: i Joy Division e non poteva essere altrimenti. Culmine e origine di un intero universo musicale, la band di Manchester รจ, senza esagerazione alcuna, quella che ha dato vita a tutto.

Gli attori musicali perรฒ sono diversi. Particolare attenzione l’autore la dedica anche ad altre due formazioni: i Cabaret Voltaire, capostipiti della scena synth, e i Throbbing Gristle, maggiori protagonisti di quella industrial, col loro rapporto con la Berlino Ovest della fine dei settanta e gli Einstรผrzende Neubauten, una delle sezioni piรน interessanti dell’opera, unica eccezione alla storia quasi esclusivamente britannica.

Le condizioni orribilmente mutilate non producono necessariamente musica triste: il post punk dimostra che un particolare modo di abitare la marginalizzazione economica, spaziale e culturale puรฒ generare, in condizioni storiche specifiche, una risposta estetica di straordinaria densitร . Ed รจ questa specificitร  che il libro rivendica contro ogni riduzione a mero genere musicale del post-punk. Una musica che ha cercato di sconfiggere noia e disperazione, con una creativitร  unica e assoluta, emergendo direttamente dall’infernale apocalisse urbana.

L’ultima sezione del libro unisce originalitร  a originalitร . รˆ una guida alle sonoritร  dal 1977 al 1984, una selezione di canzoni inglesi di quegli anni, un’ideale e suggestiva colonna sonora, e come specifica l’autore: la scelta dei brani รจ puramente soggettiva. «Cento canzoni per cento gruppi, ma avrebbero potuto starcene almeno altrettanti, una per gruppo, alcuni celebri, alcuni sconosciuti, alcuni ampiamente trattati nel testo, altri neanche citati, alcuni che hanno avuto una carriera longeva e di cui si potrebbero citare intere discografie, altri che hanno fatto un solo album o addirittura un solo singolo, unica eccezione รจ i Joy Division, per la cui importanza ho scelto un brano per ogni anno della loro breve vita.» Fortunati coloro che sceglieranno di leggere “L’apocalisse del post punk”, non si annoieranno in alcun modo. 

lunedรฌ 13 luglio 2026

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Questa celeberrima citazione di Nietzsche รจ stata spesso usata e abusata, e, a mio parere, anche fraintesa fino a farla passare quasi come uno stereotipo. Nonostante questo, come le piรน grandi intuizioni del genio umano, conserva una potenza visionaria inestinguibile. Riguarda essenzialmente il rischio concreto di adottare gli stessi metodi del proprio nemico. Per sconfiggere un mostro, spesso si ha la tentazione di usare la sua stessa spietatezza, le stesse modalitร , gli stessi automatismi. Ciรฒ mi permette di riflettere spesso anche su come agisco e su cosa penso.

Non esiste una posizione di sicurezza da cui si possa combattere il male, l'orrore, la mostruositร  senza pagarne un prezzo. L'opposizione non รจ un'operazione pulita e indolore: chi si mette in “guerra” contro qualsiasi cosa rischia di assumerne, quasi per contagio, la forma - gli strumenti, la logica, persino la crudeltร  che intendeva estirpare. Il fine non basta a preservare i mezzi da questa contaminazione. Anzi, seguendo questa logica, quasi sempre si prende una strada che peggiora la relazione di potere.

Non serve nemmeno agire, basta guardare a lungo l'abisso con compiacimento. La contemplazione prolungata del nulla, dell'orrore, del non-senso, non lascia chi scruta com'era prima. C'รจ una reciprocitร  inquietante: l'oggetto osservato finisce per agire su chi guarda, per riflettersi dentro di lui. Ogni serio confronto con l'estremo - che sia lotta o semplice contemplazione - comporta un rischio di trasformazione involontaria di sรฉ. Non รจ un invito a distogliere lo sguardo o a rinunciare alla lotta, ma un richiamo alla vigilanza su di sรฉ: chi si occupa del male, in qualunque forma, non deve sorvegliare solo il nemico ma anche la propria metamorfosi interiore.

Il rischio concreto รจ che chi combatte l'idolatria - i pregiudizi, il gregge, la morale assoluta - diventi lui stesso un idolo, un dogma, un mostro fatto di devoti anzichรฉ di spiriti liberi. Si trasformi a sua volta in un tiranno, un fanatico o un nuovo falso profeta.

giovedรฌ 9 luglio 2026

JAMES ELLROY, “PERFIDIA” (2014).


DA PEARL HARBOR ALL'INTERNAMENTO DEI NIPPO-AMERICANI. 

«Ci son piรน cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia».

"Perfidia" รจ un capolavoro del noir storico politico, un'opera che ridefinisce i confini della narrativa. Spesso, la critica lo relega alla categoria "di genere" ed etichetta Ellroy frettolosamente come "reazionario", citando le sue provocatorie dichiarazioni tratte da alcune interviste. Ma รจ solo il classico stereotipo di chi ha necessitร  di incasellare letterariamente e ideologicamente. Sempre a proposito di grandi “reazionari”, leggere "Perfidia" significa confrontarsi con un'architettura narrativa e una profonditร  storica che non hanno nulla da invidiare ai grandi maestri europei come Dostoevskij o Cรฉline.

Chi cerca una lettura consolatoria ha sbagliato autore; chi cerca la veritร  brutale della storia americana, troverร  qui una maestria che trascende qualsiasi categoria ideologica. Pur volendo considerare come vera la premessa, credo che non si conterebbero scrittori “progressisti” che darebbero qualsiasi cosa per scrivere capolavori come “Delitto e castigo”, “Viaggio al termine della notte” e questo “Perfidia”, che liquidare come prodotti reazionari รจ davvero arduo e ridicolo. 

Questo romanzo inaugura il secondo 'Quartetto di Los Angeles' (poi diventato Quintetto), espandendo vertiginosamente l'universo ellroyiano. Prequel monumentale della tetralogia originale, “Perfidia” non รจ solo un tassello di una serie, ma un'opera che impone una nuova prospettiva di lettura e racconta una storia scarsamente conosciuta. Ellroy in un secondo tempo abbandona il contesto previsto per i volumi successivi e sceglie una rotta piรน ambiziosa, preparando il terreno per le dinamiche di potere e le ossessioni che domineranno l'intero ciclo dedicato al detective Freddy Otash, personaggio realmente esistito. 

6 dicembre 1941. Los Angeles รจ una polveriera. Pearl Harbor incombe. La famiglia Watanabe รจ morta. L'indagine รจ una corsa nel fango, un intreccio spietato. Dudley Smith: il male puro, il manipolatore. Kay Lake: l'ambiguitร  impersonificata. William H. Parker: la legge che si fa potere. E Hideo Ashida, il chimico forense giapponese: intrappolato in una causa che non รจ la sua. Deve servire il sistema che sta preparando la distruzione della sua comunitร . L'aria รจ satura di paranoia. 

​Il 19 febbraio 1942, il presidente Franklin D. Roosevelt firmรฒ l'Executive Order 9066. Questo provvedimento autorizzava il Segretario alla Guerra a designare determinate aree come "zone militari", dalle quali qualsiasi persona poteva essere espulsa. Sebbene il decreto non menzionasse esplicitamente una nazionalitร , fu applicato quasi esclusivamente ai residenti di origine giapponese che vivevano sulla costa occidentale degli Stati Uniti. 

L’amministrazione americana, mossa da un'ondata di isteria collettiva, pregiudizio razziale e pressione politica, decise di confinare forzatamente circa 120.000 persone di origine giapponese in campi di concentramento (ufficialmente chiamati Relocation Centers). I residenti, senza aver commesso alcun reato, furono costretti ad abbandonare case, proprietร  e attivitร  commerciali per essere reclusi in queste strutture gestite dal governo federale.

Il vero centro tematico del libro รจ perรฒ il periodo appena precedente all'internamento dei giapponesi-americani, che Ellroy usa come lente per esaminare il razzismo sistemico, l'opportunismo politico e la corruzione delle istituzioni losangeline in un momento di panico collettivo. Ellroy dipinge il clima di xenofobia e paranoia che portรฒ la cittร  di Los Angeles e il governo americano a pianificare la reale e drammatica deportazione. 

Lo stile รจ quello tipico della fase matura di Ellroy: prosa telegrafica, frammentata, quasi percussiva, con capitoli che alternano prospettive diverse e un uso massiccio di gergo poliziesco e slang d'epoca - una scrittura molto piรน radicale rispetto al “Quartetto” originale -, uno stile che alcuni lettori trovano faticoso affrontare e altri, tra cui il sottoscritto, considerano il momenti piรน alti della sua evoluzione stilistica.

Ellroy narra degli arresti preventivi di leader della comunitร  nippo-americana, le perquisizioni per confiscare radio, macchine fotografiche, armi, i rastrellamenti condotti su liste giร  pronte da mesi nei cassetti dell'FBI. รˆ una scelta che rende il libro piรน inquietante di un romanzo ambientato nei campi stessi: mostra la burocrazia del sospetto mentre si sta appena attivando.

Il protagonista principale attorno a cui ruota la vicenda รจ Hideo Ashida, unico chimico forense di origine giapponese della polizia di Los Angeles, e qui Ellroy compie la sua mossa piรน geniale: Ashida non รจ vittima passiva, viene arruolato - da Dudley Smith, da Parker, dagli stessi apparati che si preparano a internare la sua gente - come collaboratore nell'individuare elementi "sospetti" dentro la propria comunitร . 

Ellroy descrive il personaggio rendendolo anche omosessuale represso, in un'epoca in cui questo costituisce un secondo, distinto motivo di ricatto: doppia clandestinitร , etnica e sessuale, e la sua utilitร  intrinseca al sistema รจ ciรฒ che temporaneamente lo protegge. รˆ un rovesciamento amaro: essere indispensabili non significa essere al sicuro, significa diventare strumento e complice della persecuzione.

Il razzismo istituzionale coesiste con l'opportunismo economico piรน spiccio: il panico antigiapponese viene usato per espropriare proprietร  e attivitร  commerciali dei nippo-americani ancor prima che scatti l'internamento legale, aggiungendo alla persecuzione razziale anche interessi personali. Attorno a Dudley Smith si muove una rete di notabili, poliziotti, imprenditori e giornalisti in cui convinzione razzista genuina, calcolo politico, corruzione e pura rapina economica si mescolano senza soluzione di continuitร  - la stessa saldatura fra stato e crimine organizzato che attraversa tutta l'opera di Ellroy, dal Quartetto originale alla trilogia di American Tabloid.

Ellroy non edulcora il lessico dell'epoca - epiteti razzisti, luoghi comuni sulla "natura orientale", gergo da caserma, antisemitismo, retorica della quinta colonna circolano senza filtro quando fa parlare i bianchi. E a proposito della mia premessa, parte della critica lo ha accusato di compiacimento per questo, un’altra parte lo ha difeso perchรฉ era storicamente necessario rendere la persecuzione e i pregiudizi credibili e senza filtri - una tensione analoga a quella sul razzismo contro i neri giร  presente nel “Quartetto” originale: Ellroy non offre mai una lettura consolatoria. 

Il linguaggio dell'epoca รจ una radiografia precisa dell'odio. รˆ lo strumento chirurgico con cui la societร  separa. Divide. Etichetta. Questo linguaggio รจ essenziale e necessario mentre attraversa tutta la narrazione. Come non leggerne un significato anche per la situazione attuale in cui si invocano deportazioni, esclusioni e indiscriminate e forzate remigrazioni? Altro che reazionario.


mercoledรฌ 8 luglio 2026

RIELABORAZIONI STORICHE E MITOLOGICHE


A proposito di certe ricorrenti polemicucce su rielaborazioni di storia e mitologia, sia cinematografiche, che televisive e piรน raramente letterarie (perchรฉ la letteratura, si sa, รจ quasi impossibile che possa fare sensazione nell'era dei social).

Sostenere che le storie e i miti del passato siano materia intoccabile perchรฉ legata a regole ben precise, come se appartenessero a un canone immutabile, รจ un'enorme sciocchezza: una visione del genere limita inutilmente la fantasia e la creativitร , e la possibilitร  di esplorare e sperimentare nuove forme narrative. 

Allo stesso tempo, perรฒ, forzare la riscrittura di queste opere solo per rimediare a colpe storiche legate al colonialismo รจ ancora piรน assurdo. Cosรฌ, infatti, l'arte smette di essere autentica e finisce per diventare solo uno strumento al servizio del catechismo di un'ideologia. Mutatis mutandis, potrebbe, inoltre, accadere con qualsiasi addomesticamento ideologico, come d'altronde รจ accaduto in passato.

Consiglio di lettura: "Creazione" di Gore Vidal, a cui presto dedicherรฒ, per quei pochissimi che fossero interessati, una specifica recensione.

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La letteratura รจ tale in quanto letteratura, e su di essa mi permetto di esprimere soltanto un giudizio di qualitร : le colpe, le fragilitร  e persino gli orrori dell'autore appartengono a un altro tribunale, quello morale, che non ha nessuna competenza quando io leggo. Pretendere di subordinare il valore di un’opera alla biografia di chi l’ha scritta costituisce, a mio avviso, un errore di categoria: confonde il piano etico con quello estetico, una deriva che, portata alle estreme conseguenze, priverebbe il canone letterario universale di gran parte delle sue pagine migliori. 

Concordo poi anche con una seconda tesi, da non confondere con la prima, che pur essendo altrettanto valida conduce a un esito differente: essa non suggerisce di giudicare l'opera a prescindere dall'uomo, ma ipotizza che proprio i limiti, le debolezze e le zone d'ombra dell'autore costituiscano il bagaglio esperienziale da cui l'opera trae la propria profonditร . In quest'ottica, il nesso si rovescia: ciรฒ che era motivo di condanna si trasforma in sorgente di ricchezza. Le due tesi non si escludono, ma sono distinte: la prima รจ un principio di metodo nella lettura, la seconda un'ipotesi critica sull'origine della qualitร  artistica. Tenerle separate รจ, a mio parere, il modo migliore di sostenerle entrambe senza incorrere in contraddizione.

Due princรฌpi, questi, che infastidiscono le odierne grette forme di cancel culture o di censura etica, che siano conservatrici o progressiste, cosรฌ sollecite nella loro ossessione moralizzatrice. Un fenomeno attuale, ma che, allo stesso tempo, appartiene da sempre alla storia dell'intolleranza, ai suoi conflitti e ai suoi dispotismi.

martedรฌ 7 luglio 2026

SYD BARRETT A VENT’ANNI DALLA SUA MORTE. OVVERO, DELLE LACRIME E DELLA COMMOZIONE


Un mio ricordo riveduto e corretto per l’occasione

Syd รจ un personaggio a cui sono da sempre molto legato, sia in senso romantico che musicale. Forse piรน di quello che io stesso effettivamente riesco a percepire.

Uno dei miti della storia del rock, un mito piรน che meritato, perchรฉ ha contribuito con poche note a cambiarne il corso, per sempre e irrimediabilmente.

So che molti non condivideranno, ma credo che i Pink Floyd siano essenzialmente Syd Barrett, anche se รจ rimasto con loro lo spazio di qualche singolo, un album e poco piรน. I Pink Floyd non avrebbero mai potuto prescindere da Syd Barrett e se lo avessero fatto, non sarebbero stati quello che effettivamente sono stati. Anche se forse con lui ancora vivo sarebbero stati qualcosa di molto diverso, chissร . 

Ma sono i suoi stessi ex compagni ad esserne stati sempre consapevoli nel corso degli anni, anche quando si ostinavano a volersi affrancare dalla sua ingombrante presenza. Il suo spirito ha sempre aleggiato sopra e dentro le loro composizioni, in maniera, prima, esplicita (musicalmente fino a "Meddle"), anche dopo, seppure in maniera piรน sfumata e simbolica. Syd Barrett ha continuato a essere nel tempo una sorta di nume tutelare per il suo ex gruppo. Tanti, infatti, sono stati gli omaggi rivolti all'amico, soprattutto negli album "The Dark Side of the Moon" e "Wish You Were Here". Da miliardari quali sono poi diventati, era il minimo che potessero fare.

Ma non si tratta solo di omaggi e di ricordi, non si tratta solo di riconoscimenti, di legame affettivo o di senso di colpa. รˆ ben altra la connessione, รจ un robusto filo relativo al discorso narrativo, musicale e non, e piรน in generale a quel qualcosa che non si puรฒ rendere a parole. Quasi un'ossessione, anche per gli altri, per loro che sono rimasti fuori dall'abisso, ma quasi sempre in bilico, sull'orlo. Anzi, รจ terribilmente impressionante come la sua personalitร  abbia influito in maniera cosรฌ profonda sulla loro arte, cosรฌ a lungo e cosรฌ intensamente.

Barrett in fondo ha lasciato poco di sรฉ, ma quel poco รจ stato talmente dirompente, da trasformare tutto e da influenzare generazioni di musicisti. Basti pensare al rivoluzionario e sublime primo album dei Pink Floyd: "The Piper At The Gates Of Dawn" del lontano 1967; e poi a quei due dischi, singolarissimi oggetti partoriti dalla sua mente allucinata: "The Madcap Laughs", con l'ausilio di David Gilmour e Roger Waters, e ‘“Barrett” con quello di David Gilmour e Richard Wright, gioielli di un'arte esasperatamente aliena, ma anche intensamente e dolorosamente romantici.

Syd se ne andรฒ un giorno dal gruppo che aveva contribuito a rendere celebre, precipitando nel suo fatato abisso di follia e di marginalitร , e non credo sia stato mai, fino in fondo, consapevole dell'effettiva portata innovativa della sua opera. La vulgata vuole che questo sia dipeso dall'uso eccessivo di sostanze di vario genere. In realtร  se questo era in buona parte vero, ma chi non ne aveva fatto un uso eccessivo all'epoca? Non erano molti.

La separazione non fu a senso unico e fu determinata anche dall'incompatibilitร  caratteriale del chitarrista con lo show biz, con la ricerca dei Pink Floyd del successo e con le esigenze della EMI. Syd รจ precipitato e praticamente non si รจ mai piรน rialzato, anche nella seconda parte della sua vita, quando si era praticamente autorelegato in casa, accudito dai soli familiari, dedicandosi per lo piรน alla pittura e al giardinaggio.

Malato da tempo di diabete, se n'รจ andato definitivamente a sessant'anni, il 7 luglio del 2006, vent'anni fa, per colpa di un tumore al pancreas, quasi del tutto solo e per lo piรน dimenticato. Ma non certo dimenticato dai suoi ammiratori che lo hanno sempre considerato, suo malgrado, una leggenda, uno degli dei della musica rock. Uno di quelli che hanno saputo lasciare piรน di un segno, che non sarร  piรน possibile cancellare.

Il rock รจ essenzialmente un rito pagano, nel quale la follia, oltre la morte, assume una particolare sacralitร , e nella sua follia, Barrett รจ diventato un'icona pagana, con tutte le contraddizioni proprie del mondo del rock. Ma per quanto mi riguarda, lui, il menestrello folle, emarginato e anarchico, in qualche modo รจ ancora qui, eccolo: "the lunatic is on the grass", sotto il cielo stellato alla luce della luna, qui sul prato vicino casa mia e io sono seduto al suo fianco.


lunedรฌ 6 luglio 2026

MASSE E TOTALITARISMO


Che una dittatura riesca a mobilitare le masse non รจ certo una novitร . Sarebbe assai strano il contrario. Ma c'รจ chi non lo sa o fa finta di non saperlo e pur di trovare conferma al proprio bias cognitivo, vedrebbe qualsiasi cosa. C'รจ da chiedersi cosa abbiano studiato nelle ore di storia. Poi, ovviamente, c'รจ chi ha effettivamente studiato. Ma in quel caso si tratta di disonestร  intellettuale ed รจ un segnale che alla propaganda sono rimaste ben poche argomentazioni.

Il problema di fondo รจ la confusione fra partecipazione e consenso, che รจ esattamente il tipo di errore concettuale che la storiografia del Novecento ha smontato decine di volte. In un regime totalitario o autoritario la partecipazione di massa a un evento funebre รจ in parte spontanea (il carisma esiste, la propaganda lascia il segno), in parte organizzata dall'apparato statale (trasporti, vitto, alloggio forniti dal governo), e in parte semplicemente imposta dalla logica di un sistema dove non partecipare, o peggio non mostrarsi commossi, ha un costo sociale e talvolta fisico.

Chi legge questi eventi come smentita della natura oppressiva, commette lo stesso errore metodologico di chi guarda le adunate dei regimi totalitari e ne deduce un plebiscito di affetto popolare. 

E se lo fa chi ha individuato negli anni pandemici perfino un effetto gregge, il fenomeno ha una consistenza ancora piรน grave.

LA COINCIDENZA DEL 6 LUGLIO NELLE MORTI DI JAN HUS E DI THOMAS MORE.

Trovo affascinanti certe coincidenze storiche del tutto casuali. In questo caso la casualitร  del 6 luglio, va oltre la mera curiositร , e ne ho approfittato permettendomi un confronto di carattere storico, politico e teologico. A distanza di 120 anni esatti, due figure di spicco vennero giustiziate per aver difeso la propria coscienza contro l'autoritร  costituita: Jan Hus nel 1415 e Thomas More (Tommaso Moro) nel 1535. Sebbene entrambi siano morti per motivi religiosi, i loro contesti, le loro teologie e i loro schieramenti erano radicalmente diversi, speculari, รจ con ovvie contraddizioni.

In entrambi i casi si tratta di esecuzioni che il potere costituito presenta come atti dovuti contro un'eresia, mentre la posteritร  le ha lette, con processi di canonizzazione simmetrici e contrari, come martiri di coscienza. Hus verrร  proclamato eroe nazionale e proto-riformatore, More santo cattolico nel 1935 - quattrocento anni dopo la morte, con una tempistica che non รจ casuale, trattandosi di un atto, piรน o meno strumentale, al montare dei totalitarismi in Europa.

Le differenze di contesto sono perรฒ marcate quanto le somiglianze. Jan Hus muore a Costanza per mano di un concilio ecumenico che intende sanare lo scisma d'Occidente e insieme reprimere le derive che minacciano l'unitร  dottrinale della cristianitร  latina; il salvacondotto imperiale che Sigismondo gli aveva concesso viene disatteso con la giustificazione, tipica della teologia conciliare del tempo, che la fede data a un eretico non รจ vincolante quando รจ in gioco la salvezza della Chiesa - un principio che la storiografia successiva, non solo protestante, ha giudicato una delle decisioni piรน gravi dal punto di vista procedurale del basso medioevo ecclesiastico. 

Hus non abiura: la sua posizione, che anticipa di un secolo la Riforma protestante, debitrice di Wyclif sul primato della Scrittura e sulla critica alla ricchezza clericale, ma giร  autonoma nell'articolazione teologica, resta quella di chi rivendica il diritto di essere confutato con argomenti scritturali prima di essere condannato, e sul rogo - la tradizione vuole, con la consueta cautela che tali dettagli meritano - pronuncia parole di sfida piรน che di sottomissione. La leggenda vuole che, vedendo una vecchia contadina portare un pezzo di legno al suo rogo per zelo religioso, abbia esclamato: "O sancta simplicitas!" (O santa semplicitร !).

More muore invece per mano di uno stato nazionale in via di consolidamento assoluto e non di un'istanza ecclesiastica: il suo processo รจ la conseguenza diretta dell'Act of Supremacy di Enrico VIII, e la sua colpa non รจ un'eresia dottrinale nel senso tecnico ma un rifiuto. More, al contrario di Hus, difende l'autoritร  papale: รจ il paradosso di un umanista, autore dell'Utopia, che nella fase finale della propria vita si mostra intransigente proprio sul primato romano. 

L'innesco principale, senza il quale l'intera vicenda della supremazia regia non si puรฒ comprendere, รจ la necessitร  di Enrico VIII di ottenere l'annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona - necessitร  dinastica, data l'assenza di un erede maschio, e insieme personale, per il legame con Anna Bolena - รจ ciรฒ che rende non negoziabile per la corona la rottura con Roma, dato che il papa Clemente VII, sotto la pressione politica di Carlo V (nipote di Caterina), non concede l'annullamento. 

L'Act of Supremacy del 1534 nasce quindi da un intreccio inseparabile di ragion di stato dinastica, ambizione personale del sovrano e opportunitร  politica di espropriare il patrimonio ecclesiastico inglese, e More cade vittima proprio di questo nodo: il suo rifiuto di riconoscere la validitร  del nuovo matrimonio e della supremazia regia che lo rende possibile รจ, a tutti gli effetti, un rifiuto opposto alla ragion di stato del re prima ancora che una questione di pura teologia ecclesiologica - a differenza di Hus, la cui condanna nasce da una disputa dottrinale senza alcuna posta dinastica sullo sfondo.

Fu in sostanza una Riforma imposta dall'alto con resistenze diffuse, di cui le rivolte come il Pilgrimage of Grace del 1536 sarebbero un sintomo diretto. Vi fu consenso e adesione reale in alcune aree e strati sociali (specialmente urbani e fra chi beneficiava economicamente della secolarizzazione dei beni ecclesiastici), una resistenza tenace altrove, con la Riforma inglese che assume tratti di processo elitario e statale piรน che di movimento popolare spontaneo, almeno nella sua fase enriciana iniziale - la vera diffusione di un forte sentimento protestante popolare sarร  un fenomeno piรน tardo, elisabettiano.

Non si puรฒ comunque negare la presenza di un anticlericalismo diffuso, provocato dal risentimento verso i tribunali ecclesiastici, le decime, le tasse testamentarie e probatorie, la ricchezza fondiaria del clero regolare - un malcontento trasversale a cittร  e campagna, ben documentato giร  prima degli anni Trenta, su cui Enrico VIII seppe innestare la propria retorica di riforma.

Sulla vicenda di Thomas More si inserisce anche una sorta di nemesi simbolica. Condivideva pienamente la logica per cui l'eresia dottrinale giustificava la pena capitale, la stessa logica che a Costanza aveva condannato Hus. La sua morte per motivi che la storiografia protestante ha talvolta voluto leggere come eresia - il rifiuto della supremazia regia - configura dunque un rovesciamento di ruolo che non sfuggรฌ nรฉ ai contemporanei nรฉ ai posteri. 

Ed รจ esattamente il tipo di ironia storica che rende interessante il confronto con Hus: il persecutore di protestanti diventa vittima di un meccanismo repressivo che lui stesso aveva legittimato, sia pure in nome di un'autoritร  - quella papale - opposta a quella che lo condannerร  successivamente. Thomas More sul patibolo mantenne la sua celebre calma e arguzia. Chiese aiuto per salire i fragili gradini del patibolo dicendo: "Vi prego, statemi vicino nel salire; per il discepolo, ci penserรฒ da me". Prima che la scure cadesse, dichiarรฒ di morire "buon servitore del Re, ma prima ancora di Dio".

Ciรฒ che rende il confronto ancora piรน interessante, oltre ciรฒ e l'aneddotica della data comune, direi che รจ il fatto che Hus rappresenta il conflitto fra coscienza individuale e autoritร  ecclesiastica in nome di un ritorno alla Scrittura, mentre More rappresenta il conflitto fra coscienza individuale e sovranitร  statale in nome della continuitร  di un'autoritร  sovranazionale - la Chiesa di Roma - che lo stato nazionale sta espropriando dei propri poteri temporali. 

I due, cioรจ, muoiono per ragioni contrapposte se guardate dal punto di vista della storia della Riforma, eppure i loro destini convergono perfettamente nella figura del testimone che antepone la fedeltร  a un principio superiore - religioso o scritturale che sia - alla sopravvivenza fisica quando l'istituzione pretende l'assenso totale come condizione di appartenenza - schema che non รจ lontano da certe dinamiche di richiesta di abiura pubblica come prezzo dell'accettazione in una comunitร  politica in altri contesti storici, anche molto recenti.


domenica 5 luglio 2026

LA “NOSTRA AETATE” E IL CONCILIO VATICANO II


LOTTA ALL’ANTISEMITISMO. LA “NOSTRA AETATE” E IL CONCILIO VATICANO II

La “Nostra Aetate” (tradotto dal latino: "Nel nostro tempo") รจ uno dei documenti piรน rivoluzionari e importanti del Concilio Vaticano II. Promulgata da papa Paolo VI il 28 ottobre 1965, questa dichiarazione tratta ufficialmente il tema delle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane. Anche se รจ uno dei documenti piรน brevi del Concilio, il suo impatto storico รจ stato immenso, poichรฉ ha segnato una svolta epocale dal punto di vista teologico, ecumenico e sociale, abbandonando secoli di isolamento o diffidenza a favore del dialogo e del rispetto reciproco.

Sono appena cinque paragrafi, il quarto dei quali, quello sull’ebraismo, costituisce il piรน autentico punto di rottura col passato. Tuttavia, il linguaggio รจ misurato, discreto, costruito con la cautela di chi sa di camminare su un terreno minato da duemila anni di sedimentazione dottrinale. Eppure รจ proprio in quella misura, in quella riluttanza a spingersi fino in fondo, che si puรฒ leggere sia la sua portata dirompente sia i limiti che ne hanno accompagnato la ricezione fino ad oggi.

Il punto di partenza va cercato in un incontro tra Angelo Roncalli e Jules Isaac nel giugno del 1960. Isaac non era un teologo nรฉ un uomo di Chiesa: era uno storico francese, ebreo, che aveva perso la moglie e la figlia ad Auschwitz, insieme ad altri parenti, tranne il figlio che riuscรฌ a fuggire. Isaac aveva dedicato gli anni successivi alla guerra a una ricerca rigorosa e radicale sull’antigiudaismo. Il suo lavoro, condensato soprattutto in testi come “Gesรน e Israele” e nel successivo “Genesi dell’antisemitismo”, non si limitava a denunciare l'antisemitismo razziale novecentesco come aberrazione moderna, ma ne rintracciava la genealogia in una catena teologica di lunghissima durata. 

Quello che lui stesso chiamรฒ l'"insegnamento del disprezzo": l'immagine dell'ebreo come popolo deicida, come testimone abbietto della propria cecitร  spirituale, come reperto vivente destinato all'estinzione o alla conversione finale. Quando Isaac si presentรฒ da Giovanni XXIII chiese che la Chiesa riconoscesse la propria responsabilitร  nella costruzione culturale di un pregiudizio che aveva reso possibile, o quantomeno non ostacolato, la Shoah.

Che Roncalli avrebbe accolto quella richiesta non era affatto scontato, e qui entra in gioco quello che forse รจ l'elemento piรน sottovalutato dell'intera vicenda: il ruolo e il temperamento pastorale di Giovanni XXIII, la sua capacitร  di ascoltare un laico ebreo come interlocutore morale legittimo su una questione dottrinale, senza mediazioni curiali che ne filtrassero la portata. Fu lui a dare l'incarico ad Augustin Bea, e la scelta di Bea non fu casuale. 

Gesuita tedesco, biblista di formazione, giร  confessore di Pio XII e da poco elevato cardinale a capo del Segretariato per l'Unione dei Cristiani, Bea portรฒ alla questione una sensibilitร  e un contributo esegetico che lo rendeva meno prigioniero delle categorie apologetiche tradizionali rispetto a molti dei suoi pari in curia. Fu lui a dover tradurre l'impulso morale di Isaac e la volontร  di Roncalli in un testo che potesse sopravvivere al Concilio - e a dover gestire, per anni, una battaglia su piรน fronti che rischiรฒ piรน volte di far naufragare l'intero progetto.

Perchรฉ di battaglia si trattรฒ davvero. Lo schema originario, il "De Iudaeis", era pensato come documento autonomo, interamente dedicato al rapporto con l'ebraismo. Le pressioni diplomatiche dei paesi arabi - il timore che un testo filoebraico apparisse come un endorsement indiretto dello Stato di Israele, fondato solo pochi anni prima - costrinsero a diluirlo dentro una dichiarazione piรน ampia sulle religioni non cristiane in generale, da cui il titolo Nostra Aetate e l'architettura finale. 

A questo si aggiunsero resistenze piรน propriamente teologiche delle componenti tradizionaliste e reazionarie, di chi temeva che affermare la permanenza dell'elezione d'Israele potesse in qualche modo intaccare l'unicitร  della mediazione cristologica - un'obiezione che rivela quanto fosse radicata, anche tra i padri conciliari, l'idea per cui riconoscere validitร  permanente all'alleanza delle due religioni equivalesse a una concessione teologicamente pericolosa.

Il Cardinale Bea dimostrรฒ una pazienza e una finezza diplomatica straordinarie. Accettรฒ di ampliare il testo originale (che doveva parlare solo di ebrei) per includere l'Islam e le grandi religioni orientali (Induismo e Buddismo). Questa mossa strategica non solo salvรฒ il documento dal naufragio politico, ma ne estese la portata, trasformandolo in una magna charta universale sul dialogo interreligioso.

I discorsi pronunciati da Bea davanti all'assemblea dei vescovi (i padri conciliari) per difendere il testo sono rimasti storici. Con grande autoritร  e commozione, ricordรฒ ai vescovi il debito spirituale del cristianesimo verso la "radice santa" d'Israele e l'imperativo morale di rimediare ai torti e ai disprezzi del passato, specialmente alla luce dell'immane tragedia della Shoah.

Ed รจ qui che si misura la vera portata rivoluzionaria del testo che alla fine vide la luce, il 28 ottobre 1965, con una maggioranza schiacciante: 2221 favorevoli e 88 contrari. Il paragrafo quarto compie due mosse che, prese insieme, smontano l'architettura portante di quasi duemila anni di “teologia della sostituzione”. La prima รจ l'affermazione, richiamando la Lettera ai Romani, che Dio non ripudia i doni e la chiamata fatti al popolo ebraico: un'affermazione che rende teologicamente impraticabile - almeno in linea di principio dottrinale - l'idea per cui la Chiesa, come “verus Israel”, avrebbe ereditato in modo esclusivo ed esaustivo le promesse fatte ad Abramo, relegando l'ebraismo storico al ruolo di residuo vivente della propria dissoluzione. 

La seconda mossa รจ l’abrogazione esplicita dell'accusa di deicidio come colpa collettiva e trasmissibile, con la condanna di ogni forma di antisemitismo manifestato in qualunque tempo e da chiunque. Chi conosce la genealogia di quell'accusa - da Matteo 27 attraverso l'Adversus Iudaeos di Giovanni Crisostomo, la liturgia del Venerdรฌ Santo con la sua invocazione contro i "perfidi Judaei", fino ai pogrom medievali innescati dalla predicazione pasquale - sa che qui si sta disinnescando uno dei meccanismi generativi piรน duraturi della violenza antiebraica in Occidente. 

Non a caso Isaac aveva insistito proprio su questo punto nel colloquio con Roncalli: condannare l'antisemitismo razziale novecentesco non bastava, se non si risaliva alla radice teologica che lo aveva reso culturalmente possibile per secoli. Ma la controversia che accompagna la “Nostra Aetate” fin dalla sua genesi non riguarda soltanto le resistenze che dovette superare per essere promulgata: riguarda anche ciรฒ che, deliberatamente o per necessitร  di compromesso, il testo lasciรฒ irrisolto. 

Non c'รจ, nella Nostra Aetate, alcuna richiesta di perdono, nessun linguaggio di teshuvah o di responsabilitร  storica della Chiesa: il registro resta dottrinale, non confessionale. Quel passo - la richiesta esplicita di pentimento - arriverร  solo piรน tardi, con Giovanni Paolo II, con la sua espressione dei "fratelli maggiori" e la visita alla sinagoga di Roma nel 1986, e poi con il pellegrinaggio a Yad Vashem nel 2000. Il documento, inoltre, non risolve mai esplicitamente se la missione di conversione verso gli ebrei resti teologicamente legittima: un'ambiguitร  che continua a dividere l'interpretazione cattolica.

Resta il fatto che senza l'incontro tra un pontefice disposto ad ascoltare le ragioni dell'altro, uno storico ebreo capace di trasformare il proprio lutto in ricerca rigorosa, e un biblista capace di tradurre quella ricerca in linguaggio conciliare senza farla naufragare tra i veti diplomatici e le resistenze dottrinali, quel paragrafo quarto non sarebbe mai esistito. La Nostra Aetate non chiude la questione - la apre, e in parte la lascia aperta ancora oggi. Ma il fatto che oggi si possa discutere di una teologia delle "due alleanze", che il deicidio non sia piรน un'accusa pronunciabile in sede dottrinale, che il dialogo ebraico-cristiano abbia un linguaggio comune con cui misurarsi, dipende in larga misura da quel testo breve, cauto, e proprio per questo tanto piรน radicale nella sua ereditร .


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