NIKOLAJ GOGOL, “MEMORIE DI UN PAZZO” (1835)
Tra alienazione, critica sociale e discesa nella follia
«43 aprile dell’anno 2000. Quello di oggi è un giorno di somma esultanza! La Spagna ha un re. È stato trovato. Quel re sono io. L’ho saputo soltanto oggi. Confesso: è stato come se un lampo mi avesse improvvisamente illuminato. Non capisco come ho potuto pensare e credere di essere un consigliere titolare. Come è potuta saltarmi in testa un’idea così strampalata? Meno male che nessuno aveva ancora pensato di rinchiudermi in manicomio. Adesso tutto mi è chiaro. Adesso vedo tutto come sul palmo della mano. Prima, non capisco perché, tutto era come annebbiato davanti ai miei occhi. Succede, credo, perché la gente immagina che il cervello umano si trovi nella testa; non è affatto così: lo trasporta il vento dalla zona del mar Caspio.»
«Davanti a me turbina il cielo; una piccola stella brilla in lontananza; corre la foresta con i suoi alberi scuri e con la luna; una nebbia azzurrognola si stende bassa sotto i miei piedi; vibra una corda nella nebbia; da un lato il mare, dall’altro l’Italia; ecco, si vedono anche delle isbe russe. È la mia casa quella che si scorge, azzurra, in lontananza? È mia madre la donna che siede davanti alla finestra? Mamma, salva il tuo povero figlio! Versa una lacrima sulla sua testolina malata! Guarda come lo torturano! Stringi al tuo petto il povero orfano! Non c’è posto per lui in questo mondo! Lo tormentano! Mamma, abbi pietà del tuo bambino malato!... Ma lo sapete che il dey di Algeri ha un bitorzolo proprio sotto il naso?»
Quando si parla di Gogol, la prima cosa che mi viene in mente è questo grande piccolo gioiello, il motivo è un ricordo indelebile: una serata di tanti anni fa a teatro con due amiche ad assistere al monologo impressionante di Flavio Bucci, il suo adattamento teatrale di questo racconto. Fu un’esperienza irripetibile, non ho memoria di una performance su un palcoscenico di così grande forza e suggestione.
"Memorie di un pazzo", pubblicato nel 1835, rappresenta uno dei capolavori più inquietanti e innovativi della letteratura dell’ottocento, lo potremmo definire benissimo un racconto d’avanguardia. Un racconto breve, presentato nella forma di diario, che narra la progressiva discesa nella follia di Aksentij Ivanovič Popriščin, un modesto impiegato di quarantadue anni al servizio dell'amministrazione zarista. Attraverso le annotazioni sempre più deliranti del protagonista, Gogol costruisce un'opera che è al contempo una feroce satira della società russa dell'epoca e un'acuta esplorazione psicologica della mente umana.
Il protagonista è contemporaneamente ridicolo e patetico, grottesco e tragico. Le sue aspirazioni sono risibili, ma nascono da un bisogno autentico di riconoscimento e di dignità. La sua follia è comica, ma è anche l'unica risposta possibile a una realtà intollerabile. Gogol denuncia l'assurdità di un sistema in cui il valore di un individuo è determinato esclusivamente dal suo rango, dove l'apparenza conta più della sostanza, e dove la persona umana viene ridotta a un ingranaggio intercambiabile della macchina amministrativa.
Il mondo descritto da Popriščin è dominato dall'ipocrisia e dall'arrivismo. I superiori sono rappresentati come figure grottesche, interessate solo al proprio prestigio e ai propri privilegi. I colleghi sono invidiosi e meschini. La stessa nobiltà, cui apparentemente tutti aspirano, è mostrata nella sua vacuità: le conversazioni sono superficiali, gli interessi triviali, i valori inesistenti. L'unica cosa che conta è il titolo, il grado, l'apparenza esteriore.
Particolarmente mordace è la critica alla teatralità della vita sociale. Pietroburgo appare come un grande palcoscenico dove tutti recitano una parte. In questo teatro dell'assurdo, Popriščin è l'unico personaggio che, sia pure attraverso la follia, riesce a vedere oltre le maschere. La sua pazzia è paradossalmente una forma di lucidità, un rifiuto inconscio di continuare a partecipare a una commedia degradante. Il manicomio diventa metafora di una società che rinchiude e reprime qualsiasi forma di diversità o deviazione dalla norma.
L'originalità dell'opera risiede non solo nel tema della follia, ma soprattutto nella tecnica narrativa: il lettore accede direttamente ai pensieri del protagonista, assistendo in prima persona al suo progressivo deterioramento mentale. L'autore adotta la tecnica del narratore inaffidabile. Questo espediente crea un effetto di straniamento: chi legge deve costantemente interpretare le parole del protagonista, distinguere tra realtà e delirio, riconoscere le distorsioni operate dalla sua mente malata.
La novella appartiene alla raccolta dei "Racconti di Pietroburgo", insieme ad altri capolavori come "Il naso" e "Il cappotto", nei quali Gogol fa un ritratto impietoso della città russa come luogo di alienazione, superficialità e disumanizzazione. Popriščin non è solo un personaggio letterario, ma un archetipo: rappresenta tutti coloro che, schiacciati da un sistema oppressivo, cercano nella fantasia compensatoria un rifugio dalla realtà insopportabile. La sua follia non è una malattia individuale, ma un sintomo sociale, la risposta patologica a una società essa stessa patologica.
“Memorie di un pazzo”, proprio per questo, anticipa alcune delle tecniche narrative fondamentali del modernismo letterario. L’accesso immediato alla coscienza di Popriščin, con le sue contraddizioni, ossessioni e derive deliranti, preannuncia quello che sarà il flusso di coscienza che Joyce, Woolf e altri modernisti utilizzeranno sistematicamente nel Novecento. Già nel 1835, Gogol intuisce che per rappresentare autenticamente la psiche umana è necessario abbandonare la linearità narrativa tradizionale e immergersi nel caos apparente del pensiero soggettivo.
L’influenza di Gogol è particolarmente evidente in Dostoevskij, che nelle “Memorie dal sottosuolo” (1864) svilupperà ulteriormente il tema della paranoia e dell’alienazione. L’uomo del sottosuolo presenta sorprendenti affinità con Popriščin: entrambi sono impiegati frustrati, ossessionati dal proprio status sociale, incapaci di stabilire relazioni autentiche, prigionieri di un risentimento che si rivolge tanto contro la società quanto contro se stessi. La differenza principale è che mentre Popriščin trova nella follia conclamata la propria via di fuga, l’uomo del sottosuolo rimane ostinatamente lucido nella propria tortura psicologica.
Ancora più sorprendente è l’anticipazione di temi kafkiani in Gogol. “La tana” (Der Bau, 1923-1924), l’ultimo racconto incompiuto di Franz Kafka, presenta analogie straordinarie con le “Memorie di un pazzo”. In entrambe le opere, il protagonista è ossessionato dalla propria sicurezza e costruisce elaborati sistemi di difesa contro minacce in gran parte immaginarie. La tana kafkiana è l’equivalente spaziale della follia di Popriščin: entrambi rappresentano rifugi psichici in cui il protagonista si rinchiude per sfuggire a un mondo esterno percepito come ostile e minaccioso.
La paranoia che pervade entrambi i testi – l’ossessione per nemici invisibili, l’interpretazione delirante di segnali insignificanti, la progressiva perdita di contatto con la realtà oggettiva – rivela una continuità tematica che attraversa quasi un secolo di letteratura. Sia Gogol che Kafka mostrano come l’alienazione prodotta dalla società moderna non generi ribellione: l’individuo si nasconde, costruisce mondi paralleli in cui tentare di preservare un’illusoria autonomia.









