FENOMENOLOGIA BREVE DEL “RISVEGLIATO”
Chi si percepisce come "risvegliato" — cioè in possesso di una verità che i più, appartenenti alla massa, non vedono — tende a sviluppare un bias di conferma molto forte. Quelle notizie che vengono percepite come supporto alla sua visione vengono accettate acriticamente o almeno rielaborate favorevolmente, perché rifiutarle, o solo dubitarne, significherebbe per lui mettere anche solo un minimo in discussione l'identità stessa che è stata costruita attorno a quella visione, e che è intrinsecamente dogmatica.
La verifica dei fatti diventa un ostacolo emotivo, non solo intellettuale. Viene avvertita come strumento che mette in pericolo la certezza. Per molte persone, infatti, la certezza non è il punto di arrivo di un ragionamento — è un bisogno emotivo di partenza. Si cerca la conferma, non la verità. In questo senso la mente raccoglie prove a sostegno di una tesi già decisa a priori (figuriamoci se possa mai contemplare l’applicazione del principio di falsificabilità sulla tesi sostenuta). La verifica dei fatti, in questo schema, è una minaccia all’identità e alla propria causa, invece di essere un aiuto.
La certezza non protegge solo un'idea e l'identità costruita intorno a quell'idea, ma anche il gruppo sociale che la condivide, il senso di appartenenza, e — cosa spesso sottovalutata — il senso di superiorità cognitiva che deriva dal percepirsi tra i pochi che hanno capito, accompagnato da derisione per chi non la pensa allo stesso modo. Perdere quella certezza non significa solo avere torto su un fatto: significa mettere a rischio tutto questo insieme, tutta l’architettura che sorregge l’idea. Significa perdere la faccia. Ecco perché la reazione che segue alla smentita non è quasi mai il riconoscimento di un errore. È difensiva, aggressiva, o — nella versione più dietrologica — la smentita stessa viene reinterpretata come parte della cospirazione, in alcuni casi limite, non così infrequenti, addirittura come una conferma.
Le persone più intelligenti e acculturate non sono necessariamente più immuni da questo meccanismo. Spesso sono più abili nel costruire razionalizzazioni sofisticate a difesa della certezza emotiva. Chi ha più capacità argomentative tende a difendere le proprie posizioni in modo più elaborato. L'intelligenza, che si accompagna al rifiuto di un’autodisciplina etica, può, infatti, diventare uno strumento di conferma del bias, non essere usata per metterlo in discussione. Non si può, non si deve e non si vuole farlo.
C'è anche una dimensione che spesso viene trascurata: il ruolo dell'ansia. Vivere nell'incertezza — accettare che il mondo è complesso, che le prove sono parziali — è cognitivamente ed emotivamente faticoso. La certezza riduce quella fatica. In un contesto sociale instabile, minaccioso, o percepito come ostile, farsi delle domande che mettano in dubbio ogni singola "verità" diventa insopportabile perché apre un vuoto. E il vuoto spaventa più dell'errore, perché genera angoscia e solitudine. Questo vuol dire anche che smontare un'argomentazione erronea o demagogica con ragionamenti lucidi e lineari è spesso inutile — perché attacca la certezza direttamente, provocando un arroccamento, e perché, in quel momento oltre all'idea si sta attaccando la struttura di un’identità rigida, dogmatica e totalitaria.
Comunque sia, com'è ovvio aspettarsi, la rigidità della certezza fa scattare un effetto boomerang. Quando un argomento falso o esagerato viene smontato, non crolla solo quell'argomento. Rischia di essere compromessa la credibilità di chi lo ha diffuso e, per associazione, dell'intera idea che sosteneva. Gli avversari usano quegli errori per demolire anche le argomentazioni solide. È uno dei meccanismi più sfruttati nella strategia della propaganda: far sì che i difensori di una causa vadano incontro all'auto-discredito.
Tuttavia, è opportuno distinguere tra almeno tre profili: il primo è chi agisce in buona fede ma con scarso senso critico — vuole davvero rafforzare la causa, ma non capisce che il sensazionalismo la danneggia. Il secondo è chi cerca visibilità personale e di appartenenza — usa la causa come palcoscenico, e la notizia falsa, strumentalizzata o distorta, serve soprattutto a lui, all'auto promozione, facendo leva sulle menti più deboli per convincerle della veridicità della sua narrazione.
Il terzo, il più inquietante, è chi lo fa deliberatamente per sabotare dall'interno, o per dirottare il dissenso verso altri argomenti, chi si mimetizza da sostenitore. Quest'ultimo caso fa parte di una diffusa tecnica di guerra ibrida propria dell'informazione, sia da parte di attori statali che di soggetti privati. Si chiama semplicemente infiltrazione e provocazione, una tecnica vecchia come il mondo, che si rafforza col diffondersi del fanatismo.
C'è anche un meccanismo strutturale: nelle comunità chiuse, chi fa affermazioni più estreme riceve più attenzione e feedback positivi. Si crea quindi una pressione selettiva verso la radicalizzazione e l'esagerazione. Chi cerca di essere rigoroso e cauto viene percepito come "tiepido", quasi un traditore. Il risultato è che la comunità marginalizza spontaneamente i suoi membri più credibili e valorizza gli “allineati”, i fanatici, i narcisisti e i cospirazionisti.
Chi verifica, chi frena l'entusiasmo davanti a una notizia non confermata, sta compiendo un atto di cura verso la causa, non di tradimento. Vuole che l’opposizione si doti di argomenti ragionevoli e possibilmente inattaccabili, trattati con serietà, con razionalità, non inquinati da sfoghi emotivi, né condizionati da pensiero desiderante. È esattamente l'opposto del tiepido. Il tiepido non si espone. Chi chiede rigore si espone eccome — al giudizio del gruppo, all'accusa di essere complice del nemico, all'isolamento sociale. Questa posizione richiede un grande coraggio, il coraggio dell’eretico.
Si tende a misurare la fedeltà e il coinvolgimento con l'intensità emotiva, con l’indignazione plateale, con la rabbia. Ma intensità e solidità emotive sono cose diverse — e spesso inversamente proporzionali. C'è anche un aspetto puramente strategico, al di là dell'etica. Una causa che mantiene rigore, tolleranza e dignità intellettuale riesce a dialogare anche con chi non è convinto.
Una causa che si nutre di sensazionalismo e di fanatismo parla solo a chi è già all’interno, rafforzando i paletti del recinto. Anzi, respinge attivamente quelli che si avvicinano con spirito critico, che sono spesso le persone più capaci di fare la differenza. Al contrario, più i sostenitori di un’idea sono disposti ad ammettere i propri limiti, a correggere i propri errori, a dubitare, più l’idea diventa credibile.
Il problema è che questa visione richiede una maturità collettiva difficile da costruire, perché va contro alcuni istinti molto radicati: il bisogno di appartenenza e di nemici, la soddisfazione dell'indignazione collettiva, il voler dimostrare di essere duri e puri, la gratificazione immediata del like e della condivisione. Il rigore e la prudenza non sono popolari. E in un ecosistema informativo costruito sull'emozione, chi chiede prudenza e verifica è strutturalmente svantaggiato. Inoltre, non esiste un criterio assoluto per individuare il confine di credibilità e obiettività, è comunque una questione di approccio complessivo di chi si predispone al dubbio, per questo è assai difficile da praticare. Lo è per chiunque, lo è anche per me.








