𝙐𝙉 𝙑𝙄𝘼𝙂𝙂𝙄𝙊 “𝙄𝙉𝙄𝙕𝙄𝘼𝙏𝙄𝘾𝙊” 𝙀 𝙄𝙍𝙊𝙉𝙄𝘾𝙊 𝘼𝙏𝙏𝙍𝘼𝙑𝙀𝙍𝙎𝙊 𝙄𝙇 𝙋𝙀𝙉𝙎𝙄𝙀𝙍𝙊 𝙐𝙈𝘼𝙉𝙊 𝙏𝙍𝘼 𝙑𝙄 𝙀 𝙑 𝙎𝙀𝘾𝙊𝙇𝙊 𝘼.𝘾. «𝘚𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘪𝘦𝘤𝘰. 𝘔𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘳𝘥𝘰. 𝘗𝘰𝘪𝘤𝘩𝘦́ 𝘥𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘥𝘪𝘴𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦' 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘭𝘦𝘵𝘢, 𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘮𝘪 𝘦e' 𝘵𝘰𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘢𝘴𝘪 𝘴𝘦𝘪 𝘰𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘴𝘦𝘥𝘪𝘤𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘤𝘰, 𝘪𝘭 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘪 𝘩𝘢 𝘰𝘧𝘧𝘦𝘳𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘳𝘦𝘴𝘰𝘤𝘰𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘴𝘪' 𝘢𝘴𝘴𝘶𝘳𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘵𝘦𝘯𝘪𝘦𝘴𝘪 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢𝘯𝘰 “𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘪𝘢𝘯𝘦”, 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘱𝘰’ 𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘦 𝘶𝘯 𝘱𝘰’ 𝘱𝘪𝘶u' 𝘪𝘯𝘧𝘭𝘶𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘮𝘪 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘪 𝘢𝘭𝘻𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘴𝘤𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘭’𝘖𝘥𝘦𝘰𝘯 𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘪 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘦 𝘳𝘪𝘮𝘦, 𝘴𝘤𝘢𝘯𝘥𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢a'. 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦' 𝘪𝘰 𝘴𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘭 𝘦' 𝘭’𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘦 𝘨𝘳𝘦𝘤𝘩𝘦. 𝘔𝘢 𝘭𝘶𝘪 𝘯𝘰. 𝘌 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦, 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘰? 𝘕𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯 𝘨𝘳𝘦𝘤𝘰 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦. 𝘐𝘰 𝘩𝘰 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘴𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘗𝘦𝘳𝘴𝘪𝘢 𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘰𝘨𝘨𝘪, 𝘢 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘢𝘯𝘵𝘢𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘢𝘯𝘯𝘪, 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘶𝘰 𝘢 𝘴𝘦𝘳𝘷𝘪𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘎𝘳𝘢𝘯 𝘙𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘦𝘤𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘴𝘶𝘰 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘚𝘦𝘳𝘴𝘦 – 𝘪𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘢𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘢𝘥𝘰𝘳𝘢𝘵𝘰 – 𝘦 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘰𝘭 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘪, 𝘶𝘯 𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘦𝘳𝘰𝘦, 𝘯𝘰𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘢 𝘪 𝘨𝘳𝘦𝘤𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘋𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘪𝘭 𝘎𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦.»
«𝘈𝘭𝘭’𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘧𝘶 𝘪𝘭 𝘧𝘶𝘰𝘤𝘰. 𝘓’𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘢 𝘤𝘳𝘦𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘪𝘯 𝘧𝘪𝘢𝘮𝘮𝘦. 𝘈𝘷𝘦𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘣𝘦𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘴𝘢𝘤𝘳𝘰 𝘩𝘢𝘰𝘮𝘢 𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘦𝘵𝘦𝘳𝘦𝘰 𝘦 𝘭𝘶𝘮𝘪𝘯𝘰𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘧𝘶𝘰𝘤𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘳𝘥𝘦𝘷𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘢𝘳𝘦.
𝘘𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘥𝘦𝘷𝘢 𝘢 𝘉𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢. 𝘐𝘰 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘰 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘢𝘯𝘯𝘪. 𝘌𝘳𝘰 𝘪𝘯 𝘱𝘪𝘦𝘥𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢 𝘮𝘪𝘰 𝘯𝘰𝘯𝘯𝘰, 𝘡𝘰𝘳𝘰𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰. 𝘛𝘦𝘯𝘦𝘷𝘰 𝘪𝘯 𝘮𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘦𝘳𝘱𝘪 𝘳𝘪𝘵𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘭𝘰 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘷𝘰 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘪𝘻𝘻𝘢𝘷𝘢 𝘪𝘭 𝘧𝘶𝘰𝘤𝘰 𝘴𝘶𝘭𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘢𝘳𝘦. 𝘐𝘭 𝘴𝘰𝘭𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘦 𝘪𝘭 𝘧𝘶𝘰𝘤𝘰 𝘣𝘳𝘶𝘤𝘪𝘢𝘷𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘢𝘳𝘦, 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘪 𝘮𝘢𝘨𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘢 𝘴𝘢𝘭𝘮𝘰𝘥𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘪𝘯𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘡𝘰𝘳𝘰𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘢𝘱𝘱𝘳𝘦𝘴𝘰 𝘥𝘪𝘳𝘦𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘢 𝘈𝘩𝘶𝘳𝘢 𝘔𝘢𝘻𝘥𝘢𝘩, 𝘪𝘭 𝘚𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘦.»
«𝘗𝘦𝘳 𝘪𝘭 𝘉𝘶𝘥𝘥𝘩𝘢, 𝘭’𝘪𝘥𝘦𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘴𝘴𝘰𝘭𝘶𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘰𝘴𝘰. 𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦! 𝘘𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘥𝘪 𝘤𝘶𝘪 𝘴𝘣𝘢𝘳𝘢𝘻𝘻𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘦𝘭𝘪𝘮𝘪𝘯𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰, 𝘪𝘯𝘤𝘭𝘶𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘣𝘢𝘳𝘢𝘻𝘻𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰. 𝘕𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘱𝘰𝘤𝘩𝘪 𝘷𝘪 𝘳𝘪𝘦𝘴𝘤𝘰𝘯𝘰 – 𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦. 𝘔𝘢 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦𝘷𝘰𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘷𝘪𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦, 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰, 𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪 𝘴𝘦𝘨𝘶𝘢𝘤𝘪 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘢𝘯𝘰 𝘮𝘦𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪.»
Il romanzo che Vidal pubblica nel 1981, dopo il successo di “Giuliano”, riprende il tentativo di andare oltre i canoni del romanzo storico sull’antichità fine a se stesso, e lo amplia per rappresentare, per mezzo di un'unica voce narrante, una molteplicità di risposte al problema del senso della creazione e dell'esistenza stessa - risposte che nella realtà storica le vede come elaborate quasi simultaneamente e senza alcun contatto reciproco in punti lontanissimi dell'Eurasia come convenzione geografica e non politica. Un fantasioso espediente narrativo che tiene insieme miracolosamente e coerentemente l’intera narrazione. Il libro è anche una dotta satira sulle dispute storiografiche e i suoi eccessi, riguardo alla pretesa oggettività delle singole interpretazioni. Per questo ritengo vi si possa rintracciare anche una bella dose di autoironia.
Ciro Spitama, il narratore-protagonista, è un'invenzione di grande genialità: è il nipote di Zoroastro (che Vidal colloca, così, più tardi rispetto al contesto assegnato al profeta dalla cronologia tradizionale, preferendo intenzionalmente la suggestione di un periodo storico totalmente interconnesso). Spitama è un ambasciatore achemenide, mezzo greco e mezzo persiano, cieco e ottuagenario nell'Atene di Pericle mentre detta le sue memorie al nipote Democrito - un Democrito, ancora giovane e non ancora atomista compiuto, ma già ossessionato dal problema del vuoto e della materia, e rientra nell'invenzione narrativa tipica di Vidal fare del futuro filosofo dell'atomo l'amanuense di un uomo che ha visto con i propri occhi Buddha, Confucio e i maestri del Giainismo indiano.
Il romanzo è un viaggio vertiginoso attraverso le culle del pensiero umano, guidato da una voce narrante straordinariamente cinica, colta e dissacrante di un ambiente storico quello del V secolo A.C. Vidal usa la finzione letteraria per cercare di demolire l'etnocentrismo occidentale, regalandoci un affresco in cui la Storia viene percepita da una prospettiva capovolta e, tuttavia, scritta da un occidentale. La cornice narrativa ha una funzione polemica precisa, che è forse il nucleo ideologico più esplicito del libro: Ciro scrive per correggere, o meglio per smentire dall'interno, la Storia di Erodoto, di cui ha ascoltato pubbliche letture ad Atene e che giudica un tessuto di calunnie filo-greche contro l'impero persiano.
Spitama costruisce una contro-storiografia in cui le guerre persiane sono viste dalla parte della potenza imperiale, non da quella della polis eroica e assediata. È un gesto che appartiene a una costante di tutta la scrittura storica di Vidal, dal ciclo americano ai romanzi antichi: mette in scena una diffidenza quasi sistematica verso le storiografie ufficiali. L’Atene democratica, in “Creazione”, non è affatto il luogo della libertà contrapposto al dispotismo orientale: è un'oligarchia mascherata, governata da clan aristocratici che manipolano l'assemblea.
La Polis pratica lo schiavismo su scala di massa e conduce una politica imperiale nell'Egeo non meno predatoria di quella achemenide - semmai meno efficiente e meno tollerante in materia religiosa, dato che i Persiani, nella rappresentazione di Vidal, praticano una forma di pluralismo confessionale interno all'impero che i Greci, con il loro campanilismo di polis, nemmeno concepiscono. Tuttavia, nonostante questo, Vidal fa finire il viaggio proprio ad Atene, con Ciro che deposita le sue memorie nelle mani di Democrito, come rappresentazione di un futuro che sta già arrivando, quel futuro che sposterà il baricentro verso Occidente. Vidal gioca astutamente su un doppio binario.
Sbaglierebbe chi volesse vedere nella immaginaria ricostruzione storica di Vidal un mero tentativo di riscrivere la Storia e ne contestasse la veridicità. È chiaro che allo scrittore non interessa affatto ristabilire, come ho detto, l’oggettività dei fatti, dato che forza in più parti la linea temporale nel tentativo di rendere coevi personaggi che non lo furono affatto o che lo furono solo in parte.
Ma la struttura portante del romanzo è il viaggio, e il viaggio serve a Vidal per allestire l'ipotesi, a lui cara quanto discussa dagli storici delle religioni, secondo cui nel giro di due o tre secoli attorno al VI-V secolo A.C., senza contatti diretti, emergono in luoghi diversissimi le grandi tradizioni sapienziali che strutturano ancora oggi buona parte del pensiero umano: lo zoroastrismo persiano, il buddhismo, e poi il giainismo e le Upanisad in India, il confucianesimo e il taoismo in Cina, la filosofia presocratica e socratica in Grecia, l'ebraismo dell'Esilio Babilonese.
Ciro, in quanto diplomatico persiano mandato in missione fino ai confini orientali dell'impero e oltre, ha il privilegio narrativo di incontrare, o quasi incontrare, quasi tutti i protagonisti di questa fioritura: conversa con Buddha stesso (di cui dà un ritratto scettico e umanizzato, alieno da ogni aura agiografica), con Mahavira e i maestri jaina, naviga, poi, fino in Catai dove intrattiene colloqui con Confucio, di cui Vidal sottolinea soprattutto il pragmatismo etico-politico e la sostanziale indifferenza metafisica, e infine, tornato in Occidente, osserva da vecchio il giovane Socrate muoversi nell'agorà. Si scontra con la dialettica irritante del filosofo ateniese, visto da Ciro come un sofista fastidioso e perdigiorno.
Il filtro attraverso cui tutto questo viene raccontato non è neutro, ed è qui che sta l'intelligenza costruttiva del libro: Ciro è un fedele dualista zoroastriano, discepolo diretto (nella finzione) del profeta stesso attraverso la nonna, e legge ogni sistema di pensiero che incontra alla luce dello scontro cosmico fra luce e tenebra, verità e menzogna. Questo non fa di lui un narratore ingenuo, tutt'altro: Vidal gli presta una sensibilità scettica, capace di notare con ironia le incongruenze e gli opportunismi di ogni sistema religioso che incontra, incluso il proprio, che difende più per lealtà dinastica e culturale che per convinzione metafisica.
Questo scetticismo militante è la vera cifra ideologica del romanzo, ed è coerente con tutta la produzione vidaliana: l'ostilità dichiarata verso le "religioni del libro" monoteiste, la preferenza intellettuale per i sistemi che Vidal percepisce, a torto o a ragione, come meno dogmatici - il buddhismo delle origini, il confucianesimo come etica civile priva di apparato teologico ingombrante - e una visione sostanzialmente materialistica ed epicurea della condizione umana, in cui il problema del senso non trova soluzione trascendente ma solo, se va bene, una forma di dignità stoica di fronte alla morte. Non a caso Democrito, l'ascoltatore-trascrittore, prefigura nel romanzo l'atomismo che sarà la risposta greca più radicale al problema, quella che elimina il bisogno stesso di un principio spirituale ordinatore.
Sul piano politico, che in Vidal non è mai disgiunto da quello storiografico, “Creazione” è anche un trattato mascherato sulla natura dell'impero e sulla superiorità, o almeno la pari dignità, del modello imperiale-plurale achemenide rispetto al modello civico-esclusivo greco: i Persiani raccontati da Spitama governano un mosaico di popoli, lingue, culti, con un pragmatismo amministrativo che Vidal sembra apparentemente preferire, ma senza mancare di contraddizioni, alla retorica ellenica di libertà, che nella pratica storica si accompagnava a schiavismo di massa, esclusione delle donne, xenofobia verso i "barbari" - categoria di cui lo stesso Ciro, in quanto persiano colto e políglotta, smonta pazientemente la tesi.
Stilisticamente, il libro è caratterizzato da una grande ironia, inevitabilmente da qualche forzatura - il punto di vista di Spitama non va preso troppo sul serio - e da una prosa limpida, quasi classicista, un registro colloquiale, quasi memorialistico, in cui la vastità geografica e dottrinale del materiale viene tenuta insieme dalla voce di un vecchio uomo di mondo, disincantato, vanitoso quanto basta, che racconta soprattutto per irritazione verso chi ha scritto la storia al posto suo. È un dispositivo narrativo che permette a Vidal di far passare una quantità notevole di storia delle religioni senza mai scivolare nel trattato, e di tenere il lettore ancorato a un dramma umano - la cecità, la vecchiaia, la dura rivalità storiografica con Erodoto, l'affetto burbero per Democrito, il sarcasmo verso Socrate.