𝗧𝗥𝗔 𝗠𝗜𝗧𝗢𝗚𝗥𝗔𝗙𝗜𝗔, 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗔 𝗘 𝗖𝗔𝗧𝗔𝗦𝗧𝗥𝗢𝗙𝗜𝗦𝗠𝗢.
Le letture di pura evasione hanno sempre un loro perché, se riescono a stimolare interesse e curiosità, e soprattutto se riescono a divertire. Trent'anni fa circa, lessi questo voluminoso tomo che era stato appena pubblicato in italiano, e non nascondo di essermi divertito un mondo. All'epoca fu un bestseller mondiale assoluto e, dal punto di vista dell'intrattenimento e del fascino, è una lettura straordinaria. Tuttavia, è necessario premettere che approcciarsi a un libro del genere vuol dire farlo come lo si farebbe con un intelligente science-fantasy, senza aspettarsi chissà cosa, o rivelazioni che abbiano attinenza con la realtà storica e con gli studi archeologici, senza insomma prenderlo davvero sul serio. E infatti l'autore ha scritto anche due romanzi fantasy.
È invece un caso abbastanza chiaro, ma, allo stesso tempo, singolare di pseudo-archeologia e di storia alternativa, ha ben poco della rigorosa saggistica accademica. Graham Hancock non è un archeologo né uno storico di formazione, è un simpatico e intelligente giornalista britannico dotato di molta ironia, e in "Impronte degli dei" espone una tesi non affatto originale, ma molto suggestiva, assai diffusa in certi ambienti: l'esistenza di una civiltà preistorica globale avanzatissima, spazzata via da un cataclisma intorno al 10.500 a.C.
Secondo l'autore, i sopravvissuti di questa civiltà avrebbero viaggiato per il mondo trasmettendo le loro conoscenze astronomiche, matematiche e architettoniche alle popolazioni primitive, e alle civiltà successive - Egitto, Mesoamerica, Ande, che avrebbero poi eretto monumenti come le piramidi di Giza o i templi in Sudamerica seguendo quelle "impronte". Secondo lui, questi siti condividerebbero conoscenze astronomiche e matematiche troppo sofisticate per le culture note dell’epoca.
È in sostanza molto affine all’iperdiffusionismo, un'ipotesi pseudoarcheologica che sostiene che certe tecnologie o idee storiche siano state sviluppate da un singolo popolo o civiltà e poi diffuse ad altre culture. Pertanto, tutte le grandi civiltà che si impegnano in quelle che sembrano essere pratiche culturali simili, come la costruzione di piramidi, le hanno assunte da un unico progenitore comune. Secondo i sostenitori di tale teoria, esempi di iperdiffusione si possono trovare nelle pratiche religiose, nelle tecnologie culturali, nei monumenti megalitici e nelle antiche civiltà perdute.
Il libro intreccia archeologia, mitologia e astronomia per sostenere una visione “catastrofista” della storia umana, in cui un evento globale avrebbe cancellato la memoria di tale civiltà. Ma almeno non tira direttamente in ballo antichi alieni o astronavi nella Bibbia e non va confuso con i sostenitori di tali tesi. È una distinzione che è doveroso fare per “rendergli giustizia”. La sua narrazione è basata su una tesi molto più "raffinata" di quella del filone alieno, ma pur sempre un'ipotesi fantastica abbastanza affine che si regge sulla suggestione anziché sulle prove. Hancock cerca di reinterpretare la storia umana attraverso correlazioni mitologiche e astronomiche, non di introdurre gli alieni come protagonisti.
Non ci sono prove materiali di questa civiltà perduta, le presunte "corrispondenze" architettoniche e astronomiche fra siti lontanissimi nel tempo e nello spazio sono in gran parte costruite a posteriori, e diversi argomenti centrali (gli allineamenti stellari della Sfinge, le interpretazioni sui Sumeri, le cronologie egizie, la precessione degli equinozi come codice mitologico universale, rifacendosi alle tesi di vari altri autori, ma soprattutto a quelle di Giorgio de Santillana e Hertha Von Dechend, autori del bellissimo "Mulino di Amleto”) sono stati confutati punto per punto da egittologi e archeoastronomi di varie tendenze. Il motivo per cui lo segnalo, quindi, non è perché le tesi contenute siano meritevoli di particolare attenzione, ma esclusivamente per la capacità dell’autore di costruire una narrazione avvincente. Va letto, insomma,come ipotesi speculativa e narrativa investigativa, con una notevole abilità manipolativa.
Il libro ha, tra l’altro, avuto un impatto culturale enorme, ed è il capostipite di un filone che è arrivato fino alla serie Netflix "Ancient Apocalypse" del 2022, che ha riacceso lo stesso dibattito con le stesse critiche di fondo da parte degli specialisti. Il meccanismo retorico di Hancock, che, bisogna riconoscerlo, è un affabulatore molto capace, è tipico della paraletteratura: si presenta come "l'eretico coraggioso" che si batte contro il dogmatismo, il complotto dei poteri forti e perseguitato dall'establishment accademico, un frame che rende ogni critica come conferma della cospirazione, invece che come normale processo di verifica scientifica, infatti si è guardato bene dal sottoporre i suoi scritti a revisione paritaria accademica. Le tesi di Hancock poggiano su un metodo per accumulazione di "anomalie" tratte da fonti eterogenee e spesso già superate. Il problema strutturale non è tanto la singola affermazione, quanto il metodo.
Detto questo, non è "solo" intrattenimento: mescola dati archeologici reali (alcuni siti che cita, come Göbekli Tepe, sono di fondamentale importanza) ma con inferenze speculative presentate con la stessa sicurezza dei fatti verificati, il che lo rende fuorviante per chi non ha gli strumenti per distinguere le due cose. Hancock ha però il grande pregio di saper scrivere da Dio, di far porre domande stimolanti e di suscitare una forte curiosità per il passato e per i misteri dell'archeologia. Può essere inoltre istruttivo per capire certi automatismi che portano alla costruzione di tesi catastrofiste e complottiste.
Non è un saggio da prendere come riferimento scientifico, ma piuttosto come un esercizio di immaginazione storica: un viaggio tra miti, simboli e ipotesi che invitano a riflettere sul rapporto tra conoscenza e memoria. Può essere letto con piacere, purché con spirito critico e consapevolezza sul suo intento e sulle sue finalità. Tuttavia, trovo assolutamente sbagliato l'atteggiamento censorio nei suoi confronti. Oltre a denotare una tendenza all'intolleranza da parte del mondo accademico, è controproducente perché non fa altro che alimentare l'immagine del perseguitato.






