ATATURK, HO CHI MINH E POL POT. QUELLA SINGOLARE COINCIDENZA “ZODIACALE” DEL 19 MAGGIO
Se credete all'astrologia questo è il post che fa per voi, altrimenti può essere l'occasione per scoprire una curiosa coincidenza. Un post un po' lungo in verità. Ma io, come è noto, non posseggo il dono della sintesi. Complimenti a chi riuscirà ad arrivare fino in fondo a sto pippone. Come tutti sanno, in questo periodo siamo sotto il segno del Toro, nei giorni della cuspide coi Gemelli, in realtà. Al Toro appartenevano diversi personaggi storici famosi con un temperamento a dir poco determinato, tra i quali: Niccolò Machiavelli, Marco Aurelio, Karl Marx, Sigmund Freud, la Regina Vittoria, Robespierre e Malcolm X.
Tuttavia in questo specifico caso la coincidenza si fa precisa e ancor più interessante. È bene sottolineare che io sono tutt'altro che un esperto in questo campo e lascio ad altri le speculazioni astrologiche. Questo post vuole più che altro essere l'occasione di parlare di storia e di politica con una punta di ironia, anche se la coincidenza contiene risvolti assai tragici.
Il 19 maggio è la data di nascita di questi tre signori che sono però accomunati da altre caratteristiche, in primo luogo, quella di appartenere al mondo orientale, anche se in contesti assai diversi. Quel che però conta di più è che hanno contribuito alla storia del XX secolo in maniera determinante. Le affinità però non finiscono qui. Ataturk, Ho Chi Min e Pol Pot furono condizionati, in svariati modi, da una stessa finalità, al limite dell’ossessione: rifondare le loro rispettive nazioni a partire da zero e imporre una rottura radicale con il passato, e che questa rifondazione potesse giustificare perfino costi umani non facilmente sostenibili. È un'idea del Novecento, e loro ne sono tre incarnazioni su uno spettro che va dalla modernizzazione autoritaria al terrore puro. I primi due sono personaggi controversi e complessi, il terzo in sostanza, è stato solo un tiranno sanguinario.
MUSTAFA KEMAL ATATÜRK (1881–1938) nacque a Salonicco, una città che era allora ottomana e cosmopolita - greca, ebrea, turca, bulgara - e crebbe in un impero sulla via del tramonto. È considerato il padre della patria turca moderna; il cognome Atatürk, che significa letteralmente "Padre dei Turchi", gli fu conferito ufficialmente dal Parlamento nel 1934. Intraprese fin da giovane la carriera militare, studiando nelle accademie di Monastir e Costantinopoli.
Entrò in contatto con il movimento rivoluzionario dei Giovani Turchi che chiedevano la modernizzazione dell'impero. Durante la Prima Guerra Mondiale, si distinse come brillante comandante militare. La sua straordinaria difesa della penisola di Gallipoli contro le forze dell'Intesa lo rese un eroe nazionale. Alla fine della Grande Guerra, l'Impero Ottomano, sconfitto, era destinato alla spartizione tra le potenze occidentali (Trattato di Sèvres). Mustafa Kemal rifiutò la resa del Sultano e organizzò la resistenza nazionalista in Anatolia.
Nel 1923, con il Trattato di Losanna, vennero riconosciuti i confini della Turchia moderna. Il 29 ottobre dello stesso anno venne proclamata la Repubblica e Kemal ne divenne il primo Presidente. Da Presidente, Atatürk avviò una transizione radicale e rapidissima per trasformare un impero teocratico multietnico in uno Stato-nazione moderno, occidentale e laico. Le sue riforme si basarono sul cosiddetto Kemalismo (riassunto nei "Sei Dardi": repubblicanesimo, nazionalismo, populismo, statalismo, laicismo e riformismo).
In politica estera, Atatürk seguì il celebre motto: "Pace in patria, pace nel mondo". Cercò di stabilizzare i rapporti con i vicini, inclusa la Grecia, e mantenne la Turchia neutrale rispetto alle tensioni che avrebbero portato alla Seconda Guerra Mondiale.
Morì il 10 novembre 1938 nel Palazzo di Dolmabahçe a Istanbul, a causa di una cirrosi epatica. Oggi riposa nell'imponente mausoleo dell'Anıtkabir ad Ankara, la città che lui stesso aveva scelto come nuova capitale.
L'eredità di Atatürk è monumentale e complessa. Se da un lato è venerato in Turchia come il salvatore della nazione, dall'altro la sua transizione forzata verso il laicismo e il nazionalismo centralizzato ha generato tensioni interne (in particolare con le minoranze come i curdi e gli armeni e con le frange più religiose) che influenzano ancora oggi la politica turca.
Promosse l’abolizione del sultanato e del califfato, la laicizzazione dello Stato, la sostituzione dell'alfabeto arabo con quello latino, la riforma del calendario, del sistema di pesi e misure, dell'abbigliamento, del diritto di famiglia. Le donne ottennero il diritto di voto prima che in molti paesi europei. Fu una rivoluzione dall'alto, imposta con autorità presidenziale assoluta e senza tolleranza per l'opposizione, ma fu anche una trasformazione genuina di un’intera società.
Le ombre sono parte integrante del quadro: il trattamento degli armeni e dei curdi, le violenze connesse agli scambi di popolazioni, la costruzione di un nazionalismo turco che lasciava poco spazio alle minoranze interne. Morì nel 1938, a Dolmabahçe, consumato dall'alcol e dalla cirrosi epatica, lasciando una repubblica che portava la sua impronta in ogni istituzione. Il culto della sua figura in Turchia è ancora oggi legalmente protetto e politicamente irrinunciabile.
Si potrebbe definire come un autocrate illuminato, ma illuminato non lo fu certo con le minoranze etniche. Il contesto dei rapporti tra il movimento nazionalista turco e gli armeni è pesantemente segnato dal Genocidio Armeno, perpetrato durante la Prima Guerra Mondiale dal dispotico governo dei Giovani Turchi (1908 - 1918), di cui Kemal faceva parte come ufficiale, pur non essendo allora ai vertici politici.
Subito dopo la Grande Guerra, il Trattato di Sèvres (1920) prevedeva la nascita di una grande Armenia indipendente che avrebbe inglobato ampi territori dell'Anatolia orientale. Mustafa Kemal rifiutò categoricamente questa spartizione. Guidò le forze nazionaliste in una dura campagna militare contro la neonata Repubblica di Armenia, che si concluse con la sconfitta armena e la firma del Trattato di Alessandropoli.
Dal punto di vista politico e storico, Atatürk prese formalmente le distanze dai leader dei Giovani Turchi (come Enver Pasha) responsabili dei massacri, definendoli spesso "atti vergognosi". Tuttavia, il governo kemalista operò la confisca di molti dei beni degli armeni per formare la base economica della Turchia, fornendo capitali all'economia della nazione e portando alla formazione di una nuova borghesia e classe media a base etnica turca. È, in altri termini, la storia di una accumulazione primitiva realizzata attraverso la pulizia etnica. Nel contempo promosse una narrazione storica che minimizzava o giustificava gli eventi come necessità di guerra, impostando la linea di "negazionismo di Stato" che la Turchia mantiene tuttora.
Gli armeni rimasti in Turchia dopo il 1923 (concentrati soprattutto a Istanbul) ricevettero lo status di "minoranza non musulmana" dal Trattato di Losanna. Nonostante le tutele formali, subirono forti pressioni per assimilarsi: l'uso della lingua armena fu scoraggiato in pubblico e molti dovettero turchizzare i propri cognomi. Il governo penalista confermò quindi in questo una chiara continuità con quello dei Giovani Turchi.
Il legame con i curdi rappresenta forse il mutamento politico più radicale della vita di Atatürk. Si passò da una fratellanza strategica in chiave anti-occidentale a una politica di assimilazione culturale forzata. Durante la Guerra d'Indipendenza, Kemal ebbe un disperato bisogno del supporto dei capi tribali e religiosi curdi nell'Anatolia orientale. Per ottenerlo, giocò la carta della solidarietà islamica contro gli invasori cristiani (Greci e Britannici). Promise ai curdi che la nuova entità statale sarebbe stata una "Repubblica di Turchi e Curdi" e accennò a forme di autonomia locale.
Una volta fondata la Repubblica e abolito il Califfato (1924), l'elemento religioso che univa i due popoli venne meno. La Costituzione del 1924 stabilì che tutti i cittadini della Turchia erano considerati legalmente "Turchi". L'esistenza stessa di un'etnia curda distinta venne negata (da qui nacque la definizione burocratica di "Turchi di montagna").
Alla grande ribellione a sfondo religioso e nazionalista, lo Sheikh Said, che seguì Atatürk rispose con estrema durezza: proclamò la legge marziale, istituì i "Tribunali dell'Indipendenza" e i leader della rivolta furono impiccati. La Repubblica di Ararat (1927-1930) e il massacro di Dersim (1937-1938) furono altre due grandi insurrezioni schiacciate militarmente dall'esercito turco. A Dersim (oggi Tunceli), l'uso dell'aviazione e dell'artiglieria provocò migliaia di vittime civili e deportazioni di massa. A queste operazioni partecipò anche Sabiha Gökçen, figlia adottiva di Atatürk e prima donna pilota da caccia al mondo.
Per impedire future ribellioni, il regime kemalista applicò leggi severe. La lingua curda fu bandita dalle scuole, dagli uffici pubblici e dalle pubblicazioni. I nomi storici curdi di villaggi, città e montagne vennero sostituiti con nomi turchi. Intere tribù curde vennero deportate nell'Anatolia occidentale per essere assimilate, mentre popolazioni di etnia turca vennero insediate nelle aree curde.
HO CHI MINH (1890–1969) nacque nella provincia di Nghệ An, al centro del Vietnam, con il nome di Nguyễn Sinh Cung, quello che il mondo avrebbe conosciuto come Ho Chi Minh - "colui che illumina" - fu in realtà un uomo dai molteplici nomi e dalle molteplici vite, quasi una metafora della clandestinità che fu la sua condizione esistenziale per decenni.
Visse a Londra, a Parigi - dove frequentò i circoli socialisti e socialisti rivoluzionari - poi a Mosca, in Cina e di nuovo nell'ombra. Fu al Congresso di Tours del 1920 tra i fondatori del Partito Comunista Francese, e da quel momento il suo percorso intellettuale e politico fu sempre intrecciato con la questione coloniale: non solo come problema marxista astratto, ma come esperienza vissuta, come umiliazione personale e collettiva. Nel 1930 fondò il Partito Comunista Vietnamita.
Tuttavia, la liberazione nazionale del Vietnam fu per lui un obiettivo che precedeva e sovrastava qualunque ortodossia di partito. Rientrò in Vietnam nel 1941, fondò il Việt Minh — fronte di liberazione nazionale — e quando il Giappone capitolò nel 1945, proclamò ad Hanoi l'indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam, citando ironicamente la Dichiarazione d'Indipendenza americana. Fu Primo Ministro (1945–1955) e Presidente del Vietnam del Nord (1945–1969).
Seguirono trent'anni di guerra. La Francia cercò di riconquistare la sua colonia, scatenando la Prima Guerra d'Indocina. Nonostante l'inferiorità tecnologica, la guerriglia del Viet Minh (guidata militarmente dal generale Võ Nguyên Giáp) logorò le truppe francesi fino alla storica vittoria di Dien Bien Phu (1954). I successivi Accordi di Ginevra divisero temporaneamente il Vietnam in due: il Nord comunista (guidato da Ho Chi Minh) e il Sud filo-occidentale.
Come Presidente del Vietnam del Nord, Hồ Chí Minh avviò la transizione socialista del Paese e si pose l'obiettivo di riunificare il Vietnam, sostenendo i ribelli comunisti del Sud (i Viet Cong). Questo portò all'intervento diretto degli Stati Uniti, dando il via alla sanguinosa Guerra del Vietnam. Negli ultimi anni, a causa della salute cagionevole, il suo ruolo divenne più simbolico che operativo, sebbene rimanesse il collante morale e la guida spirituale della resistenza vietnamita. Morì nel 1969 per un attacco cardiaco, sei anni prima di vedere il Paese finalmente riunificato.
La sua figura è quella del rivoluzionario asceta, frugale, capace di un carisma quieto e penetrante, amato da popolazioni contadine che videro in lui un padre e non un padrone. Dai vietnamiti è affettuosamente chiamato "Bác Hồ" (Zio Ho). Nonostante nel suo testamento avesse chiesto di essere cremato per non sottrarre terra all'agricoltura, il suo corpo è stato imbalsamato ed è tuttora esposto in un imponente mausoleo a Hanoi. Nel 1976, dopo la caduta di Saigon e la fine della guerra, la capitale del Sud è stata ribattezzata Ho Chi Minh City in suo onore.
Il suo regime, però, comportò pur sempre campagne di repressione, processi ai proprietari terrieri, limitazione delle libertà nel Nord. La complessità che alcuni gli attribuiscono sta nel fatto che la sua guerra fu giusta nella sua logica indipendentista, anticolonialista e antimperialista, ma devastante nelle sue conseguenze umane.
Il lato più oscuro del governo di Hồ Chí Minh nel Vietnam del Nord fu senza dubbio la riforma agraria ispirata al modello cinese di Mao Zedong. L'obiettivo ideologico era eliminare la classe dei proprietari terrieri (dia chu) e ridistribuire le terre ai contadini poveri. Vennero istituiti tribunali speciali in cui i contadini venivano incoraggiati (e spesso costretti) a denunciare i loro stessi vicini o datori di lavoro. I processi erano sommari, guidati dal fervore ideologico e da quote di "nemici di classe" da trovare per ogni villaggio.
Le stime storiche sulle vittime variano enormemente, ma si calcola che tra le 15.000 e le 50.000 persone siano state giustiziate o siano morte nei campi di lavoro. Molti di loro non erano grandi latifondisti, ma piccoli proprietari o persino membri del Viet Minh che avevano combattuto contro i francesi ma erano considerati "ideologicamente impuri", rispecchiando così le stesse procedure staliniste e maoiste.
Nel 1956, resosi conto che la situazione stava sfuggendo di mano e rischiava di provocare rivolte popolari (come quella repressa nel sangue nella provincia di Nghe An), Hồ Chí Minh fece un passo indietro pubblico. Ammise gli "errori gravissimi" della riforma, rimosse i responsabili più intransigenti del Partito e pianificò una campagna di "correzione degli errori", ma il tessuto sociale del Nord era ormai profondamente traumatizzato.
Sotto la sua guida, il Vietnam del Nord divenne a tutti gli effetti uno stato di polizia sul modello sovietico e cinese. Ogni forma di opposizione politica fu bandita. La stampa indipendente fu abolita e gli intellettuali che criticavano il regime (come nel movimento Nhan Van-Giai Pham alla fine degli anni '50) furono arrestati o messi a tacere. Già prima della fine della guerra contro il Sud, il dissenso politico o la mancanza di entusiasmo rivoluzionario venivano puniti con l'internamento in campi di lavoro e rieducazione.
Hồ Chí Minh non fu un dittatore puramente cinico e autocrate nel senso classico, ma un rivoluzionario dogmatico che seguì il classico modello dispotico comunista. Era sinceramente convinto che il comunismo fosse l'unico strumento efficace per liberare il Vietnam dall'imperialismo occidentale. Tuttavia, l'applicazione di quell'ideologia richiese l'adozione di metodi spietati, la cancellazione delle libertà civili e il sacrificio di intere generazioni. È proprio questo paradosso - l'uso di una violenza devastante in nome di un ideale di liberazione - a rendere il giudizio storico così drammaticamente controverso e severo.
POL POT (1925–1998) non merita assolutamente un approfondimento degno degli altri due: il suo è un caso alquanto semplice nella sua abnormità. È stato solamente un criminale politico, senza alcuno spessore. Nacque nella provincia di Kampong Thom, in Cambogia, con il nome di Saloth Sar, il futuro Pol Pot non è paragonabile agli altri due per ragioni che non riguardano soltanto la biografia ma la natura stessa del suo progetto storico.
Figlio di una famiglia contadina benestante con connessioni alla corte reale di Phnom Penh, ricevette un'educazione privilegiata e negli anni Cinquanta ottenne una borsa di studio per studiare a Parigi, dove entrò in contatto con i circoli comunisti e con quella particolare elaborazione del marxismo che nella capitale francese si mescolava con il surrealismo, il nazionalismo anticoloniale, una certa lettura romantica della purezza rurale, frequentò gli ambienti della sinistra radicale francese.
Nello stesso periodo e negli anni successivi, in quegli stessi ambienti parigini, si svilupparono le critiche situazioniste al capitalismo e alla società dei consumi. Ciò ha portato Pol Pot all'applicazione distorta di tre concetti chiave: l'abolizione del denaro, l'Anno Zero (Il reset totale), rifiuto dell'Urbanizzazione. L'Internazionale Situazionista (sciolta ufficialmente nel 1972, prima della presa del potere dei Khmer Rossi nel 1975) e i pensatori dell'area libertaria francese hanno sempre condannato fermamente i regimi di stampo maoista e stalinista. Gli intellettuali vicini al situazionismo hanno descritto l'esperimento cambogiano non come una liberazione, ma come il più spaventoso esempio di ingegneria sociale centralizzata e totalitaria della storia contemporanea, culminato nel genocidio di circa un quarto della popolazione nazionale.
Tornò in Cambogia senza aver conseguito alcun diploma, ma con idee che avrebbero determinato il destino di milioni di persone. Per tutti gli anni Sessanta lavorò nell'ombra, insegnando e tessendo la rete clandestina dei Khmer Rossi, il cui nome era allora noto a pochi. Quando nel 1975, dopo anni di guerra civile esacerbata dai bombardamenti americani sul territorio cambogiano — che avevano già causato centinaia di migliaia di morti e sradicato milioni di contadini — i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh, cominciò uno degli esperimenti più estremi della storia del Novecento.
Pol Pot, che assunse il nome in codice con cui sarebbe rimasto nella storia, proclamò l'Anno Zero: le città furono evacuate forzatamente nel giro di giorni, il denaro abolito, le scuole chiuse, i templi profanati, il calendario azzerato. L'obiettivo dichiarato era una società agraria pura, senza classi, senza città, senza storia. La realtà fu un sistema concentrazionario esteso all'intero paese, in cui morirono per esecuzione, fame, malattia e lavoro forzato tra un milione e mezzo e due milioni di persone — su una popolazione di circa otto milioni.
Gli intellettuali, i medici, gli insegnanti, chiunque portasse gli occhiali veniva considerato un nemico del popolo. Il regime durò fino al 1979, quando l'invasione vietnamita lo travolse. Pol Pot sopravvisse per quasi vent'anni ancora, protetto nella giungla al confine con la Thailandia, mai processato, morendo nel 1998 in circostanze non del tutto chiarite. Non mostrò mai, in nessuna delle rare interviste concesse, alcun segno di rimorso. Aveva voluto distruggere la storia, e la storia lo ha consegnato a una delle sue pagine più nere.









