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mercoledì 7 ottobre 2026

𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗢𝗚𝗥𝗢𝗠 𝗗𝗘𝗟 𝟳 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟯


Il termine pogrom viene dal russo e indica la devastazione, il saccheggio, la distruzione condotta dalla folla contro una comunità ebraica, con la tolleranza, quando non la regia, dei poteri costituiti. All’alba del 7 ottobre, durante la festività ebraica di Simchat Torah, Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono migliaia di razzi dalla Striscia di Gaza e penetrarono nel territorio israeliano via terra, mare e aria, ai quali si aggiunsero successivamente anche civili provenienti da Gaza. L’attacco investì basi militari, ma anche città, kibbutz, moshav e raduni civili. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha ricostruito un’operazione coordinata condotta in maniera organizzata.

Che il 7 ottobre 2023 sia stato definito un pogrom da chi lo ha vissuto e da molti storici non è dunque una forzatura retorica, ma il riconoscimento di una forma: uomini armati irrompono nelle case di Be’eri e di Kfar Aza, nei kibbutz del confine, tra i ragazzi del festival Nova, e uccidono, torturano, rapiscono, stuprano. Circa milleduecento morti in un giorno, in maggior parte civili, e oltre duecentocinquanta ostaggi trascinati a Gaza: la più grave strage di ebrei in un solo giorno dopo la Shoah.

In questo senso il 7 ottobre presenta una somiglianza impressionante con il modello storico del pogrom: l’irruzione nelle comunità, la caccia ai civili, famiglie sterminate nelle loro abitazioni, persone bruciate o trascinate via, cadaveri oltraggiati, ostaggi di ogni età. Per una parte consistente della società israeliana la parola non fu quindi semplicemente una metafora politica: esprimeva la sensazione che fosse improvvisamente riapparsa, dentro lo Stato nato anche per proteggere gli ebrei dalla condizione di minoranza indifesa, una forma di violenza appartenente alla memoria della diaspora. Il termine conserva, quindi, una forza interpretativa notevole se viene riferito alla forma assunta dalla violenza contro la popolazione civile, non alla natura complessiva del conflitto. Il 7 ottobre fu contemporaneamente un’operazione militare contro installazioni israeliane e un massacro deliberato di civili. La prima dimensione appartiene alla guerra; la seconda richiama inevitabilmente la storia dei pogrom.

A differenza dei pogrom del passato, che dovettero essere in buona parte ricostruiti dalle testimonianze dei sopravvissuti, il 7 ottobre fu documentato dai suoi stessi esecutori. Molti dei terroristi portavano telecamere sul petto o sul capo, e le riprese recuperate dai loro corpi mostrano la preparazione all’alba, la coordinazione dei gruppi, l’irruzione nelle case e l’intenzione di registrare tutto. A queste immagini si affiancano quelle delle telecamere di sorveglianza, delle dashcam, dei telefoni di chi cercava di fuggire o di nascondersi, che Human Rights Watch ha sottoposto a verifica indipendente, stabilendo luoghi e orari e riconoscendovi uccisioni deliberate di civili. 

La specificità dell’evento sta nella sua intenzione dichiarata. Il pogrom classico poteva indossare la maschera del disordine popolare; qui la violenza fu pianificata, addestrata, filmata con orgoglio dagli stessi esecutori e rivendicata al telefono con i genitori, mentre l’eccidio era in corso. Lo statuto del 1988 di Hamas, che attinge ai "Protocolli dei Savi di Sion" e inscrive la lotta politica in una cornice escatologica contro «gli ebrei», rende superflua ogni ricerca di moventi nascosti. Chi volesse leggervi soltanto l’esplosione di una disperazione nazionale dovrebbe spiegare perché la disperazione abbia scelto proprio quei bersagli e quei gesti, i bambini nelle stanze di sicurezza, le donne, i vecchi, e perché abbia avvertito il bisogno di documentarli.

Eppure la documentazione non ha prodotto l'indignazione che ci si sarebbe potuti attendere. Già nelle settimane successive circolarono con insistenza versioni che attribuivano la strage, in tutto o in parte, a Israele, o ne contestavano le dimensioni. Si possono riconoscere in questo i meccanismi ben noti del negazionismo. Spesso l’immagine dell’orrore non costringe a nessuna indignazione, perché chi la guarda la interpreta secondo il proprio bias cognitivo; il 7 ottobre ne ha offerto una conferma tanto più amara in quanto le immagini, qui, furono prodotte dai colpevoli. Ciò purtroppo si può osservare anche dalla reazione di una parte dell’opinione pubblica, di certi ambienti accademici e militanti occidentali.

L’antisionismo, nella sua forma di antisemitismo "rispettabile", ha dimostrato che l’ostilità verso Israele ha potuto fornire all’antico odio un lessico nuovo e un alibi morale, quello dell’anticolonialismo. Nelle ore e nei giorni che seguirono il massacro, quando i cadaveri non erano ancora stati contati, si moltiplicarono assemblee e cortei che parlavano di resistenza, e dichiarazioni che premettevano il «contesto» alla condanna, quasi che l’orrore avesse bisogno di una genealogia. Quel contesto esiste, e discuterne è legittimo: l’occupazione, l’assedio di Gaza, la politica degli insediamenti. Ma la storia è una cosa, l’assoluzione preventiva un’altra, e la differenza tra spiegare e scusare è esattamente quella che Primo Levi, nei “Sommersi e i salvati", chiedeva di non smarrire.

Né la gravità del 7 ottobre rende neutra la guerra che ne è seguita. Le decine di migliaia di morti palestinesi, la devastazione di Gaza, la catastrofe umanitaria sono fatti altrettanto reali, e pongono interrogativi di diritto e di coscienza che nessuna rivendicazione di legittima difesa può giustificare per decreto; la discussione sulla proporzionalità, sulla strategia, sul destino politico dei due popoli appartiene al dibattito di una società libera, in Israele prima ancora che altrove. I due piani non si annullano a vicenda. Riconoscere il carattere antisemita del massacro non obbliga a tacere sulla guerra, e criticare la guerra non autorizza a ridimensionare il massacro. Sarebbe invece necessario rifiutare il double standard che produce le peggiori semplificazioni e fornisce un supporto ai crimini contro l'umanità.

Il 7 ottobre ha restituito a una parte dell’Occidente, che si illudeva di aver chiuso i conti con l’odio antiebraico nel 1945 e nel “Nostra aetate" del 1965, la consapevolezza che la vicenda non era conclusa. Jules Isaac aveva lavorato tutta la vita per sradicare l’«insegnamento del disprezzo», e il suo lavoro fu in larga parte raccolto dalla Chiesa; ma il disprezzo, quando prova a perdere la sua veste teologica, non è detto che muoia, si può trasferire, assumere le forme dell’ideologia politica, e si riconosce per i suoi stereotipi ricorrenti: la colpa collettiva, la responsabilità ereditaria, il controllo del mondo, la separazione dell’ebreo dall’umanità.

Giunti al terzo anniversario ci sono ostaggi che non sono tornati a casa, famiglie private della sepoltura dei propri cari, una società israeliana lacerata, e un mondo che ha mostrato di sapere ancora, con inquietante certezza, a chi concedere la propria compassione e a chi negarla. Il compito dello storico e dello scrittore è forse questo: registrare l’evento per ciò che fu, senza ritrarsi davanti al suo orrore, rifiutare che le immagini siano lasciate a se stesse, e insieme, dall'altra parte, impedire che la sua narrazione diventi un’arma contro chi soffre.


Alcune fonti online

Domande e risposte: L'attacco a Israele del 7 ottobre 2023 da parte dei gruppi armati guidati da Hamas:

https://www.hrw.org/news/2024/07/17/questions-and-answers-hamas-led-armed-groups-october-7-2023-assault-israel

Rapporto di Human Rights Watch sui crimini del 7 ottobre: https://www.hrw.org/news/2024/07/17/october-7-crimes-against-humanity-war-crimes-hamas-led-groups 

rapporto dettagliato della Commissione d’inchiesta ONU:

https://www.un.org/unispal/document/coi-attacks-7october2023-report-10jun24/

rapporto ONU su ostaggi e detenuti:

https://www.un.org/unispal/document/report-of-the-independent-international-commission-of-inquiry-on-the-occupied-palestinian-territory-including-east-jerusalem-and-israel-11sep24/

 Corte penale internazionale: mandato contro Mohammed Deif:

https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-issues-warrant-arrest-mohammed-diab-ibrahim?utm_source=chatgpt.com

CNN, Slain Hamas militants’ body camera videos show the preparation and tactics behind their terror attack on Israel, inchiesta interattiva:

cnn.com/interactive/2023/middleeast/hamas-attack-body-cam-videos-invs-dg/

La redazione ha esaminato decine di video provenienti da telecamere di tipo GoPro recuperate dai corpi dei terroristi; Bellingcat ha datato una delle riprese, intorno alle 7.30 del mattino, dalla posizione del sole.

Human Rights Watch, Israel/Palestine: Videos of Hamas-Led Attacks Verified, 18 ottobre 2023: hrw.org/news/2023/10/18/israel/palestine-videos-hamas-led-attacks-verified

 Il Digital Investigations Lab dell’organizzazione ha verificato quattro video, tratti da dashcam e telecamere di sorveglianza, incrociando immagini satellitari, dati open source e ombre per stabilire luogo e ora delle riprese.

Sulla compilazione mostrata ai giornalisti: CBC News, resoconto della proiezione di Ottawa: cbc.ca/news/politics/israel-hamas-gaza-palestinian-1.7016989

che descrive 43 minuti di materiale, tra riprese di Hamas e immagini di sicurezza israeliane, con la morte o i resti di 138 persone; 

The Times of Israel, resoconto della proiezione per la stampa estera timesofisrael.com/idf-shows-foreign-press-raw-hamas-bodycam-videos-of-murder-torture-decapitation/

The Times of Israel, New GoPro footage shows Hamas terrorists infiltrating Israel unopposed on Oct. 7 timesofisrael.com/new-gopro-footage-shows-hamas-terrorists-infiltrating-israel-unopposed-on-oct-7/

trenta minuti di riprese delle forze Nukhba, che mostrano il superamento dei quattro livelli di barriera in circa sette minuti e mezzo.

Rapporto della Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, 4 marzo 2024. Sintesi in NPR npr.org/2024/03/04/1235824305/israel-sexual-assault-rape-hamas-attack-un-report

e nel comunicato ONU: la missione, che per mandato non aveva natura investigativa, ha esaminato oltre 5.000 fotografie e circa 50 ore di video, trovando «motivi ragionevoli» per ritenere che violenza sessuale, compresi stupri e stupri di gruppo in almeno tre luoghi, sia stata commessa; non fu possibile incontrare alcuna sopravvissuta, e il rapporto stesso segnala le difficoltà di raccolta delle prove.

Ancora più interessante metodologicamente è:

https://www.hrw.org/news/2023/10/11/real-or-fake-verifying-video-evidence-israel-and-palestine?utm_source=chatgpt.com

Qui HRW spiega come ha distinto i filmati autentici dalla disinformazione. Gli investigatori hanno raccolto e conservato centinaia di contenuti, geolocalizzato le immagini confrontando strade, edifici e caratteristiche del terreno con fotografie satellitari e verificato cronologia e provenienza. HRW sottolinea esplicitamente che accanto a immagini autentiche circolavano anche video manipolati, immagini provenienti da altri conflitti e perfino sequenze di videogiochi.

sabato 19 settembre 2026

“𝗙𝗔𝗨𝗗𝗔” (𝟮𝟬𝟭𝟱-𝟮𝟬𝟮𝟲)


Ne consiglio caldamente la visione. È un prodotto che rende una versione diversa di quel conflitto, scevra da stereotipi e romanticismo, e spesso impietosa con tutti i protagonisti. Non esistono solo film e registi che accedono ai red carpet degli Academy Awards o di Venezia, alla faccia di quello che poi sarebbe il mainstream, secondo una visione disancorata dalla realtà, e a prescindere dal loro reale valore artistico e documentaristico, che non è mia intenzione ora mettere in discussione.

“Fauda” è una serie televisiva israeliana di spionaggio e azione, creata da Lior Raz e Avi Issacharoff, che racconta il conflitto israelo-palestinese attraverso le operazioni di un’unità israeliana specializzata nell’infiltrazione sotto copertura nei territori palestinesi. Il titolo significa in arabo «caos», termine usato anche operativamente quando una situazione sfugge al controllo.

Il protagonista, Doron Kavillio, interpretato dallo stesso Lior Raz, è un ex membro dell’unità richiamato sul campo. Le operazioni antiterrorismo costituiscono però soprattutto la struttura narrativa attraverso cui la serie esplora lealtà, vendetta, paura, appartenenza, radicalizzazione e costo umano della violenza.

Una delle caratteristiche più interessanti di Fauda è il tentativo di mostrare il conflitto da entrambi i lati. I personaggi palestinesi non sono semplicemente antagonisti funzionali alla storia: hanno famiglie, motivazioni, conflitti interni e differenti atteggiamenti politici e religiosi. Allo stesso tempo, gli agenti israeliani vengono rappresentati lontano dall'immagine dell'eroe impeccabile: mentono, sbagliano, oltrepassano limiti morali e pagano conseguenze psicologiche e familiari molto pesanti.

La serie adotta uno stile teso, realistico e quasi documentaristico, con largo uso dell'arabo e dell'ebraico, combattimenti ravvicinati e operazioni costruite più sulla tensione che sulla spettacolarità tipica delle produzioni hollywoodiane. Proprio questa ricerca di realismo è una delle ragioni del suo successo internazionale.

Va però distinta la complessità narrativa dalla neutralità politica. Fauda nasce dall'esperienza israeliana dei suoi autori - Raz stesso ha prestato servizio in un'unità sotto copertura. È quindi una serie capace di umanizzare entrambi i campi senza necessariamente collocarli in una prospettiva perfettamente simmetrica.

Nel complesso, più che una serie «sul terrorismo», Fauda può essere vista come un dramma sulla spirale della violenza: quasi ogni azione produce una reazione, ogni vendetta prepara quella successiva e la distinzione fra vita privata e guerra finisce progressivamente per dissolversi. È proprio questa dimensione, più morale e tragica che propriamente geopolitica, a renderla interessante anche per chi non cerca semplicemente una serie d'azione.

Ad oggi la serie conta cinque stagioni (le prime quattro da 12 episodi, e la quinta da 11), l'ultima delle quali è ambientata dopo il 7 ottobre 2023.

martedì 15 settembre 2026

𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝗲𝘇𝗶𝗱𝗲 - 𝗼 𝘆𝗮𝘇𝗶𝗱𝗲 - 𝗲 𝗶𝗹 "𝘀𝗮𝘁𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼"


Mi rendo benissimo conto che molti non abbiano mai sentito nominare la storia di queste donne e del loro popolo, nonostante un premio Nobel e una risoluzione di genocidio. Gli ezidi sono un’antica comunità etnoreligiosa della Mesopotamia, concentrata soprattutto nel Sinjar, nell’Iraq settentrionale. Al centro della cosmologia ezida vi sono Dio e i sette esseri angelici, il più importante dei quali è Tawûsê Melek, l'Angelo Pavone.

Proprio questa figura è stata all'origine di una delle più tragiche deformazioni della religione ezida: Tawûsê Melek è stato identificato dagli avversari con Satana e gli ezidi sono stati perseguitati e accusati per secoli di essere «adoratori del diavolo». L'accusa è teologicamente falsa, ma ha avuto conseguenze storiche terribili. Sono stati sottoposti a campagne persecutorie almeno dal XIII secolo. Sempre la stessa storia, insomma, i fanatici rimangono tali, attraverso i secoli e in ogni luogo. Ci vuole poco a criminalizzare le minoranze. Ma mentre nei secoli passati e in alcuni luoghi, certe accuse possono essere contestualizzate, oggi qui da noi sono solo imbecillità e ignoranza.

Nella loro società tradizionale, fortemente endogamica, le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella continuità della famiglia, della religione e della memoria comunitaria. La donna non era semplicemente una componente della famiglia: era anche uno dei principali veicoli della continuità religiosa e comunitaria. Le donne trasmettevano lingua, pratiche domestiche, racconti, canti, ritualità e memoria familiare.

Ma questa centralità conviveva con una struttura generalmente patriarcale. I matrimoni erano tradizionalmente sottoposti a forti vincoli familiari e comunitari; la sessualità femminile era strettamente collegata all'onore familiare; il matrimonio fuori dalla comunità era considerato una rottura particolarmente grave. Questa struttura avrebbe prodotto un conflitto drammatico dopo il 2014. 

Il 3 agosto 2014 l’ISIS attaccò il Sinjar. Migliaia di uomini furono uccisi, mentre circa 6-7.000 donne e bambine vennero rapite, vendute, violentate e ridotte in schiavitù sessuale. Non si trattò semplicemente di violenze commesse nel caos della guerra: l’ISIS organizzò un vero sistema della schiavitù, cercando persino di conferirgli una giustificazione religiosa, venduti nei mercati secondo procedure di tratta pianificate a tavolino, con l'obiettivo dichiarato di distruggere la comunità attraverso le sue donne.

Nell'ottobre 2014 la sua rivista Dabiq rivendicò esplicitamente la restaurazione della schiavitù e dedicò particolare attenzione agli ezidi, classificati come politeisti e utilizzando questa classificazione per legittimare la schiavitù delle donne. Questo elemento è importante perché modifica la natura storica del crimine: lo stupro non fu soltanto uno strumento di terrore; divenne un'istituzione dello Stato islamico.

La tradizione avrebbe potuto produrre una seconda tragedia: considerare le donne violentate come contaminate o esterne alla comunità. Avvenne invece un'importante reinterpretazione comunitaria. Il significato simbolico era enorme: la violenza sessuale non avrebbe ottenuto il risultato perseguito dai carnefici, cioè espellere le vittime dal loro stesso popolo.

Nel 2015, infatti, la massima autorità religiosa ezida dichiarò che le sopravvissute restavano ezide a pieno titolo, nonostante la conversione forzata subita in cattività. Rimaneva tuttavia una questione ancora più dolorosa: i bambini nati dagli stupri. Le regole tradizionali dell'appartenenza ezida hanno reso la loro integrazione molto più problematica, provocando conflitti drammatici tra maternità individuale e norme comunitarie. È uno degli aspetti più difficili e meno conosciuti del dopo-genocidio.

Colpire le donne significava colpire la possibilità stessa degli ezidi di continuare a esistere come comunità. Ma la storia non finisce con la schiavitù. Molte sopravvissute scelsero inoltre di testimoniare pubblicamente. La più conosciuta è Nadia Murad, rapita a 21 anni, ridotta in schiavitù e poi fuggita. Nel 2018 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. La sua testimonianza, insieme a quella di molte altre donne, ha contribuito a trasformare un crimine che rischiava di rimanere nascosto in una questione di giustizia internazionale.

L’ISIS aveva trasformato il corpo delle donne in uno strumento per cancellare un popolo. Molte di quelle donne hanno trasformato la propria testimonianza in uno strumento per impedire che quel popolo - e ciò che gli è stato fatto - venisse dimenticato. E intanto, a più di un decennio dai fatti, quasi 2.700 persone risultano ancora disperse, verosimilmente prigioniere nelle enclave residue del califfato in Siria.

lunedì 14 settembre 2026

PACIFISMO E ANTIMPERIALISMO?

 Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler perché era nemico dell'imperialismo britannico.

Ci furono infatti, all'epoca, diversi esempi di un antimperialismo disposto a cercare alleati tra i nemici delle potenze coloniali. Non necessariamente perché i suoi esponenti fossero nazisti, ma perché avevano già stabilito quale fosse il campo principale, se non l'unico, da condannare.

Non è necessario, infatti, sostenere esplicitamente il campo opposto: basta riservare sistematicamente la condanna morale a uno solo dei campi. 

Si crea così un'asimmetria. Le violenze del campo considerato imperialista vengono interpretate attraverso categorie morali — aggressione, colonialismo, crimini, oppressione — mentre quelle del campo avversario vengono spiegate soprattutto attraverso categorie causali — reazione, resistenza, conseguenza, contesto storico.

Nel primo caso si individua immediatamente una responsabilità; nel secondo, la spiegazione causale tende a trasformarsi in attenuazione della responsabilità. E spesso la causa viene ricondotta ancora una volta alle azioni del campo occidentale, che finisce per diventare la causa ultima alla quale ricondurre ogni conflitto.

Naturalmente le responsabilità storiche e politiche delle potenze occidentali esistono e devono essere riconosciute. Il problema nasce quando esse diventano una spiegazione universale, mentre agli altri attori viene implicitamente negata una piena autonomia politica e, con essa, una piena responsabilità per le proprie scelte.

È questa una delle degenerazioni dell'antimperialismo quando cessa di essere un principio universale e diventa una geopolitica morale a senso unico: non occorre approvare i crimini del campo avversario; è sufficiente contestualizzarli sempre, mentre quelli del proprio nemico vengono sempre condannati.

A quel punto non si giudicano più imperialismo, autoritarismo e violenza in quanto tali. Si giudica innanzitutto chi li esercita. E il principio si trasforma in appartenenza. Essere nemici di un impero non significa essere nemici dell'imperialismo.

C'è inoltre anche un paradosso in questa negazione della responsabilità autonoma degli altri attori. Nel tentativo di sottrarsi alla presunta superiorità occidentale si rischia di riprodurne una forma paternalistica: l'Occidente viene considerato pienamente capace di scegliere e dunque pienamente responsabile delle proprie azioni, mentre gli altri vengono rappresentati prevalentemente come soggetti reattivi, le cui scelte sarebbero determinate dall'imperialismo, dal colonialismo o dalle provocazioni occidentali.

Gli occidentali agiscono; gli altri reagiscono. È una forma di occidentalocentrismo rovesciato, nella quale possono mescolarsi appunto paternalismo e senso di colpa storico. L'Occidente continua a essere posto al centro della storia, soltanto con il segno morale invertito: non più origine della civiltà e del progresso, ma causa ultima dei conflitti e persino delle scelte compiute dai suoi avversari.

Riconoscere piena autonomia politica a un popolo o a un soggetto storico significa invece riconoscergli anche la piena responsabilità delle proprie scelte. Negargli sistematicamente questa responsabilità non significa necessariamente rispettarlo di più: può significare considerarlo, implicitamente, meno capace di autodeterminarsi, e quindi inferiore.

mercoledì 19 agosto 2026

𝗔𝗡𝗧𝗜𝗦𝗘𝗠𝗜𝗧𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗧𝗥𝗔𝗦𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗟𝗘 𝗜𝗡 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔: 𝗜 𝗗𝗔𝗧𝗜, 𝗟𝗘 𝗠𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘𝗥𝗘, 𝗖𝗜O' 𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗜𝗦𝗧𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗘𝗗𝗢𝗡𝗢


Il Rapporto annuale della Fondazione CDEC, presentato al Senato lo scorso marzo, ha registrato 963 episodi di antisemitismo in Italia nel 2025, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022: una crescita pressoché quadruplicata in tre anni, dal 7 ottobre 2023 in avanti, che non riguarda solo la quantità ma la gravità - le aggressioni fisiche sono aumentate più delle diffamazioni verbali. L'antisemitismo, in altre parole, non è più un fenomeno marginale né episodico nel Paese. Va detto, però, che nonostante i dati raccolti siano ampiamente indicativi del fenomeno, il CDEC li classifica sulla base della definizione operativa dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che alcuni studiosi e alcune aree politiche giudicano troppo estensiva proprio perché include forme di critica a Israele fra le manifestazioni antisemite.

Certo, è bene ricordare che la critica, anche radicale, al governo israeliano non è ovviamente antisemitismo ed è più che lecita, per chi scrive è doverosa. Tuttavia, il passaggio avviene quando «Israele», «sionisti» o «lobby sionista» assumono le funzioni che nell'antisemitismo classico avevano «gli ebrei»: potere occulto, controllo dell'informazione, avidità, crudeltà congenita, sacrificio di bambini, doppia lealtà, cospirazione mondiale. Una riattivazione, in sostanza, dei Protocolli dei Savi di Sion. È precisamente il fenomeno di trasferimento degli antichi stereotipi antiebraici su Israele rilevato dal CDEC.

Ma dire che è in aumento non basta: è anche, letteralmente, trasversale: neofascismo e neonazismo convivono con ambienti radicali di sinistra, e non solo radicali, con certo grillismo, con una parte sostanziosa della cosiddetta area del dissenso e coi circuiti islamisti. I termini-schermo come "sionista" o "ashkenazita" circolano indifferentemente in tutti questi settori, permettendo di colpire senza incorrere nell'accusa esplicita di antisemitismo, fino a sentirsi legittimati, in non pochi casi, a definire il pogrom del 7 ottobre un atto di resistenza, o, bene che vada a minimizzarne la gravità. 

Ma esiste anche un secondo tipo di maschera, diverso da quello ideologico-lessicale di certa sinistra, della destra estrema e degli ambienti islamisti. Lo hanno mostrato, quasi in contemporanea, due scandali interni al mondo della destra istituzionale italiana: la chat "Congresso FdI" in Trentino, con dirigenti locali del partito di governo autori di frasi apertamente giudeofobe, e successivamente - venuta fuori proprio in questi giorni - la chat di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, dove circa trecento persone si sono scambiate messaggi di nostalgia hitleriana, insulti razzisti verso arabi ed ebrei e perfino linguaggio eversivo. 

Qui l'odio non passa per alcun travestimento anti-israeliano: è giudeofobia classica, allo stato puro. La maschera, in questo caso, è istituzionale - è la facciata pubblica di rispettabilità del post-fascismo italiano, la retorica dei "conti fatti col passato", che nelle chat private si sfalda mostrando un sostrato rimasto intatto. Non è neppure un fenomeno completamente nuovo: l'inchiesta del 2024 su Gioventù Nazionale aveva già documentato discorsi razzisti e antisemiti nell'ambiente giovanile del partito. Giorgia Meloni scrisse ai dirigenti che nel partito non c'era spazio per «posizioni razziste o antisemite» né per nostalgici dei totalitarismi. Siamo quindi in presenza di tre episodi diversi, in contesti diversi, e di organizzazioni diverse, che è assai difficile liquidare come isolati.

Paradossalmente il dichiarato filoisraelismo di questa area politica non è affatto in contraddizione con l'antisemitismo tradizionale. Le due cose operano su registri distinti - l'adesione a Israele, percepito come Stato-fortezza, baluardo contro l'Islam politico, può convivere tranquillamente con la persistenza di tropi antiebraici classici riferiti non allo Stato ma all'ebreo in genere, diasporico, cosmopolita, "senza patria", specularmente simmetrica, del resto, rispetto al travestimento antisionista che maschera l'antisemitismo di segno opposto, per il quale è legittimo proclamare solidarietà universale e antirazzismo e contemporaneamente attribuire al «sionista» caratteristiche prese quasi letteralmente dall'archivio dell'antisemitismo europeo. 

I due fenomeni non sono identici ideologicamente, ma possono convergere nella riproduzione e riattivazione del paradigma antigiudaico. I 963 episodi del CDEC, nonostante la presunta estensività, sono soltanto la punta emersa dell’iceberg, filtrata attraverso segnalazioni formali. Ben altra scala, infatti, restituisce la Mappa dell'Intolleranza di Vox - Osservatorio Italiano sui Diritti, che monitora algoritmicamente il discorso d'odio su X: quasi due milioni di contenuti analizzati nel solo 2025. 

L'antisemitismo è la seconda categoria di odio rilevata, immediatamente dopo la misoginia e più che doppia rispetto a xenofobia e islamofobia. Inoltre passa dal 27% del 2024 al 29% del 2025. Il dato è più significativo di quanto sembri perché il corpus complessivo preso in considerazione è cresciuto del 35%: quindi cresce anche considerevolmente il volume assoluto dei contenuti antisemiti. Vox ha studiato per la prima volta sistematicamente la deumanizzazione. Sotto il nuovo vocabolario politico continuano ad affiorare meccanismi antichissimi: l'ebreo rappresentato come animale, essere demoniaco o alterità biologica.

La Mappa mostra che il nuovo antisemitismo non ha semplicemente sostituito quello vecchio. I due repertori sembrano sovrapporsi. Da una parte abbiamo: ebreo → israeliano → sionista → genocida/sterminatore che costituisce lo slittamento politico contemporaneo. Dall'altra sopravvive: ebreo → complotto / demonizzazione / animalizzazione / alterità biologica, che appartiene all'archivio dell'antisemitismo tradizionale. Ma la Mappa suggerisce che nella comunicazione reale i due lessici possono contaminarsi. Inoltre Vox riconosce un problema non secondario: quasi metà degli stereotipi rilevati (46,68%) è espressa indirettamente - allusioni, ironia, generalizzazioni - e persino i sistemi di IA hanno difficoltà a riconoscerla.

L’analisi semantica conferma il filo che lega tutto il discorso: il bersaglio, quindi, è sia "l'ebreo" in quanto tale, sia "l'ebreo in quanto sionista", percepito come aggressore, associato a verbi come sterminare, cacciare, ammazzare - è la prova che gran parte dell'odio sommerso, quello mai formalizzato in denuncia, transita proprio attraverso i social, ma si diffonde anche nella vita quotidiana. Senza dimenticare l'equiparazione Israele/nazismo che costituisce uno dei ponti più evidenti fra critica politica e riattivazione dell'immaginario antisemita.

Non è semplicemente dire che Israele commette crimini di guerra, conduce una politica coloniale, pratica apartheid o persino sostenere l'accusa di genocidio: sono affermazioni differenti, che vanno valutate ciascuna sulla base di definizioni e prove. L'analogia col nazismo introduce invece deliberatamente la memoria della Shoah nella rappresentazione di Israele. E da qui nasce la formula, diffusissima, del «voi che avete subito la Shoah ora fate la stessa cosa». Quel voi è decisivo. Perché diventa «voi ebrei», la responsabilità politica viene trasferita a un'intera collettività etnico-religiosa.

Ed è proprio questo che impedisce di ridurre il problema alla consueta geometria destra antisemita / sinistra antisionista. L'antisemitismo è storicamente straordinariamente adattabile. Non ha bisogno di una dottrina politica coerente. Può essere nazionalista oppure anti-imperialista; cristiano oppure islamista; razziale oppure anticapitalista; anti-israeliano oppure, paradossalmente, compatibile con il sostegno a Israele. Una struttura antisemita trasversale capace di cambiare lessico, riadattandolo, secondo l'ambiente che la ospita. Ma con confini non così definiti, con contagio sistematico a livello semantico, tra le varie aree politiche.

Il dato forse più inquietante delle chat di FdI e Futuro Nazionale è proprio questo: dimostrano che la centralità contemporanea dell'antisemitismo legato a Israele non ha sostituito l'antisemitismo classico. I due strati convivono, si sovrappongono. Il vecchio repertorio non è morto; in diversi ambienti è semplicemente diventato meno pronunciabile pubblicamente. E questo spiega bene la trasversalità: non esiste più un unico antisemitismo con un'unica casa politica; esistono linguaggi politici differenti capaci di riattivare, ciascuno a modo proprio, lo stesso deposito secolare di rappresentazioni dell'ebreo.

domenica 16 agosto 2026

UN RAZZISMO DI TIPO NUOVO

 Un razzismo di tipo nuovo è germogliato in questi tempi grami. È un razzismo che non gerarchizza più per natura biologica ma per natura culturale, e che proprio per questo può presentarsi con le insegne dell'antirazzismo e del rispetto della differenza. Il meccanismo è semplice: si sospende l'applicazione del diritto universale non perché lo si neghi in teoria, ma perché lo si subordina a una presunta autenticità collettiva del gruppo, che diventa l'unico soggetto legittimato a un giudizio morale. L'individuo - e la donna, in questo schema, è l'individuo per eccellenza sacrificato - smette di essere portatore di diritti in proprio e diventa rappresentante di una totalità culturale che va "capita" prima che giudicata. È quel tipo distorto di multiculturalismo che, per rispettare le comunità, tratta ogni persona come incarnazione di un'unica appartenenza - di norma stabilita proprio dai componenti maschili e conservatori del gruppo - e le nega così proprio la pluralità di identità e di scelte che l'universalismo dei diritti umani dovrebbe garantirle.

È di fatto la sostituzione della comprensione con la giustificazione, l'idea che il singolo torto, la singola vittima, vadano ricollocati dentro una necessità storica o collettiva superiore, che ne assorbe e ne annulla la pretesa individuale. 

Una volta, nel caso del filosovietismo occidentale, era la Storia con la maiuscola a reclamare priorità sul dolore del singolo confinato nei gulag; oggi è la Cultura, o l'Identità collettiva, a reclamare priorità sul corpo della singola donna. La struttura argomentativa - e il suo vizio - è identica: dalla spiegazione ideologica causale si fa derivare l'assoluzione morale. Il totalitarismo, prima ancora di sopprimere fisicamente l'individuo, ne distrugge lo statuto giuridico e morale di persona, rendendolo funzione di una categoria, razza, classe, e qui si potrebbe aggiungere civiltà.

Non c'è luogo comune più sciovinista del "bisogna capirli", assai insidioso perché si maschera da umiltà. La colpevolizzazione occidentale e il disprezzo coloniale sono due facce della stessa medaglia, perché entrambi negano all'altro la piena responsabilità morale - lo si assolve in anticipo esattamente come prima lo si condannava in anticipo, e in entrambi i casi gli si nega lo status di agente razionale che risponde delle proprie scelte secondo lo stesso metro con cui rispondiamo delle nostre, lo si riduce a untermensch, pur partendo da presunti presupposti “egualitari”. Aspettarsi meno da un uomo perché è "di un'altra cultura" non è rispetto, è la riedizione soft del fardello dell'uomo bianco: la convinzione implicita che quell'uomo non sia pienamente capace dell'autonomia morale che diamo per scontata in noi.

Non voglio negare con questo che esista una forma di “femminismo colonialista” che pretende di "salvare" la donna delle società “arretrate”. Ma ancora più pericoloso è l'essenzialismo culturale che relativizza la sua sottomissione, legittimandola di fatto. Entrambi tendono all'omogeneizzazione della "donna del Terzo Mondo" come categoria. Oggi, però è il secondo a essere più insidioso - quello per cui i diritti collettivi vengono prima di quelli individuali (ciò dovrebbe ricordare qualcosa) - perché è il prodotto di un caricaturale moralismo militante e mistificante tipicamente occidentale, travestito da rispetto per l'alterità e da egualitarismo favorevole all'autodeterminazione dei popoli e delle comunità.

sabato 15 agosto 2026

LA COLONNA INFAME DELLA SCIENZA COME DISPOSITIVO TOTALITARIO


«Non appena Hitler prese il potere (o, come si dovrebbe forse dire più esattamente, non appena il potere gli fu consegnato), egli proclamò il 28 febbraio il Decreto per la protezione del popolo e dello Stato, che sospendeva gli articoli della Costituzione di Weimar concernenti le libertà personali. Il decreto non fu mai revocato, in modo che tutto il Terzo Reich può essere considerato, dal punto di vista giuridico, come uno stato di eccezione durato per dodici anni. Il totalitarismo moderno può essere definito, in questo senso, come l’instaurazione, attraverso lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione risultino non integrabili nel sistema politico. Da allora, la creazione volontaria di uno stato di emergenza permanente (anche se eventualmente non dichiarato in senso tecnico) è divenuta una delle pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche di quelli cosiddetti democratici.»

Giorgio Agamben, “Stato d'eccezione” (2003)

«Dichiarare che la scienza non è democratica è, paradossalmente, come mettersi dalla parte di Simplicio che nel Dialogo sui massimi sistemi non accetta l’invito di Galileo a usare il cannocchiale per guardare la luna, perché conferisce alle semplici affermazioni un valore probatorio maggiore di quello offerto dalle «sensate esperienze». Il successo che arride a queste dichiarazioni, che si moltiplicano come altrettante formule sacre, suggerisce che un numero incredibilmente alto di persone, pur apprezzando i fatti della scienza, ha solo una debole conoscenza dei suoi metodi.»

Maria Luisa Villa, “La scienza è democrazia”

«La scienza è un'impresa essenzialmente anarchica: l'anarchismo teorico è più umanitario e più aperto a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull'ordine…

… Non può darsi infatti che la scienza quale la conosciamo oggi, ovvero una "ricerca della verità" nello stile della filosofia tradizionale, sia destinata a creare un mostro? Non è possibile che essa nuoccia all'uomo, che lo trasformi in un meccanismo miserevole, freddo, ipocrita, privo di fascino e di humour? "Non può essere", si chiede Kierkegaard, "che la mia attività di osservatore obiettivo [o critico-razionale] della natura indebolisca la mia forza come essere umano?" Sospetto che la risposta a tutte queste domande debba essere affermativa e credo che una riforma delle scienze che le renda più anarchiche e più soggettive (nel senso di Kierkegaard) sia urgente.»

Paul Feyerabend, “Contro il metodo»

Le tre citazioni, lette una accanto all'altra, disegnano una continuità che a prima vista non è evidente, perché appartengono a registri diversissimi — la filosofia del diritto, l'epistemologia storica, l'anarchismo metodologico — ma che si rivela, a uno sguardo più attento, come la stessa domanda posta da tre angolazioni: che cosa autorizza un potere, sia esso lo Stato o la Scienza, a tracciare il confine fra chi appartiene alla comunità legittima e chi ne resta escluso.

Il punto di innesco è il paradosso che Maria Luisa Villa individua e che di solito passa inosservato: chi proclama che "la scienza non è democratica" per difenderla dal relativismo dei social e dei talk show finisce, senza saperlo, per occupare la posizione di Simplicio. Perché l'autorità della scienza galileiana non nasce da un'ortodossia sottratta al giudizio comune e affidata a una casta di custodi, ma esattamente dal contrario: dall'invito, rivolto a chiunque, a guardare nel cannocchiale. 

È un'autorità che si fonda sulla verificabilità universale, non sulla sottomissione a un'affermazione. Dire che la scienza "non è democratica" nel senso di sottrarla al vaglio pubblico significa allora tradire proprio ciò che la rende, in un senso più profondo e più antico del termine, radicalmente democratica: chiunque, in linea di principio, può ripetere l'osservazione, replicare l'esperimento, falsificare l'ipotesi. È un'autorità orizzontale che si maschera, nel linguaggio contemporaneo della "Scienza" con la maiuscola, da autorità verticale.

È qui che la diagnosi di Agamben smette di riguardare soltanto il diritto costituzionale e comincia a proiettare la sua ombra sul discorso pubblico della verità. Lo stato di eccezione, per Agamben, non è la sospensione episodica della norma in un'emergenza reale, ma il dispositivo permanente attraverso cui il potere sovrano si riserva la facoltà di decidere chi resta dentro l'ordine giuridico e chi ne viene espulso come vita non integrabile, eliminabile senza che ciò configuri un delitto. 

Ora, negli ultimi anni abbiamo visto formarsi, accanto allo stato di eccezione giuridico, qualcosa che gli somiglia strutturalmente: uno stato di eccezione epistemico, in cui l'invocazione di un'emergenza — sanitaria, climatica, securitaria — sospende non le libertà costituzionali ma le procedure ordinarie del dubbio, della falsificazione, della contestazione pubblica, in nome di una "scienza" che parla con una sola voce autorizzata, di cui si appropria il dispotismo del Leviatano, per limitare e annullare la libertà di movimento, per cancellare l'habeas corpus. Sostenuta anche da chi in condizioni non emergenziali è favorevole alla libertà di circolazione transfrontaliera. 

E come nello stato di eccezione agambeniano si producono categorie di cittadini non integrabili, così nello stato di eccezione epistemico si producono categorie di parlanti non integrabili - il no-vax, il negazionista, il complottista - la cui esclusione dal discorso legittimo non richiede più la confutazione argomentata, ma soltanto la dichiarazione della loro appartenenza alla categoria. È la stessa "guerra civile legale" di cui parla Agamben, trasferita dal terreno della cittadinanza a quello della parola pubblica: non più l'eliminazione fisica, ma l'eliminazione della facoltà di essere ascoltati e di dissentire.

Feyerabend offre, a questo punto, non tanto una terza voce quanto l'antidoto che le prime due, messe insieme, reclamano. Il suo anarchismo epistemologico non è una difesa dell'irrazionalismo, ma il rifiuto di lasciare che il metodo scientifico si trasformi esso stesso in un ordine giuridico — in una "legge e ordine" che, proprio come lo Stato di Agamben, si riserva il potere di dichiarare l'eccezione, cioè di decidere quali domande sono legittime e quali vanno tacitate prima ancora di essere poste, oltre ovviamente a quali comportamenti. 

Quando Feyerabend teme che la ricerca della verità "in stile filosofia tradizionale" possa creare un mostro, capace di ridurre l'uomo a un meccanismo freddo e privo di humour, sta descrivendo esattamente ciò che Agamben chiama nuda vita: l'essere umano spogliato, da un potere che non ammette repliche, di ogni facoltà di essere ancora soggetto e non soltanto oggetto di un sapere amministrato. La domanda di Kierkegaard che Feyerabend cita — se l'osservazione oggettiva della natura non finisca per indebolire la forza dell'osservatore come essere umano — è la stessa domanda che ci si dovrebbe porre di fronte a ogni "scienza" che pretenda di governare per decreto anziché per dimostrazione.

La sintesi che se ne ricava non è un invito all'antiscientismo, ma il suo esatto contrario: una difesa della scienza come pratica permanentemente aperta, verificabile da chiunque, indisponibile a farsi sovrana. Il nemico non è il metodo galileiano, che resta il gesto più radicalmente antiautoritario immaginabile - mostrare, non ordinare di credere - ma la sua cattura da parte di un potere che lo trasforma in dogma amministrativo, capace di dichiarare le proprie eccezioni e di espellere dal discorso legittimo chiunque chieda, semplicemente, di guardare di nuovo nel cannocchiale.


venerdì 14 agosto 2026

SUL CONTROLLO DEI CORPI DELLE DONNE

 


In questi ultimi tempi torna attuale la distopia che ha pronosticato la Atwood nel suo capolavoro il "Racconto dell'ancella". 

Il potere patriarcale, da una parte, si presenta mascherato sotto una forma progressista e politically correct e viene giustificato e sdoganato come difesa e rispetto delle tradizioni delle minoranze religiose e culturali (i famigerati diritti collettivi), che secondo la logica distorta di una consistente ala del post colonialismo occidentale, supportata da organizzazioni e paesi fondamentalisti, sarebbero gerarchicamente superiori ai diritti universali delle donne ; e, dalla parte opposta, come reazione, in difesa delle proprie tradizioni, si riaffacciano rigurgiti reazionari. "Curiosamente", sotto le spoglie di un apparente "conflitto", potrebbero trovare una convergenza di intenti in una mostruosa sintesi. 

Quando si manifesta una tendenza al controllo dei corpi delle donne, alla sottrazione e alla compressione, se non alla negazione dei loro diritti, la strada per il totalitarismo è spianata e investirà ogni settore dell'esistenza umana, a prescindere dal genere di appartenenza. Anche la scelta da parte della Atwood di rappresentare come centrale l'obbligo alla GPA a favore delle élites appare essere non affatto casuale.

lunedì 10 agosto 2026

L'URSS DI LENIN E STALIN DI ANDREA GRAZIOSI


 STORIA, POTERE E TRAGEDIA

 «Nel mondo della cultura non avete seminato la rivoluzione, ma il fascismo - con grande successo. Prima della vostra rivoluzione, il fascismo non esisteva.» Il premio Nobel Ivan Pavlov a Molotov, dicembre 1934

«Il conflitto sul fronte orientale, con le sue decine di milioni di vittime, è stato il fulcro della Seconda guerra mondiale. Lo scontro dei regimi che incarnavano i due tentativi, molto diversi malgrado le somiglianze, di rigenerazione imperiale dei due principali popoli signori dell'Europa centrorientale travolse, insieme a russi e tedeschi, tutte le nazionalità che gravitavano intorno a essi o si trovavano sul loro cammino. Fu una guerra subito diversa perché di sterminio. Obiettivo dell'operazione Barbarossa non era solo la distruzione dello stato sovietico, ma anche del «giudeo-bolscevismo» che secondo il nazismo lo ispirava e quindi la preventiva liquidazione fisica di comunisti, commissari ed ebrei, bersagli di un ordine di liquidazione preventiva. Fu annunciato che ai soldati sovietici non sarebbe stata applicata la Convenzione di Ginevra, che Mosca non aveva firmato impegnandosi però a ricambiare un suo eventuale rispetto da parte del nemico. E fu proclamato che gli slavi erano una razza inferiore, che come tale andava trattata. I sovietici reagirono. Sin dai primi giorni non si fecero prigionieri, e a novembre Stalin annunciò che se i tedeschi volevano «una guerra di sterminio, l'avrebbero avuta». Pochi mesi dopo i tedeschi leggevano nei diari dei caduti sovietici frasi come questa: «A mio avviso non esiste maniera per vendicare tutti i torti commessi nei nostri confronti... Comunque ci vendicheremo, e su tutta la razza». Questa è la lotta che fu ingaggiata.»

“L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica, 1914–1945” di Andrea Graziosi rappresenta un monumentale e indispensabile contributo alla storiografia e alla comprensione del fenomeno sovietico. Pubblicato per la prima volta nel 2007 e più volte riedito, il volume si inserisce in un filone di studi comparativi e interdisciplinari che, a partire dagli anni Novanta, ha potuto avvalersi dell'apertura parziale degli archivi moscoviti. Graziosi, storico di fama internazionale e profondo conoscitore della realtà sovietica e ucraina, offre una sintesi densa e al tempo stesso accessibile di un'epoca che ha cambiato per sempre la storia dell'umanità. Il taglio dell’opera è tra lo specialistico e il divulgativo. Un saggio che non va solo letto, ma anche profondamente studiato.

“L'URSS di Lenin e Stalin” è un'opera di grande valore storiografico, capace di sintetizzare una vastissima letteratura storica con una prosa chiara e spesso avvincente. I principali meriti del libro sono evidenti: la capacità di integrare prospettive diverse, l'attenzione alla dimensione comparativa, il coraggio di formulare giudizi storici netti senza cadere nel semplicismo.

Graziosi inserisce la storia sovietica nel quadro di «guerra di civiltà» del Novecento, in cui i grandi totalitarismi - nazismo e stalinismo - vanno compresi non come anomalie ma come prodotti estremi di tendenze presenti nella modernità europea. Questa prospettiva, che deve molto alla riflessione di Hannah Arendt e di Ernst Nolte (con le opportune distinzioni), consente all'autore di uscire dall'eccezionalismo e di collocare l'URSS in una dimensione storica più ampia.

Questo saggio rimane, a quasi vent'anni dalla prima pubblicazione, un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere la storia del Novecento sovietico. La sua forza sta nella capacità di tenere insieme rigore documentario e respiro interpretativo, di non cedere né all'apologia né alla caricatura, di trattare le vittime della storia con la serietà che meritano senza trasformare la storiografia in requisitoria morale.

Il libro ci ricorda che la storia del comunismo sovietico non è patrimonio esclusivo della sinistra o della destra, ma una questione che riguarda tutti coloro che si interrogano sul rapporto tra utopia e violenza, tra modernizzazione e costo umano, tra ideologia e realtà. In un'epoca in cui la memoria del Novecento è ancora oggetto di manipolazione politica. Leggere “L'URSS di Lenin e Stalin” significa confrontarsi con uno dei capitoli più oscuri e istruttivi della storia moderna: un esercizio difficile ma necessario per non dimenticare e, forse, per capire meglio il presente.

Il libro copre il trentennio che va dallo scoppio della Grande Guerra alla conclusione del secondo conflitto mondiale, un arco temporale che l'autore considera decisivo per la nascita, il consolidamento e la trasformazione del regime bolscevico in stato totalitario. La scelta di questo arco cronologico non è casuale: Graziosi intende dimostrare come la violenza, la guerra e la rivoluzione siano elementi strutturali della costruzione sovietica, non mere contingenze storiche.

Il volume si articola in una serie di capitoli tematici e cronologici che alternano la narrazione degli eventi politici e militari con l'analisi delle strutture sociali, economiche e ideologiche. L’autore adotta un metodo che potremmo definire storico-strutturale: non si limita a descrivere cosa è accaduto, ma indaga i meccanismi profondi che hanno reso possibile - e in un certo senso inevitabile - la traiettoria del potere sovietico.

L'URSS non viene studiata come un fenomeno isolato, ma in rapporto alle grandi trasformazioni del Novecento europeo: l'ascesa dei totalitarismi, le crisi del capitalismo liberale, il nazionalismo aggressivo, la modernizzazione forzata. Questo sguardo consente a Graziosi di evitare tanto l'apologia quanto la semplice demonizzazione, restituendo al fenomeno sovietico la sua complessità storica.

Dal punto di vista delle fonti, il libro beneficia dei progressi storiografici degli ultimi decenni. Graziosi integra la tradizione degli studi occidentali sull'URSS con le nuove testimonianze emerse dagli archivi russi e ucraini, nonché con la produzione memorialistica e letteraria del Novecento sovietico. Il risultato è una narrazione che tiene conto sia della dimensione «dall'alto» del potere sia delle esperienze vissute dalla popolazione.

Uno dei temi centrali del volume è il ruolo della violenza nella fondazione dello stato sovietico. Graziosi mostra come la rivoluzione del 1917 non abbia rappresentato semplicemente un cambio di regime, ma una rottura radicale con l'ordine precedente, accompagnata da una mobilitazione armata di massa senza precedenti nella storia russa moderna. La guerra civile del 1918–1921, con le sue devastazioni, le sue carestie artificiali e i suoi massacri, viene analizzata non come un episodio di transizione ma come un momento costitutivo del regime bolscevico.

L'autore sottolinea come Lenin abbia deliberatamente utilizzato il Terrore come strumento politico, non come risposta contingente alle emergenze belliche. La Čeka, i campi di concentramento, le esecuzioni sommarie: queste pratiche, secondo Graziosi, non sono aberrazioni di un progetto altrimenti razionale, ma elementi integranti di una concezione del potere che non ammette spazio per l'opposizione o per la negoziazione. In questo senso, il bolscevismo nascente porta già in sé i germi del terrore staliniano.

Particolarmente efficace è l'analisi della carestia del 1921–1922, in cui Graziosi vede non soltanto un disastro umanitario ma anche il prodotto di scelte politiche precise: la requisizione forzata del grano dalle campagne, la priorità accordata alla sopravvivenza del regime rispetto a quella della popolazione civile. Questo schema si ripeterà, in forme ancora più drammatiche, con la collettivizzazione degli anni Trenta.

Una delle questioni più dibattute nella storiografia sovietica riguarda il rapporto tra Lenin e Stalin: sono da considerarsi figure politicamente equivalenti, oppure Stalin ha rappresentato un tradimento del progetto originario bolscevico? Graziosi si mostra cauto rispetto alle semplificazioni in entrambe le direzioni. Da un lato, riconosce che Stalin ha introdotto novità significative tanto nei metodi di governo quanto nell'intensità della repressione; dall'altro, insiste sulle radici leniniste della cultura politica staliniana.

Il concetto di «partito-stato» - vale a dire la fusione tra l'apparato del partito comunista e le strutture dello stato - è per Graziosi un'invenzione leninista che Stalin porta però alle sue estreme conseguenze. Analogamente, la concezione dell'ideologia come strumento di controllo totale della realtà, e del partito come avanguardia infallibile chiamata a guidare le masse verso il comunismo, risale a Lenin e non a Stalin. Il successore di Lenin ha amplificato e radicalizzato questi elementi, non li ha affatto inventati.

La NEP (Nuova Politica Economica, 1921–1928) viene analizzata da Graziosi come un episodio di pragmatismo tattico, che ben poco ha a che fare con un socialismo «dal volto umano». Lenin aveva accettato temporanee concessioni al mercato e alla piccola proprietà contadina perché il regime era sull'orlo del collasso economico; la NEP non modificava la struttura del potere né apriva spazi reali alla pluralità politica. Questa lettura consente all'autore di spiegare la relativa facilità con cui Stalin poté smantellarla alla fine degli anni Venti.

Il cuore del volume, e il suo contributo più originale, è senza dubbio l'analisi della collettivizzazione forzata dell'agricoltura (1929–1933) e della carestia che ne seguì, nota in ucraino come Holodomor - letteralmente «sterminio per fame». Graziosi è tra gli storici che hanno contribuito in modo decisivo al dibattito internazionale sulla natura di questo evento, sostenendo con argomenti documentati che si è trattato, con molta probabilità e qualche dubbio, di un genocidio deliberatamente inflitto al popolo ucraino.

L'autore mostra come la collettivizzazione non sia stata semplicemente un'inefficiente politica agraria, ma una vera e propria guerra contro i contadini - e in particolare contro i contadini ucraini, percepiti dal regime come una minaccia nazionale oltre che di classe. Le quote di raccolta del grano, artificialmente elevate e mantenute anche di fronte all'evidenza della carestia, le liste nere dei villaggi che non raggiungevano gli obiettivi, il divieto di spostamento dei contadini ucraini: questi elementi, analizzati da Graziosi con grande precisione, depongono a favore della tesi del genocidio intenzionale.

La questione dell'Holodomor non è solo storiografica ma anche politica: il riconoscimento internazionale di questo crimine è stato a lungo ostacolato da ragioni diplomatiche e ideologiche. Graziosi affronta il tema con il rigore dello storico, distinguendo ciò che le fonti documentano da ciò che rimane oggetto di interpretazione, ma senza rinunciare a formulare un giudizio chiaro sulla responsabilità del regime staliniano. In questo senso, il libro compie anche una funzione di memoria storica e di giustizia postuma.

Gli anni 1936–1938 sono quelli del Grande Terrore, la fase più acuta della repressione staliniana, che coinvolse milioni di persone: dai vertici del partito e dell'esercito ai tecnici, agli intellettuali, agli operai comuni. I grandi processi di Mosca, con le loro confessioni inverosimili e le loro condanne a morte quasi rituali, sono analizzati da Graziosi come espressione di una logica politica coerente, per quanto aberrante.

L'autore rifiuta tanto la spiegazione puramente psicologica - Stalin come folle paranoico - quanto quella puramente strumentale - il terrore come semplice strumento di controllo razionale. La sua interpretazione è più sfumata: il terrore risponde a logiche politiche reali (eliminare potenziali oppositori, consolidare il potere personale di Stalin, disciplinare l'apparato statale), ma è anche il prodotto di una cultura politica che non conosce distinzione tra nemico oggettivo e nemico soggettivo, tra critica e tradimento, tra paranoia e realtà.

Particolarmente interessante è l'analisi della vittimologia del terrore: chi veniva colpito, con quali accuse, in quale ordine. Graziosi mostra come le ondate repressive non fossero casuali ma seguissero una logica di eliminazione sistematica delle élite potenzialmente concorrenti: i vecchi bolscevichi, i quadri militari, i tecnici formatisi prima della rivoluzione. Al termine del Grande Terrore, lo stato sovietico era governato da una nuova generazione di funzionari completamente formati nel culto di Stalin e privi di qualsiasi legame con la tradizione rivoluzionaria originaria.

L'ultima parte del volume è dedicata alla Seconda guerra mondiale, che Graziosi chiama - seguendo la terminologia sovietica e poi russa - la «Grande Guerra Patriottica». L'ingresso dell'URSS nel conflitto, a partire dall'invasione tedesca del giugno 1941, viene analizzato come un momento di crisi acutissima per il regime: le sconfitte iniziali, le rese in massa di intere armate, il collasso di interi settori del fronte riveleranno le conseguenze devastanti della decapitazione dell'esercito operata dal terrore del 1937–1938. E fa più volte riferimento alla preziosa testimonianza di Vasilij Grossman, ai suoi reportage e ai suoi splendidi romanzi.

Stalin viene ritratto come un leader che aveva ignorato sistematicamente le informazioni sull'imminenza dell'attacco tedesco, per poi reagire con una brutalità implacabile sia verso il nemico che verso i propri soldati. La famosa Direttiva n. 227 («Ni shagu nazad» - «Nemmeno un passo indietro»), i battaglioni penali, le unità NKVD incaricate di fucilare i disertori: questi strumenti di terrore interno rivelano come, anche di fronte alla minaccia esistenziale del nazismo, il regime non avesse abbandonato la sua logica repressiva.

Allo stesso tempo, Graziosi riconosce il sacrificio eroico straordinario del popolo sovietico nella guerra, una resistenza che non può essere ridotta alla sola paura. Il patriottismo, la difesa della terra, il senso di comunità di fronte all'invasore: questi elementi hanno giocato un ruolo reale nella resistenza sovietica, anche se il regime ha poi trasformato la vittoria in un mito fondativo che celava le responsabilità staliniane nel disastro del 1941. Il volume si concentra prevalentemente sul periodo 1914–1945, rimandando ad altri lavori dell’autore dell'analisi della guerra fredda e del tardo sovietismo.

sabato 8 agosto 2026

𝗠𝗔𝗨𝗧𝗛𝗔𝗨𝗦𝗘𝗡, 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗠𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗥𝗜𝗚𝗜𝗢𝗡𝗜𝗔 𝗠𝗔𝗟𝗘𝗗𝗘𝗧𝗧𝗢


Mauthausen fu aperto l'8 agosto 1938, pochi mesi dopo l'Anschluss, e la sua collocazione non fu casuale: fu il primo grande campo eretto sul suolo dell'Ostmark appena annessa, quasi a voler sottolineare che l'Austria entrava a pieno titolo nel sistema concentrazionario del Reich. Fu uno dei più ampi e duri complessi di concentramento e sterminio nazisti nell'Europa centrale. Venne classificato come l'unico campo di "categoria III", destinato ai prigionieri considerati "incorreggibili" dal regime nazista, dove le condizioni di lavoro e detenzione erano state pensate per portare all'annientamento fisico (Vernichtung durch Arbeit, sterminio attraverso il lavoro). 

Mauthausen fu insediato in quella zona specifica per sfruttare le vicine cave di granito della società SS DEST (Deutsche Erd- und Steinwerke). I prigionieri erano costretti a salire i 186 gradini della "Scala della Morte" (Todesstiege) trasportando pesanti blocchi di pietra sulle spalle, sotto continue percosse. Insieme ai suoi sottocampi, tra cui Gusen e Melk, divenne la destinazione principale per i deportati politici italiani dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, che rifiutarono di aderire alla RSI e a Salò. Migliaia di partigiani, scioperanti, oppositori del regime e soldati italiani vi trovarono la morte.

Vi transitarono anche repubblicani spagnoli internati dopo la caduta della Francia, resistenti di mezza Europa, prigionieri sovietici: una composizione che ne fa un campo paradigmatico per studiare l'articolazione tra terrore politico e economia di guerra del Reich, più che un caso a sé nella galassia dei Lager. Rappresenta probabilmente l'immagine che meglio condensa la fusione, tipica del sistema nazista, tra sterminio per lavoro e sterminio come ostentazione di potere. 

Il campo fu uno degli ultimi a essere liberati. Il 5 maggio 1945 le truppe americane della 11ª Divisione Corazzata entrarono a Mauthausen, mettendo fine all'incubo e trovando ancora circa 80.000 superstiti nei vari sottocampi. In totale, tra il 1938 e il 1945, vi furono internate circa 190.000 persone da tutta Europa; si stima che almeno la metà abbia perso la vita.

𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗢𝗚𝗥𝗢𝗠 𝗗𝗘𝗟 𝟳 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟯

Il termine pogrom viene dal russo e indica la devastazione, il saccheggio, la distruzione condotta dalla folla contro una comunità ebraica, ...