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mercoledì 19 agosto 2026

𝗔𝗡𝗧𝗜𝗦𝗘𝗠𝗜𝗧𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗧𝗥𝗔𝗦𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗟𝗘 𝗜𝗡 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔: 𝗜 𝗗𝗔𝗧𝗜, 𝗟𝗘 𝗠𝗔𝗦𝗖𝗛𝗘𝗥𝗘, 𝗖𝗜O' 𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗜𝗦𝗧𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗘𝗗𝗢𝗡𝗢


Il Rapporto annuale della Fondazione CDEC, presentato al Senato lo scorso marzo, ha registrato 963 episodi di antisemitismo in Italia nel 2025, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022: una crescita pressoché quadruplicata in tre anni, dal 7 ottobre 2023 in avanti, che non riguarda solo la quantità ma la gravità - le aggressioni fisiche sono aumentate più delle diffamazioni verbali. L'antisemitismo, in altre parole, non è più un fenomeno marginale né episodico nel Paese. Va detto, però, che nonostante i dati raccolti siano ampiamente indicativi del fenomeno, il CDEC li classifica sulla base della definizione operativa dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che alcuni studiosi e alcune aree politiche giudicano troppo estensiva proprio perché include forme di critica a Israele fra le manifestazioni antisemite.

Certo, è bene ricordare che la critica, anche radicale, al governo israeliano non è ovviamente antisemitismo ed è più che lecita, per chi scrive è doverosa. Tuttavia, il passaggio avviene quando «Israele», «sionisti» o «lobby sionista» assumono le funzioni che nell'antisemitismo classico avevano «gli ebrei»: potere occulto, controllo dell'informazione, avidità, crudeltà congenita, sacrificio di bambini, doppia lealtà, cospirazione mondiale. Una riattivazione, in sostanza, dei Protocolli dei Savi di Sion. È precisamente il fenomeno di trasferimento degli antichi stereotipi antiebraici su Israele rilevato dal CDEC.

Ma dire che è in aumento non basta: è anche, letteralmente, trasversale: neofascismo e neonazismo convivono con ambienti radicali di sinistra, e non solo radicali, con certo grillismo, con una parte sostanziosa della cosiddetta area del dissenso e coi circuiti islamisti. I termini-schermo come "sionista" o "ashkenazita" circolano indifferentemente in tutti questi settori, permettendo di colpire senza incorrere nell'accusa esplicita di antisemitismo, fino a sentirsi legittimati, in non pochi casi, a definire il pogrom del 7 ottobre un atto di resistenza, o, bene che vada a minimizzarne la gravità. 

Ma esiste anche un secondo tipo di maschera, diverso da quello ideologico-lessicale di certa sinistra, della destra estrema e degli ambienti islamisti. Lo hanno mostrato, quasi in contemporanea, due scandali interni al mondo della destra istituzionale italiana: la chat "Congresso FdI" in Trentino, con dirigenti locali del partito di governo autori di frasi apertamente giudeofobe, e successivamente - venuta fuori proprio in questi giorni - la chat di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, dove circa trecento persone si sono scambiate messaggi di nostalgia hitleriana, insulti razzisti verso arabi ed ebrei e perfino linguaggio eversivo. 

Qui l'odio non passa per alcun travestimento anti-israeliano: è giudeofobia classica, allo stato puro. La maschera, in questo caso, è istituzionale - è la facciata pubblica di rispettabilità del post-fascismo italiano, la retorica dei "conti fatti col passato", che nelle chat private si sfalda mostrando un sostrato rimasto intatto. Non è neppure un fenomeno completamente nuovo: l'inchiesta del 2024 su Gioventù Nazionale aveva già documentato discorsi razzisti e antisemiti nell'ambiente giovanile del partito. Giorgia Meloni scrisse ai dirigenti che nel partito non c'era spazio per «posizioni razziste o antisemite» né per nostalgici dei totalitarismi. Siamo quindi in presenza di tre episodi diversi, in contesti diversi, e di organizzazioni diverse, che è assai difficile liquidare come isolati.

Paradossalmente il dichiarato filoisraelismo di questa area politica non è affatto in contraddizione con l'antisemitismo tradizionale. Le due cose operano su registri distinti - l'adesione a Israele, percepito come Stato-fortezza, baluardo contro l'Islam politico, può convivere tranquillamente con la persistenza di tropi antiebraici classici riferiti non allo Stato ma all'ebreo in genere, diasporico, cosmopolita, "senza patria", specularmente simmetrica, del resto, rispetto al travestimento antisionista che maschera l'antisemitismo di segno opposto, per il quale è legittimo proclamare solidarietà universale e antirazzismo e contemporaneamente attribuire al «sionista» caratteristiche prese quasi letteralmente dall'archivio dell'antisemitismo europeo. 

I due fenomeni non sono identici ideologicamente, ma possono convergere nella riproduzione e riattivazione del paradigma antigiudaico. I 963 episodi del CDEC, nonostante la presunta estensività, sono soltanto la punta emersa dell’iceberg, filtrata attraverso segnalazioni formali. Ben altra scala, infatti, restituisce la Mappa dell'Intolleranza di Vox - Osservatorio Italiano sui Diritti, che monitora algoritmicamente il discorso d'odio su X: quasi due milioni di contenuti analizzati nel solo 2025. 

L'antisemitismo è la seconda categoria di odio rilevata, immediatamente dopo la misoginia e più che doppia rispetto a xenofobia e islamofobia. Inoltre passa dal 27% del 2024 al 29% del 2025. Il dato è più significativo di quanto sembri perché il corpus complessivo preso in considerazione è cresciuto del 35%: quindi cresce anche considerevolmente il volume assoluto dei contenuti antisemiti. Vox ha studiato per la prima volta sistematicamente la deumanizzazione. Sotto il nuovo vocabolario politico continuano ad affiorare meccanismi antichissimi: l'ebreo rappresentato come animale, essere demoniaco o alterità biologica.

La Mappa mostra che il nuovo antisemitismo non ha semplicemente sostituito quello vecchio. I due repertori sembrano sovrapporsi. Da una parte abbiamo: ebreo → israeliano → sionista → genocida/sterminatore che costituisce lo slittamento politico contemporaneo. Dall'altra sopravvive: ebreo → complotto / demonizzazione / animalizzazione / alterità biologica, che appartiene all'archivio dell'antisemitismo tradizionale. Ma la Mappa suggerisce che nella comunicazione reale i due lessici possono contaminarsi. Inoltre Vox riconosce un problema non secondario: quasi metà degli stereotipi rilevati (46,68%) è espressa indirettamente - allusioni, ironia, generalizzazioni - e persino i sistemi di IA hanno difficoltà a riconoscerla.

L’analisi semantica conferma il filo che lega tutto il discorso: il bersaglio, quindi, è sia "l'ebreo" in quanto tale, sia "l'ebreo in quanto sionista", percepito come aggressore, associato a verbi come sterminare, cacciare, ammazzare - è la prova che gran parte dell'odio sommerso, quello mai formalizzato in denuncia, transita proprio attraverso i social, ma si diffonde anche nella vita quotidiana. Senza dimenticare l'equiparazione Israele/nazismo che costituisce uno dei ponti più evidenti fra critica politica e riattivazione dell'immaginario antisemita.

Non è semplicemente dire che Israele commette crimini di guerra, conduce una politica coloniale, pratica apartheid o persino sostenere l'accusa di genocidio: sono affermazioni differenti, che vanno valutate ciascuna sulla base di definizioni e prove. L'analogia col nazismo introduce invece deliberatamente la memoria della Shoah nella rappresentazione di Israele. E da qui nasce la formula, diffusissima, del «voi che avete subito la Shoah ora fate la stessa cosa». Quel voi è decisivo. Perché diventa «voi ebrei», la responsabilità politica viene trasferita a un'intera collettività etnico-religiosa.

Ed è proprio questo che impedisce di ridurre il problema alla consueta geometria destra antisemita / sinistra antisionista. L'antisemitismo è storicamente straordinariamente adattabile. Non ha bisogno di una dottrina politica coerente. Può essere nazionalista oppure anti-imperialista; cristiano oppure islamista; razziale oppure anticapitalista; anti-israeliano oppure, paradossalmente, compatibile con il sostegno a Israele. Una struttura antisemita trasversale capace di cambiare lessico, riadattandolo, secondo l'ambiente che la ospita. Ma con confini non così definiti, con contagio sistematico a livello semantico, tra le varie aree politiche.

Il dato forse più inquietante delle chat di FdI e Futuro Nazionale è proprio questo: dimostrano che la centralità contemporanea dell'antisemitismo legato a Israele non ha sostituito l'antisemitismo classico. I due strati convivono, si sovrappongono. Il vecchio repertorio non è morto; in diversi ambienti è semplicemente diventato meno pronunciabile pubblicamente. E questo spiega bene la trasversalità: non esiste più un unico antisemitismo con un'unica casa politica; esistono linguaggi politici differenti capaci di riattivare, ciascuno a modo proprio, lo stesso deposito secolare di rappresentazioni dell'ebreo.

domenica 16 agosto 2026

UN RAZZISMO DI TIPO NUOVO

 Un razzismo di tipo nuovo è germogliato in questi tempi grami. È un razzismo che non gerarchizza più per natura biologica ma per natura culturale, e che proprio per questo può presentarsi con le insegne dell'antirazzismo e del rispetto della differenza. Il meccanismo è semplice: si sospende l'applicazione del diritto universale non perché lo si neghi in teoria, ma perché lo si subordina a una presunta autenticità collettiva del gruppo, che diventa l'unico soggetto legittimato a un giudizio morale. L'individuo - e la donna, in questo schema, è l'individuo per eccellenza sacrificato - smette di essere portatore di diritti in proprio e diventa rappresentante di una totalità culturale che va "capita" prima che giudicata. È quel tipo distorto di multiculturalismo che, per rispettare le comunità, tratta ogni persona come incarnazione di un'unica appartenenza - di norma stabilita proprio dai componenti maschili e conservatori del gruppo - e le nega così proprio la pluralità di identità e di scelte che l'universalismo dei diritti umani dovrebbe garantirle.

È di fatto la sostituzione della comprensione con la giustificazione, l'idea che il singolo torto, la singola vittima, vadano ricollocati dentro una necessità storica o collettiva superiore, che ne assorbe e ne annulla la pretesa individuale. 

Una volta, nel caso del filosovietismo occidentale, era la Storia con la maiuscola a reclamare priorità sul dolore del singolo confinato nei gulag; oggi è la Cultura, o l'Identità collettiva, a reclamare priorità sul corpo della singola donna. La struttura argomentativa - e il suo vizio - è identica: dalla spiegazione ideologica causale si fa derivare l'assoluzione morale. Il totalitarismo, prima ancora di sopprimere fisicamente l'individuo, ne distrugge lo statuto giuridico e morale di persona, rendendolo funzione di una categoria, razza, classe, e qui si potrebbe aggiungere civiltà.

Non c'è luogo comune più sciovinista del "bisogna capirli", assai insidioso perché si maschera da umiltà. La colpevolizzazione occidentale e il disprezzo coloniale sono due facce della stessa medaglia, perché entrambi negano all'altro la piena responsabilità morale - lo si assolve in anticipo esattamente come prima lo si condannava in anticipo, e in entrambi i casi gli si nega lo status di agente razionale che risponde delle proprie scelte secondo lo stesso metro con cui rispondiamo delle nostre, lo si riduce a untermensch, pur partendo da presunti presupposti “egualitari”. Aspettarsi meno da un uomo perché è "di un'altra cultura" non è rispetto, è la riedizione soft del fardello dell'uomo bianco: la convinzione implicita che quell'uomo non sia pienamente capace dell'autonomia morale che diamo per scontata in noi.

Non voglio negare con questo che esista una forma di “femminismo colonialista” che pretende di "salvare" la donna delle società “arretrate”. Ma ancora più pericoloso è l'essenzialismo culturale che relativizza la sua sottomissione, legittimandola di fatto. Entrambi tendono all'omogeneizzazione della "donna del Terzo Mondo" come categoria. Oggi, però è il secondo a essere più insidioso - quello per cui i diritti collettivi vengono prima di quelli individuali (ciò dovrebbe ricordare qualcosa) - perché è il prodotto di un caricaturale moralismo militante e mistificante tipicamente occidentale, travestito da rispetto per l'alterità e da egualitarismo favorevole all'autodeterminazione dei popoli e delle comunità.

sabato 15 agosto 2026

LA COLONNA INFAME DELLA SCIENZA COME DISPOSITIVO TOTALITARIO


«Non appena Hitler prese il potere (o, come si dovrebbe forse dire più esattamente, non appena il potere gli fu consegnato), egli proclamò il 28 febbraio il Decreto per la protezione del popolo e dello Stato, che sospendeva gli articoli della Costituzione di Weimar concernenti le libertà personali. Il decreto non fu mai revocato, in modo che tutto il Terzo Reich può essere considerato, dal punto di vista giuridico, come uno stato di eccezione durato per dodici anni. Il totalitarismo moderno può essere definito, in questo senso, come l’instaurazione, attraverso lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione risultino non integrabili nel sistema politico. Da allora, la creazione volontaria di uno stato di emergenza permanente (anche se eventualmente non dichiarato in senso tecnico) è divenuta una delle pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche di quelli cosiddetti democratici.»

Giorgio Agamben, “Stato d'eccezione” (2003)

«Dichiarare che la scienza non è democratica è, paradossalmente, come mettersi dalla parte di Simplicio che nel Dialogo sui massimi sistemi non accetta l’invito di Galileo a usare il cannocchiale per guardare la luna, perché conferisce alle semplici affermazioni un valore probatorio maggiore di quello offerto dalle «sensate esperienze». Il successo che arride a queste dichiarazioni, che si moltiplicano come altrettante formule sacre, suggerisce che un numero incredibilmente alto di persone, pur apprezzando i fatti della scienza, ha solo una debole conoscenza dei suoi metodi.»

Maria Luisa Villa, “La scienza è democrazia”

«La scienza è un'impresa essenzialmente anarchica: l'anarchismo teorico è più umanitario e più aperto a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull'ordine…

… Non può darsi infatti che la scienza quale la conosciamo oggi, ovvero una "ricerca della verità" nello stile della filosofia tradizionale, sia destinata a creare un mostro? Non è possibile che essa nuoccia all'uomo, che lo trasformi in un meccanismo miserevole, freddo, ipocrita, privo di fascino e di humour? "Non può essere", si chiede Kierkegaard, "che la mia attività di osservatore obiettivo [o critico-razionale] della natura indebolisca la mia forza come essere umano?" Sospetto che la risposta a tutte queste domande debba essere affermativa e credo che una riforma delle scienze che le renda più anarchiche e più soggettive (nel senso di Kierkegaard) sia urgente.»

Paul Feyerabend, “Contro il metodo»

Le tre citazioni, lette una accanto all'altra, disegnano una continuità che a prima vista non è evidente, perché appartengono a registri diversissimi — la filosofia del diritto, l'epistemologia storica, l'anarchismo metodologico — ma che si rivela, a uno sguardo più attento, come la stessa domanda posta da tre angolazioni: che cosa autorizza un potere, sia esso lo Stato o la Scienza, a tracciare il confine fra chi appartiene alla comunità legittima e chi ne resta escluso.

Il punto di innesco è il paradosso che Maria Luisa Villa individua e che di solito passa inosservato: chi proclama che "la scienza non è democratica" per difenderla dal relativismo dei social e dei talk show finisce, senza saperlo, per occupare la posizione di Simplicio. Perché l'autorità della scienza galileiana non nasce da un'ortodossia sottratta al giudizio comune e affidata a una casta di custodi, ma esattamente dal contrario: dall'invito, rivolto a chiunque, a guardare nel cannocchiale. 

È un'autorità che si fonda sulla verificabilità universale, non sulla sottomissione a un'affermazione. Dire che la scienza "non è democratica" nel senso di sottrarla al vaglio pubblico significa allora tradire proprio ciò che la rende, in un senso più profondo e più antico del termine, radicalmente democratica: chiunque, in linea di principio, può ripetere l'osservazione, replicare l'esperimento, falsificare l'ipotesi. È un'autorità orizzontale che si maschera, nel linguaggio contemporaneo della "Scienza" con la maiuscola, da autorità verticale.

È qui che la diagnosi di Agamben smette di riguardare soltanto il diritto costituzionale e comincia a proiettare la sua ombra sul discorso pubblico della verità. Lo stato di eccezione, per Agamben, non è la sospensione episodica della norma in un'emergenza reale, ma il dispositivo permanente attraverso cui il potere sovrano si riserva la facoltà di decidere chi resta dentro l'ordine giuridico e chi ne viene espulso come vita non integrabile, eliminabile senza che ciò configuri un delitto. 

Ora, negli ultimi anni abbiamo visto formarsi, accanto allo stato di eccezione giuridico, qualcosa che gli somiglia strutturalmente: uno stato di eccezione epistemico, in cui l'invocazione di un'emergenza — sanitaria, climatica, securitaria — sospende non le libertà costituzionali ma le procedure ordinarie del dubbio, della falsificazione, della contestazione pubblica, in nome di una "scienza" che parla con una sola voce autorizzata, di cui si appropria il dispotismo del Leviatano, per limitare e annullare la libertà di movimento, per cancellare l'habeas corpus. Sostenuta anche da chi in condizioni non emergenziali è favorevole alla libertà di circolazione transfrontaliera. 

E come nello stato di eccezione agambeniano si producono categorie di cittadini non integrabili, così nello stato di eccezione epistemico si producono categorie di parlanti non integrabili - il no-vax, il negazionista, il complottista - la cui esclusione dal discorso legittimo non richiede più la confutazione argomentata, ma soltanto la dichiarazione della loro appartenenza alla categoria. È la stessa "guerra civile legale" di cui parla Agamben, trasferita dal terreno della cittadinanza a quello della parola pubblica: non più l'eliminazione fisica, ma l'eliminazione della facoltà di essere ascoltati e di dissentire.

Feyerabend offre, a questo punto, non tanto una terza voce quanto l'antidoto che le prime due, messe insieme, reclamano. Il suo anarchismo epistemologico non è una difesa dell'irrazionalismo, ma il rifiuto di lasciare che il metodo scientifico si trasformi esso stesso in un ordine giuridico — in una "legge e ordine" che, proprio come lo Stato di Agamben, si riserva il potere di dichiarare l'eccezione, cioè di decidere quali domande sono legittime e quali vanno tacitate prima ancora di essere poste, oltre ovviamente a quali comportamenti. 

Quando Feyerabend teme che la ricerca della verità "in stile filosofia tradizionale" possa creare un mostro, capace di ridurre l'uomo a un meccanismo freddo e privo di humour, sta descrivendo esattamente ciò che Agamben chiama nuda vita: l'essere umano spogliato, da un potere che non ammette repliche, di ogni facoltà di essere ancora soggetto e non soltanto oggetto di un sapere amministrato. La domanda di Kierkegaard che Feyerabend cita — se l'osservazione oggettiva della natura non finisca per indebolire la forza dell'osservatore come essere umano — è la stessa domanda che ci si dovrebbe porre di fronte a ogni "scienza" che pretenda di governare per decreto anziché per dimostrazione.

La sintesi che se ne ricava non è un invito all'antiscientismo, ma il suo esatto contrario: una difesa della scienza come pratica permanentemente aperta, verificabile da chiunque, indisponibile a farsi sovrana. Il nemico non è il metodo galileiano, che resta il gesto più radicalmente antiautoritario immaginabile - mostrare, non ordinare di credere - ma la sua cattura da parte di un potere che lo trasforma in dogma amministrativo, capace di dichiarare le proprie eccezioni e di espellere dal discorso legittimo chiunque chieda, semplicemente, di guardare di nuovo nel cannocchiale.


venerdì 14 agosto 2026

SUL CONTROLLO DEI CORPI DELLE DONNE

 


In questi ultimi tempi torna attuale la distopia che ha pronosticato la Atwood nel suo capolavoro il "Racconto dell'ancella". 

Il potere patriarcale, da una parte, si presenta mascherato sotto una forma progressista e politically correct e viene giustificato e sdoganato come difesa e rispetto delle tradizioni delle minoranze religiose e culturali (i famigerati diritti collettivi), che secondo la logica distorta di una consistente ala del post colonialismo occidentale, supportata da organizzazioni e paesi fondamentalisti, sarebbero gerarchicamente superiori ai diritti universali delle donne ; e, dalla parte opposta, come reazione, in difesa delle proprie tradizioni, si riaffacciano rigurgiti reazionari. "Curiosamente", sotto le spoglie di un apparente "conflitto", potrebbero trovare una convergenza di intenti in una mostruosa sintesi. 

Quando si manifesta una tendenza al controllo dei corpi delle donne, alla sottrazione e alla compressione, se non alla negazione dei loro diritti, la strada per il totalitarismo è spianata e investirà ogni settore dell'esistenza umana, a prescindere dal genere di appartenenza. Anche la scelta da parte della Atwood di rappresentare come centrale l'obbligo alla GPA a favore delle élites appare essere non affatto casuale.

lunedì 10 agosto 2026

L'URSS DI LENIN E STALIN DI ANDREA GRAZIOSI


 STORIA, POTERE E TRAGEDIA

 «Nel mondo della cultura non avete seminato la rivoluzione, ma il fascismo - con grande successo. Prima della vostra rivoluzione, il fascismo non esisteva.» Il premio Nobel Ivan Pavlov a Molotov, dicembre 1934

«Il conflitto sul fronte orientale, con le sue decine di milioni di vittime, è stato il fulcro della Seconda guerra mondiale. Lo scontro dei regimi che incarnavano i due tentativi, molto diversi malgrado le somiglianze, di rigenerazione imperiale dei due principali popoli signori dell'Europa centrorientale travolse, insieme a russi e tedeschi, tutte le nazionalità che gravitavano intorno a essi o si trovavano sul loro cammino. Fu una guerra subito diversa perché di sterminio. Obiettivo dell'operazione Barbarossa non era solo la distruzione dello stato sovietico, ma anche del «giudeo-bolscevismo» che secondo il nazismo lo ispirava e quindi la preventiva liquidazione fisica di comunisti, commissari ed ebrei, bersagli di un ordine di liquidazione preventiva. Fu annunciato che ai soldati sovietici non sarebbe stata applicata la Convenzione di Ginevra, che Mosca non aveva firmato impegnandosi però a ricambiare un suo eventuale rispetto da parte del nemico. E fu proclamato che gli slavi erano una razza inferiore, che come tale andava trattata. I sovietici reagirono. Sin dai primi giorni non si fecero prigionieri, e a novembre Stalin annunciò che se i tedeschi volevano «una guerra di sterminio, l'avrebbero avuta». Pochi mesi dopo i tedeschi leggevano nei diari dei caduti sovietici frasi come questa: «A mio avviso non esiste maniera per vendicare tutti i torti commessi nei nostri confronti... Comunque ci vendicheremo, e su tutta la razza». Questa è la lotta che fu ingaggiata.»

“L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica, 1914–1945” di Andrea Graziosi rappresenta un monumentale e indispensabile contributo alla storiografia e alla comprensione del fenomeno sovietico. Pubblicato per la prima volta nel 2007 e più volte riedito, il volume si inserisce in un filone di studi comparativi e interdisciplinari che, a partire dagli anni Novanta, ha potuto avvalersi dell'apertura parziale degli archivi moscoviti. Graziosi, storico di fama internazionale e profondo conoscitore della realtà sovietica e ucraina, offre una sintesi densa e al tempo stesso accessibile di un'epoca che ha cambiato per sempre la storia dell'umanità. Il taglio dell’opera è tra lo specialistico e il divulgativo. Un saggio che non va solo letto, ma anche profondamente studiato.

“L'URSS di Lenin e Stalin” è un'opera di grande valore storiografico, capace di sintetizzare una vastissima letteratura storica con una prosa chiara e spesso avvincente. I principali meriti del libro sono evidenti: la capacità di integrare prospettive diverse, l'attenzione alla dimensione comparativa, il coraggio di formulare giudizi storici netti senza cadere nel semplicismo.

Graziosi inserisce la storia sovietica nel quadro di «guerra di civiltà» del Novecento, in cui i grandi totalitarismi - nazismo e stalinismo - vanno compresi non come anomalie ma come prodotti estremi di tendenze presenti nella modernità europea. Questa prospettiva, che deve molto alla riflessione di Hannah Arendt e di Ernst Nolte (con le opportune distinzioni), consente all'autore di uscire dall'eccezionalismo e di collocare l'URSS in una dimensione storica più ampia.

Questo saggio rimane, a quasi vent'anni dalla prima pubblicazione, un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere la storia del Novecento sovietico. La sua forza sta nella capacità di tenere insieme rigore documentario e respiro interpretativo, di non cedere né all'apologia né alla caricatura, di trattare le vittime della storia con la serietà che meritano senza trasformare la storiografia in requisitoria morale.

Il libro ci ricorda che la storia del comunismo sovietico non è patrimonio esclusivo della sinistra o della destra, ma una questione che riguarda tutti coloro che si interrogano sul rapporto tra utopia e violenza, tra modernizzazione e costo umano, tra ideologia e realtà. In un'epoca in cui la memoria del Novecento è ancora oggetto di manipolazione politica. Leggere “L'URSS di Lenin e Stalin” significa confrontarsi con uno dei capitoli più oscuri e istruttivi della storia moderna: un esercizio difficile ma necessario per non dimenticare e, forse, per capire meglio il presente.

Il libro copre il trentennio che va dallo scoppio della Grande Guerra alla conclusione del secondo conflitto mondiale, un arco temporale che l'autore considera decisivo per la nascita, il consolidamento e la trasformazione del regime bolscevico in stato totalitario. La scelta di questo arco cronologico non è casuale: Graziosi intende dimostrare come la violenza, la guerra e la rivoluzione siano elementi strutturali della costruzione sovietica, non mere contingenze storiche.

Il volume si articola in una serie di capitoli tematici e cronologici che alternano la narrazione degli eventi politici e militari con l'analisi delle strutture sociali, economiche e ideologiche. L’autore adotta un metodo che potremmo definire storico-strutturale: non si limita a descrivere cosa è accaduto, ma indaga i meccanismi profondi che hanno reso possibile - e in un certo senso inevitabile - la traiettoria del potere sovietico.

L'URSS non viene studiata come un fenomeno isolato, ma in rapporto alle grandi trasformazioni del Novecento europeo: l'ascesa dei totalitarismi, le crisi del capitalismo liberale, il nazionalismo aggressivo, la modernizzazione forzata. Questo sguardo consente a Graziosi di evitare tanto l'apologia quanto la semplice demonizzazione, restituendo al fenomeno sovietico la sua complessità storica.

Dal punto di vista delle fonti, il libro beneficia dei progressi storiografici degli ultimi decenni. Graziosi integra la tradizione degli studi occidentali sull'URSS con le nuove testimonianze emerse dagli archivi russi e ucraini, nonché con la produzione memorialistica e letteraria del Novecento sovietico. Il risultato è una narrazione che tiene conto sia della dimensione «dall'alto» del potere sia delle esperienze vissute dalla popolazione.

Uno dei temi centrali del volume è il ruolo della violenza nella fondazione dello stato sovietico. Graziosi mostra come la rivoluzione del 1917 non abbia rappresentato semplicemente un cambio di regime, ma una rottura radicale con l'ordine precedente, accompagnata da una mobilitazione armata di massa senza precedenti nella storia russa moderna. La guerra civile del 1918–1921, con le sue devastazioni, le sue carestie artificiali e i suoi massacri, viene analizzata non come un episodio di transizione ma come un momento costitutivo del regime bolscevico.

L'autore sottolinea come Lenin abbia deliberatamente utilizzato il Terrore come strumento politico, non come risposta contingente alle emergenze belliche. La Čeka, i campi di concentramento, le esecuzioni sommarie: queste pratiche, secondo Graziosi, non sono aberrazioni di un progetto altrimenti razionale, ma elementi integranti di una concezione del potere che non ammette spazio per l'opposizione o per la negoziazione. In questo senso, il bolscevismo nascente porta già in sé i germi del terrore staliniano.

Particolarmente efficace è l'analisi della carestia del 1921–1922, in cui Graziosi vede non soltanto un disastro umanitario ma anche il prodotto di scelte politiche precise: la requisizione forzata del grano dalle campagne, la priorità accordata alla sopravvivenza del regime rispetto a quella della popolazione civile. Questo schema si ripeterà, in forme ancora più drammatiche, con la collettivizzazione degli anni Trenta.

Una delle questioni più dibattute nella storiografia sovietica riguarda il rapporto tra Lenin e Stalin: sono da considerarsi figure politicamente equivalenti, oppure Stalin ha rappresentato un tradimento del progetto originario bolscevico? Graziosi si mostra cauto rispetto alle semplificazioni in entrambe le direzioni. Da un lato, riconosce che Stalin ha introdotto novità significative tanto nei metodi di governo quanto nell'intensità della repressione; dall'altro, insiste sulle radici leniniste della cultura politica staliniana.

Il concetto di «partito-stato» - vale a dire la fusione tra l'apparato del partito comunista e le strutture dello stato - è per Graziosi un'invenzione leninista che Stalin porta però alle sue estreme conseguenze. Analogamente, la concezione dell'ideologia come strumento di controllo totale della realtà, e del partito come avanguardia infallibile chiamata a guidare le masse verso il comunismo, risale a Lenin e non a Stalin. Il successore di Lenin ha amplificato e radicalizzato questi elementi, non li ha affatto inventati.

La NEP (Nuova Politica Economica, 1921–1928) viene analizzata da Graziosi come un episodio di pragmatismo tattico, che ben poco ha a che fare con un socialismo «dal volto umano». Lenin aveva accettato temporanee concessioni al mercato e alla piccola proprietà contadina perché il regime era sull'orlo del collasso economico; la NEP non modificava la struttura del potere né apriva spazi reali alla pluralità politica. Questa lettura consente all'autore di spiegare la relativa facilità con cui Stalin poté smantellarla alla fine degli anni Venti.

Il cuore del volume, e il suo contributo più originale, è senza dubbio l'analisi della collettivizzazione forzata dell'agricoltura (1929–1933) e della carestia che ne seguì, nota in ucraino come Holodomor - letteralmente «sterminio per fame». Graziosi è tra gli storici che hanno contribuito in modo decisivo al dibattito internazionale sulla natura di questo evento, sostenendo con argomenti documentati che si è trattato, con molta probabilità e qualche dubbio, di un genocidio deliberatamente inflitto al popolo ucraino.

L'autore mostra come la collettivizzazione non sia stata semplicemente un'inefficiente politica agraria, ma una vera e propria guerra contro i contadini - e in particolare contro i contadini ucraini, percepiti dal regime come una minaccia nazionale oltre che di classe. Le quote di raccolta del grano, artificialmente elevate e mantenute anche di fronte all'evidenza della carestia, le liste nere dei villaggi che non raggiungevano gli obiettivi, il divieto di spostamento dei contadini ucraini: questi elementi, analizzati da Graziosi con grande precisione, depongono a favore della tesi del genocidio intenzionale.

La questione dell'Holodomor non è solo storiografica ma anche politica: il riconoscimento internazionale di questo crimine è stato a lungo ostacolato da ragioni diplomatiche e ideologiche. Graziosi affronta il tema con il rigore dello storico, distinguendo ciò che le fonti documentano da ciò che rimane oggetto di interpretazione, ma senza rinunciare a formulare un giudizio chiaro sulla responsabilità del regime staliniano. In questo senso, il libro compie anche una funzione di memoria storica e di giustizia postuma.

Gli anni 1936–1938 sono quelli del Grande Terrore, la fase più acuta della repressione staliniana, che coinvolse milioni di persone: dai vertici del partito e dell'esercito ai tecnici, agli intellettuali, agli operai comuni. I grandi processi di Mosca, con le loro confessioni inverosimili e le loro condanne a morte quasi rituali, sono analizzati da Graziosi come espressione di una logica politica coerente, per quanto aberrante.

L'autore rifiuta tanto la spiegazione puramente psicologica - Stalin come folle paranoico - quanto quella puramente strumentale - il terrore come semplice strumento di controllo razionale. La sua interpretazione è più sfumata: il terrore risponde a logiche politiche reali (eliminare potenziali oppositori, consolidare il potere personale di Stalin, disciplinare l'apparato statale), ma è anche il prodotto di una cultura politica che non conosce distinzione tra nemico oggettivo e nemico soggettivo, tra critica e tradimento, tra paranoia e realtà.

Particolarmente interessante è l'analisi della vittimologia del terrore: chi veniva colpito, con quali accuse, in quale ordine. Graziosi mostra come le ondate repressive non fossero casuali ma seguissero una logica di eliminazione sistematica delle élite potenzialmente concorrenti: i vecchi bolscevichi, i quadri militari, i tecnici formatisi prima della rivoluzione. Al termine del Grande Terrore, lo stato sovietico era governato da una nuova generazione di funzionari completamente formati nel culto di Stalin e privi di qualsiasi legame con la tradizione rivoluzionaria originaria.

L'ultima parte del volume è dedicata alla Seconda guerra mondiale, che Graziosi chiama - seguendo la terminologia sovietica e poi russa - la «Grande Guerra Patriottica». L'ingresso dell'URSS nel conflitto, a partire dall'invasione tedesca del giugno 1941, viene analizzato come un momento di crisi acutissima per il regime: le sconfitte iniziali, le rese in massa di intere armate, il collasso di interi settori del fronte riveleranno le conseguenze devastanti della decapitazione dell'esercito operata dal terrore del 1937–1938. E fa più volte riferimento alla preziosa testimonianza di Vasilij Grossman, ai suoi reportage e ai suoi splendidi romanzi.

Stalin viene ritratto come un leader che aveva ignorato sistematicamente le informazioni sull'imminenza dell'attacco tedesco, per poi reagire con una brutalità implacabile sia verso il nemico che verso i propri soldati. La famosa Direttiva n. 227 («Ni shagu nazad» - «Nemmeno un passo indietro»), i battaglioni penali, le unità NKVD incaricate di fucilare i disertori: questi strumenti di terrore interno rivelano come, anche di fronte alla minaccia esistenziale del nazismo, il regime non avesse abbandonato la sua logica repressiva.

Allo stesso tempo, Graziosi riconosce il sacrificio eroico straordinario del popolo sovietico nella guerra, una resistenza che non può essere ridotta alla sola paura. Il patriottismo, la difesa della terra, il senso di comunità di fronte all'invasore: questi elementi hanno giocato un ruolo reale nella resistenza sovietica, anche se il regime ha poi trasformato la vittoria in un mito fondativo che celava le responsabilità staliniane nel disastro del 1941. Il volume si concentra prevalentemente sul periodo 1914–1945, rimandando ad altri lavori dell’autore dell'analisi della guerra fredda e del tardo sovietismo.

sabato 8 agosto 2026

𝗠𝗔𝗨𝗧𝗛𝗔𝗨𝗦𝗘𝗡, 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗠𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗥𝗜𝗚𝗜𝗢𝗡𝗜𝗔 𝗠𝗔𝗟𝗘𝗗𝗘𝗧𝗧𝗢


Mauthausen fu aperto l'8 agosto 1938, pochi mesi dopo l'Anschluss, e la sua collocazione non fu casuale: fu il primo grande campo eretto sul suolo dell'Ostmark appena annessa, quasi a voler sottolineare che l'Austria entrava a pieno titolo nel sistema concentrazionario del Reich. Fu uno dei più ampi e duri complessi di concentramento e sterminio nazisti nell'Europa centrale. Venne classificato come l'unico campo di "categoria III", destinato ai prigionieri considerati "incorreggibili" dal regime nazista, dove le condizioni di lavoro e detenzione erano state pensate per portare all'annientamento fisico (Vernichtung durch Arbeit, sterminio attraverso il lavoro). 

Mauthausen fu insediato in quella zona specifica per sfruttare le vicine cave di granito della società SS DEST (Deutsche Erd- und Steinwerke). I prigionieri erano costretti a salire i 186 gradini della "Scala della Morte" (Todesstiege) trasportando pesanti blocchi di pietra sulle spalle, sotto continue percosse. Insieme ai suoi sottocampi, tra cui Gusen e Melk, divenne la destinazione principale per i deportati politici italiani dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, che rifiutarono di aderire alla RSI e a Salò. Migliaia di partigiani, scioperanti, oppositori del regime e soldati italiani vi trovarono la morte.

Vi transitarono anche repubblicani spagnoli internati dopo la caduta della Francia, resistenti di mezza Europa, prigionieri sovietici: una composizione che ne fa un campo paradigmatico per studiare l'articolazione tra terrore politico e economia di guerra del Reich, più che un caso a sé nella galassia dei Lager. Rappresenta probabilmente l'immagine che meglio condensa la fusione, tipica del sistema nazista, tra sterminio per lavoro e sterminio come ostentazione di potere. 

Il campo fu uno degli ultimi a essere liberati. Il 5 maggio 1945 le truppe americane della 11ª Divisione Corazzata entrarono a Mauthausen, mettendo fine all'incubo e trovando ancora circa 80.000 superstiti nei vari sottocampi. In totale, tra il 1938 e il 1945, vi furono internate circa 190.000 persone da tutta Europa; si stima che almeno la metà abbia perso la vita.

giovedì 6 agosto 2026

GAETANO COSTA E GLI ALTRI


MOMENTI DI TRANSIZIONE. DELITTI DI MAFIA A PALERMO TRA IL 1979 E IL 1980.

Gaetano Costa fu procuratore capo della Repubblica a Palermo, ucciso dalla mafia il 6 agosto 1980 in via Cavour, mentre sfogliava dei libri su una bancarella a pochi passi da casa, colpito alle spalle da tre proiettili sparati da due killer in moto. Nello stesso giorno di cinque anni dopo sempre a Palermo sarà brutalmente assassinato da Cosa Nostra all'età di 38 anni Ninnì Cassarà, vicecapo della Squadra Mobile. Il movente più accreditato, per l'omicidio di Costa, riguarda la sua intransigenza: nella primavera del 1980 firmò personalmente i mandati di cattura contro il boss Rosario Spatola e alcuni dei suoi uomini, coinvolti nel traffico internazionale di stupefacenti tra le famiglie siculo-americane, dopo che i sostituti procuratori si erano rifiutati di farlo. 

Quel gesto di assunzione di responsabilità solitaria lo espose enormemente, tanto che al suo funerale parteciparono pochissimi colleghi magistrati: un isolamento istituzionale che diversi commentatori, allora e dopo, hanno letto come concausa dell'omicidio tanto quanto la matrice mafiosa vera e propria. Alcuni collaboratori di giustizia, da Buscetta a Marino Mannoia, indicarono che il delitto fu voluto da Salvatore Inzerillo per affermare, all'interno di Cosa Nostra, la supremazia dei clan palermitani sui Corleonesi.

Costa va collocato nella breve stagione di personaggi che a Palermo tentarono di indagare l'intreccio fra mafia, politica e affari - la stessa in cui si muoveva Rocco Chinnici, che sarebbe stato ucciso nel 1983. Nonostante la matrice politico-mafiosa del delitto sia stata storicamente accertata, non si è mai arrivati a una condanna: un paradosso giudiziario che ricorre spesso nella storia dei delitti eccellenti di quegli anni in Sicilia.

Il primo fu il poliziotto Filadelfo Aparo l’11 gennaio del 1979, seguito da Mario Francese, famoso giornalista del Giornale di Sicilia, che fu ucciso il 26 gennaio 1979, il primo a scoprire il ruolo di Riina e dei corleonesi all'interno di Cosa Nostra. La catena di delitti continuò poi col segretario provinciale della Dc Michele Reina, il 9 marzo, col capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, il 21 luglio (ucciso da Leoluca Bagarella, al bar Lux mentre prendeva un cappuccino), e dal giudice Cesare Terranova, il 25 settembre, insieme al maresciallo Lenin Mancuso. Poi, il 6 gennaio 1980, toccò addirittura al presidente della regione Piersanti Mattarella, assassinato nella sua auto davanti alla moglie mentre usciva di casa il giorno dell'Epifania, senza scorta perché la rifiutava nei festivi.

Quello che colpisce, mettendo in fila questi nomi accanto a Costa, è la coerenza del disegno: una strategia dei corleonesi di eliminazione sistematica di ogni figura - giornalista, politico, poliziotto, magistrato - capace di ricostruire i nessi tra mafia, affari e politica, ma per affermare anche l'egemonia del blocco corleonese sulle famiglie palermitane più moderate (i "guanti di velluto" di Bontate e Inzerillo). Era un nesso trasversale, come era trasversale la lotta contro la mafia di quegli anni, che tentò di schivare e non sempre ci riuscì la strumentalizzazione politica.

Boris Giuliano, in particolare, stava indagando proprio sul filone del narcotraffico e del riciclaggio che avrebbe poi portato al caso Spatola su cui si giocò la sorte di Costa.

Piersanti Mattarella rappresenta un caso a parte e di natura eccezionale, perché non era un investigatore, ma un politico che aveva cominciato a rompere pubblicamente l'omertà interna alla Dc siciliana sugli appalti regionali - la prima volta che un presidente della Regione denunciava la propria area politica dall'interno. Per questo il suo omicidio fu inizialmente attribuito ai Nar neofascisti, a causa di una presunta rivendicazione, pista che si rivelò poi fuorviante, forse un depistaggio, o comunque non esaustiva.

Questi eventi si inserirono in una fase storica di cruenta trasformazione, segnata non solo dal conflitto con i poteri criminali - un conflitto che si andava estendendo su tutto il territorio nazionale - ma anche dallo scontro armato con le formazioni terroristiche, nere e rosse, con il coinvolgimento occulto dei poteri deviati, che in quegli anni toccò livelli mai raggiunti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ne derivò un pervasivo stato di eccezione, che segnò la fine dei movimenti giovanili di protesta, spentisi nella palude di quello che sarebbe stato definito il "riflusso".


mercoledì 5 agosto 2026

“GRANDE DIZIONARIO DI CUCINA” DI ALEXANDRE DUMAS (1873)


«L'uomo, nascendo, ha ricevuto dal suo stomaco l'ordine di mangiare almeno tre volte al giorno per recuperare le forze che gli vengono tolte dal lavoro e, ancora più spesso, dall'ozio. Come è nato l'uomo? In quale clima sufficientemente vivificante e nutriente per arrivare, senza morire di fame, all'età in cui può cercare il cibo e procurarselo?

È questo il grande mistero che ha preoccupato i secoli passati e che preoccuperà, con ogni probabilità, anche i secoli a venire.»

«Due donne ci hanno dato i primi esempi di golosità:

Eva mangiando una mela in Paradiso; Proserpina, mangiando una melagrana negli inferi.»

«Verso la metà del secolo scorso, un tale di nome Boulanger fondò a Parigi, rue des Poulies, il primo ristorante. Sulla porta si leggeva questa insegna:

"Venite omnes, qui stomacho laboratis, et ego restaurabo vos.

"Venite tutti voi che lavorate con lo stomaco e io vi ristorerò".

Fu un grande progresso questa istituzione dei ristoranti a Parigi. Prima che venissero creati, gli stranieri erano costretti a ricorrere alle cucine degli albergatori, che in generale erano pessime.»

Questo è uno dei regali più graditi che abbia mai avuto in occasione di un mio compleanno, un libro che molti ignorano sia stato scritto proprio da Alexandre Dumas, un libro di ricette e di golosità. Un dizionario di cucina in formato gigante e splendidamente illustrato. L’apoteosi dell’eccesso che il grande scrittore francese aveva portato alle vette del sublime. Dumas era un estimatore di Rabelais, e nel “Grande dizionario di cucina" l'influenza di “Gargantua e Pantagruele” si avverte a più livelli.

Come i giganti rabelaisiani divoravano montagne di cibo e scolavano mari di vino, così la visione culinaria di Dumas è spropositata, titanica e senza misura. Il Dizionario non è pensato per la parsimonia, ma per celebrare l'abbondanza. Le liste di ingredienti, i banchetti descritti e persino la mole stessa di certe edizioni dell'opera rispecchiano quel "pantagruelismo" inteso come gioia sfrenata di vivere e di mangiare. Si badi bene, molte delle ricette non sono più proponibili oggi: questa cucina è lontanissima dalle nostre abitudini. Resta invece un documento letterario prezioso e affascinante.

Una delle maggiori caratteristiche dello stile di Rabelais è l'uso di liste interminabili, esagerate e grottesche. Dumas adotta una tecnica molto simile: quando descrive un ingrediente o un tipo di caccia, indica decine di varianti, aneddoti storici, citazioni e metodi di preparazione con una foga enciclopedica che ricorda proprio le celebri "enumerazioni" dell’autore di Gargantua. Non bada neanche alla precisione, ci sono errori che sembrano essere messi apposta per fare aumentare l’esagerazione.

Chi lo ha conosciuto da vicino, e in particolare i biografi e gli editori che nel Novecento ne hanno curato le riedizioni critiche, ha spesso ripetuto che Dumas stesso lo considerava il proprio testamento letterario, l'opera per cui avrebbe voluto essere ricordato più che per “I tre moschettieri”: una dichiarazione che, detta da chi aveva scritto qualcosa come trecento volumi fra romanzi, drammi e resoconti di viaggio, non può essere liquidata come civetteria di un vecchio goloso, ma va presa sul serio come l'ultima, più consapevole scelta di un grande scrittore che sta per morire.

Ma basta aprire il libro a una voce qualunque per accorgersi che Dumas non si comporta affatto come un lessicografo. Un dizionario qualunque è basato su uno schema rigido, sulla freddezza e sulla funzionalità. Questo volume, per fantasia e creatività, invece, dice più di un intero trattato di antropologia sul modo in cui questo francese del secondo Ottocento pensava e non solo di cucina.

Ogni voce, insomma, diventa il pretesto per un aneddoto, un giudizio, un ricordo personale: il dizionario è caratterizzato dalla compulsione del narratore, che non riesce a stare fermo nella definizione e vira sempre nel racconto. Ma attenzione, non è un anti-dizionario, è un romanzo travestito da opera di consultazione, i cui capitoli sono stati sostituiti dalle lettere dell'alfabeto e la cui trama è, semplicemente, l'appetito di un'intera vita.

Un'opera così vasta, del resto, Dumas non l'ha scritta da solo. Nella stesura del Dizionario lo assiste costantemente soprattutto il cuoco Vuillemot, amico e consigliere tecnico. Vuillemot era uno chef di grandissimo talento e un noto ristoratore parigino dell'epoca, proprietario di famosi locali della città. La prima edizione ne porta il nome accanto al suo in copertina e ne pubblica il ritratto insieme a quello dell'autore. Vuillemot curò l'edizione del libro insieme a importanti letterati. All'interno, lo scrittore inserì una biografia celebrativa di cinque pagine dedicata interamente all'amico chef.

È impossibile non pensare, a questo punto, alla ben più controversa collaborazione con Auguste Maquet, il collaboratore-ombra - i detrattori dell'epoca lo chiamavano con un'espressione crudele, il "negro letterario" - che aveva contribuito in modo determinante alla stesura di tanti fra i grandi romanzi storici firmati dal solo Dumas, alimentando per tutto l'Ottocento il sospetto che dietro la produttività quasi industriale del romanziere si nascondesse una vera e propria officina di prosa a più mani, un gruppo di ghost writers. 

Nel Dizionario la collaborazione è invece apertamente dichiarata, ed è di tutt'altra natura: non il rapporto fra un imprenditore della scrittura seriale e il suo ghost writer pagato a cottimo, ma un’esplicita amicizia, fra un gourmand dilettante, ma sopraffino narratore, e un professionista dei fornelli. 

Si potrebbe perfino risalire, senza forzare troppo l'analogia, fino al simposio platonico, a quella tradizione occidentale che fa del banchetto il luogo dove il sapere e la convivialità sono inseparabili; ma se in Platone l'eros per il corpo e per il cibo doveva sempre sublimarsi in eros per l'idea, nel libro di Dumas non c'è alcuna sublimazione da compiere. L'appetito resta appetito, non è un’allegoria di qualcos'altro, ed è precisamente questa rinuncia a ogni pudore filosofico, questa fedeltà prosaica al corpo e al piacere così com'è, a rendere il libro, sotto la superficie scherzosa, un testo radicalmente materialista, ma che lo eleva allo stesso tempo verso l’arte dell’assoluta bellezza.

Un'edizione questa, che è la prima tradotta e pubblicata in Italia nel 2002, cartonata con sovraccoperta, in un grande formato da atlante e riccamente illustrata, la copertina che promette al lettore "il più incredibile libro di cucina dell'Ottocento" - ci consegna l'ultimo e più personale fra i libri di Dumas. Dopo decenni come introvabile riservato ai soli bibliofili, il testamento del romanziere torna non in edizione critica ma in veste di grande libro da sfogliare e da ammirare, quasi un atlante dei piaceri perduti, e il romanziere che aveva dato ai suoi moschettieri un appetito così sfrenato per la vita, ha lasciato, come vero testamento, non un'ultima avventura ma un lunghissimo elenco di tutto ciò che, può essere dedicato ai piaceri della gola.

martedì 4 agosto 2026

MINACCE DI MIGRAZIONI DI MASSA A SCOPO COERCITIVO


COREA DEL NORD VS. REPUBBLICA POPOLARE CINESE, SECONDA METÀ DEGLI ANNI NOVANTA. SUCCESSO DEL RICATTO. 

Leggiamo ancora da “Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera” di Kelly M. Greenhill.

«Già in difficoltà per le conseguenze economiche del declino e collasso dell’Unione Sovietica, a metà degli anni Novanta la Corea del Nord venne devastata da una serie di gravi inondazioni e scarsi raccolti. Pyongyang si ritrovò in condizioni disastrose, impossibilitata a nutrire i suoi 24 milioni di abitanti. Con il deteriorarsi della situazione economica e umanitaria, le preoccupazioni dei Paesi vicini riguardo alle conseguenze di un possibile collasso del regime aumentarono rapidamente. I timori erano talmente forti, che si tennero colloqui tra diplomatici e pianificatori americani e incaricati di Corea del Sud, Giappone e Cina su come comportarsi se fosse iniziato un esodo in massa di profughi affamati. Per tutto il periodo della crisi, il leader nordcoreano Kim Jong Il riuscì a sfruttare i timori dei vicini - in particolare la Cina - associati a una migrazione di massa per estorcere viveri e aiuti economici. Lanciare specifiche minacce non era necessario, anche se è stato ripetutamente affermato che in realtà egli ne formulò qualcuna. Le incertezze, insieme al fatto che “nessuno sapeva quale causa avrebbe potuto scatenare un esodo, perché il Nord aveva il potere di provocare una varietà di crisi”, indussero la Cina a fornire tutte le risorse necessarie per mantenere in essere la Corea del Nord “come Stato indipendente, ma debole”. Durante gli anni Novanta, l’assistenza cinese fu soprattutto finanziaria (viveri e carburante), ma successivamente diventò qualcosa di più (per esempio, un contrappeso diplomatico agli Stati Uniti sulla questione nucleare). La Cina non fu la sola a sostenere la Corea del Nord. Tra il 1994 e il 1998, il Paese ricevette circa 2 miliardi di dollari, di cui 650.000 milioni dagli Stati Uniti. I cinesi, però, erano particolarmente vulnerabili/esposti e quindi più che pronti ad aiutare; tra le altre cose, solo nel 1997 fornirono 800.000 tonnellate di grano.»

Vediamo qui un esempio di minaccia di migrazione di massa a scopo coercitivo tra due stati non esattamente democratici, per usare un gentile eufemismo. Troviamo conferma del fatto che tale coercizione può adattarsi benissimo e funzionare altrettanto bene anche in queste situazioni. Ripeto: le armi di migrazione di massa sono uno strumento di guerra ibrida strutturalmente connaturato all'esistenza dei confini. Ciò non vuol dire che l’abolizione dei confini “sic et simpliciter” sarebbe una soluzione praticabile o auspicabile. Ma la disattivazione di tali armi, comunque, non ha molto a che fare con regole più o meno restrittive in termini di controllo e di circolazione, considerato il peso che ha, invece, il calcolo di costi e benefici, a livello economico, di sorveglianza, di remigrazione, di stabilità sociale, di immagine e di equilibrio internazionale e geopolitico.

Qui il bersaglio è la Repubblica Popolare Cinese (che, in particolare, nel corso della Storia, è in questi casi un attore ricorrente), uno Stato-partito che non deve rendere conto a un elettorato e che dispone di un apparato di controllo dei confini tra i più capillari al mondo; eppure la vulnerabilità funziona lo stesso, e funziona attraverso lo stesso meccanismo psicologico che altrove agisce sui governi di Bonn o di Roma: il timore del collasso, l'incertezza sulla soglia oltre la quale l'esodo diventerebbe ingestibile, il calcolo per cui è sempre più economico sussidiare la sopravvivenza del regime vicino che gestirne l'implosione. Cambia il regime politico del bersaglio, non cambia la struttura dell'incentivo.

Kim Jong Il non doveva dire "se non mi aiutate, aprirò la frontiera": bastava che Pechino non sapesse quale delle mille possibili derive interne - ammutinamento militare, rivolta urbana, semplice sfaldamento amministrativo - avrebbe innescato l'ondata, per essere indotta a pagare comunque, in anticipo, per ogni scenario. Come possiamo vedere un contesto che determina una situazione assai complessa a cui le vulgate di destra e di sinistra (o dell'altrove) non riescono a dare un’interpretazione che sia adeguata e credibile. Per non parlare della semplicistica liquidazione dell'asimmetria come esclusivo prodotto di un generico capitalismo.

Tuttavia, nel caso sino-nordcoreano la componente migratoria si sovrappone e si confonde con altre razionalità strategiche cinesi altrettanto potenti - la funzione di Stato-cuscinetto contro la presenza militare americana in Corea del Sud, l'ostilità storica a una riunificazione a guida di Seoul, il peso della minoranza coreano-etnica dello Yanbian come fattore di instabilità regionale a sé stante.

È vero che isolare il "fattore migrazione" come variabile esplicativa autosufficiente rischia di sovrastimarne il peso causale specifico: però funziona senz’altro come moltiplicatore che si innesta su un’asimmetria già esistente. Il che, detto per inciso, rafforza semmai la mia tesi di fondo: l'arma funziona meglio proprio dove si salda a interessi geopolitici preesistenti, e questo la rende ancora più strutturalmente indipendente da soluzioni meramente tecniche di controllo frontaliero.

Ciononostante, è anche bene specificare, come sottolinea anche la Greenhill nel suo saggio, che lo strumento delle migrazioni coercitive non è una superarma. È una risorsa da usare come extrema ratio e con cautela. A volte gli sfidanti fanno male i loro calcoli sui bersagli e tali soluzioni possono portare all’insuccesso o a un successo parziale. A volte l’azione può rivoltarsi contro. Anche perché le armi sono esseri senzienti, manovrabili fino a un certo punto, e possono facilmente compromettere gli obiettivi. Così come il calcolo tra costi e benefici vale anche per gli sfidanti stessi. Detto questo, il ricorso a tale strumento sta diventando sempre più frequente, parallelamente all'estendersi delle dinamiche della globalizzazione e della simmetrica crescita dei nazionalismi, che il cosiddetto multipolarismo tende a enfatizzare; e al progredire dell’efficacia dell'interazione tra le opzioni e i dispositivi usati nella guerra ibrida, sempre più tecnologicamente raffinati.


lunedì 3 agosto 2026

𝗗𝗨𝗘 𝗠𝗜𝗧𝗜 𝗙𝗜𝗟𝗢𝗦𝗢𝗙𝗜𝗖𝗜 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗥𝗘𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘


«Taluni dicono che prima vi furono le Tenebre e dalle Tenebre emerse il Caos. Da un’unione tra le Tenebre e il Caos nacquero la Notte, il Giorno, Erebo e l’Aria. Da un’unione tra la Notte ed Erebo nacquero il Fato, la Vecchiaia, la Morte, l’Assassinio, la Continenza, il Sonno, i Sogni, la Discordia, la Miseria, l’Ira, la Nemesi, la Gioia, l’Amicizia, la Pietà, le Tre Moire e le Tre Esperidi. Da un’unione tra l’Aria e il Giorno nacquero la Madre Terra, il Cielo e il Mare. Da un’unione tra l’Aria e la Madre Terra nacquero il Terrore, la Destrezza, la Collera, la Lite, il Giuramento, la Vendetta, l’Intemperanza, l’Alterco, il Trattato, l’Oblio, la Paura, il Valore, la Battaglia; e anche Oceano, Metide e gli altri Titani, Tartaro e le tre Erinni o Furie. Da un’unione tra la Terra e il Tartaro nacquero i Giganti.

Da un’unione tra il Mare e i suoi Fiumi nacquero le Nereidi. Non esistevano però uomini mortali; finché Prometeo, figlio di Giapeto, con il consenso della dea Atena, non li formò a immagine e somiglianza degli dèi impastando la creta con l’acqua del Panopeo, fiume della Focide; e Atena soffiò in essi la vita.

Altri dicono che il Dio di Tutte le Cose (chiunque egli fosse, poiché taluni lo chiamano Natura), apparso improvvisamente nel Caos, separò la terra dal cielo, le acque dalla terra e la parte superiore dell’aria dall’inferiore. Dopo aver separato l’uno dall’altro anche gli elementi, li dispose nell’ordine che ancor oggi si osserva. Divise la terra in zone, alcune molto calde, altre molto fredde, altre temperate; la modellò in pianure e montagne, la rivestì di erba e di alberi. Sopra di essa pose il firmamento scintillante di stelle e assegnò la loro direzione ai quattro venti. Popolò inoltre le acque con pesci, la terra con animali, il cielo con il sole, la luna e i cinque pianeti. Infine creò l’uomo che, unico tra tutti gli animali, alza la faccia verso il cielo e osserva il sole, la luna e le stelle; a meno che non sia vero che Prometeo, figlio di Giapeto, abbia modellato il corpo dell’uomo con acqua e creta e che certi vaganti elementi divini, sopravvissuti alla Prima Creazione, gli abbiano infuso l’anima.

1 Nella Teogonia di Esiodo, cui si ispira il primo di questi miti filosofici, all’elenco dei concetti astratti s’aggiunge anche quello delle Nereidi, dei Titani e dei Giganti. Sia le tre Moire sia le tre Esperidi sono la triplice dea-luna nel suo aspetto di sovrana della morte.

2 Il secondo mito, che troviamo soltanto in Ovidio, ricalca l’epopea babilonese di Gilgamesh e si diffuse probabilmente in Grecia in epoca più tarda. Nell’introduzione dell’epopea, infatti, la dea Aruru crea il primo uomo, Eabani, modellando la creta; ma, benché Zeus fosse ormai considerato Signore Onnipotente da molti secoli, i mitografi furono costretti ad ammettere che il Creatore di ogni cosa avrebbe potuto anche essere una Creatrice. Gli Ebrei, come eredi del mito «pelasgico» o cananeo della creazione, si trovarono di fronte allo stesso dilemma: nel racconto della Genesi, uno «spirito del Signore» di sesso femminile si preparava a covare sulla superficie delle acque, benché poi non deponga l’uovo del mondo; ed Eva, «la madre di tutti i viventi», riceve l’incarico di schiacciare la testa del serpente, benché debba scendere nell’abisso soltanto alla fine del mondo.

3 In modo analogo, nella versione talmudica della creazione, l’arcangelo Michele (che corrisponde a Prometeo) crea Adamo dalla polvere non per ordine della Madre di Tutti i Viventi, ma per ordine di Geova. Geova poi soffia in lui la vita e gli dà come compagna Eva che, simile in ciò a Pandora, apporta sciagure al genere umano.

4 I filosofi greci fecero una netta distinzione fra l’uomo prometeico e le imperfette creature nate dalla terra: queste furono in parte distrutte da Zeus, in parte travolte dal Diluvio al tempo di Deucalione. Anche la Genesi (VI 2-4) distingue i «figli di Dio» dalle «figlie degli uomini» che essi sposarono.

5 Le tavolette che illustrano l’epopea di Gilgamesh risalgono a epoca più tarda e hanno un significato equivoco: alla «splendida madre dell’abisso», si attribuisce il merito di aver creato ogni cosa («Aruru» è uno dei molti appellativi della dea) e il tema principale dell’epopea è la ribellione degli dèi del nuovo ordine patriarcale contro l’ordine matriarcale. Marduk, il dio della città di Babilonia, riesce a sconfiggere la dea che lo affronta sotto la forma del serpente marino Tiamat; Marduk annuncia poi spavaldamente che egli e nessun altro ha creato le erbe, le terre, i fiumi, gli animali, gli uccelli e il genere umano. Anche il dio Bel (poiché Bel è la forma maschile di Belili, la dea-madre sumerica) si era vantato di aver sconfitto Tiamat, attribuendosi il merito della creazione. Il passaggio dal matriarcato al patriarcato pare si verificasse in Mesopotamia, come altrove, in seguito alla ribellione del principe consorte cui la regina aveva delegato il potere esecutivo permettendogli di servirsi del suo nome, delle sue insegne regali e degli oggetti del culto.»

Robert Graves, “I miti greci”

[Nell'immagine: “Le Nereidi” di Gaston Bussiere (1927)]