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venerdì 5 giugno 2026

LA STRAGE DEI VALDESI DI GUARDIA PIEMONTESE DEL 1561


LA STRAGE DEI VALDESI DI GUARDIA PIEMONTESE DEL 1561.

Quella del 5 giugno 1561 è una pagina di storia assai tremenda ma scarsamente conosciuta: una vera e propria "Notte di San Bartolomeo" nostrana, che ridusse drasticamente la presenza valdese nel Meridione, fin quasi a cancellarla. Il legame tra il Piemonte e la Calabria nacque secoli prima, tra il XIII e il XIV secolo, quando molte famiglie valdesi migrarono dalle valli torinesi e cuneesi per sfuggire alle prime persecuzioni e alla povertà, stabilendosi in provincia di Cosenza. Lì fondarono diverse comunità, tra cui Guardia, e vissero pacificamente per secoli.

La migrazione dei valdesi dal Piemonte alla Calabria non fu una fuga improvvisa, ma una colonizzazione pianificata e concordata. Si trattò di un vero e proprio incontro di interessi tra una popolazione in cerca di terra e i feudatari del Sud bisognosi di manodopera. Furono attivamente reclutati proprio dagli stessi feudatari. Nelle valli del Piemonte occidentale (in particolare la Val Pellice, la Val Chisone e la Valle di Susa), la popolazione valdese stava crescendo a ritmi superiori rispetto alla capacità produttiva del territorio.

Le terre coltivabili in montagna erano scarse, ripide e frammentate dalle eredità familiari. La fame e la povertà spinsero molte famiglie a cercare fortuna altrove, un fenomeno comune a molte popolazioni alpine del periodo. Dall'altra parte della penisola, la Calabria Citeriore (la parte settentrionale della regione) stava attraversando una grave crisi demografica. Ampie zone collinari e montane di proprietà dei grandi feudatari locali erano semi disabitate e incolte a causa di guerre, epidemie e brigantaggio.

I feudatari calabresi avevano un disperato bisogno di contadini esperti, boscaioli e artigiani per disboscare e bonificare le terre vergini, introdurre nuove tecniche agricole, come i terrazzamenti tipici delle zone alpine, perfetti per le pendenze calabresi. I signori locali offrirono loro condizioni economiche e giuridiche molto vantaggiose, formalizzate in veri e propri contratti d'affitto collettivi chiamati Capitoli.

Ai valdesi vennero concesse ampie autonomie: potevano costruire interi villaggi (i "casali"), coltivare le terre pagando un canone fisso in natura (di solito una quota del raccolto) e, soprattutto, godere di una parziale esenzione dalle tasse per i primi anni. I feudatari si impegnarono anche a proteggerli dalle ingerenze esterne.

L'Inquisizione non intervenne subito. I valdesi che emigrarono in Calabria praticarono per secoli il cosiddetto nicodemismo, termine che deriva da Nicodemo, il fariseo e membro del Sinedrio che, secondo il Vangelo di Giovanni, si recava di nascosto da Gesù di notte per ascoltare i suoi insegnamenti, temendo di esporsi pubblicamente. Ufficialmente, si mostravano perfettamente conformi ai riti della Chiesa cattolica: battezzavano i figli in parrocchia, frequentavano la messa e pagavano le decime alla Chiesa. 

In privato, e nelle loro case, mantenevano la propria fede e ricevevano periodicamente la visita clandestina dei loro pastori (chiamati Barba), che arrivavano dal Piemonte travestiti da mercanti per confessare e predicare. Questa simulazione religiosa funzionò perfettamente per quasi tre secoli, garantendo alla comunità una convivenza pacifica e prospera con la popolazione locale, fino a quando l'eco della Riforma protestante nel XVI secolo non ruppe questo fragile equilibrio.

Tutto cambiò a metà del secolo, quando la comunità decise di professare apertamente, scegliendo la Riforma, con la formale adesione al Calvinismo - con predicatori provenienti da Ginevra, Bibbie tradotte in occitano e un legame esplicito con il protestantesimo internazionale - attirarono così le attenzioni dell'Inquisizione e del viceré spagnolo di Napoli. 

La caduta di Guardia Piemontese avvenne con l'inganno. Il feudatario locale, Salvatore Spinelli, convinse i cittadini ad aprire le porte del paese fortificato, facendo entrare un contingente di cento soldati con il pretesto di dover rinchiudere dei prigionieri nelle carceri. Durante la notte, i soldati si liberarono e aprirono i varchi principali al resto delle truppe regie.

La repressione fu spietata e si consumò in poche ore. Più di duemila valdesi vennero torturati, sgozzati o gettati dalle rupi in tutta la Calabria Citeriore. A Guardia le vittime ufficiali furono oltre un centinaio, i cui nomi sono oggi scolpiti nella pietra del paese.

I simboli del sangue: L'accesso principale al borgo antico prese da quel giorno il nome di Porta del Sangue. Ai pochi sopravvissuti fu imposta la conversione forzata al cattolicesimo. Per controllare che non praticassero l'eresia in segreto, l'Inquisizione obbligò gli abitanti a installare uno spioncino sulle porte di legno delle case, apribile solo dall'esterno, affinché i frati potessero sorvegliare la vita privata delle famiglie a qualsiasi ora.

Nonostante il brutale tentativo di assimilazione e la conversione forzata, la forte identità di questa popolazione non è svanita del tutto. Ancora oggi, a distanza di quasi cinque secoli, Guardia Piemontese rappresenta un'incredibile isola linguistica occitana nel cuore della Calabria (chiamata in lingua locale La Gàrdia). È l'unico comune del Sud Italia dove si parla ancora attivamente l'antico idioma delle valli piemontesi d'origine, tutelato come minoranza linguistica storica. 

È un dialetto occitano di tipo vivaro-alpino, il guardiolo, e la maggior parte dei suoi abitanti lo parla correntemente. Sul territorio nazionale, la lingua d'oc si ritrova radicata in circa centoventi Comuni piemontesi, in una piccola appendice ligure e appunto nel Comune di Guardia Piemontese in Calabria. Il guardiolo però non è l'occitano originale conservato intatto: la versione moderna è un misto tra l'occitano antico e il dialetto calabrese, che si differenzia dall'occitano moderno parlato dai valdesi del Piemonte. 

L'idioma di Guardia Piemontese è il risultato di una mescolanza di più varietà di occitano, un misto di varie parlate della zona alpina da cui provenivano i coloni valdesi, con molte affinità con quelle della Val Pellice. Cinque secoli di contatto con il calabrese non potevano non lasciare traccia, ma la sostanza della lingua è rimasta riconoscibilmente occitana. Le indagini sul campo mostrano che la "tenuta" della lingua d’oc guardiola si mantiene su buoni standard di coerenza. 

Ogni 5 giugno, il comune celebra la Giornata della Memoria per non dimenticare le proprie radici e le vittime di quel massacro. La commemorazione promuove il dialogo interreligioso, la pace e la difesa delle minoranze, celebrando il legame profondo tra la comunità di Guardia Piemontese, la Chiesa Valdese e le comunità religiose del Piemonte.

giovedì 4 giugno 2026

TIENANMEN 4 GIUGNO 1989. IL MASSACRO, IL SILENZIO E IL PARADOSSO DEL REGIME CINESE.


TIENANMEN 4 GIUGNO 1989. IL MASSACRO, IL SILENZIO E IL PARADOSSO DEL REGIME CINESE.

«Non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi». Deng Xiaoping 

Nella storia del Novecento esistono momenti che assumono una valenza simbolica tale da trascendere gli stessi fatti che li hanno caratterizzati, diventando immagini di un indissolubile archetipo, di qualcosa che va ben oltre la contingenza politica in cui si produssero. Il massacro di Piazza Tienanmen, consumatosi nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, appartiene a questa categoria “privilegiata”, spaventosa e dolorosa. Non perché il numero delle vittime fosse comparabile alle grandi stragi del secolo - la cifra resta ignota -, ma perché in quella notte si consumò qualcosa di più determinante e duraturo di una repressione: la chiusura definitiva di un orizzonte di speranza e di cambiamento in senso democratico per la società cinese, la scelta consapevole da parte del regime di imporre la propria legittimità prima con la violenza, poi attraverso l'economia. Io partecipai, qui in Italia, ad alcuni cortei di solidarietà con le proteste e di sdegno per la strage, iniziative indette dal movimento degli studenti e con una forte presenza di tutte le anime della sinistra. Altri tempi.

Per comprendere Tienanmen occorre partire dalle contraddizioni interne alle riforme di Deng Xiaoping, la sua ascesa al potere dopo la morte di Mao. Il suo pragmatismo economico - sintetizzato nella celebre formula sul gatto bianco o nero purché acchiappi i topi - aveva prodotto crescita straordinaria ma anche un aumento del costo della vita, con un'inflazione oltre il venti per cento, corruzione sistemica e disuguaglianze crescenti. I funzionari di partito che controllavano l'accesso alle risorse si arricchivano, mentre gli intellettuali e i giovani che avevano creduto nelle promesse riformiste si trovavano di fronte a una mobilità sociale bloccata. La liberalizzazione economica aveva creato aspettative che l'immutata struttura politica era incapace di soddisfare.

La presenza in visita a Pechino di Michail Gorbaciov, arrivato il 15 maggio per il primo summit sino-sovietico dopo trent'anni di rottura, aggiungeva alla situazione un'ulteriore e straordinaria carica simbolica. I manifestanti di Tienanmen vedevano nella glasnost' e nella perestrojka la prova che un partito comunista poteva riformarsi, che il monolite non era necessariamente perenne. Deng vedeva nella glasnost' il precipizio verso cui si stava affacciando l'Unione Sovietica, e la sua lettura era esattamente speculare: Gorbaciov stava commettendo l'errore fatale di credere che il potere potesse sopravvivere alla propria delegittimazione volontaria. 

L'ironia della storia avrebbe dato ragione a Deng nel breve periodo - il PCUS si sarebbe dissolto due anni dopo - ma nel lungo periodo le cose risultarono ben più complesse, poiché la Cina post-Tienanmen avrebbe costruito la propria stabilità su fondamenta tanto solide quanto intrinsecamente precarie, cioè abbastanza robuste da evitare minacce contingenti, ma sufficienti anche a mostrare che il contratto tra governanti e governati non è incondizionato nemmeno nella Cina di Xi. Indica quindi una dipendenza da condizioni esterne che il regime non controlla del tutto. Insomma, una precarietà gestita con grande abilità e con strumenti di controllo totalitario senza precedenti storici, ma la gestione abile di una contraddizione strutturale non è la stessa cosa della sua risoluzione definitiva, prevede un continuo ossessivo stato d’emergenza.

La morte di Hu Yaobang il 15 aprile 1989 a causa di un attacco cardiaco, sofferto pochi giorni prima durante una riunione del Partito, funzionò da detonatore. Hu era stato rimosso dalla segreteria generale due anni prima, accusato di eccessiva tolleranza verso le richieste di liberalizzazione. La sua figura incarnava, nell'immaginario degli studenti, la possibilità di una via riformista che si estendesse dall'economia alle libertà civili. Come già con Zhou Enlai nel 1976, il lutto per un dirigente riformista si trasformò rapidamente in veicolo di protesta politica. Entro la fine di aprile, centinaia di migliaia di persone marciavano in decine di città cinesi. Il movimento era tuttavia composito: vi confluivano studenti che chiedevano libertà di stampa e lotta alla corruzione, lavoratori spaventati dall'inflazione, intellettuali che reclamavano autonomia. 

Nella sostanza, fasce di popolazione che esprimevano semplicemente un malcontento diffuso verso una classe dirigente percepita come corrotta e autoreferenziale. La statua della “Dea della Democrazia”, eretta in piazza il 30 maggio da studenti dell'Accademia Centrale di Belle Arti, era un gesto simbolicamente assai potente: non era una mera replica della Statua della Libertà americana, come spesso si è detto superficialmente, ma un'invenzione iconografica autonoma che mescolava riferimenti alla tradizione cinese con una simbologia universale.

I manifestanti non erano, nella loro maggioranza, rivoluzionari che chiedevano la fine del partito unico; erano persone spinte da istanze riformatrici che chiedevano che la modernizzazione economica fosse accompagnata da qualche apertura politica sulle libertà e i diritti civili. La convergenza tra queste componenti spaventò il vertice ben più delle sole rivendicazioni liberali. All'interno del Politburo si consumò uno scontro che avrebbe definito la traiettoria cinese per i decenni successivi. Zhao Ziyang, segretario generale e maggiore sostenitore dell'ala riformista, si oppose alla legge marziale. 

Il 19 maggio si recò personalmente in piazza - fu l'ultima apparizione pubblica della sua vita politica - pronunciando le parole rimaste nella memoria come epitaffio di un'intera stagione: "Siamo arrivati troppo tardi." Deng, arbitro supremo, scelse diversamente. Zhao fu esautorato e posto agli arresti domiciliari, dove rimase fino alla morte nel 2005. Le sue memorie, registrate di nascosto su cassette audio e trafugate all'estero, sono uno dei documenti più preziosi per comprendere quel dibattito interno. 

La legge marziale fu proclamata il 20 maggio, e nella notte tra il 3 e il 4 giugno le truppe del 27° e 28° corpo d'armata - unità scelte da fuori Pechino, ritenute più affidabili perché meno contaminate dal contatto con i civili della capitale - avanzarono verso il centro. Gli scontri più violenti avvennero non in Tienanmen stessa ma nei quartieri periferici, lungo Chang'an Avenue, a Muxidi. La mattina del 4 giugno la piazza era sgombra. Il numero delle vittime è rimasto avvolto nel mistero, grazie a un ulteriore atto politico, quello della censura. Il governo cinese fornì cifre minime, poi smise di fornirne. Ciò che è certo è che nelle settimane successive si procedette in tutta la Cina a un'ondata sistematica di arresti, con un numero indefinito di giustiziati in processi sommari.

Le conseguenze sistemiche del massacro si dispiegarono lungo due assi convergenti. Il primo fu la repressione della società civile e il consolidamento del controllo del partito sulle istituzioni culturali e mediatiche. Il secondo, paradossalmente, fu la radicalizzazione delle riforme economiche: il famoso "viaggio al Sud" del 1992, con cui Deng impresse una svolta decisiva alla seconda ondata di liberalizzazioni, fu la risposta strategica di lungo periodo a Tienanmen. 

Se il partito non poteva più governare in nome di una purezza ideologica a cui nessuno credeva, avrebbe governato in nome della crescita e del benessere materiale. Nacque così il paradosso fondamentale della Cina contemporanea: un regime che ha creato le condizioni per la formazione di una classe media istruita e potenzialmente pericolosa per se stesso, sviluppando simultaneamente gli strumenti più sofisticati della storia per neutralizzare questa potenzialità. Il Grande Firewall, la sorveglianza digitale capillare, il controllo dello spazio informativo: tutto questo è, in una certa misura, la risposta tecno-autoritaria a Tienanmen.

La cancellazione della memoria è forse l'aspetto più rivelatore dell'intera vicenda. In Cina, Tienanmen non è semplicemente un argomento tabù: è un buco nella memoria collettiva. Il silenzio ha sostituito la menzogna come tecnica di controllo. Una parte consistente degli studenti universitari cinesi non è in grado di capire cosa rappresenti la fotografia del "Rivoltoso sconosciuto" - l'uomo in camicia bianca che si piazza davanti a una colonna di carri armati, diventata l'icona globale dell'evento. Hong Kong era l'unico luogo sotto sovranità cinese dove si poteva commemorare pubblicamente la ricorrenza: la veglia a lumi di candela in Victoria Park, era ogni anno un atto di resistenza simbolica. L'applicazione della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020 ha chiuso anche questo ultimo spazio.

Il 4 giugno 1989 non fu soltanto questione di repressione: vi fu una scelta definitiva di società e di “civiltà” nel senso più tecnocratico del termine, la scelta di quale tipo di modernità la Cina avrebbe perseguito e con quali mezzi. Fu la dimostrazione che la modernità economica e quella politico-democratica non sono necessariamente conseguenti, e che la loro separazione ha un costo che si scarica sempre, alla fine, sui più deboli. Il silenzio può essere più pesante di qualsiasi narrazione, ha consegnato ai suoi cittadini solo il futuro dispotico e distopico del capitalismo comunista cinese, un ossimoro che sembra però funzionare, che ben si armonizza con il globalismo, e con un’enorme disuguaglianza economica.

Il coefficiente di Gini cinese si colloca stabilmente a un livello forse perfino superiore a quello degli Stati Uniti e sicuramente superiore a qualsiasi democrazia europea, ma molti ricercatori ritengono che i dati ufficiali sottostimino la realtà, perché i patrimoni delle élite di partito sono sistematicamente occultati. L'1% più ricco detiene circa il 30% della ricchezza nazionale, una concentrazione che dovrebbe essere impensabile in qualunque paese che si definisse socialista in senso non puramente nominale.


Alcune fonti online:

https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/La_protesta_di_piazza_Tienanmen.html

https://www.teche.rai.it/2019/06/15-aprile-89-linizio-della-protesta-piazza-tienanmen/?hl=it-IT

https://www.archivioluce.com/piazza-tienanmen/?hl=it-IT

https://archiviostorico.unibo.it/it/archivio-fotografico/altre-collezioni-e-fondi/fondo-camera-del-lavoro/protesta-contro-strage-tienanmen

https://it.globalvoices.org/2019/07/le-storie-censurate-della-cina-levoluzione-della-lista-nera-sul-massacro-di-tiananmen/

https://nsarchive.gwu.edu/news/china/2019-06-04/tiananmen-massacre-30th-anniversary-china-declassified

https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/index.html

https://theconversation.com/hong-kong-crackdown-on-vigils-to-commemorate-1989-tiananmen-square-massacre-show-beijings-fear-of-the-power-of-memory-207037

https://www.pbs.org/newshour/world/tiananmen-square-anniversary-shows-chinas-ability-to-suppress-history

https://en.wikipedia.org/wiki/1989_Tiananmen_Square_protests_and_massacre

http://siba-ese.unisalento.it/index.php/eunomia/article/download/12243/10953

https://it.globalvoices.org/2019/05/storie-censurate-dalla-cina-per-commemorare-il-30-anniversario-del-massacro-di-piazza-tiananmen/

https://www.tempi.it/carcere-e-torture-cosi-la-cina-cancella-la-memoria-di-piazza-tiananmen/

https://www.scaffalecinese.it/libri-su-tiananmen/

https://it.gariwo.net/giusti/coraggio-civile/zhao-ziyang-23533.html

https://it.gariwo.net/dl/memorie.pdf?hl=it-IT

https://www.internazionale.it/opinione/jeffrey-wasserstrom/2017/10/25/congresso-comunista-cinese-xi-jinping

https://www.startmag.it/mondo/xi-ideologia-danni-economia-cina/

https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Diseguaglianze_sociali_l_altra_faccia_del_miracolo_cinese.html

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3352248/chinas-common-prosperity-push-faces-reality-check-inequality-rises-study

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1043951X22001705




mercoledì 3 giugno 2026

SIOUXSIE AND THE BANSHEES, “KALEIDOSCOPE” (1980)


SIOUXSIE AND THE BANSHEES, “KALEIDOSCOPE” (1980)

Non tutti gradirono la svolta musicale dei Banshees, per me invece fu un segnale importante di quanto Siouxsie e Severin avessero voglia di rinnovarsi, di non restare fermi. Il risultato fu qualitativamente molto alto, senz’altro un’evoluzione rispetto ai già grandi primi dischi. “Kaleidoscope” è il loro terzo album in studio, e anche il loro capolavoro, l’occasione giusta per aprirsi a un universo sonoro molto più ricco e imprevedibile. Un'opera fondamentale per l'intera evoluzione del post-punk, dei nascenti gothic rock e dark.

Il contesto in cui nasce l'album è segnato da una crisi drammatica: durante il tour di “Join Hands” nel 1979, il batterista Kenny Morris e il chitarrista John McKay abbandonarono la band a Aberdeen, dopo una lite furibonda. Fu uno di quegli episodi "leggendari" del rock britannico. Per non lasciare la serata a metà, Siouxsie e Severin risalirono sul palco poco dopo insieme ai Cure (che facevano da gruppo di supporto in quel tour) per improvvisare una caotica versione di venti minuti di “The Lord's Prayer".

La coppia dovette reinventare la formazione quasi dal nulla. Ingaggiarono come batterista Budgie (Peter Clarke), già con le Slits, e soprattutto John McGeoch, chitarrista di straordinaria inventiva, proveniente dai Magazine di Howard Devoto. I due diedero un apporto essenziale al cambiamento radicale del suono della band. Sperimentarono per la prima volta con sintetizzatori, drum machine e campionamenti, elementi allora d'avanguardia.

McGeoch in particolare è la vera rivelazione di “Kaleidoscope”: il suo stile chitarristico è sinuoso, melodico, percussivo e psichedelico al tempo stesso, assolutamente innovativo. L'album fu co-prodotto da Nigel Gray insieme alla band stessa. ​La scelta di Nigel Gray fu una mossa strategica e cruciale per il cambio di rotta stilistico dei Banshees. In quel momento, Gray era uno dei produttori più importanti del Regno Unito, celebre soprattutto per aver plasmato il sound pulito, dinamico e spazioso dei primi album dei Police. Gran parte del disco fu registrata nel Surrey Sound Studios di Gray.

Il disco si apre con “Happy House”, un singolo di grande successo commerciale e di critica, dalla melodia quasi ossessiva e dal testo obliquamente sarcastico sulla facciata domestica della felicità borghese. “Christine”, altro singolo trainante, è forse il pezzo più riuscito dell'album: ispirata a Christine Costner Sizemore, una donna realmente esistita e che è al centro del libro “The Three Faces of Eve”, una canzone sulla dissociazione dell'identità, costruita con un'orchestrazione raffinata. 

Christine aveva ispirato quel celebre saggio del 1957 - pubblicato in Italia come “I tre volti di Eva” -, scritto dai suoi due psichiatri. Per proteggere la sua privacy, nel libro le fu dato lo pseudonimo di Eve White. Il testo documentava il suo disturbo dissociativo dell'identità (all'epoca chiamato "disturbo della personalità multipla") attraverso le tre anime principali che i medici avevano identificato durante le prime sessioni di terapia.

Il titolo dell’album rispecchia il contenuto: “Kaleidoscope” è un assemblaggio di tessere stilisticamente eterogenee - funk, krautrock, echi di musica da camera, psichedelia, new wave - tenute insieme dalla voce di Siouxsie Sioux, strumento drammatico e inconfondibile, e mantenendo intatta l'atmosfera di alienazione urbana. Raggiunse il quinto posto nella classifica britannica, confermando i Banshees come una delle band inglesi più importanti di quell'anno.

La sua importanza storica è immensa: la fusione tra calore acustico e freddezza elettronica ha gettato le basi per la new wave degli anni '80. Artisti come i Cure (Robert Smith suonerà persino la chitarra con i Banshees poco dopo), gli Smiths (Johnny Marr ha spesso citato lo stile di McGeoch in questo disco come una delle sue influenze principali) e, più recentemente, i Radiohead, hanno un enorme debito artistico nei confronti delle intuizioni sonore contenute in queste tracce.


martedì 2 giugno 2026

UMBERTO ECO, GUGLIELMO DA BASKERVILLE E IL “DOLCINISMO” ETERNO


UMBERTO ECO, GUGLIELMO DA BASKERVILLE E IL “DOLCINISMO” ETERNO

Torno di nuovo, dopo il post di ieri, su Fra Dolcino e i dolciniani, prendendo come spunto un celeberrimo romanzo a cui non ho accennato proprio perché l’argomento avrebbe reso il testo troppo lungo. Val la pena tornare sull’argomento per le implicazioni che sono coinvolte e che le rende rilevanti, non solo inquadrate nel contesto del Medioevo cristiano, ma anche in quello in cui fu scritto il romanzo.

“Il nome della rosa” di Umberto Eco è indiscutibilmente uno dei capolavori della narrativa italiana del Novecento, capace di intrecciare con straordinaria maestria il romanzo storico, il giallo filosofico e la riflessione semiotica. La ricchezza del testo, il labirinto della biblioteca dell’abbazia benedettina, il duello intellettuale tra l’illuminato Guglielmo da Baskerville e l'oscurantista e dogmatico Jorge da Burgos, il conflitto tra il “progressista” Baskerville e il “reazionario” Bernardo Guy, la ricostruzione del mondo medievale occidentale, in cui l’unico orizzonte intellettuale e politico possibile - non solo religioso - era quello del cristianesimo, lo rende un'opera di immenso valore letterario e culturale, apprezzabile su molteplici livelli di lettura.

Tuttavia, a uno sguardo più attento, il romanzo porta impressi anche i segni di uno specifico contesto storico e ideologico. Eco era un intellettuale profondamente radicato nella cultura della sinistra italiana, vicino agli ambienti gravitanti intorno al PCI, anche se non esattamente un intellettuale organico, in quanto espressione di una tendenza critica (era vicino al Gruppo 63, e nel 1971 prese posizione ufficialmente sul caso Pinelli e solidarizzò con Lotta Continua), univa il metodo della semiotica a certo neopositivismo non meccanicista. Questa appartenenza culturale affiora nel testo in modo non sempre esplicito, ma riconoscibile.

La figura di Guglielmo da Baskerville incarna l'ideale dell'intellettuale progressista moderato: razionale, riformista, capace di criticare il potere senza volerlo abbattere, scettico verso le forme del radicalismo. È il “ritratto medievale” dell'intellettuale vicino alla sinistra istituzionale degli anni Settanta-Ottanta che crede nel dialogo, nella ragione, nel progresso graduale. Un personaggio davvero geniale pure se visto da questa prospettiva. Anzi, ancora più geniale.

Ben diverso è il trattamento riservato ai dolciniani. Il movimento di Fra Dolcino, che aveva rappresentato una delle più radicali contestazioni pauperistiche del medioevo, viene sostanzialmente privato di dignità politica e spirituale. Le figure di Salvatore - personaggio grottesco nel linguaggio e nell'aspetto - e di Remigio da Varagine - che dal fervore ereticale irriducibile, scivola verso la viltà, lo sfruttamento, l’opportunismo e la delazione - riducono quella tradizione di rivolta a pura violenza demenziale e a fanatismo. Per carità, figure così saranno sicuramente esistite, ma scegliere solo queste due, come rappresentative di un intero ambiente, è una mera semplificazione ideologica.

Un’eccezione è, invece, la figura di Ubertino da Casale, personaggio esistito veramente, leader degli spirituali, avversario di Giovanni XXII che dichiarò eretica la sua tesi sulla povertà, totalmente estraneo ai dolciniani. Sia Guglielmo che Ubertino nascono dall'alveo dell'Ordine Francescano. Per Baskerville, l'eresia di Ubertino - il misticismo radicale degli Spiritualisti francescani - ha una dignità teologica e intellettuale che manca ai movimenti come quello di Fra Dolcino. Guglielmo e Ubertino condividono, inoltre, una critica dura, ma con accenti diversi, a Giovanni XXII, avido accumulatore di ricchezze terrene.

Quella dello spiritualista è una critica che si muove all'interno del dibattito dottrinale. Vuole riformare la Chiesa riportandola allo spirito delle origini. Per quanto il suo misticismo sia ardente ed esasperato, Ubertino non vuole distruggere l'ordine sociale. Guglielmo è un uomo del discorso, della logica e del confronto. Anche se trova gli eccessi mistici di Ubertino irrazionali e persino pericolosi, lo riconosce come un valido interlocutore. Volendo seguire le analogie, Ubertino è sovrapponibile a un intellettuale della sinistra critica, per esempio del PDUP o del Manifesto, non così radicale da essere sovversivo, col quale è possibile dialogare, perché viene dallo stesso ambiente culturale.

La questione dei dolciniani, invece, ha implicazioni che vanno oltre il contesto in cui il romanzo fu scritto che valgono anche per situazioni molto più recenti, per quanto da quel contesto specifico non si possa prescindere. Quello che manca nel testo - e la cui assenza è ideologicamente significativa - è qualsiasi tentativo di capire dall'interno la logica del dissenso radicale assimilabile a quello dolciniano. Si concede al massimo la comprensione sociologica - sono disperati, sono sfruttati - ma si nega l'intelligibilità politica, cioè il fatto che potessero avere ragioni che la via riformista non voleva percorrere. Tra l'altro, Dolcino non fu così marginale, ebbe un ben nutrito seguito, tanto da causare, come sappiamo, una vera e propria crociata.

Questo sguardo riflette con precisione la stessa diffidenza e ostilità che la cultura riformista del PCI nutriva verso le forme di radicalismo extraparlamentare - i movimenti del '77, l'autonomia operaia - lontani dal PCI, corpi estranei alla sua tradizione culturale, e per questo era ripagato da critiche anche feroci. Percepiti come irrazionali e pericolosi, erano criminalizzati. Si detestavano insomma reciprocamente alla stregua di nemici. Solo un’esigua minoranza del partito berlingueriano, il Partito Radicale e una parte del PSI e della Sinistra Indipendente cercarono il dialogo. 

Salvatore sembra quasi una caricatura dell'autonomo visto dall'intellighenzia della sinistra istituzionale. Ma il meccanismo è più antico e più generale: il pensiero riformista-progressista tende a costruire la propria legittimità anche attraverso la delegittimazione del radicalismo. Non gli è sufficiente criticare il conservatorismo, ha bisogno di tracciare un confine ancora più netto verso il basso e alla sua sinistra, verso chi eccede i limiti del riformabile e del “buon senso”.

E per farlo ricorre sistematicamente alla criminalizzazione e alla caricatura: il radicale diventa fanatico, il ribelle diventa criminale, il pensiero ereticale diventa follia o violenza cieca. Il pattern si ripete nella storia con straordinaria costanza. Ogni volta si nega al dissenso radicale il diritto alla complessità e alla intelligibilità, il diritto, in sostanza, di essere preso sul serio. Ciò tra l’altro favorisce ancor più la radicalizzazione e l’irrazionalità: all'epoca verso il terrorismo, nei recenti anni dello stato d’eccezione, la deriva verso la reazione, il revanscismo, lo sciovinismo e il complottismo.

Questo atteggiamento rivela, in ultima analisi, una formazione tendenzialmente autoritaria di carattere razionalista, positivista e scientista. Il razionalismo di questa tradizione non è semplicemente fiducia nella ragione: è la convinzione che esista una ragione, un metodo corretto di analisi della realtà, un percorso progressivo e misurabile verso l'emancipazione. Chi esce da questo schema non è semplicemente in disaccordo, è irrazionale, e l'irrazionalità, per questa visione rigida, fideistica del mondo, è pericolosa per definizione. 

Guglielmo da Baskerville incarna esattamente questa razionalità ordinatrice. I dolciniani sono per lui, come per Eco, un residuo pre-razionale, qualcosa che la storia avrebbe dovuto superare ma che continua a riemergere minacciosamente. L'elemento autoritario sta proprio qui: non nella violenza esplicita, ma nella pretesa di stabilire chi ha diritto alla complessità e chi no. I moderati-progressisti si riconoscono tra loro attraverso la capacità di ragionare in modo articolato, sfumato, scientifico. 

Il radicale, il dissidente estremo, l'eretico - nella misura in cui eccede questo schema - viene automaticamente declassato a oggetto di studio o di commiserazione, mai elevato a soggetto di pensiero autonomo e legittimo. È una forma di autoritarismo tanto più insidiosa perché si presenta come il contrario di se stessa: quell’apertura mentale, quel rigore intellettuale, quel rifiuto del dogma, che vengono continuamente esposti, sono nei fatti negati. Ma il dogma c'è: è semplicemente il dogma della ragione riformista come unica ragione ammissibile. Una vera e propria, insanabile contraddizione.

Va detto tuttavia, per amore della complessità, che cerco sempre di tenere presente, che la mia critica non equivale a una difesa indiscriminata e oltranza del radicalismo. Eco non aveva torto nel riconoscere che l'irrazionalismo, il fanatismo e le semplificazioni polarizzanti - quelle che negano la realtà fattuale e riducono il mondo a uno scontro manicheo tra puri e impuri - rappresentano pericoli reali, che la storia ha abbondantemente confermato. La mia intenzione non è affatto quella di voler giustificare il dolciniano o l'autonomo, ma quella del rifiuto della demonizzazione è della criminalizzazione di certe espressioni che hanno avuto uno spessore tale da non poter essere liquidate sbrigativamente. Di una ne ho fatto anche esperienza diretta personale, nel bene e nel male.

Il problema non è dunque il giudizio in sé, ma il metodo: anziché distinguere caso per caso, anziché chiedersi quali ragioni concrete possono stare dietro a una rivolta o a un dissenso, Eco, nel caso dei dolciniani, ha applicato una categoria genericamente onnicomprensiva - l'eccesso, l'irrazionale, il pre-moderno - che finisce per mettere sullo stesso piano cose profondamente diverse, e, ciò che è più importante la rinuncia a comprenderne veramente le motivazioni. È la semplificazione di tutto ciò che esce dalla norma, il rifiuto di misurarsi con la complessità del dissenso radicale, che costituisce il limite vero di questa visione del mondo. 

Riconoscere tutto ciò non sminuisce il valore del romanzo. Al contrario, arricchisce la lettura: i grandi testi portano sempre contraddizioni, i segni del loro tempo; e proprio quando fingono di parlare di un'epoca lontana, rivelano, con maggiore franchezza, non solo le ansie e le certezze del momento in cui sono stati scritti, ma anche una proiezione a prescindere dal contesto storico. Oggi, come ieri. Questo è il valore universale della grande letteratura.


lunedì 1 giugno 2026

FRA DOLCINO E MARGHERITA, MARTIRI ERETICI


1° GIUGNO 1307 FRA DOLCINO E MARGHERITA, MARTIRI ERETICI

La vicenda di Fra Dolcino e di Margherita da Trento, conosciuta anche come Margherita la Bella o Margherita Boninsegna, rappresenta il culmine di un movimento religioso che aveva osato sfidare apertamente un blocco di potere composito: la Chiesa fornì la legittimazione teologica e giuridica, ma l'esecuzione materiale dell'assedio al Monte Rubello fu affidata al vescovo di Vercelli Raniero Avogadro, che guidò la crociata ordinata da Papa Clemente V, in stretta collaborazione con i Comuni padani e la nobiltà locale, che avevano ragioni tutt'altro che spirituali per voler liquidare gli apostolici.

Dolcino e i suoi rappresentavano una minaccia per l'ordine sociale nel senso più concreto: contadini e subalterni che rifiutavano i vincoli feudali e signorili, che praticavano una forma di vita comunitaria sottratta al controllo delle istituzioni, che si muovevano armati per le valli compiendo razzie contro i possedimenti nobiliari e monastici. Il potere temporale - laico, comunale, signorile - aveva dunque un interesse diretto e autonomo nella loro eliminazione, indipendente dalle preoccupazioni dottrinali della gerarchia ecclesiastica.

È precisamente questo intreccio tra potere ecclesiastico e potere feudale che rende la vicenda storicamente significativa al di là della mera eresia religiosa, e che giustifica una lettura in chiave di conflitto sociale. Non era solo uno scontro teologico, era la risposta violenta di un intero sistema di potere a chi ne metteva in discussione i fondamenti materiali.

Fra Dolcino era il carismatico leader del movimento degli Apostolici, fondato originariamente da Gherardo Segarelli. Il movimento predicava l'ideale della povertà assoluta, il rifiuto della ricchezza della Chiesa, la comunione dei beni e l'imminente fine dei tempi (influenzato dalle teorie millenaristiche di Gioacchino da Fiore). A differenza di altri movimenti pauperistici, i dolciniani non esitarono a impugnare le armi per difendersi, asserragliandosi sulle montagne tra la Valsesia e il Biellese.

Sostenendo che ogni bene appartenesse alla comunità, l'espropriazione dei beni della Chiesa corrotta o dei ricchi signori locali era considerata un atto legittimo di giustizia divina. Ma solo quando la comunità dolciniana rimase completamente isolata, senza la possibilità di coltivare la terra o commerciare, e stretta dal gelo invernale, la fame divenne totale, le scorribande nei borghi della pianura e della valle divennero l'unico modo per non morire di inedia.

Margherita, originaria di Trento, era la compagna di Dolcino. Descritta dalle cronache dell'epoca come una donna di straordinaria bellezza, condivise con Dolcino la guida spirituale e militare del movimento, diventando un simbolo di emancipazione femminile ante litteram in un'epoca che vedeva le donne relegate a ruoli marginali. Dopo un lunghissimo ed estenuante assedio sul Monte Rubello, decimati dalla fame e dal freddo, Dolcino, Margherita e gli ultimi fedeli rimasti furono catturati nel marzo del 1307. 

Dante, a tal proposito, cita Dolcino nel canto XXIII dell'Inferno. Per bocca di Maometto, l'Alighieri lancia un avvertimento profetico a Dolcino di provvedere a fare scorte di cibo per non essere sconfitto dalla neve, destino che poi effettivamente si compì. La profezia però era un mero espediente narrativo post eventum, dato che, anche se il viaggio nell’Inferno è ambientato nel 1300 - l’anno del primo Giubileo della storia, indetto da Bonifacio VIII - la cantica viene completata nel 1308-1309, quando ormai tali fatti erano accaduti.

Tra gli ultimi giorni di maggio e il 1° giugno del 1307 si compì l'atto finale. Margherita fu giustiziata per prima sulle rive del torrente Cervo. Nonostante le fosse stata promessa la grazia in cambio del pentimento e dell'abiura, rifiutò categoricamente, affrontando il rogo con dignità. Dolcino fu caricato su un carro e portato in giro per le vie di Vercelli. Durante il percorso, i carnefici lo torturarono pubblicamente con tenaglie arroventate, strappandogli le carni. Le cronache raccontano che l'uomo sopportò lo strazio in totale silenzio, senza emettere un lamento. Infine, fu condotto al rogo e arso vivo.

La figura di Fra Dolcino ha attraversato i secoli, trasformandosi da eretico pericoloso a simbolo di ribellione contro l'oppressione: il movimento operaio e la storiografia laica hanno ampiamente rivalutato la sua figura, vedendo in lui e in Margherita dei pionieri della lotta di classe e dell'eguaglianza sociale. Esiste infatti un filo rosso che lega l'esperienza del grande eresiarca alla Val Sesia. Anzi, radica la sua esperienza in modo talmente indelebile nell'immaginario di quelle popolazioni, da resistere all'opera di mistificazione e distruzione, da parte del potere costituito, per arrivare agli albori delle lotte operaie ottocentesche. Molte delle quali assunsero proprio Dolcino come esempio di emancipazione.

Il simbolo più tangibile di questo legame fu un obelisco in pietra alto circa dodici metri ed eretto sul Monte Rubello nel Biellese, il luogo dell'ultimo assedio dolciniano. Il monumento voleva essere una sfida aperta alla Chiesa e alle classi dominanti. All'inaugurazione, nel 1907, parteciparono più di diecimila persone, in gran parte operai tessili della zona, anarchici e anticlericali. Il monumento divenne un luogo di pellegrinaggio laico e sovversivo, tanto che nel 1927 il regime fascista lo fece abbattere con la dinamite, vedendolo come un pericoloso simbolo di ribellione proletaria e anarchica. Fu poi ricostruito in forme diverse (una stele) nel 1974.

Fra Dolcino è stato innanzitutto un leader religioso, che però ha legato la sua scelta, la sua airesis, ad un coerente agire che lo ha portato inevitabilmente, da mistico, a delle scelte politiche chiare, irreversibili e fatali. In questo senso anche il sacrificio assume un valore unico e difficilmente rapportabile a quello di altri eresiarchi. Ogni grande perdente della Storia, che abbia saputo sciogliere il suo sacrificio nell'ansia di trasformazione, ha donato il suo corpo e la sua anima al compiersi di un destino inevitabile.

Nel Medioevo occidentale il cristianesimo non era semplicemente la religione dominante, era l'orizzonte totale del pensabile. Non esisteva uno spazio concettuale esterno ad esso da cui formulare una critica sociale in termini laici o materialisti. Chiunque volesse contestare l'ordine costituito lo faceva necessariamente all'interno del linguaggio teologico, utilizzando le sue categorie, le sue scritture, le sue profezie. La povertà evangelica, il ritorno alla Chiesa delle origini, l'attesa escatologica, la terza età dello Spirito, erano questi gli unici strumenti disponibili.

In questo senso Dolcino non scelse il linguaggio religioso come tattica o come maschera: era il solo linguaggio in cui poteva pensare e agire. La sua critica alla proprietà era genuinamente teologica, non proto-marxista. Ma questo non significa che non esprimesse anche un conflitto sociale reale, una rivolta di subalterni contro un ordine che li opprimeva materialmente. La generazione, a cavallo tra XIX e XX secolo, di socialisti e anarchici di quelle zone, cercava radici storiche, una genealogia della ribellione, prove che la lotta contro il potere avesse una continuità attraverso i secoli. Il riferimento simbolico a Dolcino era quindi giustificabile.

La parabola esistenziale di Dolcino coincide, infatti, con uno dei punti più significativi toccati dai movimenti ereticali medievali. Il suo essere un "folle di Dio", radicato nelle coscienze e nelle esistenze delle masse popolari, lo ha portato ad una consapevolezza individuale notevole, tale da renderlo intellettuale organico al popolo stesso. Questa consapevolezza si esplicava attraverso un carisma non fine a se stesso e che si rifletteva nella volontà di liberazione ed emancipazione, corpo unico davanti a Dio, corpo unico davanti alla coscienza collettiva, senza alcuna mediazione di potere.

Tuttavia, la sua esperienza ha anche un aspetto “negativo”: quello di portare alle estreme conseguenze, forse inevitabili dato il contesto sociale, il radicalismo ideologico e religioso, che può volgersi contro se stesso, non conoscendo né mediazione, né strategia. È molto probabile che Dolcino non avrebbe potuto essere nient’altro, e che avesse contezza di quello a cui andava incontro: un sacrificio di autodistruzione certa, ma che rimanesse come esempio nella memoria collettiva.

[Nell'immagine: “La cattura di Margherita e fra Dolcino”, affresco di Antonio Ciancia da Caprile (1867)]


domenica 31 maggio 2026

I NUOVI INQUISITORI. SULL'IMPIANTO CULTURALE TOTALITARIO DEI MOVIMENTI IDENTITARI CONTEMPORANEI


I NUOVI INQUISITORI. SULL'IMPIANTO CULTURALE TOTALITARIO DEI MOVIMENTI IDENTITARI CONTEMPORANEI

«Ciascun movimento di massa genera nei propri seguaci una disponibilità alla morte e una propensione all’azione unitaria; ciascuno di essi coltiva – indipendentemente dalla dottrina che predica e dal programma che delinea – fanatismo, speranze ferventi, odio e intolleranza; ciascuno è capace di innescare un potente flusso di attività in particolari ambiti dell’esistenza; ciascuno esige una fede cieca e una lealtà incondizionata.»

Eric Hoffer, “Il vero credente. Sulla natura del fanatismo di massa” (1951)

«I patiboli appaiono come altari della religione e dell’ingiustizia. La nuova fede non li può tollerare. Ma viene il momento che la fede, divenuta dogmatica, erige i propri altari ed esige adorazione incondizionata. Allora ricompaiono i patiboli e nonostante gli altari, la libertà, i giuramenti e le feste della Ragione, le messe della nuova fede, si dovranno celebrare nel sangue.»

Albert Camus, “L'uomo in rivolta” (1951)

La storia del pensiero politico comprende delle figure ricorrenti, che si ripresentano sotto spoglie diverse attraverso le epoche: quella di soggetti politici che, conquistato il proprio spazio di potere, riproducono esattamente le strutture di dominio contro cui si erano opposti. Si tratta in sostanza di movimenti che pretendono di cambiare il sistema egemone esistente attraverso la sostituzione del suo contenuto, lasciando inalterato il meccanismo autoritario che lo sorregge, se non addirittura peggiorandone le forme.

È questa la matrice profonda di ciò che oggi si manifesta, con crescente evidenza, nei gruppi identitari che popolano tanto molte espressioni della sinistra, quanto certe declinazioni della destra, compreso anche il cosiddetto dissenso trasversale alle prime due tendenze: movimenti che esigono adesione pressoché totale al proprio catechismo, sanzionano la devianza con la scomunica e la gogna pubblica, e si presentano nel contempo come espressione autentica di liberazione. Abbiamo avuto un esempio del suo modus operandi in questi giorni con la "shitstorm" che ha colpito due artisti famosi. Tale logica pretenderebbe infatti che artisti e intellettuali fossero dei chierici, non solo soggetti che si esprimono - anche criticamente - attraverso la loro produzione. 

L'osservazione diretta - quella che si può fare frequentando queste realtà nella vita concreta, al di là delle autorappresentazioni propagandistiche - rivela dinamiche di relazione che non lasciano spazio a equivoci. Il militante identitario tipo non tollera l'interlocutore che ragiona con autonomia critica. Chiunque manifesti riserve argomentate, distinzioni concettuali, si permetta il lusso intellettuale del dubbio, viene immediatamente collocato nelle uniche categorie disponibili per chi non aderisce: quelle del nemico, del traditore o del complice. Ho avuto occasione già di ricordarlo in altre occasioni. Tuttavia, c’è anche dell’altro.

Sarebbe un errore interpretare questo fenomeno come patologia marginale o eccezionale degenerazione. Esso è, al contrario, la manifestazione di una tendenza strutturale. La ragione profonda di questo fenomeno, più che psicologica, è sociologica: i movimenti si formano in risposta a una condizione percepita di esclusione od oppressione, e la maggior parte delle persone che vi aderiscono ritengono che la loro coesione dipenda dal mantenimento di un confine netto tra “dentro e fuori”, tra “noi e loro”. Quando il movimento cresce o si trasforma, questo confine deve essere costantemente ridefinito e sorvegliato, e questa sorveglianza genera spesso una gerarchia interna di legittimità e autenticità, che va ad aggravare il livello di intolleranza.

Ciò che distingue però i movimenti identitari contemporanei dalle precedenti declinazioni storiche dello stesso fenomeno è la sofisticazione del dispositivo ideologico con cui l'autoritarismo viene non solo mascherato, ma attivamente riconvertito e presentato come virtù. Il totalitarismo classico - quello dei regimi novecenteschi - imponeva la conformità attraverso la violenza fisica e la censura esplicita, e almeno in questo era intellettualmente onesto: non pretendeva di essere libertà mentre esercitava la coercizione. Le strutture di controllo e di repressione del dissenso erano formalizzate chiaramente.

I nuovi movimenti identitari hanno invece elaborato un lessico in cui l'atto stesso di imporre la conformità viene costantemente mistificato e ridefinito, conferendogli “legittimità democratica". Hanno cioè compiuto l'operazione che George Orwell aveva profeticamente identificato come il nucleo del totalitarismo maturo: la distruzione del linguaggio come strumento di pensiero critico, la sua riduzione a strumento di capovolgimento di senso, di controllo ontologico totale, di appartenenza e identificazione tribale. L'aspetto inquietante è che i movimenti identitari contemporanei, che si presentano come superamento delle logiche oppressive e delle violenze strutturali, le riproducono invece con una fedeltà quasi caricaturale.

Il catechismo identitario contemporaneo ha alcune caratteristiche che vale la pena enumerare. In primo luogo, esso è fondamentalmente non falsificabile: essendo costruito intorno a categorie esperienziali e identitarie rigide piuttosto che argomentative, non esiste confutazione possibile. Chi non appartiene all'identità non ha alcuna legittimità per parlare; chi vi appartiene e dissente è un traditore oppure è vittima di falsa coscienza. Il cerchio si chiude perfettamente nella misura del suo carattere totalitario. 

In secondo luogo, il catechismo è in costante espansione: le sue norme si moltiplicano nel tempo, e la fedeltà dimostrata ieri non garantisce l'ortodossia di oggi. Questa instabilità non è un difetto del sistema, ma una sua funzione: mantiene la comunità in uno stato di vigilanza permanente, rende tutti potenzialmente esposti all'accusa di devianza.

In terzo luogo, il catechismo identitario non è mai soggetto a verifica empirica perché si situa in un registro morale assoluto. Non si discute di fatti, di evidenze, di conseguenze verificabili delle politiche proposte: si discute di purezza, di intenzioni, di segnali di appartenenza. È la logica della parola d'ordine come atto distintivo, non una logica epistemica ma una logica di riconoscimento autoreferenziale.

Le dinamiche di potere che ne conseguono sono visibili a chiunque frequenti questi ambienti senza le lenti deformanti dell'appartenenza. L’egemonia culturale viene espressa da quelle narrazioni che controllano la definizione della linea politica e dell'ortodossia. Di conseguenza, il potere di scomunica è il vero capitale sociale dell’avanguardia militante identitaria, ed è un potere che si esercita tanto più efficacemente quanto più la comunità è coesa e quanto più la gogna è percepita come minaccia reale. 

La struttura è esattamente quella che Michel Foucault ha analizzato nei dispositivi disciplinari: non si tratta solo di repressione diretta, ma di produzione di soggetti che si autocensurano, che interiorizzano la norma prima ancora che venga imposta, che imparano a sorvegliare se stessi con gli occhi dei giudici della comunità. Il panopticon ideologico funziona quando non c'è bisogno di guardiani visibili perché ciascuno è guardiano di se stesso e degli altri. È sorveglianza orizzontale che crea l’illusione della democrazia e rende superflui i tradizionali strumenti coercitivi e la violenza fisica.

La scomunica e la gogna mediatica - i due strumenti punitivi preferiti dai movimenti identitari contemporanei - hanno una funzione che non è principalmente quella di correggere il deviante, ma quella di rafforzare la coesione del gruppo attraverso il sacrificio del capro espiatorio. Il gruppo si compatta nell'atto di escludere e punire il trasgressore, e ciò produce il senso di purezza comunitaria necessario al consolidamento del gruppo. Il catechismo punta a stimolare il senso di colpa e a condannare all'isolamento. Due dinamiche utili anche al potenziamento del bias cognitivo collettivo.

Una riflessione onesta su questi fenomeni impone però di non cadere nella trappola simmetrica: il fatto che i movimenti identitari abbiano caratteri autoritari non significa che le istanze che portano avanti siano sempre infondate, né che le ingiustizie contro cui si battono siano immaginarie. Le oppressioni reali producono risposte reali, e non è sorprendente che tali risposte portino spesso il segno delle patologie culturali dell'ambiente in cui si formano. 

Ciò che è però necessario denunciare con chiarezza è la mistificazione: il presentarsi come liberazione di ciò che è strutturalmente coercizione, il rivendicare il monopolio dell'emancipazione da parte di chi pratica l'inquisizione, il confondere la purezza del catechismo con la giustizia dei fini. Questa mistificazione non è un dettaglio secondario o una cattiva comunicazione: è il meccanismo centrale attraverso cui il potere si riproduce travestito da contestazione.

La tradizione del pensiero critico ha sempre saputo distinguere tra la critica delle condizioni di oppressione e la sacralizzazione di tale critica. Molti intellettuali di sinistra avevano capito, già negli anni Venti del XX secolo, che la burocrazia di partito non era strutturalmente diversa dalla burocrazia capitalistica, e che l'emancipazione non poteva venire da un sostituto dell'autorità ma da una trasformazione reale dei rapporti di potere.  

Albert Camus, nel “L'uomo in rivolta", aveva mostrato come la rivolta autentica contenga in sé un principio di limite - il rifiuto di diventare ciò contro cui si combatte - e come l'abbandono di questo principio produca inevitabilmente il terrore. Certe voci scomode, che la tradizione del ribellismo identitario tende a ignorare o a distorcere in chiave di conferma, rimangono le bussole più affidabili per chi voglia praticare la differenza tra liberazione autentica e la sua versione travestita da dispotismo.

Il problema, naturalmente, è che questa distinzione richiede esattamente ciò che il catechismo identitario non può tollerare: la capacità di ragionare in modo indipendente, di valutare le proprie posizioni con gli stessi strumenti critici applicati a quelle altrui, di accettare che la complessità del reale non si faccia ridurre a una divisione manichea tra puri e impuri. Richiede, in una parola, quella libertà intellettuale che è la prima vittima di ogni totalitarismo, compresi quelli che si presentano nelle vesti più seducenti della liberazione, dell’inclusione e della cura.


venerdì 29 maggio 2026

30 MAGGIO 1943 JOSEF MENGELE ARRIVA AD AUSCHWITZ: LA SCIENZA COME STRUMENTO DELLO STERMINIO


30 MAGGIO 1943 JOSEF MENGELE ARRIVA AD AUSCHWITZ: LA SCIENZA COME STRUMENTO DELLO STERMINIO

«A volte Mengele uccideva i gemelli semplicemente per risolvere una discussione su una diagnosi. Il dottor Abraham C., un radiologo che lavorò per Mengele, mi descrisse una situazione del genere, concernente «due splendidi bambini di sette o otto anni, che stavamo studiando sotto ogni aspetto, dal punto di vista delle sedici o diciotto specialità separate che rappresentavamo». I due bambini presentavano certi sintomi comuni che, secondo una convinzione del tempo, potevano essere associati alla tubercolosi. Mengele era convinto che i bambini fossero tubercolotici, ma i vari medici prigionieri, dopo uno studio clinico accurato, non trovarono alcuna traccia di tale malattia. Non ancora convinto, Mengele gridò ai medici prigionieri, e specialmente al dottor C.: «Tutti gli altri possono sbagliare, non il radiologo... Deve esserci». Poi Mengele se ne andò ordinando a C. di rimanere, e tornò dopo circa un’ora, questa volta parlando con calma: «Aveva ragione lei. Non c’era niente». Dopo un po’ di silenzio, Mengele aggiunse: «Sì, li ho sezionati». In seguito C. venne a sapere da Nyiszli che Mengele aveva sparato ai due ragazzi nel collo e che aveva «cominciato a esaminarli mentre erano ancora caldi: prima i polmoni, poi ciascun organo [facendo] da sé una parte del lavoro». I due bambini erano stati dei beniamini di tutti i medici, compreso Mengele: «Venivano trattati molto bene, viziati sotto ogni aspetto... Specialmente questi due... esercitavano un fascino considerevole su di lui».»

Robert Jay Lifting, “I medici nazisti”

Il 30 maggio 1943 Josef Mengele giunse ad Auschwitz-Birkenau con il grado di SS-Hauptsturmführer e assunse le funzioni di ufficiale medico del campo, destinato in seguito a diventarne il più tristemente celebre tra i medici del lager. Non era un personaggio qualunque nemmeno prima di quella data: aveva conseguito una doppia laurea, in filosofia e in medicina, aveva studiato con il professor Otmar von Verschuer, uno dei più autorevoli esponenti dell'eugenetica tedesca, e aveva già pubblicato lavori di antropologia razziale che si inscrivevano perfettamente nell'orizzonte ideologico del nazionalsocialismo. Auschwitz fu per lui una straordinaria opportunità scientifica.

Il ruolo che Mengele incarnò nel sistema concentrazionario non si esauriva nella funzione amministrativa di capo medico. Era presente alle rampe di selezione - spesso di propria iniziativa, ben oltre i turni di servizio obbligatori - dove decideva chi sarebbe entrato nel campo e chi sarebbe stato condotto direttamente alle camere a gas, con un gesto della mano, un cenno del pollice verso destra o verso sinistra, guardava corpi e facce solo un paio di secondi [e diceva]: ...“Links [a sinistra]..., Rechts [a destra], Links, Rechts”. I testimoni sopravvissuti lo ricordano con dettagli che si sono impressi nella memoria collettiva come simboli dell'orrore burocratico: elegante nella divisa, talvolta canticchiante, apparentemente calmo, privo di qualunque segno visibile di turbamento emotivo. 

Hannah Arendt aveva coniato l'espressione "banalità del male" pensando ad Eichmann, ma la figura di Mengele appartiene ad un’altra categoria: in lui non vi era la piatta mediocrità del burocrate, bensì una forma di ferocia intellettualmente motivata, la mostruosa curiosità dello sperimentatore, del freddo e cinico scientista, un coinvolgimento attivo e persino entusiastico che rende il suo caso più inquietante. Gli esperimenti condotti da Mengele sui prigionieri costituiscono uno dei capitoli più oscuri dell'intera storia della medicina e dell’umanità. Si concentrò in modo particolare sui gemelli - ne aveva raccolti nel campo alcune centinaia - convinto che il loro studio potesse fornire le chiavi per comprendere i meccanismi dell'ereditarietà e, di conseguenza, per accelerare la riproduzione dei tratti considerati "ariani" nella popolazione tedesca. 

I bambini venivano misurati, fotografati, sottoposti a prelievi di sangue e midollo osseo, inoculati con agenti patogeni, operati senza anestesia. Quando morivano, deliberatamente uccisi, i loro corpi venivano sottoposti ad autopsia comparativa. Altri esperimenti riguardavano persone affette da nanismo, individui con eterocromia oculare, donne rom. I referti e i campioni biologici venivano inviati regolarmente all'istituto del professor von Verschuer a Berlino, che continuò a riceverli senza sollevare obiezioni, a riprova che il crimine di Auschwitz non fu il delirio isolato di un singolo, ma si inseriva in una rete istituzionale di complicità accademica.

Mengele non era solo un sadico nel senso clinico elementare del termine. Era un uomo convinto, con la tranquilla solidità del fanatico razionalizzante, che il proprio lavoro contribuisse al progresso della scienza e alla missione storica della razza germanica. L'ideologia razzista del nazismo non fu per lui un pretesto, era il nucleo costitutivo del suo universo intellettuale, la premessa da cui discendevano tutti i ragionamenti successivi. 

Non viveva il suo lavoro ad Auschwitz con senso di colpa o crisi di coscienza, perché il suo "Sé di Auschwitz" aveva completamente interiorizzato la logica nazista. Mentre altri medici soffrivano psicologicamente il turno sulla rampa (spesso ubriacandosi per sopportarlo), Mengele vi si dedicava con entusiasmo e assoluta compostezza. Per lui, la rampa non era un luogo di esecuzione, ma un laboratorio a cielo aperto dove esercitare il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte in nome della genetica.

L'aspetto più agghiacciante evidenziato da Lifton è la coesistenza di crudeltà e apparente calore umano: Mengele si faceva chiamare "Zio" (Onkel) dai bambini, portava loro dei dolci, giocava con loro e si assicurava che fossero nutriti meglio degli altri prigionieri. Poi, il giorno successivo, poteva ordinarne l'uccisione immediata tramite iniezione di fenolo al cuore per poterne eseguire l'autopsia.

Era un uomo affetto da un narcisismo maligno estremo, cercava la gloria accademica. Auschwitz gli offriva una libertà di sperimentazione che nessun medico aveva mai avuto nella storia: materiale umano illimitato e nessuna barriera etica. Questo rende il suo caso particolarmente utile per riflettere sul pericolo che si annida in certe forme di sapere quando vengono poste al servizio di una visione del mondo che ha già espunto dal proprio orizzonte l'umanità e l'empatia.

Dopo il crollo del Terzo Reich, Mengele riuscì a fuggire in Sudamerica - in Argentina prima, poi in Paraguay e in Brasile, grazie una rete occulta e quasi leggendaria, ancora oggi avvolta nel mistero, rispondente al nome di ODESSA (acronimo tedesco di Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen, "Organizzazione degli ex membri delle SS") - che fece fuggire, tra gli altri, anche Eichmann - e con l'aiuto di complicità che non sono state interamente chiarite. Visse per decenni sotto falsa identità, braccato ma mai catturato. Morì annegato nel 1979 a Bertioga, in Brasile, probabilmente a seguito di un ictus mentre nuotava. La sua identità fu confermata solo nel 1985, quando le autorità brasiliane fecero esumare i resti. 

Il caso Mengele rimane uno dei nodi della riflessione sul male storico del Novecento. Riguarda la medicina, la scienza, il diritto, la filosofia morale. Riguarda soprattutto quella zona pericolosa in cui la competenza tecnica si separa dall'etica e diventa strumento docile nelle mani del potere, dell'ideologia e di interessi economici. Ne abbiamo avuto un esempio in forma ridotta, neanche lontanamente comparabile, ma ugualmente eclatante nelle dinamiche, con lo stato d’eccezione pandemico. A riprova che il totalitarismo vive ben mascherato anche nelle pieghe della vita quotidiana all'interno delle cosiddette democrazie.

LA CURIOSA OSSESSIONE SUL MITO ANTIGIUDAICO DEI KHAZARI


LA CURIOSA OSSESSIONE SUL MITO ANTIGIUDAICO DEI KHAZARI

«…la mia percezione, la mia esperienza formativa, mi dicono che nel conflitto fra ebrei israeliani e arabi palestinesi non ci sono “buoni” e “cattivi”. C’è una tragedia: il contrasto fra un diritto e l’altro.»

Amos Oz

Il mito secondo cui gli ebrei ashkenaziti non sarebbero "veri ebrei", ma piuttosto i discendenti di una popolazione turco-mongola medievale convertita (i Khazari), è una delle teorie del complotto più persistenti e diffuse, che si presta anche a facili e prosaiche ironie. Nonostante sia stata smentita categoricamente dalla storia, dalla linguistica e dalla genetica moderna, continua a circolare in rete.

I Khazari erano una confederazione di popoli turchi semi-nomadi che fondarono un vasto impero commerciale nel Caucaso e nelle steppe russa-ucraine tra il VII e il X secolo. È storicamente accertato che il re khazaro e parte della classe dirigente si convertirono al giudaismo intorno all'VIII o IX secolo. La teoria sostiene che questo popolo si sia convertito in massa e che, dopo il crollo del loro regno, sia migrato in Europa orientale, dando vita agli ebrei ashkenaziti. Di conseguenza, gli ashkenaziti non avrebbero alcun legame di sangue con la terra d'Israele.

Questa teoria è stata ampiamente strumentalizzata per motivi antisemiti e per motivi politici (per delegittimare il sionismo e il diritto degli ebrei ashkenaziti a un legame storico con il Medio Oriente). Il punto di riferimento è il saggio “The Thirteenth Tribe” (1976) di Arthur Koestler, lui stesso ebreo ashkenazita. Koestler era mosso però da un paradossale intento umanistico: voleva togliere terreno all'antisemitismo razziale dimostrando che "gli ebrei" non erano una razza omogenea. Il risultato fu opposto: offrì argomenti a chi voleva negare il legame storico tra il popolo ebraico e la terra d'Israele.

È un clamoroso esempio di "eterogenesi dei fini": elaborare una teoria con un'intenzione e ottenere il risultato diametralmente opposto. Koestler, intellettuale ungherese di straordinaria intelligenza, ma non uno storico di professione, era colpito comprensibilmente dal trauma della Shoah. La sua logica era questa: l'antisemitismo europeo moderno si basa sul concetto di razza.

Se dimostro che la maggior parte degli ebrei europei (gli ashkenaziti) in realtà non ha legami biologici con gli antichi israeliti, ma discende da una tribù turca (i Khazari), allora il fondamento del razzismo nazista e biologico crolla, perché non esiste una "razza ebraica" da perseguitare. Nelle sue intenzioni, il libro doveva essere un'arma definitiva contro il razzismo: voleva "disinnescare" l'antisemitismo svuotando il concetto di ebreo come entità biologica separata.

Koestler non previde che la variegata galassia dei teorici del complotto avrebbe ignorato il suo intento umanista per usarlo come clava politica. Diversi Stati arabi dell'epoca - così come storici revisionisti e attivisti anti-Israele - accolsero il libro con entusiasmo. L'argomentazione divenne: “Se gli ebrei israeliani di origine europea sono in realtà turchi del Caucaso, non hanno alcun legame storico, storico-religioso o ancestrale con la Palestina. 

Di conseguenza, lo Stato di Israele sarebbe solo un progetto coloniale europeo senza radici storiche nella terra di Abramo”. All'uscita del libro, la comunità scientifica e gli storici del giudaismo criticarono duramente Koestler, non solo per la debolezza delle sue tesi (basate su speculazioni linguistiche errate e fonti storiche frammentarie), ma anche perché capirono subito il pericolo politico.

I gruppi suprematisti bianchi e i neonazisti trovarono nel libro di Koestler una giustificazione pseudoscientifica per le loro teorie. Per loro, gli ashkenaziti divennero i "falsi ebrei" (spesso citando passi biblici distorti come l'Apocalisse 2:9 sulla "sinagoga di Satana di coloro che si dicono ebrei e non lo sono"), mentre i veri discendenti degli israeliti sarebbero stati, secondo le loro folli teorie, i popoli anglosassoni. Cristo stesso era ariano, non ebreo.

La lotta finale non è tra il bene e il male in senso spirituale astratto, ma è una guerra razziale tra la stirpe di Adamo (i bianchi cristiani) e la stirpe di Satana (gli ebrei), con i popoli di colore come strumento degli ebrei per contaminare e distruggere la razza bianca. Il "ZOG" — Zionist Occupational Government — sarebbe il governo mondiale occulto esercitato dagli ebrei sulle nazioni bianche cristiane.

L'ipotesi khazara non nacque con Koestler: era già stata avanzata nel XIX secolo da studiosi come Ernest Renan e, in forma più sistematica, da Abraham Elija Harkavi. Ma Koestler la rese popolare e - cosa decisiva - la rese politicamente fruibile.

Nel 2008, Shlomo Sand in “L'invenzione del popolo ebraico” riprese e radicalizzò la tesi, inserendola in una critica della legittimità storica del sionismo. Il libro ebbe un successo enorme, e diventò un testo di riferimento per chi cercava una negazione del legame tra ebraismo e territorio costruita non su argomenti razzisti ma su argomenti "storiografici".

Inoltre, la genetica molecolare degli ultimi trent'anni ha sostanzialmente seppellito l'ipotesi khazara. I risultati convergono con tale coerenza da non lasciare spazio a dubbi metodologicamente seri. Molti studi sistematici mostrano che gli ashkenaziti condividono un patrimonio genetico di base con le popolazioni mediorientali antiche, in particolare con altri gruppi ebraici (sefarditi, mizrahi, ebrei yemeniti, etiopi) e con popolazioni del Levante. Tali origini sono compatibili con la storia documentata delle comunità ebraiche del Reno e non con una discendenza khazara di massa.

Nel 2012 Eran Elhaik pubblicò uno studio (“Genome Biology and Evolution”) che sembrava rilanciare la tesi khazara. Fu immediatamente criticato da numerosi genetisti - tra cui David Reich, Marcus Feldman, Noah Rosenberg - per scelte metodologiche discutibili: la scelta dei "proxy" khazari, l'uso improprio di popolazioni moderne georgiane e armene come surrogati di un popolo medievale scomparso, e la mancata considerazione dell'effetto fondatore. Il consenso scientifico fu nullo.

È vero anche che gli ashkenaziti mostrano una significativa componente genetica di origine europea meridionale - in particolare italiana e greca -, risalente presumibilmente alle prime ondate migratorie di ebrei che si stabilirono nell'Impero Romano. Questo non smentisce la loro origine ebraica: semmai documenta secoli di insediamento in Europa con un limitato ma reale flusso genetico dalle popolazioni locali.

Indipendentemente dalla genetica, la storia documentata delle comunità ebraiche ashkenazite è ricostruibile con sufficiente dettaglio da non richiedere l'ipotesi khazara.

Comunità ebraiche sono attestate nella Valle del Reno e nel Nord Italia già in epoca romana e tardoantica. La progressiva migrazione verso est - verso la Polonia, la Lituania, l'Ucraina - avvenne nel corso del Medioevo, accelerata dalle persecuzioni nelle terre dell'Impero (massacri durante la Prima Crociata nel 1096, espulsioni successive). Le grandi comunità della Polonia-Lituania sono documentate a partire dal XII-XIII secolo e crescono progressivamente.

Il khaganato khazaro, invece, si dissolse nel X secolo, travolto dai Rus di Kiev (965 d.C.). Di una sopravvivenza organizzata di masse khazare convertite all'ebraismo non vi è traccia documentaria significativa. I pochissimi riferimenti a "ebrei khazari" nelle fonti medievali successive non indicano dimensioni demografiche tali da poter spiegare i milioni di ashkenaziti dell'Europa orientale. 

L'ipotesi khazara sulla provenienza di tre-quattro milioni di ebrei dell'Europa orientale alla vigilia dei pogrom del XIX secolo presuppone una sopravvivenza e un'espansione demografica da una popolazione scomparsa di cui non c'è traccia. La spiegazione più logica - e storicamente documentata - è la crescita naturale di comunità ebraiche giunte dall'ovest europeo nel corso di secoli.

Lo yiddish è una lingua germanica - derivata essenzialmente dall'alto tedesco medio - con un substrato ebraico-aramaico e un apporto lessicale slavo acquisito durante la migrazione verso est. Non ha nulla a che fare con le lingue turco-altaiche parlate dai Khazari. Se gli ashkenaziti fossero stati principalmente di origine khazara, ci aspetteremmo tracce sostanziali di una lingua turcica nella loro tradizione linguistica. Non ve n'è alcuna. 

Lo yiddish testimonia invece esattamente ciò che la storia documentata suggerisce: sono comunità di lingua tedesca che migrarono progressivamente verso est, portando con sé la propria lingua e acquisendo nel corso dei secoli elementi slavi. I testi, le liturgie e le pratiche religiose degli ashkenaziti derivano direttamente dalle accademie rabbiniche della Babilonia e della Palestina, trasmesse attraverso l'Italia e la Francia, non dal Caucaso. Koestler, dunque, non fece altro che dissotterrare una vecchia congettura accademica dell'Ottocento, ormai superata dalla storiografia degli anni '70, rivestendola di una retorica politica e provocatoria che ne decretò la sfortuna geopolitica.

L'ipotesi khazara, nella sua versione politicamente strumentalizzata, serve a produrre una conclusione: gli ashkenaziti non hanno alcun legame ancestrale con la terra d'Israele, dunque lo Stato d'Israele è fondato su una menzogna storica e su un'usurpazione perpetrata da "falsi ebrei" di origine europea. È un argomento che - curiosamente, ma non tanto - unisce l’antisemitismo (che vuole dimostrare che gli ebrei sono dei malvagi "impostori") e certi settori antisionisti (che vogliono delegittimare Israele sul piano storico-etnico).

Il problema logico fondamentale è che l'argomento, anche se fosse vero, non reggerebbe sul piano del diritto internazionale e della storia politica. Inoltre, il legame con la terra non è mai stato esclusivamente demografico. È stato liturgico, giuridico, culturale e linguistico in modo del tutto ininterrotto. Questo non è un argomento politico in senso stretto, ma è storicamente rilevante contro chi presenta il sionismo come una colonizzazione esogena senza radici. La tesi è comunque falsa anche nei suoi presupposti fattuali, il che la priva di ogni fondamento.

C'è poi un’enorme contraddizione: chi usa l'argomento khazaro per negare il legame degli ashkenaziti con Israele dovrebbe implicitamente concordare sul fatto che sefarditi e mizrahim - ebrei le cui radici mediorientali sono incontrovertibili - avrebbero invece un legame legittimo. Ma la legittimità non viene mai applicata selettivamente a questi ultimi. Il che rivela che la questione dell'origine etnica è un pretesto antisemita, non un argomento genuino.

Vi è infine un problema categoriale che attraversa l'intera questione. "Ebreo" non è un concetto puramente biologico o genetico: è insieme una categoria religiosa, culturale, giuridica (secondo l'halacha), e - in senso moderno - nazionale. Le conversioni all'ebraismo sono sempre esistite; i Khazari stessi, se si convertirono, erano ebrei nel senso religioso e comunitario del termine. Dunque anche ammettendo, per ipotesi, una discendenza khazara parziale degli ashkenaziti, ciò non li renderebbe "meno ebrei": li renderebbe discendenti di ebrei per conversione, esattamente come Ruth la moabita nella Bibbia.

Il teorema del "falso ebreo" presuppone una concezione dell'ebraismo rigidamente biologica e razziale, paradossalmente, ma anche qui non sorprendentemente, la stessa concezione che animava i persecutori degli ebrei. È una trappola concettuale che va evidenziata esplicitamente.

L'antisemitismo non ha bisogno di coerenza. Storicamente, ha attribuito agli ebrei accuse reciprocamente contraddittorie - troppo capitalisti e troppo comunisti, troppo cosmopoliti e troppo nazionalisti, troppo potenti e troppo inferiori. L'ipotesi khazara ne è un esempio perfetto: serviva a Koestler per togliere argomenti agli antisemiti razziali, ma gli antisemiti la rovesciarono immediatamente in uno strumento per negare il legame storico degli ebrei con Israele. Lo stesso "materiale" funzionò in entrambe le direzioni perché l'antisemitismo non è un sistema di idee coerente: è un'ostilità in cerca di razionalizzazione, che adotta o scarta qualsiasi tesi in base all'utilità contingente.

Alcune fonti online:

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25079123/

https://rosenberglab.stanford.edu/papers/BeharEtAl2013-HumBiol.pdf

https://www.biorxiv.org/content/10.1101/001354.full.pdf

https://en.wikipedia.org/wiki/Khazar_hypothesis_of_Ashkenazi_ancestry

https://en.wikipedia.org/wiki/Genetic_studies_of_Jews

https://israelinstitute.nz/2025/12/khazar-hypothesis-revisited-what-we-know-what-we-dont-and-why-the-debate-matters/

https://www.thepensivequill.com/2025/06/the-khazar-theory-valid-scholarly.html

https://honestreporting.com/todays-jews-are-descendants-of-khazar-converts-viable-theory-or-junk-science/

https://www.nature.com/articles/ncomms3543?hl=it-IT

https://hms.harvard.edu/news/ancient-dna-provides-new-insights-ashkenazi-jewish-history?hl=it-IT

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