Dal postfascismo degli anni Settanta all’area del dissenso anti-globalista e anti-sistemaPREMESSA
È stato sicuramente utile, per me, aver attraversato in prima persona certe esperienze e compiuto determinati percorsi, per poterli davvero conoscere, comprendere e infine criticare. Ciò è accaduto dapprima con l’area della sinistra antagonista (alla quale probabilmente dedicherò un approfondimento a parte) e successivamente con la cosiddetta area del dissenso anti-sistema, sorta e diffusasi soprattutto nel corso dell’ultimo decennio: prima come opposizione all’UE e poi come critica allo stato d’eccezione pandemico. Il loro comune denominatore — assai più consistente di quanto fino a pochi anni fa immaginassi — si è rivelato essere una marcata tendenza all’autoritarismo, presente in entrambe le aree.
Su quest’ultima ho preso un abbaglio forse ancora maggiore, perché è arrivato dopo, quando avrei dovuto essere ormai esente da illusioni, data l’età e l’esperienza. Ho proiettato aspettative e letture che si sono rivelate infondate, soprattutto dopo la fase dell’emergenza pandemica, con la successiva deriva tradizionalista e l’irruzione della geopolitica sulla scena. Elementi che oggi mi inducono a dubitare dell’autenticità di molte intenzioni dichiarate e a sospettare che, almeno per una parte degli attori coinvolti, quel percorso abbia finito per funzionare — consapevolmente o meno — come un dispositivo di canalizzazione e neutralizzazione del dissenso, più che come un reale progetto emancipativo.
Questa analisi di una parte della storia politica, senz’altro parziale e bisognosa di ulteriori sviluppi e approfondimenti, non ha alcuna pretesa di esaustività. Partendo da lontano, con una ricostruzione storica e una revisione critica ex post, condotta da una prospettiva particolare e fortemente personale, la mia intenzione è semplicemente quella di offrire spunti e un contributo critico e autocritico — anche severo — su esperienze e percorsi che, dal mio punto di vista, a un certo punto hanno imboccato direzioni molto distanti dalla critica radicale e libertaria delle società e dei sistemi di controllo sociale. Un’occasione perduta, insomma. Questo testo non intende, quindi, proporre una genealogia definitiva né una classificazione rigida. Le categorie utilizzate sono strumenti interpretativi, non etichette identitarie. Mi assumo tuttavia le mie responsabilità e riconosco apertamente gli errori di valutazione e di analisi politica compiuti in passato.
IL POSTFASCISMO DEGLI ANNI SETTANTA
Sviluppatasi nella seconda metà degli anni Settanta, venne emergendo una galassia di gruppi e gruppuscoli, tra i quali spiccava in modo originale l’organizzazione politica Terza Posizione: un’area proveniente dall’estrema destra che si proponeva di superare la dicotomia istituzionale destra/sinistra. Né con la destra borghese e atlantista dell’MSI di Almirante, né con la sinistra comunista e marxista. Chi ha la mia età dovrebbe ricordarlo. TP, che rispetto ad altri gruppi analoghi poteva vantare una maggiore preparazione politica, nacque nel 1978 dall’evoluzione di Lotta Studentesca.
Dietro la facciata del trasversalismo ideologico, il messaggio complessivo di quest’area riproponeva in realtà vecchi schemi identitari del fascismo storico, mascherati da un generico obiettivo rivoluzionario e anticapitalista. All’epoca eravamo ancora in piena Guerra fredda: il primo nemico era il bipolarismo imperialista, avversato in nome di un’equidistanza ostile tanto agli Stati Uniti quanto all’URSS. A TP va riconosciuta una certa coerenza programmatica, ma il suo antimperialismo era più riflesso che ideale, radicato nell’antiliberalismo e nell’anticomunismo, poiché fortemente condizionato dal contesto internazionale e dalle sue radici fasciste.
La ricerca di una sintesi radicale e antiparlamentare si traduceva nella proposta di una “terza via rivoluzionaria” per l’“unità di popolo”, fondata su spontaneismo, movimentismo, comunitarismo, nazionalismo identitario (anche nella variante di Europa Nazione), terzomondismo, anticapitalismo e simpatia per il nazionalismo maoista. Su queste basi, buona parte della destra radicale dell’epoca arrivava persino a invitare la sinistra antagonista a un’unità simbolica di intenti, impossibile però sul piano organizzativo, date le opposte radici ideologiche e lo scontro fisico nelle piazze.
In questa fase avvenne comunque un’ambigua, contraddittoria e in parte inconsapevole contaminazione tra alcune frange del radicalismo politico, i cui effetti si avvertono ancora oggi. Una dinamica del tutto estranea al teorema allora dominante degli “opposti estremismi”, che tendeva a una semplificazione priva di solidi fondamenti nella realtà oggettiva.
Quella terza via postfascista non mirava a un reale processo di emancipazione, bensì a un ritorno a forme di tradizionalismo organico all’autorità, dove uno pseudo-libertarismo si coniugava con la mistica della sacralità, della purezza del sangue e della figura del capo-guerriero, in continuità con la simbologia nazionalsocialista. L’organizzazione era rigidamente verticistica, sospesa tra legalità e lotta armata, e prevedeva anche forme di addestramento quasi paramilitare.
Il suo “terzomondismo” era l’elemento più facilmente confondibile con quello della sinistra antagonista, ma si trattava in realtà di un terzomondismo sovranista, nazional-rivoluzionario e non internazionalista. Quest’area era filo-palestinese — come molte organizzazioni neofasciste, influenzate anche da un’ideologia con radici antisemite — e appoggiava movimenti indipendentisti, in coerenza con la propria peculiare declinazione di antimperialismo e nazionalismo.
Una delle versioni del simbolo di TP, per esempio, non lasciava dubbi: la runa Wolfsangel, già utilizzata dalla Panzer-Division “Das Reich” delle Waffen-SS, ma anche riecheggiante il socialismo operaista (il martello serrato nel pugno). Un’iconografia che invitava, con astuzia, a “guardare oltre”. La marginalità numerica del movimento non deve tuttavia indurre a sottovalutarne il ruolo: Terza Posizione fu espressione di un disagio generazionale.
Il percorso di TP fu breve, dal 1978 al 1982. L’escalation della lotta armata, il terrorismo e i procedimenti giudiziari ne favorirono la dissoluzione. Una parte degli aderenti confluì nei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Anche il peso di altri gruppi si dissolse o si ridimensionò fino all’irrilevanza, fagocitato dal terrorismo. Per motivi analoghi, nel comune “riflusso”, si dissolse anche il movimentismo di sinistra del precedente quindicennio.
DAL POSTFASCISMO AL SOVRANISMO ANTI-GLOBALISTA
Eppure alcune matrici ideologiche trasversali, già presenti nell’area politica postfascista, riemersero nei decenni successivi in forme diverse, adattandosi a contesti mutati e intrecciandosi con tradizioni politiche anche lontane tra loro. Tali elementi si incarnarono — con affinità e divergenze — nella destra radicale delle periferie (CasaPound e Forza Nuova) e successivamente nell’ala destra del sovranismo movimentista anti-globalista, non in quello annacquato e in larga parte atlantista delle forze di governo.
La fusione con il linguaggio no-global, ristrutturato e reinterpretato, traghetta quest’area nel nuovo millennio, saldandola con componenti minoritarie della “sinistra libertaria” anti-globalizzazione: ambientaliste, spiritualiste, new age, sovraniste, comunitariste, vagamente marxiste; ma anche con settori ex filosovietici oggi filoputiniani. Minoritarie, ma decisive per comprendere la metamorfosi politica e antropologica in senso movimentista postmoderno. In questa linea temporale si inserisce anche il trasversalismo grillino, con componenti in parte esterne e in parte interne all’evoluzione dell’area anti-globalista.
Il “dissenso anti-sistema” contemporaneo non è un’eredità diretta di Terza Posizione o della galassia di cui faceva parte: è un fenomeno molto più complesso e, per larga parte, estraneo a quell’esperienza. Tuttavia presenta alcune analogie, che riguardano soprattutto l’identitarismo, il superamento della polarizzazione destra/sinistra, una retorica simile e l’assorbimento degli elementi più dogmatici, radicali e autoritari di entrambe le tendenze.
Rimane una critica generica al capitalismo, insieme al disprezzo per il mondo occidentale contemporaneo e per il sistema liberaldemocratico, mentre scompare ciò che era specifico del periodo della Guerra fredda, inclusa la tendenza alla lotta armata e all’insurrezione violenta. Emerge invece una nuova forma di patriottismo radicale, che trova la sua espressione più elaborata nel concetto di nazionalitarismo — un misto di nazionalismo e comunitarismo — teorizzato da Costanzo Preve, critico del globalismo e sostenitore del superamento della dicotomia destra/sinistra.
Con la fine del bipolarismo, l’avversione si concentra sull’unipolarismo a guida statunitense. UE e NATO diventano i bersagli principali, mentre il multipolarismo si configura come orizzonte ideale, accompagnato da simpatie esplicite per la Russia di Putin e, di conseguenza, per la Cina e, in forma più sfumata, per il nazionalismo islamista e per i BRICS, percepiti come baluardo contro il globalismo occidentale. A ciò si aggiunge un antisionismo spesso semplicistico e riduttivo, che non di rado maschera forme di antisemitismo. Una parte dell’area guarda oggi con simpatia anche al trumpismo MAGA, aprendo ulteriori contraddizioni ma intuendo un possibile legame geopolitico tra Putin e Trump.
La radice esclusivamente di destra si attenua, lasciando spazio a un orizzonte che combina nazionalismo identitario, complottismo, spontaneismo naturista, marxismo-leninismo ortodosso — spesso vicino allo stalinismo — e una singolare forma di nazional-marxismo costituzionalista. Non si tratta di automatismi culturali: molte analogie si sviluppano per coincidenze storiche e percorsi autonomi. Più che singoli contenuti ideologici, sembra sopravvivere una certa disposizione mentale: un modo di leggere il conflitto politico in termini identitari, dicotomici e salvifici, mentre mutano i riferimenti storici, il linguaggio e le alleanze contingenti.
Fondamentali nella costruzione di questa narrazione sono alcuni pensatori: Alain de Benoist, con la sua critica identitaria alla modernità e il comunitarismo antiliberista; e, su un altro versante, Aleksandr Dugin, con il suo eurasiatismo a egemonia russa, molto influente su una parte del dissenso anti-atlantista occidentale. La costruzione teorica di Dugin ha dato nuovo impulso alle tendenze sovraniste: difesa delle “civiltà tradizionali”, conservatorismo religioso radicale, elogio dell’autorità, populismo contro la decadenza liberale e consolidamento della visione geopolitica multipolare.
L’analisi non sarebbe completa senza considerare una rilettura selettiva e strumentale di tradizioni critiche e libertarie — da Pasolini a Foucault, da Arendt a Orwell, fino alla Scuola di Francoforte — pensieri in larga misura incompatibili con concezioni autoritarie e sovraniste, ma facilmente isolabili in singoli frammenti riutilizzabili in chiave anti-normativa dopo lo stato d’eccezione pandemico, percepito come prodotto del globalismo occidentale. Tale reinterpretazione si concentra sulla sovranità nazionale e sulla biopolitica, quest’ultima però intesa come denuncia dell’annullamento di identità etniche e sessuali tradizionali, fortemente stereotipate.
Questo presunto annullamento aprirebbe la strada a un totalitarismo progressista e mondialista. Ne deriva che il cosiddetto dissenso antiglobalista odierno non lotta per una libertà piena dell’individuo, ma per una concezione della libertà intesa come adesione a un ordine predefinito — religioso, nazionale, naturale — una “libertà di essere vincolati”, contrapposta alla libertà di autodeterminazione individuale propria del pensiero libertario moderno. La legittima critica antiscientista scivola così spesso nel pensiero magico, nell’ossessione paranoica e nel sessismo.
LIMITI, STRUMENTALIZZAZIONI E CONCLUSIONE
Il dissenso anti-sistema italiano si è diffuso ampliando strumentalmente la propria sfera di analisi, pur rimanendo ostile a qualsiasi divergenza interna, interpretata come resa al nemico. Questa rigidità tradisce una natura autoritaria e alimenta grottesche lotte intestine. L’area è composta da partitini, influencer identitari, canali Telegram e YouTube, profili social multipolaristi, think tank sovranisti e siti antimondialisti, con una produzione saggistica abbondante ma spesso contraddittoria e non all’altezza delle ambizioni.
Un tentativo di occupazione di spazi è stato compiuto nei confronti del vuoto lasciato dall’inettitudine e dalla sclerosi ideologica della sinistra — ufficiale, radicale o antagonista — impermeabile a ogni pensiero eretico, ridotta al massimo a una postura vetero-berlingueriana o a un ribellismo anni Settanta fuori tempo massimo. Una sinistra impegnata soprattutto a rappresentare se stessa, priva di una critica all’UE e al suo deficit democratico, entusiasta dello stato d’eccezione pandemico e del positivismo scientista, e aderente a un greenwashing di facciata e al wokeism, innescando per reazione un wokeism di segno opposto.
I risultati sono stati modesti, sia per la diffusa fragilità dell’elaborazione teorica in ampi settori dell’attivismo anti-sistema, spesso più reattivo che analitico, sia per la persistente tendenza all’autoritarismo, che emerge non solo nelle posizioni emergenziali su ordine pubblico e immigrazione, ma anche in politica estera, nel sostegno a regimi dispotici e a organizzazioni di impronta fondamentalista. A ciò si aggiunge una forte frammentazione interna, dovuta più a dinamiche di personalizzazione, competizione simbolica e conflitti interni che a reali e insuperabili divergenze ideologiche.
Questa narrazione anti-sistema è stata tuttavia efficacemente strumentalizzata da componenti della destra di governo (soprattutto la Lega, ma non solo) e da settori del Movimento 5 Stelle, che ne stanno capitalizzando il consenso, anche grazie alla mutata situazione internazionale. Tale rappresentanza parlamentare, oltre ad annacquare i contenuti, mira a disattivare gli aspetti più radicali.
La necessità di superare la dicotomia destra/sinistra è legittima, data l’inutilità di una contrapposizione che non appassiona più e che impoverisce la democrazia, favorendo conformismo, vuoti identitarismi, simboli rituali, santini e bandierine, fino all’omologazione allo status quo. Questa esigenza dovrebbe però evitare derive autoritarie, reazionarie e nostalgiche, nonché logiche binarie, puntando invece sulla valorizzazione delle differenze, delle libertà individuali, dei diritti civili e sociali, sulla ricerca di nuove forme di socialità, di partecipazione e di diffusione orizzontale del potere e del sapere, e su un confronto libero e serrato, senza linee politico-ideologiche precostituite né padrini internazionali.
Una concezione tutta da inventare, che non potrà nascere da scorciatoie identitarie né da nuovi dogmi. È difficile essere ottimisti, ma è necessario restarlo, se non altro come esercizio critico permanente e come rifiuto dell’adattamento passivo all’esistente.