Cinema
Cult movie
“Otello” (1951)
regia di Orson Welles
con: Orson Welles, Michael MacLiammoir, Robert Coote, Suzanne Cloutier.
«Fosse piaciuto al cielo
Di mettermi alla prova col dolore,
Di far piovere sul mio capo nudo
Ogni sorta di piaghe e di abomini,
Di sprofondarmi nella povertà
Fino a sopra le labbra, incarcerarmi
Con tutte le mie più alte speranze,
Avrei sempre trovato in qualche angolo
Dell’anima una goccia di pazienza.
Ma trasformarmi in una cifra fissa
Su cui punta il suo lento dito immobile
Questo tempo di scherno!
Avrei però potuto sopportare
Molto bene anche questo.
Ma essere scacciato dal granaio
In cui avevo riposto tutto il cuore,
Dal luogo dove vivere o morire,
Dalla sorgente da cui la mia linfa
Scorre o si inaridisce! Rinunciarvi,
O mantenerla come un pozzo osceno
In cui luridi rospi si aggrovigliano
Moltiplicandosi! Cambia volto, Pazienza,
Giovane cherubino dalle labbra di rosa,
Ed assumi l’aspetto dell’inferno.»
Vidi questo film per la prima volta una trentina di anni fa.
Rivederlo oggi, mi fa un effetto molto particolare, come se percepissi una maggiore intensità e riuscissi a individuare collegamenti narrativi del tutto inediti.
Anche se le sensazioni sono simili, è inevitabile una certa sfasatura non solo temporale, ma anche nella sostanza del dramma, di cui sono fatti appunto i sogni shakespeariani, e di cui sono fatti anche i miei.
La tragedia umana in questi trent'anni ho avuto modo di conoscerla più approfonditamente, così come le relazioni di potere.
Lo vidi allora in originale sottotitolato, durante una notte da Fuori Orario in tutti i sensi. Adesso, invece, doppiato in italiano, ma, caso raro, doppiato in maniera pregevole.
Orson Welles diede vita ad una versione molto rigorosa nella trama, anche se assai personale. Tanto da rendere quasi nulla una distinzione con la struttura narrativa originale. I tempi e il testo, ovviamente, sono abbreviati a beneficio della dilatazione delle immagini. Il cinema è cinema e non è teatro, e non lo è neanche quando lo sussume, lo assorbe. Le suggestioni della regia di Welles, comunque sia, rendono un grande servizio al capolavoro shakespeariano.
L'uso del bianco e nero, abbinato alla recitazione, è più che appropriato, conferisce all’opera teatrale un accento espressionista che esalta i contrasti. La penombra, i chiaroscuri, il mare tempestoso che si infrange sulla scogliera di Cipro, il maniero con quei suoi sotterranei da cripta da film horror, rendono perfettamente l'idea delle passioni e della trappola che si chiude lentamente su tutti i protagonisti.
E poi, c'è il ritmo. Un ritmo incessante, che mozza il respiro. Un ritmo dell’inevitabilità della tragedia.
È il dramma per eccellenza dell’intrigo, dell'inganno, della gelosia, dell'odio, del pregiudizio e dell'autodistruttività. Una delle mie tragedie preferite del Bardo.
Iago, prigioniero di un odio che lo consuma, è un ragno che tesse la sua tela, dove sarà destino che debba finire lui stesso.
Tuttavia, non è Iago l'unico colpevole. È il capovolgimento del pregiudizio, che subisce e modella la personalità di Otello, misto al potere che ottenebra la mente. Le visioni prospettiche, che si allungano per poi accorciarsi fino ai primi piani, mettono in maggior risalto tutto ciò.
È l'inettitudine stessa delle altre figure sulla scena, il moralismo delle convenzioni sociali che pervade l’animo dei carnefici che li contamina e che inevitabilmente li condanna insieme alle vittime innocenti: Desdemona ed Emilia. Questi aspetti nella pellicola di Orson Welles si enfatizzano e, contemporaneamente, si disperdono nelle onde del mare, nei recessi oscuri del castello. È un po' un “Ivan il Terribile” in salsa shakespeariana la versione della tragedia che ci offre il regista americano.
La recitazione è straordinaria: Orson Welles è un maestoso e fosco Otello e Michael MacLiammoir è un agghiacciante e viscido Iago.
L'inizio cupo e ineluttabile della sequenza del funerale, mi porta emotivamente a fare anche oggi, come allora, al tempo della prima visione, accostamenti forse non appropriati coi film di Bergman, Dreyer, Ėjzenštejn, Murnau e Lang. Ma, si sa, le suggestioni soggettive nelle arti visive si nutrono di catalogazioni arbitrarie, e il cinema di Welles vive di molte connessioni con certo cinema europeo.

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