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venerdì 17 marzo 2023

Karin Boye "Kallocaina" (1940)


Consigli di lettura

Karin Boye "Kallocaina" (1940)

[Ristampato nel 2023 da Iperborea]


«E su cosa è appunto fondato lo Stato? Se ci fosse qualsiasi ragionevole motivo per avere reciproca fiducia tra gli uomini, lo Stato non sarebbe mai sorto. La ragione sacra e necessaria dell'esistenza dello Stato è la nostra mutua, legittima sfiducia l'uno nell'altro. Chi mette in dubbio questo fondamento mette in dubbio lo Stato […] Sappiamo che il benessere non è un valore in sé, i nostri sacrifici servono un fine più alto. E se troviamo recinzioni di filo spinato sulle nostre strade, non siamo pronti ad accettare ogni restrizione alla libertà di movimento senza lamentarci? Sì. Sappiamo che tutto questo serve al bene dello Stato, a impedire chi vuole danneggiarlo [...] Capiamo e approviamo che lo Stato è tutto, il singolo niente.»


Nonostante la scrittura di questo romanzo possegga una scorrevolezza e uno stile assai poetico, entrambi invidiabili e non comuni, le questioni che solleva sono di incredibile profondità e complessità. E poi, "Kallocaina", è proprio il caso di dirlo, è un libro stupefacente, quasi del tutto sconosciuto nel nostro Paese. Ognuno potrà leggervi le tante affinità col nostro mondo attuale.


Kallipolis, nella Repubblica di Platone era la città ideale, la "bella città", nella quale si sarebbe realizzata l'utopia del governo dei migliori, un governo con a capo una classe elevata di filosofi, una tirannide tecnocratica. Può darsi che non sia casuale il fatto che abbia la stessa radice di kallocaina, nonostante nel romanzo ci venga spiegato che il nome lo si deve a Leo Kall, suo inventore e protagonista della storia.


L'utopia del governo degli elevati corrisponde ad una distopia per i semplici, per gli ultimi. Nel corso della lettura del romanzo di Karin Boye, ci accorgeremo che non esattamente si tratta di una classe di elevati. Quindi, l'analogia con la Kallipolis si esaurisce qui, in un nesso logico e di assonanza lessicale.


La storia è ambientata in un futuro non meglio precisato, in cui la Terra appare trasformata in un unico Stato Mondiale, oppressivo e totalitario, basato su un controllo ideologico spietato, rigidamente militarizzato e irreggimentato. Appare, ma non lo è effettivamente, considerata l'esistenza di misteriosi territori "oltre confine", di uno "Stato vicino", abitati, si favoleggia, da una razza sconosciuta. 


Anche i luoghi dello Stato Mondiale sono indefiniti, così come i loro nomi, per esempio: la Capitale, oppure Città Chimica seguita da un numero, o la mitica e oscura Città Deserta, di cui viene negata l'esistenza e di cui è vietato parlare. L'azione del nostro "eroe", che è anche l'io narrante, si svolge per lo più in Città Chimica n.4.

Fuori dagli insediamenti urbani non si sa bene cosa ci sia e cosa accada. Gli spostamenti da una città all'altra avvengono con velivoli privi di finestrini.


I legami familiari sono solo funzionali alla riproduzione di nuovi "soldati" al servizio dello Stato Mondiale.

Il fine è l'annullamento di qualsiasi desiderio, aspirazione, sentimento, affetto individuale. Tutto deve essere sacrificato al bene dello Stato, entità collettiva astratta e onnipresente come un dio geloso. Uno Stato che oltre alla devozione, si regge sulla delazione e, laddove è possibile, sulla rieducazione. Ogni individuo è posto a guardia della propria coscienza e di quella altrui.


Altro aspetto fondamentale dello Stato è una lugubre burocrazia che si riproduce grazie alle ambizioni dei singoli, unico elemento da preservare dell'individualità, finalizzato però alla completa devozione al dio geloso. Singoli che più salgono nella scala gerarchica, più diventano ottusi e vuoti, "levigati", come li definisce Kall, descrivendo con ammirazione una donna ministro.

 

Nel romanzo, la Boye alterna atmosfere inquietanti e soffocanti, a situazioni kafkiane grottesche, quasi comiche, per sottolineare maggiormente lo stress a cui sono sottoposti e si sottopongono "volontariamente" i personaggi, per dimostrare di essere all'altezza delle aspettative (esiste, infatti, una sorta di obbligo al Servizio Sacrificio Volontario, praticamente uno dei soliti ossimori totalitari, noi potremmo scorgerci una metafora con qualcosa di molto attuale). 


In questo contesto si inserisce la vicenda della kallocaina, siero della verità da iniettare, e che induce gli individui ad aprire completamente la loro mente, a non nascondere nulla, persino i pensieri più reconditi. Sostanza che facilita, inoltre, ancor più la delazione, anche se il fine ultimo è il controllo dei pensieri, perché il controllo dei comportamenti e della parola non basta più, non è sufficiente a modellare la loro fedeltà. Nulla deve sfuggire al dio Stato.


Si svolgono addirittura riunioni collettive a tema per rendere più efficace la propaganda volta alla manipolazione e alla persuasione, che renda superfluo persino il ricorso a ogni forma di costrizione, e che infranga così ogni resistenza. 

Si collabora tutti, insomma, reciprocamente, al controllo sociale gli uni degli altri. Perché nel momento in cui muore ogni volontà individuale, ogni velleità di anteporre l'individuo alla collettività, verrebbe meno la necessità dell'obbligo e dei divieti, e la kallocaina dovrebbe aiutare a raggiungere questo obiettivo utopico.


La conseguenza principale è il varo di una legge contro la mentalità anti Stato, atta a considerare reato i pensieri "asociali" che la Kallocaina fa emergere. 

Tuttavia, emerge un problema non da poco: l'effetto collaterale a questo grande esperimento di massa non è fisico, è morale, riguarda non solo chi ne viene sottoposto, ma anche chi inietta e chi ne controlla gli effetti: un aumento esponenziale della paura e dell'angoscia, della paranoia, che però finiscono per insinuare il dubbio e causare la percezione di un gran senso di solitudine, mentre si fa strada nella coscienza la verità sul Potere e sul suo contrario: l'Amore. Ed emerge anche un'altra verità.


La scrittrice svedese pubblicò "Kallocaina" otto anni prima dell'uscita di "1984" di Orwell, e un anno prima della sua morte per suicidio. Le tante affinità tra i due romanzi possono far pensare che il primo sia stato una fonte di ispirazione per il secondo. Non sono riuscito a sapere se fu effettivamente così, o se sia, invece, una coincidenza dovuta all'atmosfera culturale e alla situazione sociale tipiche degli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

Non è affatto improbabile, però, che "Kallocaina" sia capitato anche tra le mani dello scrittore inglese.


Tuttavia, oltre alle affinità, ci sono le differenze, che sono tante, sia nella natura delle due distopie: non c'è un Grande Fratello, anche se ci sono tecniche di sorveglianza, al suo posto c'è lo Stato; quello di Orwell è un totalitarismo assolutamente esterno ed eterno, quello della Boye, al contrario, interno alla coscienza dei singoli. Sia soprattutto nell'epilogo, che svela gradatamente, ma chiaramente a noi lettori, quale sia effettivamente la realtà, niente affatto come qualcosa di definito, definitivo e irreversibile. La speranza non è nei prolet, ma in ogni singolo individuo.

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