“L'ISOLA DEI MORTI” DI ARNOLD BÖCKLIN (1880-1886)
“L'isola dei morti” (Die Toteninsel), con la sua carica di intensa suggestione, mi ha sempre colpito e profondamente impressionato. Sfido chiunque a rimanere indifferente al suo cospetto. È una delle opere più enigmatiche e influenti della pittura simbolista europea. Arnold Böcklin ne realizzò cinque versioni tra il 1880 e il 1886, ciascuna variante dell'altra pur mantenendo fissa la struttura compositiva di fondo. La genesi dell'opera è singolare: Marie Berna-Christ di Büdesheim visitò l'atelier di Böcklin a Firenze verso la metà di aprile del 1880 e gli commissionò «un quadro da sognare». Aveva sposato nel 1864 il dottor Georg Berna, ma il matrimonio era durato un solo anno: il marito era morto di difterite nel 1865.
Quando ricevette l'incarico della Berna, Böcklin stava completando un paesaggio onirico per il suo mecenate Alexander Günther di Francoforte - che era, per l'appunto, la prima versione de “L'isola dei morti” - e cominciò a lavorare a una seconda versione, di dimensioni più piccole per Marie Berna. Fu dunque la notizia del tragico destino della giovane a suggerire a Böcklin l'idea di introdurre sulla barca una figura in piedi ammantata di bianco e una bara posta di traverso. La bianca figura di spalle non può essere altri che la vedova Berna, nell'atto di tributare l'ultimo onore al defunto consorte e di condurlo alla pace eterna.
L’idea contribuì a fissare definitivamente l'iconografia del ciclo. Böcklin, quindi la inserì successivamente anche nella prima versione. In tutte le versioni, la composizione è dominata da una piccola imbarcazione che avanza verso un'isola rocciosa, cupa, segnata da cipressi altissimi che si ergono tra le pareti di pietra scavate da tombe sepolcrali. Tra una versione e l'altra le differenze riguardano la gradazione e la varietà dei colori, l’elaborazione dei dettagli architettonici e la tonalità della luce.
Hans Holenweg, eminente esegeta di Böcklin, riporta due dichiarazioni dell’artista che hanno il valore di fonti dirette. Nella lettera alla Berna, il pittore scrive che l'osservatore potrà immergersi nell'oscuro mondo delle ombre al punto da avvertire il leggero alito di vento che increspa il mare, e da temere di disturbare quella quiete solenne pronunciando una parola ad alta voce. Secondo una lettera del conte Waldemar von Oriola, Böcklin avrebbe dichiarato: «Deve dare un'impressione di silenzio così assoluto da spaventarsi se qualcuno bussa alla porta».
Delle cinque versioni ne esistono oggi ancora quattro. La quarta, dipinta su una lastra di zinco, è andata distrutta durante la Seconda guerra mondiale nel corso di un bombardamento tedesco del centro di Rotterdam, in cui una bomba colpì la residenza del proprietario, il barone Heinrich Thyssen-Bornemisza.
Nella prima versione, all'artista è sfuggito un errore nella figura del rematore, rappresentato seduto: in quella posizione, egli avrebbe potuto soltanto allontanarsi con la barca dall’isola. Böcklin se ne rese conto e lo corresse dalla seconda versione in avanti, dipingendo il traghettatore in piedi, perché solo così sarebbe stato in grado di condurre la barca sull’isola. Si può parlare di una stratificazione di diversi significati e simbologie. L'acqua è piatta, immobile, quasi oleosa. La luce è crepuscolare, sospesa tra il giorno e la notte, e contribuisce all'atmosfera di solenne irrealtà che pervade l'intera scena. L'isola stessa ha un carattere claustrofobico nonostante sia immersa in uno specchio d'acqua aperto: è come una soglia, un luogo di transizione, più che uno di approdo.
Böcklin operava in un clima culturale in cui la rappresentazione della morte stava abbandonando la codificazione religiosa tradizionale per farsi metafisica laica, esistenziale, intrisa di malinconia romantica. Pare che l'artista abbia rivelato al suo allievo Friedrich Albert Schmidt che a suggerirgli l'idea de “L'isola dei morti" fosse stato il castello di Alfonso d'Aragona a Ischia. Böcklin era stato a Ischia per la prima volta nel settembre del 1879, quindi sei mesi prima della nascita delle prime due versioni del dipinto. A questo si aggiunge l'elemento del cimitero: a Ischia, proprio di fronte all'isola con il castello, c'è un cimitero a terrazze addossato alla roccia con un approdo a riva, sorto nel 1836 durante un'epidemia di colera, dove i morti venivano trasportati al camposanto via mare. Alcuni ci hanno voluto vedere anche un richiamo al Cimitero degli Inglesi di Firenze, dove è sepolta la figlia del pittore.
Adolf Hitler fu proprietario della celebre terza versione dell'opera. Il dipinto si trovava a Berlino, nella vecchia Cancelleria del Reich, e dalla fine della Seconda guerra mondiale si credette che fosse andato disperso fino a quando, nel 1980, l'URSS, il cui esercito lo aveva portato a Mosca nel 1945, lo offrì alla Alte Nationalgalerie di Berlino, dove si trova tuttora. Ciò dice molto sulla fortuna ideologica del dipinto nell’ambiente del nazionalismo tedesco. Böcklin veniva letto, in quella cornice ideologica, come precursore di una sensibilità völkisch, anche se l'operazione era in buona misura forzata. Esiste, a tal proposito, anche l’ipotesi di una fantasiosa identificazione da parte dei nazisti con Thule, isola leggendaria delle origini iperboree, mitico luogo primordiale della stirpe ariana.
Il successo dell'opera fu straordinario. Attraverso le riproduzioni fotomeccaniche, “L'isola dei morti” divenne uno dei quadri più riprodotti nell'Europa di fine Ottocento e dei primi del Novecento, presente in innumerevoli salotti borghesi tedeschi, austriaci e svizzeri. Sergej Rachmaninov compose nel 1909 un omonimo poema sinfonico ispirato all’opera di Böcklin. Per l'ultima scena della sua “Sonata degli spettri" (1907), August Strindberg scelse l'immagine dell'Isola dei morti. L’opera è stata inoltre ampiamente utilizzata per scenografie teatrali e cinematografiche, e per la messa in scena di una rappresentazione dell’“Anello del Nibelungo" di Wagner. Tra gli artisti che si sono ispirati a “L'isola dei morti” si annoverano: tra i classici moderni, Emil Nolde e Giorgio de Chirico, i surrealisti Max Ernst e Salvador Dalí, ed esponenti del Realismo magico.
Si possono comunque trovare delle suggestioni anche nella narrativa: in H.P. Lovecraft e persino nella fantascienza del Novecento. Il dipinto affascinò anche Sigmund Freud, che ne aveva una riproduzione nel suo studio viennese, cosa che non stupisce, dato che alla scena si può dare anche un significato psicoanalitico: il viaggio verso l'isola come discesa nell'inconscio, la figura bianca come proiezione della pulsione di morte.
«In tempi recenti l’immagine de L’isola dei morti è stata utilizzata anche nei fumetti italiani e come copertina di dischi e di libri. Grazie alla sua straordinaria intensità e al suo fascino evocativo, questo dipinto è ancora oggi attualissimo e continua a godere come in passato di una notevole popolarità.» (Hans Holenweg). L'isola è, in fin dei conti, uno spazio che appartiene all'immaginazione dello spettatore. La figura bianca può essere interpretata in vari modi, non solo risalendo alla vedovanza di Marie Berna. Questa incerta sospensione narrativa fa de “L'isola dei morti” un'opera modernissima, pur essendo radicata nella cultura ottocentesca.

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