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lunedì 6 maggio 2024

Harold Bloom, “ Il Canone Occidentale - i libri e le scuole delle età” (1994)

 


Classici


Harold Bloom, “ Il Canone Occidentale - i libri e le scuole delle età” (1994)


«La difesa del Canone occidentale non è affatto una difesa dell’Occidente o di un’impresa nazionalistica. Se per multiculturalismo intendessimo Cervantes, chi potrebbe dissentire? I maggiori nemici dei criteri estetici e cognitivi sono sedicenti difensori che cianciano dei valori morali e politici della letteratura. Non viviamo secondo l’etica dell’Iliade né secondo la politica di Platone. Coloro che insegnano interpretazione hanno più cose in comune con i sofisti che con Socrate. Che cosa possiamo aspettarci che faccia Shakespeare per la nostra società quasi distrutta, se la funzione del teatro shakespeariano ha così poco a che fare con la virtù civica o la giustizia sociale?»


«Nell’Inghilterra elisabettiana, gli autori erano, per legge, simili a mendicanti e ad altri reietti, il che addolorava senza dubbio Shakespeare, che lavorò sodo per tornare a Stratford come gentiluomo. Ad eccezione di questo desiderio, non sappiamo quasi nulla delle concezioni sociali di Shakespeare, a parte ciò che possiamo dedurre dai drammi, dove tutte le informazioni sono ambigue. Essendo un attore e un drammaturgo, Shakespeare dipendeva necessariamente dal mecenatismo e dalla protezione degli aristocratici e la sua politica – se mai ne aveva una sul piano pragmatico – era adeguata al culmine della lunga Età aristocratica (in senso vichiano), che, come ho precisato, va da Dante fino al Rinascimento e all’Illuminismo, concludendosi con Goethe. La politica del giovane Wordsworth e di William Blake è quella della Rivoluzione francese e preannuncia l’età successiva, quella democratica, che raggiunge l’apoteosi in Whitman e nel Canone americano e acquista la sua espressione definitiva con Tolstoj e Ibsen. Alle origini dell’arte di Shakespeare troviamo, come postulato fondamentale, un senso aristocratico della cultura, benché il drammaturgo trascenda quel senso, come trascende ogni altra cosa.»


«L’assalto arriverà sicuramente, poiché i vari multiculturalisti avrebbero difficoltà a trovare un grande poeta più contestabile di Dante, il cui spirito indomito ed energico tocca i vertici della scorrettezza politica. Dante è il più aggressivo e polemico tra i massimi scrittori occidentali, capace, da questo punto di vista, di eclissare persino Milton. Come quest’ultimo, era un partito politico e una setta formata da un solo uomo. La sua intensità eretica è stata oscurata dai commenti degli eruditi, che, anche nei loro momenti migliori, lo trattano spesso come se la Divina Commedia fosse sostanzialmente una riduzione in versi di Sant’Agostino. È tuttavia meglio cominciare sottolineando la straordinaria audacia di Dante, che non ha eguali nell’intera tradizione della presunta letteratura cristiana, Milton compreso.»


«Allora perché la letteratura è così vulnerabile all’assalto degli idealisti sociali contemporanei? Una risposta pare essere l’illusione collettiva secondo cui, per la produzione o la comprensione della letteratura di fantasia (come la chiamavamo un tempo), sono necessarie meno conoscenza e meno capacità tecnica che per le altre arti.

Se tutti parlassimo in note musicali o in pennellate, suppongo che Stravinsky e Matisse potrebbero correre gli stessi peculiari rischi cui oggi sono soggetti gli autori canonici. Tentando di leggere molte delle opere elencate come alternative al Canone proposte dal risentimento, penso che questi aspiranti credano di aver parlato in prosa per tutta la vita o di aver già trasformato le loro passioni sincere in poesie che richiedono solo un poco di sovrascrittura. Passo ora le mie liste, sperando che i sopravvissuti eruditi trovino libri e autori in cui non si sono ancora imbattuti e raccolgano le ricompense offerte solo dalla letteratura canonica.»


“Il Canone Occidentale” è un libro uscito trent’anni fa, sul finire del XX secolo, è quindi questa la prima cosa da tenere in mente. È senz’altro un classico della saggistica ed è interessante non solo da un punto di vista puramente teorico - critico, ma oserei dire anche antropologico. 

Definire un canone in base al nome di ventisei protagonisti, vuol dire essenzialmente predisporsi a compilare un elenco. Questa compilazione rientrava senza ombra di dubbio nelle intenzioni di Harold Bloom, ma è una scelta che rispondeva a criteri abbastanza complessi.


Seconda cosa da tenere in mente è che se si intitola “Canone Occidentale” e non "Canone Mondiale", un motivo c'è ed è relativo alla rilevanza estetica del Canone stesso, che caratterizza specificatamente la cultura occidentale. Quell’estetica che ha contribuito a formare la letteratura europea e americana (nel senso più esteso, visto che comprende anche l’America Latina”). Un motivo per cui non vengono considerati grandi capolavori letterari come “Il Corano”, “Le Mille e una Notte", il “Bhagavadgītā”, il “Mahābhārata”, il “Tao Te Ching”, o “L’arte della guerra”. Quindi, ciò dovrebbe scongiurare ogni accusa di suprematismo e di colonialismo. Dovrebbe, ma in realtà non è così e già trent'anni fa non lo era. 


È un limite? Sì oggettivamente lo è. Perché una netta cesura tra Occidente e resto del mondo non c’è, guardiamo per esempio al caso della Russia, che Bloom  ingloba legittimamente nell’occidente. Tuttavia, come ricorda anche lui, dei limiti bisogna porseli nella definizione di un Canone, e in questo caso, rispettare i limiti è un atteggiamento tutt’altro che colonialista, anzi. Inoltre, questo pur essendo un saggio, è soprattutto un’opera sulla letteratura di immaginazione, e un margine all’immaginazione va concesso.


Harold Bloom è stato un celebrato critico letterario, e nonostante ci tenga a chiarire subito di non aver commesso alcun arbitrio nella scelta di questi nomi, cercando di spiegarne l’oggettività, lo ha comunque commesso.

Per il sottoscritto non è affatto un peccato, e non sarò certo io, misero e improvvisato recensore a contestarne la validità.

Anzi, a mio parere l’arbitrio in questi casi, è anche necessario, porta a confrontarci con chi lo ha commesso e a capirne i motivi, per rintracciare dentro ognuno di noi il proprio arbitrio. 


È bene precisare però subito che l’elenco non esaurisce l’intero Canone, ma ne rappresenta per Bloom solo un esempio di quella che dovrebbe esserne l’essenza.

Questo libro lo ha scritto per il Lettore Comune, non per gli accademici, per quel lettore che continua a leggere e che accoglie sempre volentieri consigli di lettura, per colui che legge “per dilatare un'esistenza solitaria”. Quella categoria di lettori che l’accademia multiculturalista, dell’impegno politico o della tutela della tradizione disprezza, perché non leggerebbe per uno scopo sociale.


La schema storico da cui parte Bloom è quello postulato da Giambattista Vico nei “Princìpi della scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni”, ed è basato sul ciclo di quattro fasi: teocratica (età degli dei), aristocratica (età degli eroi), democratica (età degli uomini); queste tre fasi verrebbero poi seguite dal caos, da un’età caotica, dalla quale sarebbe alla fine emersa una nuova età teocratica.


Bloom omette di occuparsi nel dettaglio della fase teocratica, se non per usarla come generico punto di riferimento per le altre fasi. Tuttavia, non la omette poi del tutto, pone sostanzialmente in rilievo opere inserite nel contesto di tale fase e  evidenzia la fondamentale importanza per le fasi successive.

Inizia quindi da Dante e termina con Samuel Beckett, pur non seguendo un ordine strettamente cronologico, dato che apre formalmente l’età aristocratica con Shakespeare.

Proprio Shakespeare e Dante sono, secondo il saggista americano, al vertice del suo Canone Occidentale. Nessun elenco può fare a meno  di loro. Tuttavia, colui che è il primo centro letterario di tutto il canone è lo scrittore di Stratford.


L’autore provocatoriamente ipotizza che sia proprio il XX secolo l’inizio del periodo caotico, ben rappresentato da Freud, Proust, Joyce e Kafka.

Per Bloom non è tanto la grandezza, quanto la singolarità, un tipo di originalità letteraria, ad essere la qualità discriminante per entrare a fare parte del Canone; che poi definisce come misteriosità, capacità di fare sentire il lettore  a casa sua. Mentre, al contempo, ritiene che Shakespeare dia anche l’impressione opposta: quella di farci sentire a casa all’estero, ed è forse questo che determina la sua ineguagliabile grandezza. La sua universalità.


Eviterò accuratamente, in questo mio post di riprodurre l'elenco proposto da Bloom, anche se dei nomi è inevitabile che vengano comunque fuori. 

Quella di Bloom è un’esegesi puramente estetica, estranea alle analisi politicamente determinate: neomarxiste, neostoriciste o femministe.

Ci tiene a sottolineare che la sua difesa dei canoni è estranea sia a certo tradizionalismo di destra e ai suoi presupposti “valori morali”, sia avversa a chi i canoni li vuole distruggere al fine di promuovere vaghi programmi di cambiamento sociale.


Si potrebbe dire che già all’epoca, Bloom stesse anticipando la critica alle due opposte tendenze politico-dogmatiche: quella reazionario-tradizionalista e quella della cosiddetta cancel culture. Afferma, di conseguenza, che il suo libro non ha affatto l’intenzione di essere un’elegia del canone occidentale. È in sostanza un affascinante esercizio di retorica letteraria.

È il cosiddetto J (Jeovah), l’autore singolo o collettivo della Bibbia ebraica, e insieme a Omero, l’autore originario del canone, e che Bloom ipotizza in maniera ardita essere Betsabea la madre ittita di Salomone, e moglie di Davide.


Immagina, facendo riferimento al suo precedente saggio “Il libro di J”, che la sua versione biblica sia stata censurata, per poi essere rimaneggiata da revisionisti fino ad arrivare agli scribi dell’esilio babilonese. 

Nel suo intento ironico di demolire la tradizione, Bloom, educato da ebreo ortodosso in una famiglia di Odessa dove si parlava in yiddish, si diverte e diverte, irridendo alcuni aspetti delle religioni monoteiste.


Stigmatizza il politicamente corretto che intende riparare i torti storici, tramite l’allargamento del Canone, a soggetti letterari che non possiedono alcuna singolarità, ma solo risentimento e che vengono elevati in base al sentimento di identità. Criteri assolutamente estranei a quelli puramente letterari. Il risultato è che vengono abbandonati i criteri di misura estetica, in nome di un generico idealismo utopista che preferirebbe promuovere l’armonia sociale e le diversità, sottostando quindi a fattori sfacciatamente ideologici.


Ironizza su quella che definisce Scuola del risentimento, che rifiuta la cosiddetta ansia da influenza letteraria, ansia che colpirebbe solo i Maschi Europei Bianchi e Morti, mentre si agita al fine di promuovere ossessivamente l’originalità assoluta di donne e “multiculturalisti”. Rifiuta un aspetto necessario del Canone: la necessità dell’ansia da influenza, non solo come debito alla tradizione, ma come conflitto tra genio passato e attuale aspirazione.


«Le poesie, i racconti, i romanzi e le opere teatrali nascono in risposta a poesie, racconti, romanzi e opere teatrali precedenti, e quella risposta dipende da atti di lettura e interpretazione compiuti dagli scrittori successivi, atti che sono identici alle nuove opere.»


Così facendo, nei confronti dei precursori non si produce solo un atto apprezzativo, ma anche difensivo e alla fine di ripudio e di rifiuto. Ma il riconoscimento è palese non è negato. Quindi necessario per il Canone.

La letteratura è fatta di influenza e di contaminazione ed è necessario esserne consapevoli, non si nasce increati, purtuttavia, o si è singolari, o non si entra nel Canone.


Quindi, la domanda principale resta: cosa oggi dovrebbe scegliere un lettore che abbia ancora desiderio di leggere? Ovviamente, è un “oggi” in senso esteso, che vale anche per il nostro tempo, trent’anni dopo, nonostante Bloom già allora prevedesse che l’obnubilamento causato dalla correttezza politica sarebbe continuato col nuovo millennio, forse, però, non lo immaginava anche così particolarmente intenso, insensato e demenziale. 

D’altronde era perfettamente conscio che l’amore per il senso estetico non si può trasmettere e a nulla vale litigare in suo favore.


L'intento di questa presupposta “etica sociale” è quello di ridurre l’estetica a fatto politico, ideologico, snaturando anche il senso della poesia, che dovrebbe restare poesia e basta. Bloom quindi sollecita a preservare la poesia nella sua pienezza e nella sua purezza contro l’attacco del moralismo “multiculturalista”, anche nella consapevolezza che chi vuole mantenere una continuità con l’estetico, oggi è perdente, ma non per questo deve mollare.


Il Canone non viene escogitato e promosso, come pensano i summenzionati ideologi della Scuola del risentimento, in base a ben congeniate campagne di propaganda, Bloom ribadisce, invece, che il Canone dovrebbe sempre avere come base una pura scelta estetica, argomento che è divenuto attualmente difficilmente sostenibile a causa della pesante politicizzazione.

Lo scrittore si oppone a questa politicizzazione e di conseguenza sostiene che la scelta del Canone non appartiene a chi ne enfatizzi le componenti ideologiche, ma a critici completamente estranei a questo tipo di logica, a prescindere dalla loro classe di appartenenza e dalle loro idee politiche.


Però ricorda anche che il Canone non lo fanno i politici, gli accademici e nemmeno i critici, il Canone lo fanno gli scrittori stessi, gettando un ponte temporale gli uni con gli altri. E per entrare nel Canone ci vuole almeno qualche generazione, quando altri scrittori ne riconoscono l’influenza come precursori. Ci si entra quindi spesso da morti e sempre dopo svariato tempo. Devono essere opere che resistono al tempo.

Per questo non è necessario compilare un catalogo, ma sarebbe utile che ognuno inventasse un elenco di libri da isola deserta.


È vero che la capacità e la libertà di cogliere l’estetico può anche derivare dal conflitto di classe, ma nessuna forza del denaro riuscirà mai a promuovere questioni di supremazia estetica. Non si riuscirà quindi mai, per esempio, a negare la supremazia canonica di Shakespeare e la sua centralità.

Bloom si dice però d’accordo con la critica marxista sul fatto che nella forte scrittura, sia presente conflitto, ambivalenza, contraddizione. Dove però diverge dai marxisti è sulle origini del conflitto.


«Da Pindaro ai giorni nostri, lo scrittore che lotta per la canonicità può lottare per una classe sociale, come fece Pindaro per gli aristocratici, ma soprattutto ogni scrittore ambizioso scende in campo solo per se stesso e non di rado tradirà o trascurerà la sua classe per promuovere i propri interessi, che si incentrano interamente sulla sua individuazione. Dante e Milton sacrificarono entrambi molto per quello che consideravano un orientamento politico spiritualmente esuberante e giustificato, ma nessuno dei due sarebbe stato disposto a sacrificare il suo grande poema per una causa. La loro soluzione fu identificare la causa con il poema anziché il poema con la causa. Così facendo, crearono un precedente che oggi non è molto seguito dalla marmaglia accademica impaziente di legare lo studio della letteratura alla ricerca del cambiamento sociale.»


Il Canone Occidentale non può essere riempito né di valori tradizionali, né di valori sociali, democratici. È intrinsecamente sovversivo e amorale. Leggere in nome dell'ideologia, di qualsiasi ideologia, vuol dire non saper leggere. Le opere del Canone non vanno lette per curare i valori morali, allora sarebbe meglio non leggere proprio. I grandi autori sanno essere anche immorali, blasfemi, violenti, razzisti, schiavisti, misogini, antisemiti, islamofobi, guerrafondai, omofobi, ma anche rivoluzionari, riformisti, democratici, pacifisti, etici, avere buoni sentimenti, amare la rettitudine morale, oppure fregarsene di tutto ciò. Sanno far emergere il loro lato oscuro, accanto a quello gioioso e amorevole, senza curarsi minimamente del politically correct. Il Canone non ha e non deve avere una funzione pedagogica, né propagandistica.


L'uso che si può fare della grande letteratura non è quello di aiutare a diventare migliori. Ma di imparare a dialogare con se stessi in profondità e non ha nulla di sociale. È un confronto con la propria individualità, con la propria solitudine e la propria mortalità. Il Canone non è il lacchè della classe sociale dominante, ma il messaggero della morte. Il tempo è limitato, la nostra vita è breve, possiamo leggere poco, avendo poco tempo a disposizione, e il tempo non va sprecato, per cui abbiamo bisogno del Canone, che non può in alcun modo essere allargato in modo illimitato. Può essere aperto, ma non in maniera illimitata. Ha dei limiti, e questi non sono né politici, né morali.


È chiaro che il Canone ha bisogno del potere mondano, senza questo non possono esistere capolavori. Poi, non è detto che non si possano creare anche romanzi sociali, dalla parte degli ultimi, ma non è il sociale a motivare la presenza nel Canone, è il rifiuto a essere inscatolato in un contenitore ideale, in un mezzo messo al servizio del cambiamento sociale e della propaganda.

Il timore di Bloom, già allora, era che si stavano distruggendo i metri di misura estetici per valutare le opere letterarie nelle discipline umanistiche e nelle scienze sociali con il metro della “giustizia sociale”. Questo lo scriveva trent’anni fa. E purtroppo i risultati di questa continua distruzione sono davanti ai nostri occhi.


Bloom ribadisce una semplice verità che sfugge ai più, e cioè che tutti i canoni sono elitari, compresi i “controcanoni” già allora in voga, e che nessun canone secolare può essere mai chiuso: una semplice ovvietà. Tuttavia, allo stesso tempo, nonostante la teorica inclusività di un canone, è molto difficile che una vita umana possa permettere la lettura esauriente di tutto il Canone Occidentale, che già annoverava potenzialmente nel 1994 secondo lo scrittore ben oltre tremila libri.


Inoltre, il Canone non è una struttura stabile. Nessuno ha l’autorità di dire che cosa sia o non sia Canone. Men che meno l’autore di questo saggio ha tale ambizione. Sostiene che il suo è solo un elenco, un elenco come chiunque altro è legittimato a compilare.

Il vero discrimine è la mortalità o l’immortalità delle opere letterarie. Opere che sono sopravvissute nei secoli a un intenso conflitto sociale, ma che poco ha a che vedere con la lotta di classe. È proprio questo che fa di Shakespeare un autore universale, che trascende la storia. 


Bloom arriva alla conclusione sostenendo che, vista la “sovrappopolazione” di libri e di autori, e che pochi leggono oramai, con l’avvento dell’era della televisione e del virtuale, la domanda fondamentale non dovrebbe essere che cosa si deve leggere, ma che cosa non bisognerebbe curarsi di leggere.

Questo saggio è veramente straordinario anche nella sua contraddittorietà, nelle sue eccessive ripetizioni, nel suo quasi ossessivo delirio shakespeariano e merita di entrare di sicuro nel Canone Occidentale, per l’indiscutibile valore estetico, e probabilmente questo era il desiderio di Harold Bloom.

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