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giovedì 2 maggio 2024

Henry James, “Washington Square” (1880)

 


Classico


Henry James, “Washington Square” (1880)


«Gli sembrava soltanto proprio e ragionevole che una fanciulla bene educata non dovesse portare addosso metà della sua fortuna. Catherine era robusta, e ne avrebbe potuto portare parecchia; ma essa temeva troppo il peso della disapprovazione paterna per sfoggiare liberamente i propri gusti, e raggiunse i vent’anni prima di potersi concedere un abito da sera di satin rosso guarnito di una frangia d’oro, sebbene questo fosse un abbigliamento che ella, per molti anni, aveva segretamente desiderato. Con quell’abito sembrava una donna di trent’anni; ma per quanto strano, malgrado il suo gusto per i bei vestiti, essa non aveva un briciolo di civetteria, e tutta la sua ansia, quando li indossava, era che essi, non lei, stessero bene.»


«Il dottore parlava lentamente, deliberatamente, facendo delle pause e prolungando l’accento di certe parole. Tutto questo lasciava ben poche speranze alla povera Catherine. Ella sedette di nuovo, con la testa reclinata e lo sguardo sempre fisso sul padre e – questo è veramente strano, non so come dirlo – pur sentendosi profondamente ferita dalle sue parole, non poteva fare a meno di ammirarne la nobiltà e la forma. Dover discutere con suo padre era certamente doloroso e senza speranza per lei, ma lei doveva cercare di mantenere la propria lucidità. Lui era calmo, padrone di sé, e anche lei doveva essere calma. Ma lo sforzo stesso d’esser calma la faceva tremare.»


«Il suo scoppio d’ira e il senso d’aver subito un torto diedero a Catherine, finché durarono, la soddisfazione che viene da ogni affermazione di forza; essi la spinsero avanti, e v’è sempre una sorta di piacere nel fendere l’aria. Al fondo, tuttavia, odiava esser violenta e si rendeva conto di non avere alcuna attitudine al risentimento organizzato.»


Lo ammetto: mi sono innamorato di Catherine Sloper, come, ovviamente, ci si può innamorare di un personaggio parto della fantasia, ma a me accade raramente. In verità, mi era già accaduto con un'altra eroina di Henry James, ma solo in parte: con l'istitutrice de “Il giro di vite”. In questo caso l'innamoramento invece è senza riserve. Leggendo la mia recensione, capirete perché.


Continua il mio viaggio attraverso i romanzi brevi di Henry James. 

“Washington Square”, uscito in italiano anche con il titolo de "L'ereditiera", a ben vedere, non è propriamente un romanzo breve, ma tra questi viene di solito annoverato, lo è se messo a confronto con quelli di più cospicue dimensioni. Ed è così anche per i curatori del Meridiano di Mondadori, dove è inserito nel primo volume. È del 1880 ed è stato scritto nel primo periodo della vita letteraria dello scrittore americano. Una cosa è certa: è un romanzo che si fa leggere che è una meraviglia.


“Washington Square” è una deliziosa drammatica storia, apparentemente romantica, un po' sulla falsariga di “Daisy Miller”, sulla stessa lunghezza d’onda. Venne pubblicato circa due anni dopo il fortunato romanzo sulla vivace ragazza americana. Abbiamo anche qui un’altra giovane donna vittima delle convenzioni sociali, del cinismo delle relazioni dell’alta società americana, e del maschilismo. 

Ma il parallelo finisce qui, dato che le due eroine sono assai diverse e Catherine possiede molto più spessore.

Inoltre, non siamo più in Europa, ci troviamo proprio nell‘ambiente urbano per eccellenza degli USA: a New York.


È un romanzo sul potere del denaro alle soglie della gilded age. Un romanzo sull'irresistibile ascesa della classe borghese di oltreoceano, per la quale gli scrupoli morali contano entro certi limiti, mentre apparenze e interessi economici sono tenuti in massima considerazione, come accade d'altronde in ogni latitudine, ma qui possiamo disporre dello sguardo autorevole di uno scrittore dell'epoca e su un contesto ben preciso.

Non fu, ovviamente, ben accolto all’epoca dal moralismo di certa critica letteraria, ma è invece, come al solito, un piccolo grande gioiello, dovuto all’estro letterario di Henry James.


Catherine era la figlia di un medico affermato, l’unica ereditiera delle sue fortune. Il medico, con un matrimonio di convenienza alle spalle, aveva dovuto sopportare  due pesanti lutti causati dalla scomparsa prematura del primo figlio, e poi della moglie, morta poco dopo la nascita di Catherine. È plausibile che tali disgrazie contribuirono all’emergere del cinismo di Sloper, incapace di reale empatia nei confronti dell’unica figlia rimasta. Si potrebbe definire questa assenza come un meccanismo di difesa e, contemporaneamente, una proiezione del complesso di colpa dell’uomo sull'innocente creatura per le morti del figlio e della moglie, che come medico non era stato in grado di prevenire.


Catherine visse dall’infanzia in poi con il padre e sotto l’ala protettiva dell’intrigante zia Lavinia Penniman, pure lei vedova. 

Questo è il contesto familiare che, con Catherine ventenne, accoglierà l'arrivo sulla scena di Morris Townsend.

James come al solito si diverte molto a spargere tra le righe la sua pungente ironia, il suo tagliente sarcasmo, mediante un’incantevole e fluida prosa. 

L'autore americano rende perfettamente il contrasto tra i personaggi e si adopera con finezza nel disegnare i vari profili psicologici.


Il dottor Sloper, nonostante il suo matrimonio apparisse, come si diceva, di convenienza, era stato assai innamorato della moglie, di cui nutriva una stima senza riserve, unica eccezione alla sua misoginia, di cui faceva oggetto pure la stessa sorella, che giudicava frivola e troppo propensa alle romanticherie. Una cosa era certa, a prescindere dal parere del dottore, Lavinia sublimava i suoi desideri con quelli della nipote, ed era per questo che le faceva da complice, malgrado il parere contrario della stessa Catherine.


Sloper, uomo pragmatico, non nutriva affatto una grande opinione della povera Catherine, sia dal punto di vista fisico che da quello intellettuale. La riteneva dolce, ma scialba, sostanzialmente un'ingenuotta, nulla al confronto della madre, e sosteneva che l’influenza romantico sentimentale esercitata dalla zia la danneggiasse ulteriormente.

L’eccessiva stima per la moglie, l’averla mitizzata, lo induceva a un ingiusto paragone con la figliola, fino al punto di sottovalutarla quasi con disprezzo.

Invece, Catherine lo ricambiava con un grande affetto e una sconfinata stima.


La ragazza non ripagava della stessa moneta la zia, che, al contrario del padre, la considerava un ottimo frutto della sua educazione, cosa che finiva per indispettire Sloper. 

In questo contesto conflittuale, viene a inserirsi l'ambiguità dell’affascinante, ma squattrinato Townsend, presentato a Catherine dalla cugina Marian, figlia dell'altra zia, Elizabeth Almond.


Henry James prende le parti della sua eroina, l’unica che non finisce oggetto del suo sarcasmo, vittima dell’incomprensione dell'ambiente casalingo: padre e zia esageravano in senso opposto, vedendo difetti e qualità dove non c’erano, frutto più che altro dei loro pregiudizi. Ma lo scrittore la difende soprattutto dal parere malevolo dell’opinione della gente, che la giudicava una stupida, e costruisce un’altra versione di Catherine. Quella autentica.

La ragazza sembrava vivere in una dimensione diversa, aliena dai conflitti, come una straniera in terra straniera. 


Sono stato conquistato da Catherine fin dalle prime righe del romanzo, rimanendo anch’io dalla sua parte fino all'ultimo.

Da grande scrittore quale era, Henry James era capace di trovare la complessità dappertutto e riesce a trovarla anche in un animo fin troppo semplice come quello di Catherine. Cerca di far percepire al lettore quale fosse la vera natura di questo ingenuo candore, della sua timidezza, della sua ritrosia, della trasparenza del suo comportamento, temperato dalla modestia e da una profonda onestà, incapace di ordire anche la minima strategia. E ne viene fuori una pregevole figura intensamente anticonvenzionale.


La ragazza era come un oggetto in mano alla manipolazione altrui, ma lei non se ne rendeva conto. In realtà, non le importava, seguiva la sua logica semplice e, senza volerlo, antagonista all’esistente. Il suo candore le impediva qualsiasi pensiero malevolo. Si fidava degli altri, soprattutto del padre e di Townsend, non riuscendo a comprendere gli intrighi nei quali questi e la zia Lavinia si dibattevano, intenti a contendersi il suo destino. Ma, nel contempo, riusciva a mantenere sempre intatta la sua dignità.


Il padre, la zia, Townsend stesso, era come se conducessero un gioco divertente tra loro, con continue sottili schermaglie, un crudele gioco al massacro alle spalle di Catherine, che affrontava tutto questo con fiducia estrema, anche se spesso certe dinamiche  sfuggivano alla sua comprensione. Il fatto che non le comprendesse era dovuto al rifiuto di accettare che quello fosse un gioco di potere, in cui la posta non fosse lei, la sua felicità, ma il denaro. 

L’unica nei confronti della quale talora si permetteva di dissentire, a volte anche duramente, era la zia, nonostante dimostrasse di volerla aiutare. Ma erano il fervore e le insulse macchinazioni di Lavinia che infastidivano Catherine, e temeva che la zia potesse rovinare tutto. 


Tuttavia, era soprattutto quella sfida tra due maschi che si contendevano la sua esistenza, che turbava profondamente la ragazza, ne intuiva a tratti la violenza, ma l’inganno e la coercizione psicologica riuscivano a farle vedere solo la buona fede. 

Era una sfida tra l'astuzia luciferina di Morris, e l'acuto intuito razionale del dottore, uomo altrettanto scaltro.

Lei in quel gioco era un’estranea, un’esclusa, un oggetto della cui anima nessuno si curava veramente. Era prigioniera tra due cinici egoisti e narcisisti.


Il suo riserbo veniva interpretato come una sciocca mancanza o come un passivo tacito assenso, come ingenua bontà. La sua ostinazione nei sentimenti era, invece, di natura diversa, dovuta all'amore allo stato puro, alla generosità e alla sincerità caratteriale, incapace di atti di egoismo e di sotterfugi. 

Tutto questo fino a quando non si produrrà un inevitabile corto circuito.

Alla fine, mostrerà di avere molto più acume lei di chiunque altro, col suo rifiuto, la sua ribellione, la sua limpida determinazione, scaturiti spontaneamente dal suo cuore e non da un programmato sentimento di vendetta. Pur non volendola, si prenderà comunque una triste, ma maestosa, rivalsa.


L’ambientazione è descritta con suggestiva vividezza, cosa che non manca mai in James: un quartiere, quello di Washington Square, più tranquillo, attraente e ricco delle altre zone newyorchesi, un luogo che incantava la fantasia, che originariamente si trovava al confine con la parte che era ancora rurale.

La prosa di Henry James è qui limpida e scorrevole, la trama è lineare, come la stessa Catherine, si svolge su un unico piano temporale con solo qualche lieve digressione, e con i dialoghi, come di consueto, fulminanti, tanto da avere quasi la forma della piece teatrale.

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