Ripropongo la versione riveduta e corretta di una mia recensione un po' prolissa di qualche anno fa di un saggio che ritengo oggi più che necessario alla luce non solo dell’aumento dell’antisemitismo, con aggressioni, insulti, esclusioni da esercizi commerciali, un clima che ha molte affinità con quello del 1938, ma anche di un’epoca in cui si chiedono abiure, non solo ai semplici cittadini israeliani, ma perfino agli ebrei in quanto ebrei.
Il saggio di Claudio Vercelli rappresenta un contributo importante alla comprensione del negazionismo della Shoah, un fenomeno che, lungi dall'essere confinato ai margini dell'estremismo politico, ha progressivamente ampliato la propria influenza, trovando nuovi spazi di diffusione soprattutto attraverso il web, il complottismo e la contaminazione tra ideologie apparentemente contrapposte.
Il negazionismo nasce principalmente negli ambienti dell'estrema destra antisemita, con l'obiettivo di riabilitare il nazismo attraverso la falsificazione della storia. Successivamente si diffonde anche in settori dell'estrema sinistra radicale, in ambienti politici che rifiutano la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, in alcune componenti del cattolicesimo tradizionalista e nel fondamentalismo islamico, soprattutto attraverso la saldatura tra antisemitismo e antisionismo.
Il suo presupposto fondamentale è di natura complottista: la Shoah sarebbe una gigantesca mistificazione storica, costruita per attribuire ai nazisti crimini mai commessi, oppure enormemente esagerati. Alcuni negano direttamente lo sterminio, altri l'esistenza delle camere a gas, altri ancora riconoscono le deportazioni e le morti, ma le attribuiscono esclusivamente alle condizioni della guerra, negando qualsiasi progetto sistematico di eliminazione degli ebrei.
La strategia consiste nell'isolare particolari, enfatizzare errori marginali, ignorare prove documentali e testimonianze, per mettere in discussione l'intero impianto della ricostruzione storica. Paradossalmente, proprio il consenso storiografico sull'Olocausto viene presentato come dimostrazione dell'esistenza di una cospirazione.
Vercelli sottolinea come il negazionismo non possa essere considerato una legittima corrente storiografica alternativa. La ricerca storica procede attraverso il confronto delle fonti, il dubbio metodologico e la revisione critica delle interpretazioni. Il negazionismo, al contrario, parte da una conclusione stabilita in anticipo e seleziona esclusivamente ciò che può confermarla. Non cerca la verità: pretende di possederla già.
Da qui la sua aspirazione a presentarsi come una forma di revisionismo scientifico, rivendicando il diritto al dissenso e alla libertà di pensiero. Ma dietro questa apparente rivendicazione di autonomia intellettuale si nasconde un'operazione ideologica: screditare la Shoah, rovesciare le responsabilità storiche e trasformare i carnefici in vittime.
Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda proprio la capacità del negazionismo di attraversare confini politici e culturali. L'antisemitismo tradizionale dell'estrema destra può incontrare, attraverso il complottismo, alcune forme di anticapitalismo e di antimperialismo radicale. L'ebreo, o più frequentemente l'«ebreo-sionista», viene rappresentato come l'incarnazione di un potere occulto, finanziario e politico, responsabile delle ingiustizie del mondo contemporaneo.
Il vecchio mito del complotto ebraico mondiale, già presente nei famigerati Protocolli dei Savi di Sion, viene così riproposto in forme aggiornate. Il sionismo diventa la nuova manifestazione di un presunto progetto di dominio planetario, mentre Israele viene rappresentato come l'espressione collettiva delle caratteristiche negative tradizionalmente attribuite agli ebrei.
In questo passaggio assume particolare importanza il rapporto tra negazionismo e alcune declinazioni dell'antisionismo. Non si tratta, naturalmente, di identificare ogni critica al sionismo o alle politiche israeliane con l'antisemitismo, ma di riconoscere quei meccanismi attraverso i quali la critica politica si trasforma nella riproposizione di stereotipi antiebraici.
In determinati ambienti terzomondisti e dell'islamismo radicale, la Shoah viene negata, minimizzata oppure relativizzata per delegittimare le fondamenta storiche e morali dell'esistenza di Israele. Il conflitto israelo-palestinese diventa così il terreno sul quale si realizza un ulteriore capovolgimento: gli ebrei vengono rappresentati come i nuovi carnefici, mentre la memoria dello sterminio viene descritta come uno strumento di ricatto morale e di potere politico.
È quella che Vercelli interpreta anche come una competizione per lo «statuto vittimario», nella quale il riconoscimento della sofferenza di un popolo viene strumentalmente contrapposto a quello di un altro.
Un altro procedimento ricorrente è il riduzionismo comparativo: mettere sullo stesso piano, attraverso un semplice conteggio quantitativo, le vittime della Shoah e quelle complessive della Seconda guerra mondiale, per suggerire che lo sterminio degli ebrei non possieda alcuna specificità storica. Non è il confronto tra tragedie a essere illegittimo, ma il suo utilizzo per cancellare le differenti intenzionalità, responsabilità e dinamiche dei crimini.
Il negazionismo si alimenta inoltre di una concezione profondamente distorta della conoscenza. Ogni ricostruzione storica condivisa viene sospettata di essere manipolata, mentre le teorie alternative vengono considerate verità indiscutibili. Tutto può essere falsificato, tranne il complotto stesso, la cui esistenza costituisce il presupposto irrinunciabile dell'intera narrazione.
In questo senso, il negazionismo manifesta una natura culturale sostanzialmente totalitaria: non ammette realmente il dubbio, non riconosce la complessità dei processi storici e riduce la realtà a uno scontro tra una verità nascosta e un inganno universale.
La sua diffusione è favorita dalla crisi delle appartenenze ideologiche tradizionali, dalla crescita del qualunquismo e dalla formazione di ambienti politici ibridi, nei quali convergono suggestioni provenienti da destra e da sinistra. Il web amplifica enormemente queste dinamiche, offrendo alle falsificazioni una circolazione che difficilmente potrebbero ottenere nell'ambito della ricerca scientifica.
Il merito principale di Vercelli è dunque quello di mostrare come il negazionismo non sia soltanto una menzogna sul passato, ma uno strumento politico e culturale rivolto al presente. La falsificazione della Shoah serve a riabilitare ideologie criminali, alimentare l'antisemitismo, delegittimare l'identità collettiva ebraica e reinterpretare i conflitti contemporanei attraverso il paradigma della cospirazione.
Per questo non è necessario riconoscere ai negazionisti la dignità di interlocutori scientifici, ma è indispensabile studiare il negazionismo come fenomeno sociale, comprenderne i meccanismi e individuare le condizioni che ne favoriscono la diffusione.
A distanza di anni dalla pubblicazione, il libro conserva una notevole attualità. Anzi, l'espansione delle narrazioni complottiste, la radicalizzazione del dibattito pubblico e la crescente permeabilità tra estremismi ideologici rendono ancora più importante l'analisi proposta da Vercelli.
La conclusione che se ne ricava è che il negazionismo non rappresenta una forma estrema di spirito critico, ma la sua negazione. Dietro la pretesa di smascherare le menzogne della storia si nasconde la volontà di sostituire alla complessità dei fatti una visione ideologica assoluta, nella quale l'antisemitismo continua a riprodursi, adattandosi ai linguaggi e ai conflitti di ogni epoca.
