𝗗𝘂𝗲 𝗻𝗮𝘃𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻'𝘂𝘁𝗼𝗽𝗶𝗮: 𝗱𝗮 𝗗𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗮 𝗪𝗼𝗼𝗱𝗲𝗻 𝗦𝗵𝗶𝗽𝘀
𝗟𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗹𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶, 𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗵𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲.
Quasi sette secoli separano il sonetto «Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io» di Dante Alighieri da «Wooden Ships», composta da David Crosby, Stephen Stills e Paul Kantner nel 1968 e pubblicata nel 1969. Eppure, le due opere condividono un’immagine e un desiderio: prendere il largo, sottrarsi alle costrizioni e alle leggi del mondo e sperimentare una diversa maniera di vivere insieme.
È una parentela poetica sorprendente, che attraversa epoche, sensibilità e linguaggi lontanissimi: da un lato la Firenze medievale, dall'altro la controcultura americana degli anni Sessanta. Da un lato il sogno cortese di un piccolo gruppo di amici e delle donne amate, dall'altro la fuga da una civiltà devastata dalla violenza. Eppure, in entrambi i casi, c'è una nave. E quella nave è molto più di un mezzo di trasporto: è il simbolo di un altrove possibile.
«Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio.»
Nel sogno di Dante non conta la destinazione. Il vascello procede secondo il desiderio dei viaggiatori, protetto dalle avversità. Il viaggio è già una forma di felicità: uno spazio sottratto agli obblighi e alle interferenze della vita ordinaria. In «Wooden Ships», invece, l’orizzonte è quello di una civiltà devastata dalla guerra, con immagini che evocano una catastrofe nucleare. La nave diventa anche un’arca di salvezza.
La nave di Dante è un sogno di felicità; quella di Crosby, Stills e Kantner è anche un'arca di salvezza. E tuttavia, entrambe custodiscono un'idea radicale: per vivere diversamente bisogna avere il coraggio di immaginare un'esistenza sottratta alle convenzioni, alle leggi e ai conflitti del proprio tempo. Quella di Dante nasce dal desiderio di felicità; quella della canzone, anche dall’urgenza di sopravvivere e ricominciare. Entrambe, però, affidano al mare la possibilità di un altrove.
Dante non vuole partire da solo: immagina con sé Guido, Lapo e le donne amate. Il suo ideale non è l’autosufficienza individuale, ma il piacere della compagnia scelta.
Anzi, «vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio».
Il verso decisivo è quello del desiderio che cresce nello stare insieme.
Non si tratta del dovere di appartenere, ma della gioia di condividere. Anche «Wooden Ships» può essere letta come una speranza di solidarietà fra esseri umani che, dopo la rovina delle vecchie contrapposizioni, possono incontrarsi senza riprodurle. È una lettura poetica e libertaria, non un programma politico esplicitamente enunciato dalla canzone.
La libera condivisione oltre individualismo e collettivismo
Il punto di incontro più profondo non è dunque un generico comunitarismo: è la libera condivisione. L’individuo non deve rinunciare alla propria autonomia per stare con gli altri; al contrario, può trovare nella relazione liberamente scelta un ampliamento della propria libertà.
L’individualismo, quando diventa ideale di autosufficienza, impoverisce la dimensione relazionale della vita. Il collettivismo, quando pretende di subordinare le persone alla volontà o all’identità del gruppo, rischia qualcosa di ancora più grave: trasformare la condivisione in un obbligo. Non è una questione di dimensioni. Anche un piccolo gruppo, perfino una comunità che si proclama libertaria, può produrre conformismo, gerarchie informali, pressione morale ed esclusione.
Per questo la libertà di condividere deve comprendere la libertà di non condividere, di dissentire e di allontanarsi. Una comunità è realmente libera solo se non trasforma l’appartenenza in una forma di potere sui suoi membri. Nessuno deve essere sacrificabile in nome di un astratto bene comune; nessuna identità collettiva può esaurire l’identità delle persone che vi partecipano.
Non si tratta di negare ogni accordo o responsabilità reciproca: vivere insieme implica sempre impegni e limiti negoziati. Si tratta di impedire che tali accordi diventino un’autorità permanente, indipendente dalla volontà e dalla dignità dei singoli.
L’utopia dantesca, ripeto, è un sogno cortese e circoscritto, non un progetto di emancipazione universale. La canzone appartiene invece all’immaginario della controcultura degli anni Sessanta, segnato dalla critica della guerra e dal desiderio di nuove forme di convivenza. Sarebbe anacronistico sovrapporre le due prospettive. E tuttavia entrambe suggeriscono, ciascuna a suo modo, una comunità fondata sull’affinità anziché sull’imposizione.
Rimane un’ambiguità: per vivere liberamente occorre lasciare il mondo esistente? La separazione protegge il desiderio, ma può anche trasformare la comunità felice in un’isola incapace di incidere sulla realtà. Nessuna delle due opere risolve definitivamente la questione; la loro forza sta proprio nel mantenere aperta la possibilità.
Né il vascello di Dante né le navi di legno hanno bisogno, poeticamente, di un porto definito. Il loro significato risiede nel viaggio e nella qualità dei rapporti che esso rende immaginabili. Non si imbarcano per istituire un nuovo ordine, ma per sperimentare una vita differente. La formula potrebbe essere questa: «Non voglio essere libero dagli altri, ma libero con gli altri. E non voglio che il nostro stare insieme diventi un potere su ciascuno di noi».
L’utopia, allora, non è la società perfettamente organizzata, piccola o grande che sia. È la possibilità sempre fragile e rinnovabile di relazioni libere, nelle quali la vicinanza non cancelli l’autonomia e l’autonomia non diventi solitudine. Forse la terra promessa non è un luogo da raggiungere: è il modo in cui, almeno per un tratto di mare, si riesce a navigare insieme.