Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler perché era nemico dell'imperialismo britannico.
Ci furono infatti, all'epoca, diversi esempi di un antimperialismo disposto a cercare alleati tra i nemici delle potenze coloniali. Non necessariamente perché i suoi esponenti fossero nazisti, ma perché avevano già stabilito quale fosse il campo principale, se non l'unico, da condannare.
Non è necessario, infatti, sostenere esplicitamente il campo opposto: basta riservare sistematicamente la condanna morale a uno solo dei campi.
Si crea così un'asimmetria. Le violenze del campo considerato imperialista vengono interpretate attraverso categorie morali — aggressione, colonialismo, crimini, oppressione — mentre quelle del campo avversario vengono spiegate soprattutto attraverso categorie causali — reazione, resistenza, conseguenza, contesto storico.
Nel primo caso si individua immediatamente una responsabilità; nel secondo, la spiegazione causale tende a trasformarsi in attenuazione della responsabilità. E spesso la causa viene ricondotta ancora una volta alle azioni del campo occidentale, che finisce per diventare la causa ultima alla quale ricondurre ogni conflitto.
Naturalmente le responsabilità storiche e politiche delle potenze occidentali esistono e devono essere riconosciute. Il problema nasce quando esse diventano una spiegazione universale, mentre agli altri attori viene implicitamente negata una piena autonomia politica e, con essa, una piena responsabilità per le proprie scelte.
È questa una delle degenerazioni dell'antimperialismo quando cessa di essere un principio universale e diventa una geopolitica morale a senso unico: non occorre approvare i crimini del campo avversario; è sufficiente contestualizzarli sempre, mentre quelli del proprio nemico vengono sempre condannati.
A quel punto non si giudicano più imperialismo, autoritarismo e violenza in quanto tali. Si giudica innanzitutto chi li esercita. E il principio si trasforma in appartenenza. Essere nemici di un impero non significa essere nemici dell'imperialismo.
C'è inoltre anche un paradosso in questa negazione della responsabilità autonoma degli altri attori. Nel tentativo di sottrarsi alla presunta superiorità occidentale si rischia di riprodurne una forma paternalistica: l'Occidente viene considerato pienamente capace di scegliere e dunque pienamente responsabile delle proprie azioni, mentre gli altri vengono rappresentati prevalentemente come soggetti reattivi, le cui scelte sarebbero determinate dall'imperialismo, dal colonialismo o dalle provocazioni occidentali.
Gli occidentali agiscono; gli altri reagiscono. È una forma di occidentalocentrismo rovesciato, nella quale possono mescolarsi appunto paternalismo e senso di colpa storico. L'Occidente continua a essere posto al centro della storia, soltanto con il segno morale invertito: non più origine della civiltà e del progresso, ma causa ultima dei conflitti e persino delle scelte compiute dai suoi avversari.
Riconoscere piena autonomia politica a un popolo o a un soggetto storico significa invece riconoscergli anche la piena responsabilità delle proprie scelte. Negargli sistematicamente questa responsabilità non significa necessariamente rispettarlo di più: può significare considerarlo, implicitamente, meno capace di autodeterminarsi, e quindi inferiore.
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