«๐๐ฐ๐ฎ๐ฑ๐ข๐จ๐ฏ๐ช, ๐ฑ๐ฆ๐ณ๐ฎ๐ฆ๐ต๐ต๐ฆ๐ต๐ฆ๐ฎ๐ช ๐ฅ๐ช ๐ง๐ข๐ณ๐ฆ ๐ถ๐ฏ ๐ถ๐ญ๐ต๐ช๐ฎ๐ฐ ๐ฃ๐ณ๐ช๐ฏ๐ฅ๐ช๐ด๐ช.
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Questo celebre discorso - noto come il «Brindisi al popolo russo» tenuto da Josif Stalin al Cremlino il 24 maggio 1945 - rappresenta uno dei momenti di svolta politico-ideologici piรน significativi della storia sovietica. Un'Unione che nasce, negli anni venti, sulla promessa esplicita di correggere il "grande sciovinismo russo" ereditato dallo zarismo e che si chiude, nel dopoguerra, proclamando pubblicamente e senza imbarazzo la superioritร di un popolo sugli altri.
Il fatto che a pronunciare queste parole sia lo stesso apparato, che aveva fatto dell’"amicizia dei popoli" un pilastro ideologico, rende il testo un caso da manuale di quello che รจ stato definito come Nazional Bolscevismo. Cioรจ l'innesto, a partire dalla metร degli anni trenta, di un nazionalismo russo etnico dentro l'involucro formalmente internazionalista del marxismo-leninismo, un innesto che la guerra rende irreversibile. Perchรฉ la mobilitazione patriottica ha bisogno di simboli premoderni assai piรน efficaci dell'internazionalismo proletario.
Prima della guerra, la retorica sovietica classica si basava su questo stesso internazionalismo e sulla conseguente eguaglianza formale di tutte le repubbliche e nazionalitร dell'URSS. Dopo la guerra, Stalin incorona esplicitamente il popolo russo come la «forza guida» e la nazione «piรน eminente» dell'Unione Sovietica. Questo brindisi consacra formalmente il passaggio dall'ideologia di classe a una gerarchia etnico-nazionale, ponendo le basi per la successiva politica di russificazione post-bellica.
Un passaggio sorprendente del discorso รจ l'ammissione degli errori commessi dal governo: «Il nostro governo ha fatto non pochi errori, ci sono stati momenti nel 1941-42 nei quali la situazione รจ apparsa disperata...» Questa apparente umiltร ha in realtร una precisa funzione politica. Riconosce gli errori devastanti del primo biennio di guerra (le enormi perdite, la mancanza di preparazione iniziale) serve a fare passare Stalin non come un dittatore infallibile, ma come un leader umano che ha condiviso la sofferenza del popolo.
Ammettere che il popolo avrebbe potuto "cacciare il governo", per poi evidenziare che non l'ha fatto, serve a dimostrare che la legittimitร di Stalin non deriva solo dalla forza, ma da una presunta scelta consapevole e di fiducia da parte dei cittadini. ร un'argomentazione che trasforma la colpa in merito: la catastrofe del 1941, dovuta in buona parte alle purghe che avevano decapitato il corpo ufficiali, al rifiuto ostinato di credere agli avvertimenti sull'operazione Barbarossa, alla rigiditร dottrinale che vietava ritirate tattiche, viene riscritta come momento in cui il popolo russo ha superato una prova di lealtร .
Stalin attribuisce la vittoria a tre qualitร specifiche del popolo russo.
Mente chiara: capacitร di non farsi prendere dal panico nei momenti bui. Carattere forte: determinazione e resilienza. Pazienza: la capacitร di sopportare immani sacrifici e privazioni. Promuovendo la "pazienza" a virtรน cardine, Stalin giustifica implicitamente i sofferti costi umani ed economici imposti al paese sia durante la guerra, sia nel periodo di ricostruzione che sarebbe seguito.
Sebbene il brindisi elogi la vittoria della Grande Guerra Patriottica, riduce al minimo il ruolo delle altre nazionalitร sovietiche (ucraini, bielorussi, kazaki, georgiani, ecc.), che pure avevano pagato un prezzo di sangue enormemente alto. La narrazione viene accentrata quasi esclusivamente sulla Russia, creando risentimenti e squilibri interni che peseranno sui decenni a venire.
Con questo discorso, Stalin non sta solo celebrando la fine della Seconda guerra mondiale: sta gettando le fondamenta dell'ideologia sovietica del dopoguerra, in cui il mito della Grande Guerra Patriottica e la centralitร del popolo russo diventano i nuovi pilastri di coesione e di legittimazione del regime comunista.
il brindisi, inoltre, arriva a pochi mesi dalla conclusione delle deportazioni di massa dei cosiddetti "popoli puniti" accusati collettivamente e indiscriminatamente di collaborazionismo. La lode alla "fiducia" e alla "pazienza" russa si staglia contro lo sfondo di un intero repertorio di popoli giudicati, all'opposto, intrinsecamente sleali, meritevoli di deportazione collettiva su base puramente etnica.
La guerra funziona da spartiacque nell'URSS staliniana: non solo la classe come categoria discriminante, ma soprattutto la nazionalitร stessa, ordinata gerarchicamente secondo un test di lealtร superato o fallito in blocco. Il brindisi ai russi e le deportazioni dei "popoli puniti" sono due facce della stessa operazione simbolica: la costruzione di una gerarchia etnica esplicita dentro un'ideologia che formalmente la negava.
L’ambiguitร del termine stesso, "popolo russo", che Stalin usa deliberatamente tra accezione etnica e accezione imperiale-guida - un'ambiguitร che รจ costitutiva del nazionalismo russo sovietico, incapace fino alla fine di distinguere un'identitร nazionale russa propria da un ruolo di tutela sull'insieme sovietico. Il riemergere non esplicito di tutta la retorica sulla Terza Roma, che qui assume nella sostanza le vesti paradossali di capitale della Terza Internazionale.
La stessa struttura escatologica (un popolo eletto, portatore di una missione storica universale, custode dell'unica veritร salvifica contro un Occidente corrotto) semplicemente ricaricata di contenuto marxista al posto di quello ortodosso, ma con quest'ultimo che sta giร riprendendo quota lentamente, aiutato senza clamore dallo stesso regime che voleva distruggerlo. Il brindisi del '45, in questo senso, porta a compimento un processo iniziato con la riabilitazione negli anni trenta degli eroi dell'imperialismo russo e destinato a sopravvivere, sotto svariate forme, ben oltre Stalin.
Nel dopoguerra, con la russificazione, la selezione delle รฉlite non russe avvenne sempre meno in nome di una vera promozione della pluralitร nazionale e sempre piรน dentro una gerarchia controllata da Mosca.
Molti quadri locali vennero cooptati dal Partito, ma il loro potere restava legato all’apparato centrale piรน che alla base nazionale che rappresentavano. Dove le purghe e la repressione avevano colpito i vertici nazionali, spesso emersero dirigenti piรน allineati al centro, russi o comunque culturalmente russificati. Questo produsse รฉlite meno radicate nelle culture locali e piรน attente alla fedeltร politica che alla difesa di interessi nazionali specifici.

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