Perché dedico molta attenzione e scrivo spesso del passato molto più che del presente? Perché sul web del presente se ne parla fin troppo e male, con stereotipi, semplificazioni, pregiudizi, ossessioni compulsive. Perché ognuno si allinea alla narrazione con la quale può riconoscere e confermare il suo punto di vista. Del passato che è base del nostro presente e maestro del nostro futuro, mi accorgo che spesso non si conosce nulla, se non una distorsione proiettata dal presente dalla propaganda di parte, che non ha nessun interesse a usare la memoria senza preconcetti e opportunismi.
Il presente, concepito in questo modo, si dilata fino a fagocitare tanto il passato quanto il futuro, riducendo l'uno a magazzino di nostalgie strumentali e l'altro a proiezione delle paure dell'oggi. Il rischio non è solo che si giudichi male il passato, ma che lo si renda letteralmente irriconoscibile, sostituendogli le nostre categorie attuali. Si guarda al passato per trarne consolazione rispetto a un presente giudicato insufficiente, che quindi resta comunque prigioniero del consumismo della cronaca. Io invece mi accorgo che, ogni volta che mi rivolgo al passato, continuo a imparare.
Bisognerebbe evitare di trasferire le proprie categorie al passato per farle confermare, ma di accettare di essere rimessi in discussione da quello che si trova; un esercizio conoscitivo che tratta il passato come oggetto reale, e contemporaneamente con uno sguardo che resta assai critico, non un desiderio di ciò che non c'è più, del passato come feticcio nostalgico. La nostalgia chiude il passato in un'immagine fissa da rimpiangere; tornarci più volte per indagare in profondità vuol dire, al contrario, aprire continuamente nuove domande - ed è proprio l'assenza di quiete, il fatto che non si arriva mai a un'immagine definitiva in cui trovare conforto, il segno più chiaro che non si tratta di nostalgia, ma di analisi serrata, anche impietosa, riguardo alle convinzioni, a cominciare dalle proprie.
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