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lunedì 20 luglio 2026

ROBERT GRAVES, “I MITI GRECI” (1955)


«All’inizio Eurinome, Dea di Tutte le Cose, emerse nuda dal Caos e non trovò nulla di solido per posarvi i piedi: divise allora il mare dal cielo e intrecciò sola una danza sulle onde. Sempre danzando si diresse verso sud e il vento che turbinava alle sue spalle le parve qualcosa di nuovo e di distinto; pensò dunque di iniziare con lui l’opera della creazione.» (dal Mito Pelasgico della Creazione)

«All’inizio di tutte le cose, la Madre Terra emerse dal Caos e generò nel sonno suo figlio Urano. Dall’alto delle montagne Urano guardò la dea con occhio amoroso e versò piogge feconde nelle sue pieghe segrete, ed essa generò erba, alberi e fiori, unitamente alle belve e agli uccelli. Quelle stesse piogge fecero poi scorrere i fiumi e colmarono d’acqua i bacini, e così si formarono laghi e mari.» (dal Mito Olimpico della Creazione)

«Afrodite, la Dea del Desiderio, emerse nuda dalla spuma del mare e cavalcando una conchiglia giunse dapprima all’isola di Citera; quell’isola le parve però troppo piccola, ed essa passò nel Peloponneso e stabilì infine la sua residenza a Pafo, nell’isola di Cipro, dove si trova ancora la principale sede del suo culto. I fiori sbocciano là dove Afrodite posa i piedi. A Pafo le Stagioni, figlie di Temi, si affrettarono a vestirla e adornarla.» (da La nascita di Afrodite)

«Prometeo si recò subito da Atena e ottenne che essa lo facesse entrare di nascosto nell’Olimpo. Appena giunto, accese una torcia al divampante carro del Sole e ne staccò una brace ardente, che pose poi entro il cavo di un gigantesco gambo di finocchio. Spenta la torcia, sgattaiolò via senza che alcuno lo vedesse e ridonò il fuoco al genere umano.

Zeus giurò di vendicarsi. Ordinò a Efesto di fabbricare una donna di creta, ai quattro Venti di soffiare in essa la vita, e a tutte le dee dell’Olimpo di adornarla. Codesta donna, Pandora, fu la più bella del mondo e Zeus la mandò in dono a Epimeteo, scortata da Ermete. Ma Epimeteo, che era stato ammonito da suo fratello di non accettare doni da Zeus, cortesemente rifiutò. Sempre più infuriato, Zeus fece incatenare Prometeo, nudo, a una vetta, del Caucaso, dove un avido avvoltoio gli divorava il fegato tutto il giorno, un anno dopo l’altro; e il suo tormento non aveva fine, poiché ogni notte (mentre soffriva crudelmente per i morsi del freddo) il fegato gli ricresceva.

Zeus, non volendo ammettere di aver dato sfogo al suo desiderio di vendetta, cercò di giustificare la propria crudeltà facendo circolare una falsa voce: e cioè che Atena aveva invitato Prometeo sull’Olimpo per un segreto convegno amoroso.»

"I miti greci" è considerato un classico assoluto della saggistica e della letteratura mitologica. Non è semplicemente una raccolta di storie, ma una monumentale opera di catalogazione, riscrittura e interpretazione che ha influenzato l'immaginario di intere generazioni. È l'opera con cui Robert Graves si propose di raccogliere in una sorta di manuale organico l'intero corpus della mitologia greca, mito per mito, seguendo la genealogia degli dèi e degli eroi dalla Creazione, passando per Urano e Gaia, con molte pagine e capitoli dedicati a Eracle, fino alla guerra di Troia e al ritorno di Ulisse. Ogni capitolo riporta prima le fonti antiche in forma di racconto sintetico, poi un ricco apparato di note in cui l'autore offre la propria interpretazione. Graves adotta un approccio enciclopedico ma incredibilmente leggibile. 

Unifica le varie versioni frammentarie dei miti classici in un'unica narrazione fluida, elegante e priva di fronzoli moralistici. Alla fine di ogni capitolo, l'autore elenca meticolosamente tutte le fonti antiche (Omero, Esiodo, Apollodoro, Pausania, ecc.) da cui ha attinto. Graves analizza il mito da un punto di vista storico, antropologico e politico. Ed è proprio questo apparato interpretativo il tratto più caratteristico e più discusso del libro. 

Graves non si limita a catalogare i miti: li legge come depositi cifrati di eventi storici e soprattutto come tracce rimosse di una religione matriarcale, centrata su una Dea Madre lunare, che sarebbe stata soppiantata dal culto patriarcale olimpico portato dalle invasioni indoeuropee. È la stessa cornice teorica che aveva già elaborato in "La Dea Bianca" (1948), e che qui applica sistematicamente, spesso ricorrendo a etimologie ardite e ad analogie comparative con altre mitologie mediterranee per sostenere le sue interpretazioni.

Questo è anche il punto su cui il libro è stato criticato dagli specialisti: Graves era un poeta e romanziere di straordinaria erudizione (basti pensare a "Io, Claudio"), non un filologo classico, e molte delle sue ricostruzioni - il tema del re sacro sacrificato, la sopravvivenza di riti matriarcali dietro molti miti - sono considerate oggi speculative più che filologicamente fondate. Ciò non ha impedito al libro di restare per decenni un riferimento divulgativo di enorme diffusione, prezioso come repertorio ma da maneggiare con cautela quando si passa dal racconto del mito alla sua "spiegazione". Resta davvero solido nella parte narrativa, cioè la ricostruzione paziente delle varianti di ogni mito con puntuale rimando alle fonti antiche, e leggere le note interpretative come ipotesi affascinanti, ma non sempre filologicamente affidabili.

Nonostante appunto la comunità scientifica consideri le sue tesi antropologiche superate ed eccessivamente "romantiche", bisogna d'altronde tener presente che ha più di settant'anni, il libro resta una pietra miliare, un classico imprescindibile, un capolavoro della letteratura di tutti i tempi. Leggere "I miti greci" significa immergersi in una delle più ricche e affascinanti ricostruzioni del mondo greco antico e della sua mitologia. È lo strumento perfetto sia per chi cerca una consultazione rapida su un dio o un eroe, sia per chi vuole perdersi nella poesia del mito originario.


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