Sui social, se il linguaggio non è condito da retorica polemica, raramente ha successo e fatica a catturare l’attenzione. Non è tanto, però, una questione di polarizzazione - luogo comune ormai talmente trito da essere accolto con un consenso quasi unanime, salvo poi vederlo riproposto, con le stesse modalità, persino dai suoi critici più severi.
Ciò che sfugge a questa critica è che, in taluni casi, la polarizzazione è inevitabile e non costituisce sempre un male in assoluto; al contrario, talvolta è persino necessaria. A mancare è il discernimento: è per questo che si cade in contraddizione, per non aver colto la complessità della questione. Ed è proprio questa carenza di analisi complessa - non la polarizzazione in sé - l'elemento più grave, pur rimanendo quest'ultima un chiaro segnale di degenerazione culturale quando si manifesta nelle rozze vesti del tifo da stadio, e quando è indotta artificialmente dai media.
Il problema che intendo sollevare riguarda piuttosto una modalità di comunicazione che non sa fare a meno di suscitare sensazione, semplificazione, emotività, infantilismo, svuotamento di senso, mancanza di rispetto - fino allo sfogo e all'intolleranza tout court. Non pretendo che tali aspetti non debbano esistere: è naturale che appartengano alle relazioni umane. Ciò che appare assurdo è la totale assenza del senso del limite e dell'autocontrollo, unita al fatto che tutto il resto appaia irrilevante o indegno di attenzione, a meno che non si tratti di testi brevi e di facile assimilazione che non richiedano alcuno sforzo cognitivo. Slogan, insomma. Il sensazionalismo è merce e sta riducendo a merce anche noi, il nostro modo di stare nel mondo.
Non sto stigmatizzando, tuttavia, solo l'aggressività, ma anche quegli atteggiamenti che assumono la parvenza dell'impegno intellettuale e culturale, mentre nella sostanza sono esibizionismo - la supponenza e il narcisismo di chi vuole distinguersi dalla massa atteggiandosi magari con un libro in mano o attraverso un video in cui dispensa con sicumera insegnamenti, fa bella mostra di una presunta consapevolezza mentre il gregge dorme. Anche quello è spettacolo, anche quello è merce. Ben altra cosa sono le recensioni o la seria divulgazione, prive di ostentazione narcisistica, che presuppongono uno scambio culturale reale.
L'alternativa sarebbe lavorare per sottrazione, concedendo al palcoscenico sempre meno, mentre si cerca di aprire degli spazi congeniali alla propria identità, alla propria dimensione, al proprio microcosmo - comunicando su un piano dove sia possibile scambiare saperi, non posture e atteggiamenti. I social, con tutti i limiti imposti dall'algoritmo, potrebbero essere usati diversamente - come già accade in parte in certi gruppi culturali a tema - per far crescere la conoscenza, non per mortificarla.
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