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mercoledì 29 aprile 2026

IL CONSERVATORISMO PROGRESSISTA DELLA SINISTRA. Parte I. Introduzione.


PARADOSSI “CULTURALI”. IL CONSERVATORISMO PROGRESSISTA DELLA SINISTRA. Parte I. Premessa.

Ritengo opportuno, prima di iniziare questa mia analisi divisa in più parti, premettere che non mi occuperò di onestà, intesa sia come virtù morale che intellettuale, categoria che dovrebbe attraversare trasversalmente ogni orientamento ideologico e ogni appartenenza identitaria, che pertanto non è prerogativa di alcuna famiglia politica e che quindi ritengo, per comune buon senso, dare per scontata. Il mio sguardo si concentrerà unicamente sulla dimensione politica e culturale. Elevare l'onestà a valore politico è infatti un'operazione che impoverisce il pensiero politico stesso: lo svuota di contenuto per consegnarlo a una dimensione moralistica che, per quanto nobile possa essere come valore etico, risulta fuorviante e persino mistificatoria quando viene evocata politicamente, spesso utilizzata strumentalmente per coprire la propria miseria progettuale.

Detto questo, la mia analisi si muoverà trasversalmente tra le varie componenti della sinistra senza specificare ogni volta a quale di queste mi stia riferendo con precisione, ma cercherò di rintracciare un filo che le unisce mediante la narrazione che emerge in maniera più evidente all’interno di ogni singolo argomento, a prescindere se sia o no maggiormente rappresentativa. Ho scelto quindi di parlare genericamente di sinistra, non perché non sia importante distinguere tra le varie “correnti” (radicale, antagonista, riformista, liberaldemocratica, marxista…), ma perché le distinzioni non debbono avere la funzione di alibi, quando è ben presente una radice culturale e ideologica comune, non solo lessicale, e che è anche pienamente rivendicata.

Ho avuto per oltre cinquant'anni la possibilità di osservare e studiare da vicino la sinistra in tutte le sue varianti, da quella moderata istituzionale, fino a quella più estrema ed extraparlamentare. Un punto di vista personale, ovviamente, che non pretende di essere oggettivo, né esaustivo, che ha però fatto tesoro di una certa esperienza. Ho, inoltre, avuto, per quaranta di questi anni, da metà degli anni settanta a circa metà degli anni dieci di questo secolo, l'occasione di far parte della sinistra più o meno attivamente nelle piazze, nei partiti, nei movimenti, nei collettivi, nei comitati e nei sindacati. 

Infine, ho avuto anche il “privilegio”, nel mio piccolo, di frequentarne l’ambiente come rappresentante istituzionale nella seconda metà degli anni ottanta, e di lavorare come impiegato, a cavallo dei due secoli, per circa quattordici anni, nella segreteria politica e nell’ufficio di gabinetto di uno dei più famosi palazzi. Queste due “avventure” mi hanno offerto l'occasione di approfondire l’aspetto antropologico delle varie componenti e delle varie tipologie di militanti, di attivisti, di simpatizzanti e di rappresentanti istituzionali e di metterle a confronto con quelle di altre tendenze politiche. Ho vissuto quindi da metà anni settanta ad oggi la progressiva sclerotizzazione della sinistra, il suo malcelato autoritarismo e il suo omologarsi all'esistente.

Una sclerotizzazione ideologico identitaria conservatrice, non nel senso tradizionale, ma in quanto legato a stereotipi e simboli novecenteschi; un autoritarismo congenito, fatto di piccole e grandi intolleranze, a proprio agio con lo stato d'eccezione e tendente al collettivismo autoritario; e contemporaneamente, nella sostanza, una tendenza all'adeguamento all'esistente, priva del coraggio di sperimentare nuove strade e allergica ad ogni pensiero eretico. Sono dunque arrivato a chiedermi come si possa fare a sopportare la sterile ripetizione di riti sempre uguali a se stessi, senza provare un forte senso di disagio e di imbarazzo. Riti che, tra l'altro, spesso richiamano memorie e pratiche in aperta contraddizione con il proprio agire quotidiano.

Oggi, la mia critica investe in maniera radicale tanto la destra quanto la sinistra, ma anche quella vasta zona intermedia popolata da chi si proclama già oltre: né di destra né di sinistra, appunto, l’area del generico populismo. Una posizione che, nel cercare di superare le categorie ideologiche tradizionali, finisce per confermarle e riprodurle, perché il tentativo di costruzione di una presunta nuova identità collettiva avviene per negazione delle vecchie etichette e non come effettivo superamento delle rispettive narrazioni, assorbendone addirittura rigidamente dei contenuti, senza applicare un minimo di pensiero critico, e finendo così per ritrovarsi in nuovi recinti identitari omologabili all'una o all'altra parte.

La mia è la conclusione, sofferta e in fondo rassegnata, di uno che la storia della sinistra l'ha attraversata dall'interno con piena convinzione, e che proprio per questo ne ha imparato a riconoscere le patologie con la cognizione di causa di chi ne porta ancora i segni. Non si tratta, quindi, di un giudizio dettato dal risentimento, quello dell'ex militante che regola i conti con la propria storia. Non saprei nemmeno definirmi davvero un ex: le definizioni mi sembrano sempre meno capaci di restituire qualcosa di reale. E la sinistra si è trasformata in qualcosa di surreale.

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