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sabato 13 giugno 2026

L'OCCHIO MOLTIPLICATO


L'OCCHIO MOLTIPLICATO: COME LA SOCIETÀ DEL PANOPTICON ALIMENTA LA PARANOIA E LA TENDENZA IPER-NORMATIVA

L'architettura della sorveglianza moderna non crea la paranoia dal nulla, ma agisce come un potente amplificatore selettivo, “privilegiando” nella scelta dell’obiettivo del target profili con determinate caratteristiche: personalità che presentino già una vulnerabilità di base (tratti paranoici, insicurezza, forte bisogno di approvazione o tendenze iper-normative). L’intuizione settecentesca del Panopticon di Jeremy Bentham, poi brillantemente elevata da Michel Foucault a metafora del potere moderno, si basa su un principio geometrico: un unico guardiano centrale, invisibile, capace di sorvegliare contemporaneamente tutti i detenuti, invisibilità che genera autodisciplina e autosorveglianza.

Oggi quel modello non è tramontato, ma si è capillarizzato in una pluralità di guardiani. Alla sorveglianza verticale (lo Stato, le big tech, il sistema dell’informazione, il datore di lavoro…) si è affiancata una pervasiva sorveglianza orizzontale: lo sguardo reciproco dei cittadini, il monitoraggio costante sui social media, il giudizio digitale tra pari. Questa pressione costante, oltre ad essere un meccanismo di controllo sociale, diventa un fattore di profonda alterazione psicologica, specialmente in quei soggetti che possiedono già una predisposizione caratteriale alla paranoia o un’indole normativa.

Il nucleo psicologico del Panopticon foucaultiano risiede però nell'incertezza: il soggetto non sa se e quando è guardato, sorvegliato, sa solo che può esserlo in ogni momento. Per un individuo con tratti paranoici o fortemente insicuri, questa asimmetria è benzina sul fuoco. La mente predisposta alla diffidenza non tollera il vuoto informativo; di conseguenza, interpreta l’invisibilità del controllore con la sensazione di essere iper-sorvegliato, non ne contempla affatto l’assenza, neanche quella provvisoria.

Ogni minimo segnale contraddittorio e non direttamente verificabile viene inserito in un sistema di riferimento totalizzante. La sorveglianza verticale si trasforma in una minaccia personalizzata, confermando il nucleo della credenza paranoica: "Tutto è connesso, e tutto mi riguarda". Anche gli stessi oppositori sono destinatari della trappola panottica paranoica, proveniente dalla sfera dell’informazione ufficiale o da quella della cosiddetta controinformazione, trappola tesa alla cattura cognitiva: far perdere agli individui il senso della realtà. L'efficacia del Panopticon risiede maggiormente nella manipolazione della percezione, che nella coercizione. E lo è ancora di più quando il controllo non ha un centro unico e definito, e ogni individuo si sente chiamato ad alimentarlo.

In un regime di sorveglianza pervasiva, l'oppositore sa di essere un bersaglio, ma ignora la reale estensione del controllo. Questa asimmetria distrugge i confini della logica. La pressione esercitata lo induce a una sovrastruttura interpretativa in cui il confine tra minaccia reale e minaccia immaginata sfuma. I dissidenti tendono così all'isolamento autoreferenziale, quasi a creare una sorta di mondo parallelo. Senza un confronto sociale sano, la mente si avvita su se stessa, vedendo spettri, nemici e collaborazionisti dappertutto. Ed è anche grazie a questo automatismo che vengono nutrite le teorie del complotto. Inoltre non c'è miglior successo della propaganda nel far credere che i manipolati siano solo gli altri.

Se il controllo dall'alto genera per natura diffidenza, è la sorveglianza orizzontale a plasmare meglio le tendenze iper-normative. Vivere sotto lo sguardo costante dei propri pari, digitali e non, attiva in soggetti caratterialmente inclini alla rigidità un bisogno ossessivo di conformismo. L'errore, la sfumatura o il pensiero divergente non sono più spazi di libertà, ma vulnerabilità esposte al pubblico vaglio. Si tende alla creazione “orizzontale” di nuovi codici normativi e a desiderare la necessità di uno stato d’eccezione permanente.

Per il soggetto iper-normativo, l'osservazione reciproca diventa un tribunale perpetuo. L'individuo interiorizza a tal punto lo sguardo del controllore, da reprimere qualsiasi spinta spontanea, si autocensura, aderendo acriticamente alla norma sociale generale o a quella della sua bolla di riferimento, per attenuare così lo stato d'ansia che gli deriva dal timore del giudizio. Conseguentemente, per deviare il sospetto da sé e validare la propria aderenza alla norma, il soggetto predisposto si trasforma a sua volta in controllore. Diventa il custode ortodosso del comportamento altrui, denunciando le devianze per rassicurare se stesso sulla propria conformità, non solo per dimostrare agli altri la propria fedeltà e coerenza.

In questo scenario, la struttura sociale e la vulnerabilità psicologica si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Il sistema del controllo panottico offre una giustificazione esterna e "razionale" alle paure interne del soggetto paranoico o ossessivo. Se i “guardiani” monitorano, tracciano e giudicano costantemente, allora l'iper-vigilanza non è più un sintomo o un tratto disfunzionale del sistema, ma viene adottata come una strategia di sopravvivenza necessaria a ogni singolo individuo.

In definitiva, l'architettura della sorveglianza contemporanea si basa su una dinamica fondamentale: tende a privare l'individuo dello spazio sacro dell'indeterminatezza e dell'incertezza, o quantomeno alla sua drastica riduzione - quel luogo privato in cui è concesso essere imperfetti, contraddittori, eclettici e invisibili. Senza questo spazio, i soggetti più fragili finiscono per cristallizzarsi nei loro tratti peggiori, intrappolati nella rigidità delle credenze, tra il terrore di venire scoperti per inconfessabili dubbi e la fobia di non essere abbastanza conformi alle regole o al buon senso.

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