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giovedì 11 giugno 2026

BOB BLACK, “L’ABOLIZIONE DEL LAVORO” (1985) - ANARCHIA E RIVOLUZIONE LUDICA


BOB BLACK, “L’ABOLIZIONE DEL LAVORO” (1985) - ANARCHIA E RIVOLUZIONE LUDICA

«Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Per eliminare questa tortura, dobbiamo abolire il lavoro. Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva. Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine "gioco" includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte.»

«I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell'ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti - a parte il fatto che sto parlando seriamente - io sono a favore della piena disoccupazione. I trotskisti diffondono l'idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come accade, sono a favore del lavoro - e non solo perché hanno in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete - tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire all'infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del lavoro stesso.»

«L'alternativa al lavoro non è solo l'ozio. Essere ludici non è essere fancazzisti.»

«Il senso di degradazione che molti lavoratori sperimentano sul lavoro deriva da un insieme assortito di prevaricazioni, le quali possono essere tutte riassunte nel termine "disciplina". Nell'analisi di Foucault tale fenomeno appare piuttosto complesso, mentre in realtà esso risulta essere abbastanza semplice. La disciplina consiste nell'insieme di quei sistemi di controllo totalitari che vengono applicati sul posto di lavoro - sorveglianza, lavoro ripetitivo, imposizione di ritmi di lavoro, quote di produzione, cartellini da timbrare all'entrata e all'uscita -. La disciplina è ciò che la fabbrica, l'ufficio e il negozio condividono con la prigione, la scuola e il manicomio.»

«I situazionisti - come Vaneigem nel “Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni”, e l'antologia dell'Internazionale Situazionista - sono tanto implacabilmente lucidi quanto esilaranti, anche se non superano mai completamente la contraddizione consistente nel sostenere da una parte il potere dei consigli operai e dall'altra l'abolizione del lavoro. Tuttavia, la loro incongruenza è preferibile a tutte le versioni del sinistrismo ancora in circolazione, i cui adepti appaiono come gli ultimi difensori del lavoro, ciò evidentemente in quanto se non esistesse il lavoro non vi sarebbero lavoratori, e in assenza di lavoratori, chi mai potrebbe organizzare la sinistra?»

Il pensiero critico per essere innovativo, rivoluzionario, deve esprimere una sua radicalità, deve essere capace di destare scandalo, di servirsi del paradosso, di andare oltre il pensabile. Le teorie sul rifiuto del lavoro, così come quelle sul rifiuto dello Stato, hanno sempre destato scandalo, come del resto anche l'anarchismo che le ha prodotte. Nonostante siano rimaste nell'ambito delle utopie, o almeno considerate tali, hanno operato come contrappeso filosofico necessario a quello status quo che si ritiene immutabile. Il lavoro, soprattutto quello salariato, come lo Stato, è un grande ed efficace strumento di controllo. Per me è stato sempre così: una cosa più che ovvia.

La critica al lavoro come valore e come obbligo - non soltanto come forma di sfruttamento da riformare ma come principio organizzativo da abolire - percorre come un filo sotterraneo, e spesso tutt'altro che sotterraneo, una parte consistente della storia dei movimenti libertari, anarchici e antagonisti di sinistra. Il precedente politico teorico più illustre di tutta questa tradizione è Paul Lafargue, che nel 1880 scrisse - probabilmente in polemica implicita con l'idolatria marxiana del lavoro, e nel paradosso biografico di essere genero di Marx (che però, a sua volta, aveva manifestato apprezzamento per il libro di Lafargue) - “Il diritto alla pigrizia”, un pamphlet feroce e gioioso che denunciava come la classe operaia si fosse lasciata corrompere dal "dogma del lavoro". Lafargue è in senso filosofico un “antenato” diretto di Black, e il filo che li unisce attraversa un secolo di dissidenza dentro e ai margini del movimento socialista.

È negli anni Sessanta che questa concezione si manifesta in forma moderna e strutturata. I situazionisti elaborano una critica al lavoro che non è economica ma esistenziale e antropologica: il lavoro è la forma primaria dell’alienazione, della separazione dell'individuo dalla propria vita, è la macchina che produce lo spettacolo e che viene prodotta da esso, è il luogo in cui il tempo vivo si trasforma in tempo morto. Questa posizione entra nel tessuto culturale del Sessantotto come uno degli elementi più dirompenti e meno facilmente metabolizzabili, appunto perché non chiedeva migliori condizioni di lavoro ma metteva in discussione il lavoro stesso come destino collettivo.

È però il movimento del Settantasette a portare questa critica alla sua espressione più radicale e culturalmente più vivace, almeno in Italia. Si diceva che bisognava liberarsi della necessità del lavoro. I giovani ribelli metropolitani del Settantasette - con le loro radio libere, i loro collettivi, le loro pratiche di comunicazione ironica e situazionista - non volevano il posto fisso in fabbrica che i loro padri avevano conquistato con tanta fatica. Lo rifiutavano come forma di vita, non solo come forma di sfruttamento.

Da un lato c'era la tradizione egemone - socialdemocratica, comunista, sindacale - per cui il lavoro era il luogo della dignità operaia, il fondamento dell'identità di classe, il terreno su cui costruire potere collettivo: "diritto al lavoro", "piena occupazione", "controllo operaio sulla produzione" erano i suoi obiettivi. Dall'altro lato si trovava questa corrente che considerava proprio quella venerazione del lavoro come la trappola ideologica più profonda - come la forma più sottile con cui il capitalismo aveva colonizzato la coscienza dei suoi stessi oppositori, convincendoli che lavorare fosse un valore in sé e non una necessità imposta.

La ristrutturazione post-fordista degli anni Ottanta - il thatcherismo, il reaganismo, la disarticolazione della classe operaia - ha poi paradossalmente messo a tacere questo discorso, spazzando via le condizioni che lo rendevano possibile. Quando il lavoro diventa precario, frammentato, incerto, la critica al lavoro si trasforma in un lusso che molti non si possono permettere, e l'agenda di tutta la sinistra torna a essere difensiva, il pensiero critico si appiattisce sull'esistente. Black scrive nel 1985 in questo preciso momento di passaggio, quasi come un testamento di una stagione che si chiude - o come una voce fuori dal coro che si ostina a tenere vivo un obiettivo che la contingenza storica stava oscurando.

“The Abolition of Work” esce in quell'anno - prima come pamphlet ciclostilato, poi ripreso da varie antologie anarchiche - questo saggio breve e tagliente di Bob Black è diventato uno dei manifesti più letti e discussi del pensiero anarchico americano, e rimane a distanza di quarant'anni sorprendentemente attuale, anche nei suoi eccessi. È divertente, ironico, sarcastico, folle, estremista, insensato, ma inflessibilmente sovversivo.

Sul piano intellettuale, Black è considerato uno dei fondatori - o quanto meno il principale teorico - dell'anarchismo post-sinistra, una corrente che emerge negli anni Settanta e trova la sua forma definitiva negli anni Novanta e che porta alle estreme conseguenze la critica alla sinistra. Il saggio fondamentale che ne sancisce la diffusione ed espone chiaramente la frattura con il passato è "Anarchy after Leftism" (L'anarchia dopo il sinistrismo) pubblicato dallo stesso Bob Black nel 1997. 

L'idea di fondo è che la sinistra - tutta intera, marxista, socialdemocratica, sindacale, e persino anarchica tradizionale - sia rimasta prigioniera di categorie e valori nati dentro il sistema che pretende di combattere: il lavoro, la produzione, la democrazia, l'organizzazione, il progresso. Black ha sempre respinto l'idea che la democrazia, anche nella forma diretta e assembleare propugnata da Murray Bookchin, possa essere considerata anarchica.

Il punto di partenza de “L'abolizione del lavoro” è brutalmente semplice: il lavoro è la principale fonte di miseria e di controllo nella società moderna. Non il lavoro capitalista soltanto ma il lavoro in quanto tale, inteso come attività obbligatoria, disciplinata da orari, gerarchie, coercizione economica e morale. Black non risparmia nessuno: né il padrone né il sindacato, né il liberale né il marxista. 

Anzi, riserva alcune delle sue frecce più acuminate proprio alla sinistra, accusandola di non voler abolire il lavoro ma semplicemente redistribuirlo, democratizzarlo, renderlo meglio pagato - il che, agli occhi di Black, equivale a perpetuarlo, a renderlo accettabile, a convincere gli sfruttati che il problema è il salario e non la condizione stessa del lavoro regolato in maniera rigida, obbligatoria. Ovviamente, Black sta parlando della sinistra di allora, non della versione ancora più compromessa di quella attuale, in cui la centralità degli interessi economici delle classi più povere si è quasi del tutto dissolta, lasciando però intatta la sacralità del lavorismo.

Il cuore dell'argomentazione è la distinzione tra lavoro e gioco (work e play). Black vuole sostituire il primo con il secondo, ma attenzione: non intende il gioco nel senso banale del tempo libero - quel breve residuo che il capitalismo concede ai lavoratori esausti per farli consumare e ricominciare - bensì l'attività libera, volontaria, autogestita, intrinsecamente appagante. Il riferimento intellettuale principale è Charles Fourier, il grande utopista francese del primo Ottocento, con la sua visione del “travail attrayant", il lavoro attraente che non è più lavoro perché nasce dal desiderio e non dalla necessità imposta. 

Black è il primo a riconoscere il paradosso di Fourier, ma lo prende sul serio come pensatore che ha osato immaginare una trasformazione radicale non solo dei rapporti di produzione ma della vita quotidiana nella sua totalità. C'è sullo sfondo anche la lezione dei situazionisti, Debord e soprattutto Raoul Vaneigem con “La rivoluzione della vita quotidiana” - la critica alla separazione tra vita vissuta e vita alienata, la rivendicazione del vissuto come terreno politico primario. Black eredita questa posizione e la radicalizza: non basta conquistare la fabbrica, bisogna abolire la logica della fabbrica diffusa come principio organizzativo dell'esistenza.

Il saggio attacca anche quella che Weber aveva chiamato l'etica protestante del lavoro - l'idea cioè che lavorare sia di per sé virtuoso, che l'ozio sia il padre dei vizi, che la produttività sia un valore morale assoluto. Black vede questa ideologia come il più efficace meccanismo di addomesticamento sociale mai inventato: tiene le persone esaurite, disciplinate, incapaci di ribellarsi o anche solo di pensare, e le convince che questa condizione sia dignitosa, anzi necessaria alla propria identità. Il lavoro, in questa lettura, non è solo sfruttamento economico ma produzione di soggettività obbedienti.

La proposta concreta, nella misura in cui il saggio ne avanza una, è quella della “ludic revolution”: una trasformazione radicale in cui le attività necessarie alla vita collettiva - produrre cibo, costruire, curare - vengano riorganizzate secondo princìpi di gioco, varietà, libertà e piacere, distribuendo i compiti necessariamente gravosi in modo che nessuno ne sia schiacciato, e moltiplicando le possibilità di attività libera. Black è consapevole che questo richiede sia una riorganizzazione sociale profonda che nessuna riforma dall'interno del sistema può garantire, sia una riduzione drastica del lavoro complessivo - resa possibile dalla tecnologia, ma non da quella disumana e alienante dei tecnocrati, bensì quella al servizio degli individui che aiuti e stimoli la creatività.

Il saggio ha i suoi limiti più che evidenti. La visione di Black è a tratti decisamente ingenua. Non affronta seriamente la concreta questione dell’organizzazione delle attività necessarie, e tende a idealizzare culture preindustriali o primitive in modo che talvolta sfiora il romanticismo dei bei tempi andati. Il valore del saggio sta quasi tutto nell'efficace e puntuale analisi fenomenologica dell’alienazione e del lavoro, ma è carente dal punto di vista propositivo: sa benissimo individuare le dinamiche di sfruttamento e di oppressione, meno bene cosa costruire in alternativa. Ed è in questo ovviamente molto condizionato dal contesto storico dell’epoca.

Tuttavia, proprio questa irriducibile radicalità è parte della sua forza: rifiuta le mezze misure - la riduzione oraria del lavoro, il reddito universale, la settimana corta - non perché siano inutili, ma perché sono misure finalizzate comunque alla centralità del lavoro, forme di elemosina da parte dei sistemi politici lavoristi, e perché considera essenziale mantenere vivo l'obiettivo rivoluzionario dell’abolizione totale della necessità del lavoro, senza annacquarlo col riformismo del sistema. Liberare gli uomini dalla gabbia che si sono costruiti con le loro stesse mani.

Al di là delle singole tesi, il saggio di Black mostra una grande potenzialità liberatoria: il coraggio di dire che il problema vero dell’umanità è che si lavora, non come si lavora, e che una vita umana degna di questo nome non può essere organizzata intorno all'imperativo della produzione. In una situazione in cui si rivendicava il "diritto al lavoro" come orizzonte emancipativo, Black ha avuto l'audacia di ribaltare la logica lavorista: non è necessario garantire il lavoro a tutti, ma liberare tutti dal lavoro.

Il saggio è liberamente scaricabile e leggibile online. La fonte più affidabile è The Anarchist Library (theanarchistlibrary.org), che ospita sia “The Abolition of Work” che “Anarchy After Leftism” in versione integrale, in più formati — HTML, PDF, ePub. Black stesso ha esplicitamente dichiarato i suoi testi anti-copyright. In italiano si trova invece su (https://www.academia.edu/5109646/Labolizione_del_lavoro_Bob_Black)

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