Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

mercoledì 10 giugno 2026

L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI


L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI

«Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!»

Il 10 giugno 1924, in lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma, cinque uomini trascinarono Giacomo Matteotti in una Lancia Lambda e lo uccisero. Il corpo fu ritrovato solo il 16 agosto, in un bosco presso La Quartarella, a Riano, a una trentina di chilometri dalla capitale. Aveva segni di violenza sul torace; era quasi certamente morto durante il trasporto, forse per le ferite, forse strangolato. Aveva trentanove anni ed era il segretario del Partito Socialista Unitario, il deputato più pericoloso che Benito Mussolini avesse di fronte in quel contesto storico.

Undici giorni prima del suo rapimento, il 30 maggio, Matteotti era salito alla Camera per contestare punto per punto la validità delle elezioni del 6 aprile 1924, le prime tenutesi sotto la legge Acerbo - la legge che assegnava i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa, purché superiore al 25%. Matteotti aveva documenti, nomi, luoghi: le violenze ai comizi d'opposizione, le schede false, le intimidazioni sistematiche. Il suo intervento fu interrotto da urla, insulti, minacce fisiche da parte dei deputati fascisti. La presidenza dell'Assemblea non riuscì - o non volle - garantirgli protezione. 

Concludendo il discorso, Matteotti consapevole del rischio che stava correndo, una volta terminato il discorso e sedendosi tra i suoi compagni di partito, pronunciò la famosa frase: «Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.» Era un uomo che sapeva di essere in pericolo. Nei mesi precedenti aveva scritto e pubblicato “Un anno di dominazione fascista” (1923), un libro che era un catalogo ragionato dei crimini e delle illegalità del regime. Aveva ricevuto minacce. Ma non si fermò.

Il capo del commando era Amerigo Dumini, un personaggio di formazione italoamericana, già squadrista, che svolgeva commissioni violente per conto della presidenza del Consiglio. Guidava la cosiddetta "Ceka fascista", un nucleo d'azione clandestino finanziato con fondi riservati del governo e dipendente da Cesare Rossi, capo dell'ufficio stampa di Mussolini, e da Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del PNF. L'automobile apparteneva a Filippo Filippelli, direttore del Corriere Italiano, quotidiano finanziato dallo stesso Mussolini.

La questione sulla certezza dei mandanti del delitto è storicamente dibattuta dal punto di vista penale e sul movente esatto, ma il consenso degli storici è sufficientemente unanime dal punto di vista politico e morale: Mussolini era informato anche se non è certo che avesse ordinato esplicitamente l'assassinio o un pestaggio intimidatorio destinato a degenerare. Il "Memoriale Rossi" - redatto da Cesare Rossi dopo essere stato scaricato dal regime - e altri documenti che circolarono nei mesi successivi al delitto indicavano esplicitamente la responsabilità di Mussolini. D’altronde, il Duce ne era consapevole a tal punto da dichiarare il 3 gennaio 1925, alla Camera, di assumersi la responsabilità "politica, morale, storica" di tutto ciò che era accaduto - sfidando l'opposizione, il parlamento e il re ad agire di conseguenza. 

La notizia del rapimento scosse l'Italia con un'intensità che il regime non aveva previsto. Per qualche settimana Mussolini apparve politicamente isolato: settori della borghesia liberale, della stampa, persino ambienti della corte e del Vaticano erano turbati. I partiti d'opposizione - socialisti, popolari, liberali, democratici, repubblicani - decisero di abbandonare la Camera e ritirarsi sull'Aventino, richiamando simbolicamente la “secessio plebis” dell'antica Roma.

Fu una scelta politicamente suicida. I deputati aventiniani rifiutavano di legittimare il Parlamento fascista con la loro presenza, ma non fecero il passo ulteriore, commisero l’errore di non intraprendere azioni concrete: non si costituirono in assemblea alternativa, non lanciarono un appello diretto al paese, non esercitarono alcuna effettiva pressione sul re perché licenziasse il governo. 

Vittorio Emanuele III - che aveva già dimostrato nel luglio-ottobre 1922 la sua acquiescenza al fascismo - rimase inerte. La grande borghesia industriale e agraria, che aveva investito sul fascismo come argine al movimento operaio, si guardò bene dall'intervenire. La Santa Sede rimase in silenzio. L'opposizione aveva la forza morale ma non quella istituzionale, né la determinazione necessaria, e Mussolini lo sapeva, dichiarò che avrebbe instaurato lui stesso l'ordine se nessun altro l'avesse fatto. Era, di fatto, la proclamazione della dittatura. 

Nei mesi successivi il regime eliminò le garanzie costituzionali rimaste: soppressione dei partiti e delle organizzazioni sindacali libere, istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, legge sulla stampa, scioglimento della massoneria, creazione della polizia segreta dell'OVRA (Opera Volontaria di Repressione Antifascista). Lo Statuto albertino rimase formalmente in vigore, ma fu svuotato di ogni contenuto.

Dumini e i suoi complici furono processati nel 1926 a Chieti. La sentenza - già di per sé aberrante nel qualificare l'omicidio come "preterintenzionale" anziché doloso - fu seguita da una rapida amnistia. Gli imputati tornarono in libertà in tempi brevissimi. Dumini, negli anni successivi, tentò di ricattare Mussolini con le sue conoscenze del delitto e fu per questo incarcerato più volte. Solo dopo la liberazione, nel 1945, fu condannato all’ergastolo - insieme a Volpi e Poveromo (altri componenti del commando) -, pena poi commutata a trent'anni. 

Di quei 30 anni, Dumini ne scontò effettivamente una minima parte. Beneficiò infatti di ulteriori condoni e provvedimenti di clemenza che ridussero progressivamente il cumulo della pena a causa della discutibile e indiscriminata applicazione del processo di pacificazione nazionale. Nel 1953 ottenne la grazia condizionale per buona condotta e, dopo un breve periodo di libertà vigilata, ottenne la piena libertà nel 1956. In totale, a fronte di una condanna all'ergastolo per uno dei crimini politici più efferati del secolo, Dumini passò in carcere nel dopoguerra poco più di otto anni

Matteotti non fu una figura meramente simbolica, fu invece una personalità storicamente rilevante, di grande spessore, per la combinazione di coraggio e rigore intellettuale. Era un socialista riformista della scuola turatiana, lontano da ogni tentazione massimalista o rivoluzionaria, ma capace di una radicalità morale che molti rivoluzionari non hanno mai avuto. Aveva intuito che il fascismo poteva aspirare a diventare un sistema di dominio solido e assoluto, e tutt’altro che un fenomeno transitorio. 

Era consapevole che il regime stava costruendo uno Stato autoritario permanente, quando quasi tutti - a sinistra come a destra - non avevano avuto minimamente la percezione di ciò che sarebbe avvenuto: si illudevano che Mussolini non sarebbe andato lontano, confidando nella sua incapacità e nell’intervento di un sovrano pavido e privo di carattere.

L’assassinio di Matteotti resta nella storia del nostro paese come un punto di non ritorno: il momento in cui era ancora possibile resistere all’avanzata della dittatura fascista e produrre un’inversione di tendenza. Ma ciò non avvenne. Le responsabilità sono da attribuire a estesi settori della società italiana - politici, istituzionali, economici, culturali, sociali - rendendo quella vicenda, oltre che un delitto di Stato, lo specchio della fragilità soprattutto delle classi dirigenti italiane di fronte all'autoritarismo, ma non solo di quelle dirigenti.

Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie

L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI

L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assum...