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giovedì 6 agosto 2026

GAETANO COSTA E GLI ALTRI


MOMENTI DI TRANSIZIONE. DELITTI DI MAFIA A PALERMO TRA IL 1979 E IL 1980.

Gaetano Costa fu procuratore capo della Repubblica a Palermo, ucciso dalla mafia il 6 agosto 1980 in via Cavour, mentre sfogliava dei libri su una bancarella a pochi passi da casa, colpito alle spalle da tre proiettili sparati da due killer in moto. Nello stesso giorno di cinque anni dopo sempre a Palermo sarà brutalmente assassinato da Cosa Nostra all'età di 38 anni Ninnì Cassarà, vicecapo della Squadra Mobile. Il movente più accreditato, per l'omicidio di Costa, riguarda la sua intransigenza: nella primavera del 1980 firmò personalmente i mandati di cattura contro il boss Rosario Spatola e alcuni dei suoi uomini, coinvolti nel traffico internazionale di stupefacenti tra le famiglie siculo-americane, dopo che i sostituti procuratori si erano rifiutati di farlo. 

Quel gesto di assunzione di responsabilità solitaria lo espose enormemente, tanto che al suo funerale parteciparono pochissimi colleghi magistrati: un isolamento istituzionale che diversi commentatori, allora e dopo, hanno letto come concausa dell'omicidio tanto quanto la matrice mafiosa vera e propria. Alcuni collaboratori di giustizia, da Buscetta a Marino Mannoia, indicarono che il delitto fu voluto da Salvatore Inzerillo per affermare, all'interno di Cosa Nostra, la supremazia dei clan palermitani sui Corleonesi.

Costa va collocato nella breve stagione di personaggi che a Palermo tentarono di indagare l'intreccio fra mafia, politica e affari - la stessa in cui si muoveva Rocco Chinnici, che sarebbe stato ucciso nel 1983. Nonostante la matrice politico-mafiosa del delitto sia stata storicamente accertata, non si è mai arrivati a una condanna: un paradosso giudiziario che ricorre spesso nella storia dei delitti eccellenti di quegli anni in Sicilia.

Il primo fu il poliziotto Filadelfo Aparo l’11 gennaio del 1979, seguito da Mario Francese, famoso giornalista del Giornale di Sicilia, che fu ucciso il 26 gennaio 1979, il primo a scoprire il ruolo di Riina e dei corleonesi all'interno di Cosa Nostra. La catena di delitti continuò poi col segretario provinciale della Dc Michele Reina, il 9 marzo, col capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, il 21 luglio (ucciso da Leoluca Bagarella, al bar Lux mentre prendeva un cappuccino), e dal giudice Cesare Terranova, il 25 settembre, insieme al maresciallo Lenin Mancuso. Poi, il 6 gennaio 1980, toccò addirittura al presidente della regione Piersanti Mattarella, assassinato nella sua auto davanti alla moglie mentre usciva di casa il giorno dell'Epifania, senza scorta perché la rifiutava nei festivi.

Quello che colpisce, mettendo in fila questi nomi accanto a Costa, è la coerenza del disegno: una strategia dei corleonesi di eliminazione sistematica di ogni figura - giornalista, politico, poliziotto, magistrato - capace di ricostruire i nessi tra mafia, affari e politica, ma per affermare anche l'egemonia del blocco corleonese sulle famiglie palermitane più moderate (i "guanti di velluto" di Bontate e Inzerillo). Era un nesso trasversale, come era trasversale la lotta contro la mafia di quegli anni, che tentò di schivare e non sempre ci riuscì la strumentalizzazione politica.

Boris Giuliano, in particolare, stava indagando proprio sul filone del narcotraffico e del riciclaggio che avrebbe poi portato al caso Spatola su cui si giocò la sorte di Costa.

Piersanti Mattarella rappresenta un caso a parte e di natura eccezionale, perché non era un investigatore, ma un politico che aveva cominciato a rompere pubblicamente l'omertà interna alla Dc siciliana sugli appalti regionali - la prima volta che un presidente della Regione denunciava la propria area politica dall'interno. Per questo il suo omicidio fu inizialmente attribuito ai Nar neofascisti, a causa di una presunta rivendicazione, pista che si rivelò poi fuorviante, forse un depistaggio, o comunque non esaustiva.

Questi eventi si inserirono in una fase storica di cruenta trasformazione, segnata non solo dal conflitto con i poteri criminali - un conflitto che si andava estendendo su tutto il territorio nazionale - ma anche dallo scontro armato con le formazioni terroristiche, nere e rosse, con il coinvolgimento occulto dei poteri deviati, che in quegli anni toccò livelli mai raggiunti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ne derivò un pervasivo stato di eccezione, che segnò la fine dei movimenti giovanili di protesta, spentisi nella palude di quello che sarebbe stato definito il "riflusso".


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