SCIENTISMO E COMPLOTTISMO, DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
«Dichiarare che la scienza non è democratica è, paradossalmente, come mettersi dalla parte di Simplicio che nel “Dialogo sui massimi sistemi” non accetta l’invito di Galileo a usare il cannocchiale per guardare la luna, perché conferisce alle semplici affermazioni un valore probatorio maggiore di quello offerto dalle «sensate esperienze». Il successo che arride a queste dichiarazioni, che si moltiplicano come altrettante formule sacre, suggerisce che un numero incredibilmente alto di persone, pur apprezzando i fatti della scienza, ha solo una debole conoscenza dei suoi metodi.»
Maria Luisa Villa, “Scienza è democrazia”
È assai frequente e cosa nota da sempre che l'ateo, con l'intento di rifiutare radicalmente ogni fede religiosa, spirituale e ultraterrena, elegga la scienza a proprio credo religioso, distorcendone così l’essenza stessa. Il laico paga in questo modo il suo tributo alla “società della certezza", sperando così di aspirare al paradiso dei materialisti.
Lo scientismo funziona esattamente come un sistema teologico che ha i suoi testi sacri (il "consenso scientifico" elevato a parola rivelata), la sua eresiologia (il "negazionismo", categoria assai astratta che tende a estendersi pericolosamente oltre i casi legittimi), i suoi anatemi, le sue scomuniche rituali e i suoi tribunali della coscienza. Chi non si conforma viene trattato come un eretico da espellere, radiare e censurare, non come un interlocutore con il quale confrontarsi, magari anche duramente. Chi argomenta su basi solide non ha bisogno di costruire un avversario caricaturale.
L'essere umano fatica a convivere con l'incertezza perenne. Eliminata la trascendenza divina, il bisogno psicologico di un'ancora di salvezza e di "Verità Assolute" rimane intatto. La scienza viene così investita di un ruolo salvifico e morale che non le appartiene. Il libertarismo e l'ateismo nascono come ribellione all'autorità dogmatica (lo Stato e la Chiesa). Tuttavia, quando si tratta di validare le proprie posizioni, la tentazione di usare la scienza come "giudice supremo e imparziale" per squalificare l'avversario è troppo forte da parte di tutti, e gli scrupoli vengono superati senza molti timori.
Per Popper la falsificabilità è il cuore del metodo, l'unica cosa che distingue un enunciato scientifico da una professione di fede. Una teoria che si irrigidisce contro ogni obiezione, liquidandola come falsa, a conferma alla sua verità - cercando di delegittimare e ridicolizzare chi la sostiene - non è scienza, è fideismo. E il paradosso è che i "difensori della scienza" in senso dogmatico tendono a blindarla, replicando esattamente quella struttura che Popper rintracciava nelle teorie pseudoscientifiche.
La filosofia della scienza ha da tempo superato lo stesso Popper in direzioni ancora più scomode per i chierici laici e atei. Thomas Kuhn, a differenza della visione tradizionale che vedeva la scienza come un accumulo lineare e continuo di scoperte, ha dimostrato che la conoscenza procede attraverso fasi cicliche di stabilità e rotture radicali, introducendo nel linguaggio comune il concetto di "cambiamento di paradigma". In sostanza, secondo Kuhn la scienza alterna periodi di "scienza normale" a rivoluzioni improvvise.
Kuhn si ispira alla famosa formulazione di Max Planck: la scienza avanza funerale dopo funerale. I vecchi scienziati formatisi nel paradigma precedente raramente si “convertono”, perché il paradigma non è solo un insieme di proposizioni che si possono falsificare una ad una - è una forma mentis, un'abitudine percettiva, un'identità professionale, che si sedimenta col tempo in maniera intransigente. Il vero cambio di paradigma (come il passaggio dalla fisica classica alla fisica quantistica) avviene quando i giovani ricercatori, privi di pregiudizi accademici, adottano le nuove teorie.
Paul Feyerabend, allievo di Popper che finì col criticare la teoria del maestro come ancora troppo rigida, sosteneva con la sua provocazione anarchica che “tutto va bene” per fare progredire la scienza, che non esiste un metodo unico e privilegiato, e la storia effettiva della scienza è piena di trasgressioni dalle sue stesse regole, che si sono rivelate feconde (ad esempio la rivoluzione copernicana ripresa anche da Galileo).
La storia quindi dimostra che la scienza progredisce violando continuamente le regole logiche. Feyerabend sosteneva anche che la scienza deve essere separata dallo Stato, per garantire la vera libertà dei cittadini. Il dogmatismo scientista ignora tutto ciò perché presuppone che la scienza sia già arrivata a un assunto indiscutibile, che alla verità si può giungere solo con un metodo rigoroso e inflessibile, ben codificato - quando invece il metodo consiste precisamente nel non arrivarci mai in via definitiva e indiscutibile.
Il versante “libertario” e “anarchico” del fenomeno è il più interessante e il più contraddittorio. Individui che professano diffidenza radicale verso lo Stato, le istituzioni, il potere costituito, si trasformano in gendarmi epistemici non appena si tocca il corpo dottrinale della Scienza, o anche solo quello di un suo ramo. Si rivela così una contraddizione profonda tra l’ostentazione del pensiero critico e antiautoritario e la pratica concreta, che rivela come il bisogno di un'autorità incontestabile non sparisca con la perdita della fede religiosa, ma trovi semplicemente una nuova casa.
Ci troviamo così di fronte al positivismo come religione dell'umanità, con i suoi riti e i suoi sacerdoti. Il vero problema, alla fine, non è la scienza ma la funzione sociale che certa intellighenzia laica e atea le attribuisce: una fonte di legittimazione identitaria, non uno strumento di conoscenza provvisoria e falsificabile. In modo tale che la scienza cessi di essere un metodo e si trasformi in un'appartenenza - e come ogni rigida appartenenza, esige la fedeltà, promuove la conformità e punisce il dissenso. Esattamente ciò che è estraneo e contrario proprio al progresso scientifico.
La critica allo scientismo dogmatico è una critica che appartiene alla sfera della razionalità, non una critica alla razionalità. Dire che certi laici trattano il consenso scientifico come dogma non equivale a dire che il consenso scientifico sia privo di valore, né che ogni posizione che si autodefinisce dissenso meriti la stessa attenzione.
La differenza cruciale è di metodo, non di posizione. Lo scienziato critico nel senso popperiano è predisposto ad accettare le condizioni per le quali la sua teoria potrebbe essere falsificata e la sottopone lealmente al controllo empirico. Il complottista fa l'esatto contrario: formula la sua ipotesi in modo che qualunque evidenza contraria diventi ulteriore prova della cospirazione. È una struttura logicamente chiusa, autoreferenziale, impermeabile per costruzione - che si pone fuori dal campo scientifico per auto-esclusione metodologica. E, analogamente allo scientismo, non contempla obiezioni alle sue teorie, che sono per lo più basate su percezioni soggettive e rozzi automatismi. È una forma di eresia che promuove verità rivelate, in maniera ancora più ottusa dello stesso scientismo, così come accadeva con alcune eresie medievali. Sono entrambi, appunto, sistemi chiusi.
Il complottismo spesso non nasce da un eccesso critico ma da un deficit: non da chi ha letto Kuhn e Feyerabend e trae conclusioni relativiste eccessive, ma da chi reagisce emotivamente e irrazionalmente a una perdita di controllo sul mondo, a una percezione di esclusione dai centri del sapere, o - nel caso più deteriore - da chi elabora narrativamente pregiudizi preesistenti cercando a posteriori una veste pseudo-razionale. Il complottismo in senso proprio non è scetticismo: è credulità selettiva, disponibile a credere a qualunque cosa purché venga da fonti non ufficiali, con una soglia di evidenza richiesta inversamente proporzionale alla distanza dal mainstream.
Quello che la critica razionale allo scientismo promuove, dunque, non è lo spazio del negazionismo, del pensiero magico, ma la legittimità del dissenso che possegga fondatezza scientifica, logica e razionale. La differenza non sta nell'essere contro il consenso ufficiale, ma nel modo in cui lo si contesta: con evidenze, con procedure verificabili, accettando la possibilità di avere torto. Quando la scienza smette di essere un metodo e diventa un identikit culturale per sentirsi intellettualmente superiori agli altri, ha già perso la sua natura scientifica. È diventata, a tutti gli effetti, una liturgia laica con i suoi santi, i suoi dogmi e le sue scomuniche.
Il dogmatismo scientista, trattando ogni dissenso come eresia, finisce paradossalmente per nutrire il complottismo e il negazionismo: se chi solleva dubbi legittimi viene accomunato ai terrapiattisti e “cacciato dal tempio”, si produce un effetto di polarizzazione che spinge chi ha perso fiducia nelle istituzioni del sapere verso le braccia di chi offre narrative alternative semplicistiche, fantasiose, suggestive e confortanti.
È una dinamica che si è vista con chiarezza nei dibattiti sulla gestione pandemica, dove la chiusura dogmatica e scientista di certi ambienti medici a qualunque discussione pubblica sulle incertezze reali, ha alimentato, non ridotto, la diffidenza popolare. Così come specularmente le teorie del complotto non hanno fatto altro che nutrire la narrazione scientista. Obblighi e Stato d’eccezione hanno completato il quadro della polarizzazione, impedendo qualsiasi sano, sensato e sereno libero confronto.

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