NASCITA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE LGBTQ MODERNO E DEL GAY PRIDE. LA RIVOLTA DI STONEWALL INN.
La notte del 28 giugno 1969, la polizia di New York fece l'ennesima irruzione nel gay bar Stonewall Inn, in Christopher Street, nel cuore del Greenwich Village. Quella notte, però, i clienti e la comunità locale decisero di non subire in silenzio l'ennesimo abuso. Guidata da attiviste carismatiche come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, la folla rispose alle forze dell'ordine, dando il via a scontri che durarono diverse notti.
Quei tre giorni di rabbia e orgoglio cambiarono tutto. Esattamente un anno dopo, il 28 giugno 1970, per commemorare i moti si tenne la prima sfilata del Christopher Street Liberation Day. Fu il primissimo Pride della storia. La Rivolta di Stonewall non fu pianificata da nessuna avanguardia politica, né preceduta da un manifesto, ma l’esplosione spontanea di una collera accumulata per decenni di persecuzione sistematica.
L'omosessualità fu classificata dall'American Psychiatric Association come disturbo mentale fino al 1973. Il governo federale aveva avviato sin dal 1950, con la cosiddetta “Lavender Scare”, promossa in parallelo alla “Red Scare”, la caccia ai comunisti del Maccartismo, un sistematico programma di epurazione dei dipendenti pubblici sospettati di omosessualità. Tra il 1947 e il 1961, durante il periodo della Caccia alle Streghe, il Dipartimento di Stato licenziò più persone per omosessualità che per simpatie comuniste.
Stonewall Inn era un locale gay di Christopher Street gestito dalla famiglia criminale Genovese, perché la mafia aveva compreso il valore commerciale di una clientela che non poteva rivolgersi altrove e che viveva strutturalmente nell'illegalità, come era accaduto anche nel periodo del Proibizionismo. I raid erano routine quasi quotidiana. Le leggi dello Stato di New York vietavano di servire alcolici agli omosessuali, erano illegali il ballo tra persone dello stesso sesso e persino il travestitismo, ogni frequentatore del locale rischiava l’arresto, e i nomi degli arrestati finivano regolarmente sui giornali, con conseguente distruzione professionale e familiare.
Stonewall non può essere compreso se isolato dal ciclo di conflittualità che aveva investito gli Stati Uniti dalla metà degli anni Sessanta. I moti antirazzisti di Watts nel 1965, i riot urbani del 1967 (noti in inglese come "Long Hot Summer of 1967"), l'assassinio di Martin Luther King nell'aprile del 1968 e le rivolte che seguirono in oltre cento città, le proteste contro la guerra del Vietnam, il movimento per i diritti civili, il Black Power, il femminismo della seconda ondata: tutto ciò aveva prodotto non soltanto una radicale rimessa in discussione dell'ordine sociale, ma anche - e forse soprattutto - una novità nelle forme, nell’intensità e nella determinazione della protesta.
Stonewall produsse, in sostanza, la trasformazione del problema dell'omosessualità da questione privata, psichiatrica o penale in questione politica collettiva - un passaggio che avrebbe ridisegnato il panorama dei movimenti sociali del decennio successivo. La protesta spinse la comunità a uscire dall'ombra, portando alla nascita del “Gay Liberation Front” e di innumerevoli altre organizzazioni in tutto il mondo. Ancora oggi, il mese di giugno è celebrato il mese del Pride proprio in onore di quei ragazzi e quelle ragazze che, nel 1969, decisero che era arrivato il momento di dire basta.
Da allora in poi, non fu affatto una passeggiata, e non lo è neanche oggi, ma un percorso accidentato col quale strappare diritti un po' alla volta, con un’opinione pubblica che in buona parte continua a essere ostile. Tuttavia, in Occidente almeno ce la stanno facendo. Ma in altre parti del mondo, la loro condizione va da quella che era negli USA prima degli anni sessanta a uno stato ben peggiore, fino a pena di morte e lapidazione.

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