Da ciò che scrivo posso dare l'impressione di essere una persona che voglia rendere un’immagine di sé a tutti i costi anticonformista, che abbia come preoccupazione quella di sfuggire continuamente alle catalogazioni, quasi che fosse una sorta di ossessione. In realtà, ho deciso da un po' di anni a questa parte di non usare più filtri ideologici e di cercare di esternare pensieri che siano il più possibilmente liberi e sinceri, seppure apparentemente contraddittori, cercando anche di evitare il rischio sempre presente di sconfinare nella retorica. Che poi, riesca a sfuggire a facili catalogazioni è una cosa di cui posso solo compiacermi. Tuttavia, quello che scrivo è solo una conseguenza del mio ordine del discorso, che è tutt'altro che ordinato, e non qualcosa di costruito a priori. Ciononostante, se ci sono argomenti sui quali non ho sufficienti informazioni, mi astengo dal parlarne, non mi lascio andare a esternazioni a tutti i costi.
Su quanto abbiano profonda influenza nei miei ragionamenti eclettismo e pensiero divergente ho già scritto in altre riflessioni, così come ho già detto della mia idiosincrasia nei confronti dei dogmi politici, religiosi e scientifici, dei sistemi di organizzazione sociale e del collettivismo. Devo ammettere però che vivo con estremo disagio il confronto con gli altri, proprio perché non riesco ad adattarmi più ad una logica di gruppo, non solo politica e ideologica, ma anche culturale e personale, neppure a quella meno impegnativa e più leggera. Mi accorgo che questa mia inafferrabilità logica non viene mai del tutto compresa, crea equivoci e può anche lasciare delle lacune relazionali profonde. Probabilmente la responsabilità è soprattutto la mia: una mancanza di sufficiente chiarezza.
Posso benissimo comprendere che un pensiero che non segua le traiettorie prevedibili dei sistemi ideologici e delle narrazioni disponibili non produce soltanto incomprensione, ma qualcosa di più difficile da decifrare: un'evidente dissonanza. Gli interlocutori cercano, comprensibilmente, di ricondurre ciò che ascoltano a una delle categorie già in loro possesso, e quando non ci riescono, la difficoltà tende a essere attribuita non al limite della categoria, ma all'incoerenza di chi parla. L'inafferrabilità diventa, così, una colpa.
Non è però assolutamente mia intenzione arroccarmi in uno splendido isolamento. Ma riconosco che il risultato è molto prossimo a questo. Se la vita mi concederà ancora un tempo sufficiente, credo e spero che il mio percorso subirà un’ulteriore evoluzione, dopo un periodo in cui ho avuto bisogno di destrutturare le rigidità relazionali e di pensiero, vorrei cercare di far seguire una fase in cui riuscire a ristrutturare almeno il rapporto con gli altri, con un confronto leale, in cui le differenze non siano da ostacolo e che non ci sia, però, neanche la necessità di smussarle per convenienza. L'epoca dei compromessi, dell'autoreferenzialità da conventicola e dei “comitati centrali” piccoli e grandi è, per il sottoscritto, tramontata per sempre.
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