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giovedì 18 giugno 2026

IL NUOVO CATECHISMO DELL'ORTODOSSIA LAICA.


IL NUOVO CATECHISMO DELL'ORTODOSSIA LAICA. ABIURA ANTISIONISTA E PATENTINO ANTIFASCISTA 

La realtà odierna non finirà mai di stupirmi. O meglio, forse non esiste più nulla che possa stupirmi. Prendiamo per esempio l'affinità profonda che attraversa due fenomeni apparentemente distanti: la pretesa rivolta agli ebrei di una pubblica abiura del sionismo come condizione di ammissione alla comunità morale, e il cosiddetto "patentino antifascista" con cui una certa cultura politica certifica chi è dentro e chi è fuori dal recinto dei giusti. A guardarli separatamente, questi due meccanismi sembrano appartenere a sfere diverse - l'uno al conflitto israelo-palestinese, l'altro alle polemiche ideologiche e culturali della sinistra italiana. A guardarli insieme, rivelano la stessa architettura concettuale, di derivare dallo stesso archetipo, che si potrebbe chiamare paradigma inquisitoriale: la sostituzione della valutazione della rilevanza culturale con la certificazione dell'ortodossia identitaria.

Qualcuno, a tal proposito, ha fatto un puntuale e acuto paragone con la dottrina del vescovo medievale Marcione e con il paradigma del deicidio. Il marcionismo, come corrente teologica del II secolo, però, non riguardava una semplicemente disputa dottrinale, era una meccanismo di discriminazione per produrre la distinzione tra un "Dio cattivo" dell'Antico Testamento - crudele, tribale, vendicativo, il Dio degli ebrei - e un "Dio buono" del Nuovo Testamento, universale, emancipato dalla “perfidia” giudaica. La conseguenza antropologica era inevitabile: l'ebreo "buono" era quello che abbandonava se stesso, che si de-giudaizzava, che riconosceva pubblicamente l'inferiorità morale del proprio retaggio. È ciò che ambienti dell'antisionismo contemporaneo - non l'antisionismo nella sua interezza (che è anche religioso), ma la sua corrente egemone - ripropongono in forma laica ed “elegante”, ma non solo, contribuiscono così a sdoganare il riemergere di forme di antisemitismo più rozze e più esplicite tipiche di diverse aree ideologiche trasversali alla destra e alla sinistra.

L'ebreo è accettato nella comunità morale a condizione di una pubblica abiura: deve dissociarsi da Israele, dal sionismo, dall'idea stessa di solidarietà ebraica nazionale, in alcuni casi anche dalla sua identità. E non basta non approvare le operazioni militari a Gaza, il che sarebbe una posizione critica ordinaria che molti israeliani condividono in prima persona. Occorre qualcosa di più e di diverso: un atto di fede, una conversione visibile, che ogni volta si replica e si intensifica. Chi non lo compie viene automaticamente colpevolizzato, in quanto solidale col supposto genocidio e indifferente al sangue palestinese. La logica è quella dell'appartenenza che crea una presunzione di colpevolezza che soltanto la dissociazione pubblica può temporaneamente sospendere - e sempre in modo revocabile, sempre esposto a nuove verifiche di fedeltà.

L'analogia con il paradigma del popolo deicida - e con quello più “moderato” del popolo testimone -, a questo punto, è più stringente ancora di quella marcionita. L'accusa di deicidio, come Jules Isaac ha mostrato con meticolosa precisione storica, era un'accusa collettiva e atemporale: che riguarda non solo indiscriminatamente gli ebrei presenti alla crocifissione, ma tutti gli ebrei, responsabili attraverso i secoli e le generazioni. Questa responsabilità collettiva poteva estinguersi soltanto con la conversione - atto individuale che però doveva avere valenza pubblica e certificata. Il convertito medievale doveva dimostrare di credere veramente attraverso gesti inequivocabili, compresa spesso anche la denuncia dei propri correligionari, e la rottura radicale di ogni solidarietà visibile con la comunità di origine. 

La richiesta che certi ambienti rivolgono oggi agli ebrei israeliani e della diaspora occidentale - spesso lontani dalla politica di Netanyahu quanto qualsiasi altro cittadino europeo o americano - ricalca questo stereotipo in modo quasi identico. La responsabilità è collettiva e presupposta: sei ebreo, quindi sei corresponsabile di ciò che fa il governo israeliano, esattamente come il cristiano medievale giudicava l'ebreo suo contemporaneo responsabile della morte e della crocifissione di Gesù. La redenzione, così come la conversione, deve essere quindi individuale: devi pronunciare le parole giuste nella forma giusta davanti ai testimoni giusti. E la redenzione non è mai definitiva, può essere sempre revocata se le tue posizioni risultano insufficientemente radicali, se osi distinguere tra critica anche dura a un governo e delegittimazione dell'esistenza di uno Stato.

Il "patentino antifascista" funziona secondo la stessa logica, con un campo di applicazione più ampio. Non importa il valore artistico e culturale: ciò che conta è se possiedi le credenziali formali adeguate, se la collocazione identitaria è stata certificata dal “tribunale” che detiene il potere di rilasciare il patentino. La valutazione del merito della diffusione della cultura viene sospesa e sostituita dalla valutazione dell'identità. Sei fascista non perché le tue idee abbiano caratteri identificabili col pensiero fascista, ma perché non hai soddisfatto i requisiti formali di ammissione alla categoria degli antifascisti. L’accesso viene negato a chi non si conforma, e chi non si conforma diventa sospettato per il solo fatto di non conformarsi al catechismo antifascista. È l’espansione della logica del green pass.

Il paradosso è questo: il "patentino antifascista" - uno strumento che viene promosso come presidio contro il totalitarismo - riproduce internamente alcune delle strutture mentali del totalitarismo che pretende di contrastare, in questo caso, non solo quelle fasciste, ma soprattutto quelle staliniste. Proprio un fecondo rossobrunismo, e da parte di quelli che dicono di combatterlo. Complimenti! La divisione manichea tra puri e impuri, la richiesta di fedeltà all'ortodossia, la logica del sospetto verso chi non si conforma, l'impossibilità di una posizione critica interna senza essere bollati di tradimento: queste non sono caratteristiche dell'antifascismo come cultura politica, sono caratteristiche di qualsiasi sistema che ponga l'appartenenza tribale al di sopra della ragione discorsiva. Il fascismo storico era, tra le altre cose, esattamente un sistema di questo tipo. Il fatto che il contenuto dell'ortodossia sia opposto non cambia la forma del meccanismo.  

Le due strutture si saldano in modo particolarmente rivelatore quando si incontrano sul terreno concreto, e questo non è casuale. Così come il convertito medievale aveva un valore superiore alla sua semplice persona - il suo atto di conversione "provava" la tesi cristiana - l'ebreo antisionista assolve una funzione di legittimazione che travalica la sua opinione individuale. Viene esibito come prova che la critica a Israele non è antisemitismo: "anche gli ebrei la pensano così". Il che è una affermazione vera - esistono ebrei con ogni posizione immaginabile - ma tramite questo utilizzo l'ebreo antisionista smette di essere un soggetto politico autonomo e diventa oggetto di una strumentalizzazione. Anche perché il convertito che testimoniava contro gli ebrei aveva un peso probatorio che il cristiano di nascita non avrebbe mai potuto vantare.

Le politiche israeliane nei territori occupati, la gestione dei civili a Gaza, il ruolo delle colonie meritano - e ricevono, da molti israeliani prima che da chiunque altro - analisi critica rigorosa. Senza che nessuno glielo debba chiedere, come accade all’interno di qualsiasi movimento d’opposizione. Ciò che è grave, in questo caso, è la pretesa che l'ebreo, in quanto tale, debba qualcosa in più degli altri, debba pagare un pedaggio identitario prima di essere ammesso al consorzio civile delle persone per bene. Confondere le due cose non aiuta la causa palestinese. Aiuta invece a perpetuare una delle strutture più antiche e tenaci dell'antigiudaismo, questa volta anche con una veste laica e progressista che ne maschera l’intrinseco antisemitismo.

Il problema che emerge, guardando le due strutture insieme, è relativo a una certa sinistra in senso più generale, che attraversa tutte le sue tendenze, sia moderate che estreme. Questa ha sostituito progressivamente la politica come costruzione di soggettività collettive, attraverso l'analisi dei conflitti reali, con la politica come gestione dei confini della comunità morale. Quando una cultura politica perde la capacità di attrarre attraverso la forza delle proprie idee, tende a compensare irrigidendo i meccanismi di esclusione dell'altro: il patentino antifascista diventa tanto più importante quanto meno si riesce a proporre qualcosa di convincente sul piano programmatico. 

Questo non è antifascismo come memoria storica elaborata criticamente, come strumento di comprensione dei fenomeni autoritari contemporanei, come cultura capace di leggere i conflitti del presente. Questo è rito di appartenenza, come marcatore identitario, come risorsa per definire l’altro da sé e rassicurare se stessi. Una logica escludente e una misura demagogica, per quanto si possano definire antifasciste, potranno tutt’altro che a combattere gli autoritarismi, proprio perché sono tra le cause stesse dei loro meccanismi di riproduzione.

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