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venerdì 19 giugno 2026

L'ESECUZIONE DEI CONIUGI ROSENBERG


L'ESECUZIONE DEI CONIUGI ROSENBERG

L'esecuzione della condanna a morte di Julius ed Ethel Rosenberg, avvenuta il 19 giugno 1953, fu uno dei momenti più delicati, divisivi e complessi della Guerra Fredda, rappresentò un vero e proprio scontro ideologico e mediatico che scosse l'opinione pubblica mondiale e un atto indegno per una democrazia. L'accusa formale era quella di cospirazione per spionaggio in tempo di guerra. Nello specifico, vennero accusati di aver passato informazioni segrete sulla bomba atomica (provenienti dal laboratorio di Los Alamos tramite il fratello di Ethel, David Greenglass) all'Unione Sovietica. 

L'attività di spionaggio attribuita a Julius Rosenberg si concentrò principalmente nel periodo compreso tra il 1942 e il 1945, vale a dire durante la Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni l'Unione Sovietica era formalmente alleata degli Stati Uniti nella guerra contro la Germania nazista, e una parte non trascurabile dei simpatizzanti comunisti americani che collaborarono con i servizi sovietici lo fecero nella convinzione ideologica di contribuire a un equilibrio di forze più giusto tra potenze che combattevano fianco a fianco lo stesso nemico.

Il caso è rimasto al centro del dibattito per decenni a causa di diversi fattori critici. Il processo si svolse durante il Maccartismo, in piena "Paura Rossa" (Red Scare), un periodo di intensa paranoia anticomunista negli Stati Uniti che influenzò pesantemente l'andamento generale dei procedimenti giudiziari. Il Maccartismo fu uno dei tentativi più seri di svolta autoritaria in un sistema democratico dopo la Seconda Guerra Mondiale, basato essenzialmente sul reato d’opinione e sulla delazione, e che emerse nel clima avvelenato di inizio Guerra Fredda.

Sebbene l'attività di spionaggio di Julius sia stata ampiamente confermata decenni dopo (anche grazie alla desecretazione dei messaggi in codice sovietici del progetto Venona), fu tutt’altro che certo il coinvolgimento di Ethel. La ricostruzione successiva dei fatti sembra dimostrare che sia stata usata come "ostaggio" dal governo per costringere il marito a confessare e a fare i nomi dei complici, cosa che Julius non fece mai.

Il processo, svoltosi nel marzo 1951 dinanzi al giudice federale Irving Kaufman, fu segnato fin dall'inizio da anomalie procedurali e pressioni politiche che ne compromettevano l'imparzialità. Kaufman comunicò privatamente con i pubblici ministeri durante il dibattimento e motivò la condanna a morte - pronunciata nell'aprile dello stesso anno - con argomentazioni di un'enfasi demagogica difficilmente compatibile con il linguaggio giuridico democratico: attribuì ai Rosenberg la responsabilità morale della guerra di Corea e di tutte le morti che ne sarebbero seguite, un'imputazione assurda sul piano del diritto ma efficacissima sul piano della costruzione del nemico pubblico.

I Rosenberg erano processati per cospirazione e non per "alto tradimento" (che richiedeva lo stato di guerra formale contro un nemico, mentre l'URSS nel 1944-45 era un alleato tattico). Attribuire la situazione geopolitica della guerra di Corea (iniziata nel 1950) alle azioni di spionaggio di Julius Rosenberg della prima metà degli anni '40 era un salto logico assurdo. Gli scienziati del Progetto Manhattan confermarono in seguito che le carte passate da Julius e dal cognato erano troppo approssimative, gli schizzi erano grezzi e pieni di errori, per consentire da soli la costruzione della bomba russa (i sovietici avevano spie di ben più alto livello, come il fisico tedesco naturalizzato britannico Klaus Fuchs, condannato a 14 anni di reclusione dalla giustizia inglese, e non a morte). 

La mobilitazione internazionale in loro difesa era stata straordinaria, ampia e trasversale. Grandi personalità dell'epoca - tra cui Albert Einstein, Pablo Picasso, Jean-Paul Sartre, il presidente francese Vincent Auriol e persino Papa Pio XII - chiesero la grazia o la commutazione della pena, denunciando un clima da caccia alle streghe. I Rosenberg furono gli unici cittadini civili statunitensi a subire la pena di morte per spionaggio durante l'intera Guerra Fredda. La loro fine lasciò orfani due bambini piccoli, Michael e Robert, che hanno speso gran parte della loro vita a lottare per la riabilitazione della memoria della madre.

La testimonianza di David Greenglass - fratello minore di Ethel Rosenberg - fu l'ago della bilancia dell'intero processo. Senza le sue parole, l'accusa contro Ethel sarebbe probabilmente crollata per mancanza di prove fisiche, e Julius avrebbe potuto evitare la sedia elettrica. David Greenglass, reclutato dal cognato Julius nell'attività di spionaggio, lavorava come tecnico meccanico nel laboratorio segreto del Progetto Manhattan di Los Alamos, nel Nuovo Messico. 

Durante il processo, David e sua moglie Ruth collaborarono con l'accusa per ottenere uno sconto di pena. Le loro dichiarazioni in aula furono devastanti. David testimoniò di aver consegnato a Julius Rosenberg degli schizzi dettagliati della bomba atomica a implosione (il tipo di bomba sganciata su Nagasaki). La parte cruciale riguardò Ethel. David e Ruth dichiararono sotto giuramento che Ethel aveva dattiloscritto a macchina gli appunti segreti scritti a mano da David, correggendone persino la grammatica. Questo dettaglio apparentemente minore fu la "pistola fumante" per l'accusa: dimostrava che Ethel non era solo una moglie passiva, ma un membro attivo e consapevole della cospirazione.

Mezzo secolo dopo l'esecuzione dei Rosenberg, nel 2001, David Greenglass fu intervistato dal giornalista Sam Roberts. Ormai anziano, l'uomo decise di confessare la verità, confermando i sospetti che molti nutrivano da tempo: aveva mentito sotto giuramento per salvare la propria moglie. David ammise di non ricordare affatto chi avesse effettivamente battuto a macchina quegli appunti, e che il dettaglio di Ethel alla macchina da scrivere era stato un suggerimento o una forte pressione da parte degli investigatori dell'FBI e del procuratore Roy Cohn. L'FBI aveva minacciato di incriminare sua moglie Ruth (che aveva un ruolo attivo nel passaggio delle informazioni). 

Quando gli fu chiesto se provasse rimorso per aver mandato la sorella sulla sedia elettrica, Greenglass rispose di non aver mai immaginato che il giudice avrebbe applicato la pena di morte per Ethel, ma aggiunse anche che dovevo salvare la dua famiglia. David Greenglass è morto nel 2014 all'età di 92 anni, sotto falso nome. La sua ritrattazione ha definitivamente confermato che l'esecuzione di Ethel Rosenberg fu basata su una testimonianza falsa, trasformando il caso in uno dei più gravi errori giudiziari e politici della storia americana.

Inoltre, la desecretazione e la pubblicazione dei verbali del Grand Jury (avvenuta in due fasi principali, nel 2008 e nel 2015) hanno rappresentato una svolta storica. I documenti ufficiali dell'epoca hanno confermato ciò che molti storici sospettavano: le testimonianze chiave che mandarono Ethel Rosenberg sulla sedia elettrica furono radicalmente modificate a ridosso del processo. Nei verbali segreti del 1950, Ruth Greenglass dichiarò esplicitamente che era stata lei stessa a scrivere a mano gli appunti contenenti le informazioni segrete su Los Alamos da consegnare a Julius Rosenberg.

Davanti al Grand Jury, Ruth non menzionò in alcun modo il fatto che Ethel avesse battuto a macchina quei documenti. Solo dieci giorni prima dell'inizio del processo pubblico del 1951, Ruth e il marito David cambiarono improvvisamente versione per la prima volta, introducendo il dettaglio secondo cui Ethel passò ore a dattiloscrivere quegli appunti. Questa discrepanza dimostra che l'accusa centrale che portò alla condanna a morte di Ethel fu interamente fabbricata in un secondo momento. I verbali del 2015 hanno dimostrato che l'attrice principale nel supporto logistico a David era proprio sua moglie Ruth, e non la sorella Ethel. 

Al di là delle singole responsabilità individuali, ciò che non è accettabile è una democrazia in stato d'eccezione permanente, che sospende e inquina fortemente gli strumenti di garanzia giuridica: la manipolazione delle prove e delle testimonianze da parte dell'accusa, la complicità del sistema giudiziario con le esigenze della politica, l'uso della pena capitale come strumento di dissuasione simbolica rivolto non tanto ai condannati quanto all'opinione pubblica interna e agli eventuali simpatizzanti comunisti.

A seguito della richiesta di Robert e Michael Meerpool, il riconoscimento ufficiale dell'ingiustizia subita da Ethel, morta nel 2008, giunse nel settembre 2015, in occasione del centenario della sua nascita, attraverso due proclamazioni formali del Consiglio Comunale di New York e della Presidente del Municipio di Manhattan Gale Brewer - atti di valore simbolico e morale significativo, ma privi di efficacia giuridica sulla condanna. 

Le domande di riabilitazione con valore effettivo in quanto condanna federale, furono indirizzate alla Presidenza degli Stati Uniti: prima a Obama nel 2016, poi a Biden nel 2024, ma sono state ignorate e rimaste senza risposta. E con l'arrivo di Trump alla presidenza, le prospettive di una riabilitazione si sono fatte ancora più remote, considerato il ruolo che Roy Cohn - avvocato personale di Trump per molti anni - aveva svolto come membro del team accusatorio nel processo Rosenberg

Sul piano dell'accusa formale e della retorica processuale, non si riscontrò un antisemitismo esplicito e dichiarato. Il giudice Kauffman era ebreo, il procuratore Irving Saypol e il suo assistente Roy Cohn - anch’egli ebreo - non usarono mai il riferimento all'identità religiosa o etnica degli imputati come argomento d'accusa. Tuttavia, sul piano strutturale e culturale, l'antisemitismo era pervasivo e funzionale all'intera macchina accusatoria, anche senza mai essere nominato. Il meccanismo operava attraverso l'equazione culturale che il maccartismo aveva reso quasi assiomatica nell'immaginario americano dell'epoca.

Terrorizzate da una possibile ondata di antisemitismo di ritorno, le principali organizzazioni ebraiche dell'epoca presero apertamente le distanze dai Rosenberg. Rifiutarono di sostenerli, dichiararono che "il comunismo e il giudaismo sono totalmente incompatibili" e, in alcuni casi, appoggiarono persino la condanna. Fu una strategia di sopravvivenza: per proteggere la maggioranza degli ebrei americani dal sospetto di slealtà, fomentato dall’atmosfera maccartista, e decisero di sacrificare i Rosenberg.

Furono principalmente i compagni di fede politica dei Rosenberg - la sinistra radicale - a tentare di collegare la loro persecuzione all'antisemitismo, vista anche l’applicazione della pena di morte. L'unica figura di rilievo, oltre a Einstein, che sollevò esplicitamente la questione antisemitica in termini pubblici e istituzionali fu il rabbino riformato Abraham Cronbach, che pagò questa presa di posizione con l'isolamento nel mondo rabbinico americano.

In Europa, invece, la solidarietà internazionale fece ampio uso dell'argomento antisemita - definendolo un nuovo “Affaire Dreyfus”, vedendo nel processo Rosenberg un'eco inquietante dei processi staliniani dell'Est europeo, dove in quegli stessi anni si svolgevano processi politici - come quello contro Rudolf Slánský in Cecoslovacchia, nel 1952 - nei quali l'ebreo-comunista era apertamente presentato come agente del sionismo internazionale al servizio dell'imperialismo americano e accusato di cosmopolitismo senza radici. Il caso Rosenberg si collocava dunque in una paradossale convergenza: l'antisemitismo strutturale americano e quello esplicito sovietico producevano, negli stessi anni, vittime provenienti dallo stesso milieu culturale ebraico di sinistra.

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