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lunedì 22 giugno 2026

GALILEO GALILEI È COSTRETTO ALL'ABIURA.


22 GIUGNO 1633 – GALILEO GALILEI È COSTRETTO ALL'ABIURA.

Il 22 giugno 1633, nel convento della basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma, Galileo si inginocchiò davanti ai cardinali inquisitori e recitò la formula di abiura che gli era stata imposta sull'«errore» dell'eliocentrismo, giurando di non sostenerlo mai più né in forma orale né scritta. Era l'epilogo di un processo che aveva preso le mosse dalla pubblicazione, l'anno prima, del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, opera che Galileo aveva ottenuto licenza di stampare a condizione di trattare il copernicanesimo come ipotesi matematica e non come verità fisica accertata. 

Il problema non fu solo dottrinale: Urbano VIII, Maffeo Barberini, che era stato per anni mecenate e amico personale di Galileo, si convinse che le proprie argomentazioni contro il movimento della Terra fossero state messe in bocca al personaggio di Simplicio, l’aristotelico ottuso del dialogo, considerò quindi l'opera filosofica come un'offesa personale. Urbano VIII, uomo dal carattere notoriamente fiero, egocentrico e autoritario, si sentì profondamente umiliato e tradito dall'amico.

Il processo riesumò anche un documento controverso del 1616, l'anno in cui il Sant'Uffizio aveva dichiarato l'eliocentrismo "formalmente eretico" quanto alla sua affermazione come verità fisica, e in cui il cardinale Bellarmino aveva ammonito Galileo a non sostenerlo. Agli atti comparve un'ingiunzione speciale, non controfirmata da Galileo né dai testimoni presenti, che gli avrebbe vietato di insegnare o difendere la teoria "in qualsiasi modo": un documento la cui autenticità e il cui reale significato giuridico restano oggetto di discussione storiografica, perché esiste un'evidente discrepanza tra quell'atto e il certificato di limitata autorizzazione più mite che lo stesso Bellarmino aveva rilasciato a Galileo. 

La condanna formale fu per "veemente sospetto di eresia", non per eresia tout court, la formula del veemente sospetto fu la via d'uscita tecnica trovata dal tribunale (e avallata da Papa Urbano VIII) per ottenere il massimo risultato politico senza creare un martire della scienza. La sentenza comportò il carcere, immediatamente commutato in arresti domiciliari: prima presso l'arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, che lo trattò con notevole liberalità intellettuale, poi nella villa "Il Gioiello" ad Arcetri, dove Galileo trascorse gli ultimi nove anni di vita fino al 1642, sorvegliato ma non isolato dal punto di vista intellettuale: fu lì che completò i “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze”, il suo testamento scientifico sulla meccanica, fatto pubblicare clandestinamente in Olanda dagli Elsevier nel 1638 perché in Italia non avrebbe ottenuto l'imprimatur.

Le Province Unite (l'Olanda attuale) erano un paese a maggioranza protestante che aveva combattuto a lungo contro la Spagna cattolica. L'Inquisizione romana non aveva alcun potere legale o politico su quel territorio. Nel Seicento, l'Olanda era diventata il centro dell'editoria libera europea. Lì si stampavano i libri di tutti i pensatori che rischiavano il rogo o il carcere nel resto del continente.

Il celebre "Eppur si muove" è una leggenda settecentesca, priva di qualunque riscontro nei documenti coevi: un'invenzione narrativamente efficace ma storicamente infondata, che però ha avuto vita più lunga della cronaca reale, un mito nato successivamente per sottolineare l'irriducibilità della verità scientifica davanti al dogmatismo. Ci vorranno 359 anni perché la Chiesa cattolica, per bocca di Papa Giovanni Paolo II nel 1992, riconosca formalmente gli errori commessi dal tribunale dell'Inquisizione nei confronti dello scienziato pisano.

Ciò che convinse Galileo all'abiura fu la convergenza di più questioni, alcune esplicite, altre più sottili. Il fattore più immediato fu la minaccia procedurale della tortura: secondo la prassi inquisitoriale, prima della sentenza definitiva Galileo fu sottoposto alla cosiddetta “territio verbalis”, l'avvertimento che sarebbe stato torturato. È opinione diffusa tra gli storici che un'applicazione effettiva della tortura fosse improbabile, data l'età di Galileo, quasi settant'anni, la sua salute cagionevole e la sua fama internazionale, che avrebbe reso lo scandalo enorme; ma la minaccia in sé, per chi la subiva, era tutt'altro che teorica, ed era difficile per l'imputato calcolare con certezza quanto fosse un bluff.

A questo si aggiungeva il calcolo, lucidissimo in un uomo come Galileo, sulla differenza tra le possibili sentenze. Una condanna per eresia formale, anziché per il più mite "veemente sospetto", avrebbe potuto comportare conseguenze patrimoniali e successorie gravissime per i suoi figli, oltre all'onta totale; l'abiura, per quanto umiliante, era la via che permetteva di restare entro i confini della sospensione vigilata piuttosto che precipitare nella categoria degli eretici relapsi o pertinaci, categoria che storicamente apriva la porta al rogo, come era accaduto a Giordano Bruno una generazione prima, un precedente che aleggiava ancora nella memoria collettiva romana.

Ci sarebbe stata anche una motivazione di carattere personale, legata alla figlia Virginia, Suor Maria Celeste, con cui Galileo intratteneva un rapporto epistolare di straordinaria tenerezza e che viveva, fragile di salute, nel convento di San Matteo ad Arcetri: il destino del padre si ripercuoteva direttamente sulla sua quiete e sulla sua reputazione religiosa, ed è plausibile che questo pesasse nella decisione, sebbene la documentazione diretta su questo punto resti indiziaria più che probatoria. Il ritorno di Galileo ad Arcetri nel dicembre del 1633 fu l'ultimo momento di pace per i due, ma durò pochissimo. Logorata dall'ansia dei mesi precedenti e dalla sua cronica debolezza, Suor Maria Celeste si ammalò gravemente di dissenteria e morì nell'aprile del 1634, a soli 33 anni, appena quattro mesi dopo il ritorno del padre.

Infine va riconosciuto a Galileo un calcolo pragmatico di lungo periodo, non incompatibile con la paura: l'abiura, per quanto formalmente distruttiva sul piano dottrinale, gli permise di sopravvivere, di continuare a lavorare sotto sorveglianza e di produrre, negli anni di Arcetri, i Discorsi, l'opera che più di ogni altra avrebbe garantito la sua eredità scientifica. In questo senso la sottomissione formale fu anche, retrospettivamente, una scelta che salvò la sostanza della autorevolezza del suo impianto teorico scientifico.

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