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giovedì 25 giugno 2026

LA BATTAGLIA DI LITTLE BIGHORN


LA BATTAGLIA DI LITTLE BIGHORN 

Il 25 giugno 1876 si consumò uno degli eventi più leggendari, iconici e drammatici della storia americana: la Battaglia di Little Bighorn. In quel giorno, lungo le sponde del fiume omonimo (nell'attuale Montana), il leggendario 7° Reggimento di Cavalleria dell'esercito statunitense, guidato dal Tenente Colonnello George Armstrong Custer (spesso chiamato "Generale" per via del suo grado temporaneo ottenuto durante la Guerra di Secessione), affrontò un’ampia coalizione di tribù di nativi americani. 

Tutto ruotava attorno all'oro. Due anni prima, nel 1874, una spedizione militare guidata dallo stesso Custer aveva confermato la presenza di giacimenti auriferi nelle Black Hills (Colline Nere), un territorio sacro per i Lakota e protetto dal Trattato di Forte Laramie del 1868. Il governo degli Stati Uniti cercò di acquistare le terre, ma i nativi rifiutarono. Di fronte all'ondata di minatori illegali e alla resistenza dei guerrieri guidati da leader carismatici come Toro Seduto (Sitting Bull) e Cavallo Pazzo (Crazy Horse), l'esercito decise di intervenire con la forza per confinare tutti i nativi nelle riserve.

Custer, noto per la sua audacia ma anche per la sua impulsività, commise una serie di errori di valutazione cruciali: sottovalutò il nemico. Pensava di trovarsi di fronte a poche centinaia di guerrieri. In realtà, nel grande accampamento sul Little Bighorn si erano radunati tra i 1.500 e i 2.500 guerrieri (una delle più grandi concentrazioni di nativi mai viste). Divise le sue forze. Divise il suo reggimento di circa 600 uomini in tre colonne (guidate da lui, dal Maggiore Reno e dal Capitano Benteen), perdendo la superiorità numerica e la possibilità di darsi mutuo supporto. Rifiutò i rinforzi. Aveva rifiutato l'uso di mitragliatrici rotanti Gatling perché temeva avrebbero rallentato la marcia.

Mentre i battaglioni di Reno e Benteen vennero respinti e costretti a trincerarsi su una collina vicina, Custer e i suoi 210 uomini vennero rapidamente circondati da centinaia di guerrieri Lakota e Cheyenne guidati sul campo da Cavallo Pazzo. I soldati, in netta inferiorità numerica e presi alla sprovvista dalla ferocia e dalla tattica dei nativi (molti dei quali armati con fucili a ripetizione più moderni dei monocopia in dotazione all'esercito), tentarono una disperata difesa uccidendo persino i propri cavalli per usarli come scudi. Non ci furono sopravvissuti nel contingente di Custer. Il corpo del comandante fu ritrovato giorni dopo con due ferite da arma da fuoco, al tempio e al petto.

Il capitano Frederick William Benteen comandava il terzo battaglione, incaricato di esplorare le valli a sinistra per prevenire fughe dell'accampamento. Fu lui a ricevere il celebre biglietto - dettato da Custer al trombettiere Giovanni Martini, ultimo testimone bianco a vederlo vivo - con la richiesta disperata di avanzare al più presto con le munizioni e i rifornimenti. Benteen raggiunse Reno sulle alture invece di dirigersi verso Custer. I due battaglioni resistettero assediati fino all'arrivo della colonna di Terry il 27 giugno, mentre a pochi chilometri di distanza Custer e i suoi duecento e passa uomini venivano sopraffatti e uccisi fino all'ultimo.

La corte d'inchiesta del 1879, convocata su richiesta dello stesso Reno per far luce sulle accuse di codardia, lo prosciolse formalmente ma non riuscì a dissipare il sospetto che aleggiava sul suo conto. Benteen non fu mai processato, ma le sue lettere private - sprezzanti verso Custer sia in vita sia dopo la morte - rivelano un risentimento personale così radicato da far sorgere la domanda se la sua condotta sul campo fosse dettata da valutazioni tattiche o da qualcosa di meno nobile. Le due interpretazioni - la prudenza ragionevole di fronte all'impossibilità di soccorrere Custer, contro la negligenza colpevole che lo abbandonò al suo destino - continuano a dividersi il campo storiografico.

Nell'immediato, la battaglia determinò una gloriosa e schiacciante vittoria per i nativi americani. Tuttavia, lo shock dell'opinione pubblica americana (che apprese la notizia proprio durante le celebrazioni del Centenario della Dichiarazione d'Indipendenza) spinse il governo a una reazione spietata. Nei mesi successivi, l'esercito cacciò i nativi senza sosta, costringendoli alla resa per fame o alla fuga in Canada. Nel giro di pochi anni, la libertà dei popoli delle pianure si spense definitivamente. Quattordici anni dopo, il massacro di Wounded Knee (1890) chiuse il cerchio. E lo sterminio dei nativi fu completato in tutta la sua crudeltà.

Custer fu immediatamente trasformato in martire ed eroe dai media dell'epoca. Sua moglie Elizabeth Custer dedicò decenni a proteggere e amplificare questa immagine. Il quadro di Cassilly Adams fissò nell'immaginario collettivo Custer in piedi, sciabola alzata, circondato dai suoi uomini morenti. Solo a partire dagli anni Sessanta-Settanta la storiografia cominciò a ribaltare la prospettiva, restituendo centralità alla visione dei Lakota e dei Cheyenne. 

Il monumento nazionale oggi include un memoriale dedicato ai guerrieri indigeni, inaugurato il 25 giugno del 2003, in occasione del 127° anniversario della battaglia. Si chiama Indian Memorial. La svolta è arrivata sull'onda del movimento per i diritti civili e delle proteste dell'American Indian Movement (AIM). Gli storici hanno iniziato a consultare le fonti orali dei Lakota, dei Cheyenne e degli Arapaho, restituendo dignità e ragioni tattiche alla loro resistenza. Ci si rese conto che i nativi stavano semplicemente difendendo le proprie famiglie e la propria terra sacra da un'invasione illegale.

A differenza delle lapidi bianche e ordinate dei soldati statunitensi, l'Indian Memorial è un'opera circolare aperta, perfettamente integrata nel paesaggio della prateria. Il suo tema è "La pace attraverso l'unità". Presenta sculture in bronzo filiformi che rappresentano i guerrieri a cavallo e pannelli che spiegano la battaglia dal punto di vista delle diverse tribù (compresi gli scout Arikara e Crow che cavalcavano con Custer). Questo monumento ha finalmente spezzato il monopolio della memoria, trasformando un luogo di celebrazione nazionalista in un luogo di riconciliazione e verità storica.

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