Jonathan Carroll, “Tu e un quarto” (1995)
«Era un trucco, uno scherzo. Ero ubriaco. Ero pazzo. Annette si era suicidata. Non poteva essere lì. Invece c’era, eccome. Quella ragazza morta e sepolta da vent’anni era lì che sfogliava una rivista. Senza accorgermene appoggiai la testa al vetro perché all’improvviso non capivo più nulla.»
«Questa storia è accaduta in un tardo pomeriggio di novembre in cui l’intera città sembrava essersi trasformata in un liquido bagliore di fari e di pioggia. Una giornata d’autunno inoltrato in cui la pioggia è più gelida della neve e la città assume un’aria graffiante e velenosa. E la cosa migliore da fare sarebbe rimanersene al caldo a leggere un libro e gustarsi una minestra calda in una bella scodella bianca.»
«Penso che quella ragazza si fosse fatta un’idea della donna perfetta e nella sua infelicità l’avesse creata perché prendesse il suo posto finché non avesse potuto indossarne la pelle. Ma era una ragazzina e aveva commesso degli errori.»
«Quella macchinina mi aveva gettato nel panico. Era una cosa impossibile, assurda, una forma di minaccia assolutamente mostruosa. Quell’albino era davvero entrato nella mia stanza da bagno mentre dormivo e l’aveva infilata nella vasca? L’aveva messa lì mentre sognavo di stringere la sua giovane manina in quella strana e remota città?
E peggio ancora, si trovava ancora in casa mia in quel momento?»
Schegge di follia e lampi di razionalità attraversano questi racconti di Jonathan Carroll. La presente raccolta mostra una certa eterogeneità e sarebbe assai limitante definirla di genere fantastico, semmai sono racconti visionari dell'assurdo, del mistero, dell'imprevedibile che irrompono all'improvviso nella routine della vita quotidiana. Tuttavia, sono ben radicati nella realtà, nelle contraddizioni del reale, ma lo sono in maniera obliqua.
La narrativa di Carroll è molto affine al realismo magico sudamericano, a Borges e Bioy Casares, per esempio, ma non solo. Può far pensare ancora di più ai nostri Landolfi, Buzzati e Calvino. A Bradbury. E poi, ovviamente, a Edgar Allan Poe e Richard Matheson per quelli più inquietanti: “La stanza di Jane Fonda”, “Il mio zoondel”, “Panic hand”, “La morte ti ama”.
Carroll però ha una sua personale poetica che si nutre di dettagli anche insignificanti e banali. È la realtà a essere duplice, misteriosa e ambigua. Il fantastico è insito nella realtà: può venir fuori in qualsiasi momento, senza una causa specifica e ordinaria, senza preavviso, casualmente, come una frattura dimensionale.
I protagonisti dei racconti di Carroll sono quasi sempre nello stato di veglia, la sospensione tra il sogno e l'incubo non è mai del tutto onirica, è fin troppo tangibile, per questo è ancora più inquietante. Anche perché lo scrittore non fornisce mai una soluzione al mistero o una risposta definitiva: tutto resta incompiuto, e per questo ancor più realistico.
La realtà, ci ricorda Carroll, non è mai qualcosa dai contorni definiti, dai confini certi, è molto contraddittoria. Quel che certo è che non la conosciamo veramente e che il suo svelamento ci resta precluso, un mistero con cui convivere sempre. Il cambiamento è lì dietro l'angolo e spesso non ne siamo i fautori. Non riusciamo a incidere se non occasionalmente. Ciò che sentiamo, che percepiamo può essere un'illusione, e il mistero, così come appare, può sparire, come nei racconti capolavoro “Oh oh lallà” e “Il migliore amico del cane”.
La mania di controllo degli umani è destinata a restare inappagata. C'è sempre qualcosa di non addomesticabile che sfugge al bisogno di catalogare, di spiegare. Il gioco narrativo riesce molto bene a Carroll e i suoi racconti sono di un fascino irresistibile, di una logica trasparente. Lo scrittore invita costantemente a esercitare il dubbio, a non fidarsi delle apparenze.
La struttura dei racconti è circolare, molti temi si ripresentano in maniera ricorrente, quasi ossessiva, ma non è ripetitività, è necessità di fotografare i meccanismi comuni in molteplici varianti. Questa si rivela una scelta davvero felice, funzionale all'intera narrazione. Non si può fare a meno di restare ammaliati da queste fiabe per adulti macabre, orrorifiche, tormentose, magiche e ironiche.
Anche la concezione del tempo non è lineare. È più un presentarsi come una rete di diverse possibilità, di continue variazioni sul tema e di costanti imprevedibilità. Nulla viene dato come scontato. Neanche la propria identità, mutevole e in precario equilibrio. La fragilità dell'esistenza è un elemento con cui fare sempre i conti.
La memoria stessa sembra non appartenerci. Non è completamente nostra, ma appartiene alle interazioni con gli altri. È qualcosa che ci può venire ricordata e rappresentata da attori esterni, sorprendendoci di volta in volta e senza soluzione di continuità. Qualcosa di incontrollabile e che in ogni occasione che emerge può presentarsi in maniera diversa, con mutate sembianze.
Persino dell'amore non c'è certezza perché si trasforma nel tempo, nello spazio e mediante continue rivelazioni. Il mistero rivelato, ma non spiegato razionalmente, può aiutarci nella ricomposizione dei sentimenti e della memoria, forse anche a dare un senso alle cose, ma un senso solo momentaneo, sul quale non fare affidamento irrevocabilmente.
E se anche Dio dovesse essere continuamente aiutato a rinnovare la memoria di sé, cosa resterebbe, se non un'insondabile incertezza?
L’esistenza può essere una prigione, una condanna, ma è soprattutto un enigma di cui non aver troppo timore, a cui magari affidarci per comprendere meglio quello che siamo, o almeno nel tentare di farlo, senza aspettarci rivelazioni definitive, né consolanti conferme.

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