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sabato 8 novembre 2025

"Uccidere l’indiano nel bambino": genocidio culturale e memoria nelle scuole residenziali canadesi.


"Uccidere l’indiano nel bambino": genocidio culturale e memoria nelle scuole residenziali canadesi.

Continuo con questo post, dopo quello sugli Uiguri e sul Sudan e Darfur, a occuparmi di presunti genocidi, pulizia etnica e crimini contro l’umanità del passato e del presente, talvolta sconosciuti o quasi, senza fare sconti a nessuno, sono estraneo alla logica del double standard che caratterizza invece le tifoserie. Ci tornerò ancora. Stavolta tocca a un paese occidentale.

Credo che questa storia la conoscano in pochissimi, eppure il Canada è stato teatro allo stesso modo che gli USA della sottomissione dei nativi, con sterminio e assimilazione forzata. Tuttavia, questa vicenda ha delle particolari specificità. 

La storia moderna del Canada è attraversata, infatti, da una contraddizione profonda: la costruzione di una nazione che si è presentata al mondo come modello di convivenza, dialogo interculturale e democrazia liberale, ma che ha fondato parte della propria identità nazionale sulla cancellazione sistematica delle culture indigene. 

Tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento, più di 150.000 bambini delle First Nations, Inuit e Métis furono sottratti alle loro famiglie e deportati in istituti scolastici residenziali con un obiettivo esplicito: assimilare forzatamente gli indigeni alla società coloniale cristiana.

Le residential schools, nate nel quadro in una logica coloniale di “civilizzazione”, hanno costituito per oltre un secolo un nodo fondamentale di un progetto politico e ideologico di cancellazione identitaria. Come ha riconosciuto solo nel 2015 la “Truth and Reconciliation Commission of Canada”, si trattò di un genocidio culturale.

L'intento di emancipazione e di accoglienza faceva insomma parte della propaganda. In realtà per rendere l’“indiano” un “cittadino civilizzato” era necessario distruggere la sua cultura. Nei documenti governativi e missionari dell’epoca, l’obiettivo è formulato con crudele ed esplicita chiarezza: “Kill the Indian in the child” — uccidere l’indiano nel bambino.

L’Indian Act del 1876 fornì la cornice legislativa. Le comunità indigene erano considerate “minorate” e incapaci di autogoverno; lo Stato canadese si attribuì un ruolo paternalistico, eticamente giustificato dall’idea cristiana di redenzione. In realtà, la logica era quella del colonialismo etnocentrico: la cultura dominante era l’unica legittima e si arrogava il diritto di plasmare i nativi secondo i propri parametri morali e politici. Alla cultura indigena non veniva riconosciuta alcuna dignità, così come alla lingua, si riteneva che ci fosse un deficit cognitivo da colmare, un errore storico da correggere, in nome di una pretesa superiorità etica, religiosa e intellettiva. Era razzismo allo stato puro.

La separazione fisica dei bambini dalle famiglie era il primo atto di violenza istituzionale. Successivamente seguirono: il divieto di parlare la propria lingua, l’abolizione di rituali e di pratiche spirituali, l’imposizione del cristianesimo e di una moralità disciplinare, le punizioni corporali e le umiliazioni, i lavori forzati, la privazione degli affetti, il condizionamento psicologico e frequenti abusi fisici e sessuali.

La violenza fisica, la malnutrizione, le malattie, gli abusi, le morti non registrate, le fosse anonime rappresentano l’aspetto più brutale. Ma la dimensione più pervasiva è la distruzione dello spazio mentale e comunitario: un abuso linguistico e culturale; un programma di biopotere e disciplinamento; una forma di genocidio volto alla cancellazione della continuità, della struttura e dell’identità culturale.

Il trauma si è trasmesso di generazione in generazione, non solo con la perdita della lingua, ma anche con la frammentazione familiare, l’abuso interno alle comunità, i suicidi, le svariate dipendenze. Il genocidio culturale non è limitato al solo contesto storico, ma produce ferite che non si rimarginano.

Per decenni, l’apparato statale mistificò parlando di concetti nobili, quali “educazione”, “integrazione”, “protezione del minore”. Questo mostra un principio che ritorna nei processi totalitari e coloniali: prima si conquista il linguaggio, poi la realtà. Il genocidio culturale si muove nel territorio dell’immaginario prima che in quello del corpo. Lo stesso termine “genocidio” è stato a lungo evitato: nominare il crimine significava riconoscerne la portata morale e giuridica. La “Truth and Reconciliation Commission" ha restituito verità ai fatti e alla memoria. 

Il genocidio culturale delle scuole residenziali non riguarda solo la storia canadese, ma è un paradigma globale dell’età moderna: l’idea che la costruzione del progresso, dell’imposizione di un concetto arbitrario di giustizia o di fede religiosa possano giustificare l’annientamento dell’altro: la violenza può essere giustificata dalla “missione civilizzatrice”, e la retorica del bene può legittimare la cancellazione di mondi e di intere identità. Nessuna civiltà può dirsi tale se costruisce se stessa negando il diritto di un’altra a esistere.

Alcune fonti online:

https://nctr.ca/

https://uottawa.libguides.com/c.php?g=710498&p=5064826&utm

https://publications.gc.ca/site/eng/9.807830/publication.html?utm

https://www2.gov.bc.ca/assets/gov/british-columbians-our-governments/indigenous-people/aboriginal-peoples-documents/calls_to_action_english2.pdf?utm

https://www.facinghistory.org/en-ca/resource-library/historical-background-indian-act-indian-residential-schools?utm


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