Tommaso Landolfi, “Il Mar delle Blatte” (1936)
«Esso si fermò un momento a squadrare gli astanti, poi scese con passo forte la scala. Portava grandi stivali di cuoio lucido con un’enorme fibbia d’argento, strombati verso l’alto e che gli arrivavano quasi all’inguine; fra le brache e il rovescio di questi stivali
si poteva scorgere un tratto di coscia nuda. Una sorta di tunica serica leggerissima, scollata fino al bellicolo, gli copriva le spalle e appena i tricipiti, il resto delle braccia restando nude; la sua vita era stretta da un’alta cintura dorata entro cui erano infilate uno stocco e due pistole. Dal polso destro gli pendeva uno scudiscio.»
«L’avvocato s’accostò al parapetto. Alla luce della luna si scorgeva sulla costa, e digradante in anfiteatro verso il mare, una mostruosa città, dai giganteschi edifici. C’erano case piazze vie torri come altrove, ma ogni cosa spaventosamente grande e massiccia, di proporzioni inaudite e terribili. Tra le fronti solenni delle costruzioni, battute dal pallido raggio, si inabissavano strade nere come pece, s’aprivano gurgiti bui di piazze, voragini senza fondo. Tutto era calmo, non si scorgevano creature umane, nessuna luce, nessun segno di vita; alcune vaste fontane, collegate da canali elevati sul suolo e digradanti di terrazza in terrazza, facevano solo udire un freddo sciabordio. Ma era una calma minacciosa, da cui sembrava dovesse scoppiare a ogni momento un comando, una parola intollerabile. Come una fiera sentinella la città si levava alta sul mare.»
«Cullate dalle leggere onde che il passaggio della nave suscitava, alcune grosse blatte, dall’aria sonnolenta, galleggiavano sull’acqua; altre se ne vedevano più in là, e verso il mare aperto gli animali parevano infittire, nereggiando al sole del meriggio tropicale.»
“Il Mar delle Blatte” è, senza mezzi termini, un capolavoro della narrativa breve, una delle vette massime raggiunte da Tommaso Landolfi. Qualcosa di estremamente unico e originale: una favola gotica, allucinata e visionaria, sostenuta dalla meravigliosa prosa dello scrittore di Pico, che si innalza come una sinfonia tra grottesco e sublime, colma di simbolismi e di echi inquieti.
Questo racconto merita una recensione a sé, prima ancora di parlare dell’edizione che lo ospita, un volume che raccoglie due intere collezioni.
Probabilmente è il più kafkiano tra i racconti di Landolfi, dove nausea e decadenza attraversano la narrazione e ne escono vincitrici incontrastate. Fin dal folgorante incipit veniamo immersi nel mondo dell’incubo, guidati dalla voce narrante. Tutto il racconto si muove con l’andamento di un sogno angoscioso, come quelli raffigurati nei dipinti di Bosch o di Goya. Il linguaggio, come sempre in Landolfi, è eccessivo eppure elegantissimo, un laboratorio linguistico che mescola ironia e disperazione.
L’autore mostra la stessa ossessione di Kafka per gli insetti, protagonisti assoluti di questa fiaba nera: non solo le blatte, ma anche un verme, che non è propriamente un insetto, ma che è a questi assimilabile, e che ha stregato, facendola innamorare, Lucrezia, la fanciulla contesa con il Variago della “nave dei folli”, lanciata verso un poetico e apocalittico abisso.
La metamorfosi landolfiana assume qui un carattere totalizzante: non è solo l’individuo a mutare, ma l’intero suo mondo, invaso dalle blatte che occupano ogni spazio e ogni luogo. L’innocenza, per contrasto, è affidata a un altro invertebrato: il piccolo verme innamorato. Il brulicare di blatte e verme è essenziale nell'economia del racconto.
Novella chiaramente allegorica, “Il Mar delle Blatte” si riallaccia a uno dei temi più cari allo scrittore: la decadenza dell’umano, vittima della propria meschinità e di forze incontrollabili, generate dalla stessa pulsione autodistruttiva. Tuttavia, Landolfi non cede mai al pessimismo assoluto: il racconto è attraversato da un’ironia sotterranea, da un gusto per il gioco letterario e da un sottile dialogo con sé stesso, che attenuano il buio con lampi di autoironia.
Il mostruoso, in fondo, si nasconde nella stessa umanità, e in questo Landolfi si avvicina più che mai a Kafka. Si potrebbe dire che entrambi condividano una visione ironica, e insieme autoironica, dell’esistenza, per la quale l’assurdo è la condizione naturale dell’uomo. Anche lo stile di Landolfi, con i suoi barocchismi e il suo lessico raffinatissimo, diventa il teatro di questa tragicommedia umana.
La rappresentazione del mare, che potrebbe far pensare a una visione cosmica e universale, è in realtà ingannevole: la narrazione landolfiana è claustrofobica, chiusa nel microcosmo della coscienza individuale. La meschinità è prima di tutto una “qualità” del singolo, il suo insensato brulicare in un mare interiore pieno di blatte. Il suo inferno interiore.
Infine, il sorprendente epilogo, solo in apparenza un lieto fine, accentua l’intento allegorico dell’autore. È un esercizio di stile sarcastico e disincantato, ma mai autocompiaciuto: l’espressione artistica delle pulsioni represse e delle insicurezze che appartengono allo stesso Landolfi.
[Nell'immagine: Hieronymus Bosch, “Giardino delle delizie”, particolare di scarabeo, 1490-1500]

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie