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lunedì 16 febbraio 2026

“IL GRANDE INQUISITORE” DI FËDOR DOSTOEVSKIJ


“IL GRANDE INQUISITORE” DI FËDOR DOSTOEVSKIJ

Libertà, fede e natura umana nel capolavoro del grande scrittore russo

«È mai possibile che tu abbia supposto [...] che, seguendoti, anche l'uomo sarebbe rimasto con Dio, senza bisogno di miracoli! Ma tu non sapevi che non appena l'uomo avesse rinnegato il miracolo avrebbe rinnegato anche Dio poiché l'uomo non cerca tanto Dio quanto i miracoli. E, non avendo la forza di rinunciare ai miracoli, l'uomo si creerà nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà ai prodigi di un guaritore e alle stregonerie di una fattucchiera.»

«Tu non scendesti dalla croce quando, per schernirti e per deriderti, ti gridavano: "Scendi dalla croce e allora crederemo che sei tu". Tu non scendesti perché ancora una volta non volesti rendere schiavo l'uomo con un miracolo e bramavi una fede libera, non fondata sul miracolo. Bramavi un amore libero e non il servile fervore di uno schiavo dinanzi al potente che l'atterisce per sempre. Ma anche qui tu hai tenuto troppo in conto gli uomini poiché essi sono di certo degli schiavi.»

«Abbiamo corretto la tua opera, fondandola sul miracolo, sul mistero e sull' autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere guidati di nuovo come un gregge e di vedere il loro cuore finalmente liberato da un dono tanto terribile che aveva arrecato loro tanti tormenti.»

«E che colpa hanno tutti gli altri, i deboli, se non hanno saputo sopportare quello che i forti hanno sopportato? Di che cosa è colpevole un'anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili? Possibile che tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti?»

«Oh, noi li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunceranno alla loro libertà in nostro favore e si assoggetteranno a noi. Ebbene, avremo ragione o mentiremo? Essi stessi si persuaderanno che abbiamo ragione perché rammenteranno a quale orrenda schiavitù e a quale orrendo turbamento li avesse condotti la tua libertà. La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti [...] che alcuni di loro, indocili e violenti, si distruggeranno da sé, mentre altri, indocili ma deboli, si stermineranno fra loro, e gli ultimi rimasti, deboli e infelici, strisceranno ai nostri piedi e ci grideranno: "Sì, avevate ragione [...] salvateci da noi stessi".»

«Non c'è nulla di più ammaliante per l'uomo che la libertà della propria coscienza: ma non c'è nulla, del pari, di più tormentoso. Ed ecco che invece di solidi fondamenti capaci di tranquillizzare la coscienza dell'uomo una volta per sempre, Tu hai scelto tutto ciò che v'è di più difforme, di più misterioso e di più indefinito: hai scelto tutto ciò che è superiore alle forze degli uomini: e perciò hai finito per agire come se addirittura non li amassi affatto: e questo, chi! Colui ch'è venuto a dare per essi la vita Sua! Invece di prender possesso della libertà umana, Tu l'hai accresciuta, e hai aggravato coi suoi tormenti il regno spirituale dell'uomo, per l'eternità.»

Recensire "Il Grande Inquisitore" mi crea una notevole dose di imbarazzo perché costituisce uno dei vertici assoluti della letteratura mondiale e le parole per descriverlo risultano sempre inadeguate. Se poi ci aggiungiamo che Dostoevskij è uno dei miei due scrittori preferiti in assoluto - l’altro è un certo praghese di cui scrivo di frequente - diventa d’obbligo cercare di misurare le parole il più possibile. 

“Il Grande Inquisitore” è un capitolo tratto da "I fratelli Karamazov" (1879-1880) che trascende i confini del romanzo per diventare un testo filosofico autonomo. Questo celeberrimo apologo, narrato da Ivan Karamazov al fratello minore Alëša, prende la forma di un poema in prosa che mette in scena un incontro impossibile: il ritorno di Cristo nella Siviglia del XVI secolo, durante il periodo dell'Inquisizione spagnola. Anche scegliere tra le citazioni è stato un compito abbastanza arduo. Il racconto di Ivan meriterebbe di essere riportato tutto dall’inizio alla fine.

L'opera si inserisce in un momento cruciale del romanzo, quando Ivan espone la sua ribellione intellettuale contro Dio e l'ordine del mondo. È una meditazione profonda sulla natura della libertà, sul rapporto tra autorità e coscienza individuale, e sulla tensione irrisolvibile tra la felicità materiale e la dignità spirituale dell'essere umano. Ed è un’immensa lezione di stile.

Per comprendere appieno la portata de "Il Grande Inquisitore", è essenziale collocarlo nel contesto più ampio della riflessione dostoevskiana. L'autore russo, attraverso la voce di Ivan, condensa in questo breve testo le sue ossessioni più profonde: il problema del male, in particolare nella sua forma più scandalosa – la sofferenza degli innocenti –, la questione della teodicea, il mistero della libertà umana e le dinamiche di potere. Tutto ciò contenuto miracolosamente in poche pagine.

Il poema si presenta come un esempio perfetto di narrazione dentro la narrazione, un'opera letteraria che un personaggio del romanzo crea per esprimere la propria visione del mondo. Ivan, intellettuale ateo e razionalista, costruisce questa parabola per illustrare la sua tesi fondamentale: l'incompatibilità tra l'esistenza di Dio e la presenza del male nel mondo, specialmente il dolore dei bambini innocenti.

"Il Grande Inquisitore" si presta a molteplici livelli di lettura ed è proprio questa la sua grandezza. Sul piano teologico, è una riflessione sul rapporto tra fede e libertà, tra grazia e libero arbitrio, una critica alla Chiesa Cattolica. Sul piano politico, è un’accusa rivolta a ogni forma di autorità che prometta felicità in cambio di sottomissione, è come se avesse il sapore di un’anticipazione profetica dei totalitarismi del XX secolo. Sul piano psicologico, mostra il conflitto tra il desiderio di autonomia e il bisogno di sicurezza che caratterizza l'animo umano.

È fondamentale ricordare che questo è un testo immaginato come se fosse narrato da Ivan, il personaggio ateo del romanzo. Non possiamo semplicemente identificare le parole dell'Inquisitore con il pensiero di Dostoevskij. L'autore russo era un credente ortodosso, ma un credente tormentato dal dubbio. In Ivan, e nel suo poema, Dostoevskij dà voce alle obiezioni più forti contro la fede, le porta al loro massimo grado di radicalità. È un esercizio di onestà intellettuale straordinario.

Il gioco narrativo è assai complesso, ma allo stesso tempo di una semplicità disarmante. Non si può leggere il testo attribuendo allo scrittore russo uno schematico manicheismo, così come allo stesso modo non lo si può fare con l’intera sua produzione letteraria. Anzi, al contrario, questo è un sublime inno al dubbio. Dostoevskij non parla per bocca di Ivan, e Ivan non parla per bocca dell’Inquisitore. 

Ivan e l'Inquisitore non sono due demoni, sono due personaggi che contengono sia il Bene che il Male, sciolti assieme in un’unica forma. Sono terribilmente umani. L'Inquisitore è un personaggio tragico, ambivalente, mosso forse da un modello distorto di compassione per un'umanità che ritiene troppo debole per sopportare il peso della libertà, o forse è al di là del bene e del male. Figura grandiosa e disturbante.

Tuttavia, allo stesso tempo Dostoevskij esprime attraverso Ivan e l’Inquisitore i propri dilemmi, dilemmi di natura diversa, ma con alla base lo stesso cinismo. Il silenzio di Cristo, che dovrebbe rappresentare il Bene allo stato puro, è paradigmatico. E il bacio che alla fine, prima di andarsene dà all'Inquisitore non scioglie l’ambiguità. Rappresenta il suggello dell'intera parabola: anche l’Inquisitore fa parte del disegno irrealizzabile di Dio. È qui che le tre visioni - quella dello scrittore, di Ivan e dell’Inquisitore si incontrano: nell’unica vera certezza, quella del dubbio.

La grandezza di Dostoevskij sta proprio in questo: nel non voler semplificare, nel dare voce alle obiezioni più radicali contro la fede pur rimanendo credente, nell'esplorare le zone d'ombra dell'animo umano senza fornire una risposta definitiva. Una cosa è certa: a distanza di quasi un secolo e mezzo, "Il Grande Inquisitore" mantiene una rilevanza straordinaria.

Una magistrale versione di questa parabola è contenuta in un episodio dell’eccellente riduzione televisiva del 1969 dei “Fratelli Karamazov”: sceneggiato Rai a puntate, per la regia di Sandro Bolchi, ancora disponibile su RaiPlay e che consiglio caldamente. La scena è interpretata da due attori di teatro dell’epoca: Umberto Orsini nella parte di Ivan e Carlo Simoni in quella di Alëša.


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