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venerdì 13 febbraio 2026

"La trappola identitaria" (2024) di Yascha Mounk


La frammentazione dei diritti civili: riflessioni su "La trappola identitaria" (2024) di Yascha Mounk

«Al posto dell’universalismo, certi settori della società statunitense stanno rapidamente adottando una forma di separatismo progressista. Scuole e università, fondazioni e alcune aziende sembrano essere convinte di dover incoraggiare attivamente le persone a vedersi come “soggetti razzializzati”. Inoltre, sempre più di frequente applicano lo stesso metodo anche ad altri aspetti dell’identità, incoraggiando le persone a considerare il genere, la cultura di origine o l’orientamento sessuale come l’attributo che le definisce. Negli ultimi tempi molte istituzioni si sono spinte addirittura oltre: hanno concluso che è loro dovere trattare le persone in un certo modo a seconda del gruppo a cui appartengono, persino nel caso di decisioni cruciali come stabilire a chi dare la precedenza nella somministrazione di farmaci salvavita.»

«La sintesi identitaria richiama l’attenzione su ingiustizie reali. Alle persone che si sentono emarginate o maltrattate offre un linguaggio con cui esprimere il proprio vissuto. E ai suoi seguaci concede la sensazione di far parte di un importante movimento storico che renderà il mondo un posto migliore. Tutto questo aiuta a spiegare perché sia così attraente, specie per i giovani idealisti.

Purtroppo, però, alla fine la sintesi identitaria risulterà controproducente. Malgrado le buone intenzioni dei suoi fautori, infatti, compromette il progresso verso un’autentica uguaglianza tra i membri di gruppi diversi. E nel frattempo sovverte anche altri obiettivi che tutti dovremmo avere a cuore, e per buone ragioni, per esempio la stabilità delle democrazie multiculturali. A dispetto del suo fascino, la sintesi identitaria si rivela per ciò che è: una trappola.»

«In una società che ci incoraggia a guardare il mondo attraverso il prisma onnipresente dell’identità, sviluppare un senso di appartenenza sarà difficile soprattutto per coloro che non rientrano perfettamente in un solo gruppo etnico o culturale.»

«…una cultura che, di base, immagina le persone solo in relazione a un’entità collettiva non sarà mai in grado di vedere e supportare i propri membri in tutta la loro splendida individualità.»

Mai come oggi le società occidentali hanno raggiunto livelli così elevati di inclusione "formale", eppure mai come oggi il discorso pubblico appare dominato da rivendicazioni identitarie sempre più frammentate e inconciliabili. Questo avviene anche perché sull’inclusione sostanziale ci sarebbe invece tanto da dire: permangono molte discriminazioni. Esiste ancora una dicotomia non affatto trascurabile tra forma e sostanza. Il politologo Yascha Mounk, dopo essersi occupato del pericolo insito nell’identitarismo reazionario, tradizionalista e nazionalista, in questo suo nuovo saggio, si occupa di analizzare criticamente il paradigma culturale e politico opposto. Mounk non concorda sull'uso del termine “woke” perché assai limitante e poco adeguato e propone la definizione più estesa di “sintesi identitaria”. 

La tesi centrale di Mounk è tanto chiara quanto provocatoria: l'ossessione contemporanea per l'identità – etnica, razziale, di genere, sessuale – lungi dal rappresentare una naturale evoluzione della lotta per i diritti civili, costituisce invece un arretramento pericoloso che trasforma ogni questione politica in una battaglia esistenziale tra gruppi identitari chiusi e omogenei. Questa trasformazione, secondo l'autore, non solo tradisce gli ideali universalistici che hanno animato i grandi movimenti emancipatori del passato, ma rischia di produrre esattamente ciò che pretende di combattere: una società sempre più segregata, dove l'appartenenza di gruppo prevale sulla comune umanità. Una nuova forma di discriminazione, anche se capovolta.

Per comprendere la portata dell'analisi di Mounk, occorre innanzitutto chiarire cosa egli intenda per "sintesi identitaria". Non si tratta semplicemente del riconoscimento dell'importanza dell'identità nella vita delle persone, né della legittima rivendicazione di diritti da parte di gruppi storicamente marginalizzati. La “sintesi identitaria” rappresenta piuttosto un sistema di pensiero articolato che poggia su alcuni pilastri fondamentali: l'idea che la società sia strutturalmente divisa in gruppi di oppressori e gruppi di oppressi; la convinzione che l'identità di gruppo determini in modo quasi totale l'esperienza individuale; il rifiuto dell'universalismo in favore di prospettive particolaristiche; e infine, la tendenza a considerare il progresso sociale come un costante conflitto tra identità in competizione.

Mounk rintraccia le radici intellettuali di questa visione in correnti di pensiero apparentemente eterogenee. Ciò che accomuna questi approcci è una profonda sfiducia verso le categorie universali e i principi liberaldemocratici, considerati null'altro che maschere ideologiche del potere dei gruppi dominanti. Se tutto è potere, se la ragione stessa è uno strumento di oppressione, se non esistono linee condivise ma solo narrazioni in conflitto, allora il campo politico diventa inevitabilmente un'arena di scontro permanente tra identità inconciliabili.

L'autore dedica particolare attenzione alle conseguenze pratiche di questa visione del mondo. Nelle università americane, ad esempio, “la sintesi identitaria” si manifesta nell'idea che solo chi appartiene a un determinato gruppo identitario possa legittimamente parlare di questioni che riguardano quel gruppo. Più in generale, nella sfera pubblica si assiste alla crescente tendenza a valutare le affermazioni non in base alla loro validità argomentativa, ma in base all'identità di chi le pronuncia. 

Uno degli aspetti più importanti dell'analisi di Mounk riguarda il rapporto tra la “sintesi identitaria” e la tradizione dei diritti civili. L'autore sottolinea come i grandi movimenti emancipatori del Novecento – dal movimento per i diritti civili degli afroamericani al femminismo della prima e seconda ondata – si fondassero su un'aspirazione universalistica. Martin Luther King non rivendicava diritti speciali per gli afroamericani, ma l'estensione a tutti dei diritti già riconosciuti ad alcuni. La sua celebre affermazione secondo cui sperava in un giorno in cui i suoi figli sarebbero stati giudicati non per il colore della pelle ma per il contenuto del loro carattere incarnava precisamente questo universalismo: l'identità razziale doveva diventare irrilevante, non il fondamento dell'identità politica.

La “sintesi identitaria”, al contrario, perpetua e anzi rafforza la preminenza delle categorie identitarie. Invece di lavorare verso un futuro in cui, ad esempio, il colore della pelle sia altrettanto ininfluente quanto il colore degli occhi, questa visione insiste sul fatto che tali differenze debbano rimanere centrali nella nostra comprensione della società e nella distribuzione di risorse e opportunità. Politiche come l'azione affermativa basata sulla razza, inizialmente concepite come misure temporanee per correggere ingiustizie storiche, rischiano così di trasformarsi in meccanismi permanenti di ripartizione in base al gruppo, cristallizzando le divisioni che avrebbero dovuto superare. 

Un altro elemento che Mounk evidenzia è il ruolo dei social media nel polarizzare il dibattito pubblico. Le piattaforme digitali premiano la semplificazione, l'indignazione e l'appartenenza tribale. In questo ecosistema, le sfumature individuali si perdono e ogni questione viene ricondotta a una battaglia manichea tra bene e male, tra oppressi e oppressori. La “sintesi identitaria”, con la sua visione del mondo in bianco e nero, si adatta perfettamente a questa logica, stesso metodo, anche se con motivazioni opposte, dell’identitarismo tradizionalista. 

Particolarmente acuta è l'osservazione di Mounk sugli effetti perversi della “sintesi identitaria” sulla solidarietà sociale. Se la società è frammentata in gruppi identitari ciascuno focalizzato sulla propria oppressione specifica, diventa sempre più difficile costruire coalizioni ampie capaci di affrontare problemi comuni, da qui, aggiungerei, deriva anche la sempre più diffusa logica del double standard. La politica si trasforma in una competizione tra vittime, dove ogni gruppo cerca di dimostrare di essere più oppresso degli altri. Questa dinamica crea anche le condizioni per un aumento del consenso per l’area identitaria tradizionalista e nazionalista proveniente da coloro che si sentono esclusi da questo gioco perché privati del loro ruolo tradizionale, facendo così emergere il rischio di rilegittimare vecchie discriminazioni. L’eterogenesi dei fini è completa.

Mounk sostiene che questi fenomeni, apparentemente opposti, si alimentano a vicenda. Il risultato è una spirale di polarizzazione identitaria dove entrambi gli schieramenti contribuiscono a erodere lo spazio del dibattito razionale e dell’univeralismo egualitario. L'autore dedica ampio spazio anche alla questione della libertà di espressione, sempre più sotto pressione in nome della protezione delle identità vulnerabili. 

L'idea che certi discorsi debbano essere censurati perché "violenti" o "offensivi" verso gruppi marginalizzati, anche quando non costituiscono incitamento diretto alla violenza, rappresenta secondo Mounk una deriva pericolosa. Non solo perché restringe lo spazio del dibattito pubblico, ma perché infantilizza proprio quei gruppi che pretende di proteggere, negando loro la capacità di confrontarsi con idee scomode. Inoltre, come la storia insegna, i meccanismi di censura raramente restano confinati agli scopi “nobili” per cui vengono introdotti e finiscono spesso per essere usati contro le stesse minoranze che dovrebbero tutelare. Stessa cosa dicasi della “cancel culture”.

Quali alternative propone Mounk alla trappola identitaria? L'autore si dichiara esplicitamente favorevole a quello che definisce "universalismo inclusivo": il riconoscimento che tutti gli esseri umani condividono una comune umanità e meritano pari dignità e diritti, combinato con la disponibilità a riformare continuamente le istituzioni per assicurare che questi principi universali siano effettivamente realizzati per tutti, non solo sulla carta. 

Questo approccio richiede di prendere sul serio le istanze di giustizia sollevate dai gruppi marginalizzati senza però accettare la logica frammentaria della “sintesi identitaria”. In termini concreti, ciò significa sostenere politiche che affrontino le disuguaglianze reali senza cristallizzare le categorie identitarie. Ad esempio, invece di azioni affermative basate sulla razza, Mounk suggerisce di concentrarsi su indicatori socioeconomici che catturano lo svantaggio reale indipendentemente dall'identità di gruppo. Significa promuovere una cultura civica comune che unisca i cittadini senza negare le loro differenze particolari. Significa resistere alla tentazione di trasformare ogni questione politica in una battaglia identitaria, recuperando la capacità di discutere razionalmente e liberamente su interessi e valori.

Tuttavia, il libro di Mounk ha suscitato anche diverse critiche. Alcuni hanno sottolineato come l'autore talvolta sembri minimizzare la persistenza di forme strutturali di discriminazione che rendono difficile pensare a una società veramente inclusiva. Altri hanno evidenziato come il focus quasi esclusivo sugli eccessi della “sintesi identitaria” rischi di oscurare i reali successi dei movimenti identitari nel portare alla luce ingiustizie altrimenti invisibili. C'è poi chi sostiene che l'universalismo difeso da Mounk sia esso stesso un prodotto storico particolare, non un punto di vista neutrale dal quale giudicare tutte le culture.

Ma, al di là delle singole posizioni espresse, il merito principale de "La trappola identitaria" sta nell'aver posto questioni fondamentali che troppo spesso vengono eluse nel dibattito pubblico a beneficio della polarizzazione. È possibile riconoscere e combattere le ingiustizie senza frammentare la società in una molteplicità di gruppi identitari chiusi? L'universalismo è davvero solo una maschera del dominio, o rappresenta ancora un ideale emancipatorio valido? Come possiamo costruire solidarietà in società sempre più diverse senza né ignorare le differenze né trasformarle in muri invalicabili?

La democrazia, con tutti i suoi limiti e contraddizioni, si è storicamente fondata sull'idea che sia possibile trovare principi comuni capaci di trascendere le particolarità dei singoli gruppi. Ritengo che abbandonare questo orizzonte in favore di una pura politica identitaria non significa, come sostengono i suoi proponenti, radicalizzare la democrazia, ma piuttosto rinunciare all'idea stessa delle pari opportunità e della cittadinanza condivisa, aprendo scenari inquietanti di conflitti permanenti e conseguenti tentazioni verso soluzioni autoritarie.

Il libro di Mounk evidenzia che la trappola identitaria cattura non solo coloro che vi cadono inconsapevolmente, ma anche le società democratiche nel loro complesso. Se l'identità diventa l'unica lente attraverso cui guardare la realtà, se l'appartenenza di gruppo prevale su tutto il resto, se il dialogo viene sostituito dalla reciproca delegittimazione, allora le condizioni stesse della convivenza democratica vengono meno. Ritrovare la via dell'universalismo inclusivo è una necessità esistenziale per società che vogliono rimanere libere, plurali e unite nonostante le loro differenze, le storture e le contraddizioni.


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