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venerdì 13 ottobre 2023

Herman Melville, "Bartleby, lo scrivano" (1853)


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Classici


Herman Melville, "Bartleby, lo scrivano" (1853)


«Tutto ciò che accade nella vita di un uomo è solo uno scherzo»

(Herman Melville)


«Nel secondo decennio del nostro secolo, Franz Kafka inaugurò una specie famosa del genere fantastico; in quelle indimenticabili pagine l’incredibile sta nel comportamento dei personaggi più che nei fatti. Così, nel Processo il protagonista viene giudicato e giustiziato da un tribunale che manca di qualsiasi autorità, e il cui rigore egli accetta senza la minima protesta; Melville, più di mezzo secolo prima, elabora lo strano caso di Bartleby, che non solo opera in maniera contraria a ogni logica, ma costringe gli altri a farsi suoi sgomenti complici.

Bartleby è più di un artificio o un ozio dell’immaginazione onirica; è, fondamentalmente, un libro triste e veritiero che ci mostra quell’inutilità essenziale che è una delle quotidiane ironie dell’universo.»

(Jorge Luis Borges, dall'introduzione)


«Non di rado accade che, quando un uomo si trova contrariato in modo inconsueto e violentemente assurdo, egli cominci a nutrir dubbi sulle sue più salde convinzioni. Egli comincia, per così dire, a dubitare vagamente che, per strana che la cosa possa sembrare, la ragione e la giustizia si trovino dall’altra parte. Perciò, se abbia la fortuna di potersi rivolgere a qualche persona spassionata, la interpella per cercare un sostegno alla mente che gli vacilla.»

(Herman Melville, da "Bartleby")


Sono anch'io Bartleby?

Sulla novella di Herman Melville aleggiano mefitici l'angoscia e il senso di colpa, ben oltre la fine. Il racconto, nella sua scarna semplicità, è paradossalmente di non facile decifrazione e dalla sua uscita in poi, ha dato vita alle più disparate interpretazioni. È esso stesso un vero e proprio enigma.

"Così è, se vi pare", potremmo dire con Pirandello.


Fatto sta, che "Bartleby, lo scrivano" è qualcosa di veramente unico nella storia della narrativa di ogni tempo, poche pagine, ma come se fossero scolpite nel marmo, e il significato sta tutto qui: un semplice ed enigmatico apologo sul paradosso, sulla disobbedienza, sulla solitudine e sulla morte.


Tuttavia, una cosa si può aggiungere con quasi assoluta certezza: che l'ostinazione di Bartleby è della stessa cieca natura del capitano Achab, e quindi prigioniera del vuoto esistenziale, anche se speculare e contraria, nella sua caparbia inedia.

Bartleby rappresenta la determinata volontà a non obbedire, a non conformarsi. La rivolta contro il mondo può passare per la sterile e vuota passività. E forse l'unica alternativa che ci resta è di dire no, astenersi dall'agire, aspettando la fine.


Melville immagina che a raccontare la storia di Bartleby, lo scrivano, sia un avvocato, ex giudice dell'alta Corte di Equità, ed è ambientata nel suo vecchio studio a Wall Street, un ambiente chiuso, soffocante, che alimenta sin da subito il senso d'angoscia della storia.

Lo scrittore americano introduce la vicenda con un preambolo, in cui l'avvocato presenta i primi personaggi. 


Prima dell'arrivo di Bartleby, aveva solo tre singolari collaboratori, i primi due erano scrivani copisti, e tutti e tre possedevano i loro soprannomi: l'anziano Tacchino, il giovane Pinzette e Zenzero, il ragazzino. Saranno indicati esclusivamente con questi appellativi nell'intero svolgimento della storia.

Tre personaggi assai coloriti e con spiccate caratteristiche individuali.

Ma che avevano in comune la passività all'obbedienza, il conformarsi alle regole, l'assenza totale di spirito critico.


La nomina dell'avvocato a giudice causa un aumento del lavoro e rende così necessario l'assunzione di un altro scrivano. Ed è per questo che entra in scena Bartleby. 

Il suo arrivo genera uno scompiglio così grande e un così grande cambiamento da sconvolgere l'assetto dello studio stesso.


Ma ciò avviene in modo talmente inconsueto da risultare assurdo, fantastico, qualcosa in sospeso tra due universi.

Ed è proprio l'elemento definibile "fantastico", richiamato anche da Borges nell'introduzione, così assimilabile appunto a quello che sarà poi di Kafka, a rendere illuminato da folle, geniale e straordinaria originalità il racconto di Melville.


Lo scrittore mette a confronto due realtà in contrasto, che vivono tuttavia nello stesso contesto: quella solita, della procedura lineare, radicalmente conformista, anche se fatta di inventiva, improvvisazione e di forte personalità, e quella insolita prigioniera della ripetizione meccanica, imperturbabile, grigia, ma vittoriosa su tutto e tutti, con il suo velo di triste essenzialità, e tuttavia paradossalmente anticonformista. C'è una solitudine così assoluta in Bartleby, che atterrisce, ma che contemporaneamente affascina l'avvocato, questo suo ostinarsi alla disobbedienza. 


È una paura ancestrale quella che coglie al cospetto di tanto vuoto e aridità. Una paura che può contaminare ed espandersi.

In questo universo Bartleby si aggira come un arcano e silenzioso spettro, nella sua quasi immobilità, che come un automa, porta a compimento il suo lavoro, opponendosi a qualsiasi intromissione emotiva.


È un mondo fatto di passività il suo, di tedio, di solitudine, un mondo autistico, di "stupefacente mansuetudine", che sconcerta e lascia allibito il giudice, e il resto dello studio con lui. Un mistero così indecifrabile nella sua scarna misera semplicità, da risultare straordinario. Il muro pare talmente tanto inscalfibile, che si fa fatica a pensare che il mistero possa sciogliersi. 


Al contrario, sono il disagio e l'imbarazzo a intensificarsi, esercitando un influsso a cui pare non esserci difesa alcuna. È di fatto incredibile contemplare il crescente e attonito panico, l'esasperazione alternata da incrollabile pazienza dell'avvocato al cospetto del comportamento di Bartleby.

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