A proposito degli Epstein files
Al di là della verificabilità delle nuove rivelazioni sugli Epstein files — una mole a dir poco enorme — che sembrano contenere tutto e il contrario di tutto a seconda di chi abbia interesse a confermare una narrazione o l’altra (Trump, Putin, i Clinton, la Brexit, Bill Gates, Elon Musk, Noam Chomsky, Orbán, Bannon, Salvini, il “tribalismo” multipolare, le élite globaliste pedosataniste, naturalmente il Mossad, addirittura Stephen Hawking e chi più ne ha più ne metta, con contorno di particolari splatter); e al di là della guerra ibrida e dei conflitti tra servizi segreti — che certo non sono una novità — sarebbe il caso di ricordare alcune cose. Anche perché, a quanto pare, tutti coloro che si pronunciano sull’argomento sembrano aver visionato più di tre milioni di file e saper quindi distinguere con precisione chirurgica i buoni dai cattivi, grazie all’ausilio dell’onnipresente chiave geopolitica.
So però che è del tutto inutile invitare a un minimo di equilibrio e di raziocinio. Ognuno crede a ciò che vuole credere, senza fermarsi un attimo a riflettere, senza provare a tenere a freno emotività, autosuggestione e ossessioni personali o di gruppo, arrivando persino a stigmatizzare — con una logica da psicopolizia — chi evita di parlarne, definendolo complice.
Ogni volta che un nuovo scandalo sessuale coinvolge figure di potere, l’opinione pubblica reagisce ingenuamente come se si trattasse di un evento inedito, quasi rivelatore, persino nella sua crudeltà. Tutto ciò al netto del morboso piacere nell’indugiare sui particolari più scabrosi e sulle perversioni, per poi esibirsi in una rituale indignazione. Quanta ipocrisia. Ma c’è soprattutto chi utilizza questi scandali per far quadrare il proprio paradigma: contro Trump, contro i Clinton, contro Putin, contro l’Occidente, o contro Israele. La solita monotona polarizzazione. La solita trita e ritrita semplificazione.
Rimanere con i piedi per terra e provare ad analizzare le dinamiche visibili e strutturali? No, eh. Non conviene. E allora, se il sensazionalismo può dare una mano, perché no. Stendo un velo pietoso su chi utilizza come fonti canali Telegram e YouTube che impiegano tecniche di propaganda del tutto simili a quelle del cosiddetto mainstream, senza verificare — non dico le fonti primarie — ma almeno fonti secondarie di orientamento diverso, in un’epoca in cui l’IA è in grado di creare immagini e video di estremo realismo.
La trama, invece, è antichissima: il potere tende a deformare i rapporti umani, a trasformare il desiderio in privilegio, il corpo dei più deboli — soprattutto quello femminile — in risorsa e in possesso, la relazione in gerarchia. Non stiamo parlando di eccezioni, ma di uno schema che si ripete attraverso culture, epoche e contesti differenti. Il problema non è soltanto chi detiene il potere, ma il fatto stesso che le strutture gerarchiche producano asimmetrie sistematiche. La gerarchia in sé genera vulnerabilità: crea dipendenze economiche, professionali, sociali. E dove c’è dipendenza, c’è sempre un potenziale di abuso. Eppure c’è chi, puntualmente, casca dal pero. Il dominio dell’uomo sull’uomo è anche questo.
La novità non risiede mai nel fatto in sé, ma nel modo in cui, nel corso della storia, ogni sistema politico ne gestisce l’elaborazione pubblica: come lo mette in evidenza, come lo strumentalizza, e come l’opinione pubblica si divide — se le è consentito farlo — e si adegua. È lì che emergono le differenze. Gli scandali sessuali non parlano soltanto di sesso, ma soprattutto di asimmetria di potere. È un meccanismo che attraversa imperi, corti rinascimentali, partiti del Novecento, aziende globali, democrazie e dispotismi. Il potere gerarchico è intrinsecamente abusante, fondato su un arbitrio permanente. In pochi, infatti, riflettono sul fatto che, in questo caso, a diffondere pubblicamente milioni di file — ma “cum grano salis” — sia il potere stesso, all’interno di conflitti feroci tra élite.
Più le pratiche sono abusanti e violente, più il potente gode del proprio arbitrio: è un mezzo per riaffermare il dominio. Il punto non è il desiderio, ma la possibilità di imporre il proprio desiderio senza conseguenze. Nella maggior parte dei casi questo si chiama violenza sessuale, e spesso femminicidio. Tra coloro che oggi si scandalizzano, però, figurano anche gli stessi che si oppongono a una legge sulla violenza sessuale che estenda il concetto di consenso, o che negano l’esistenza stessa dei femminicidi. Si indignano per la pedofilia, ma difendono regimi in cui esistono spose bambine di nove anni, consegnate a padroni abusanti. Ah già: “bisogna capirli”. Dissonanza cognitiva? Forse. Più semplicemente, la solita vecchia doppia morale.
Ogni società ha i suoi rituali di indignazione, così come ogni recinto ideologico: “devi indignarti come dico io”. Lo scandalo serve a ribadire ipocritamente norme morali che nella pratica vengono continuamente violate, a espellere un capro espiatorio, a “ripulire” l’istituzione senza modificarne la struttura. È un ciclo che si ripete con una regolarità quasi rituale. Lo scandalo è un’arma per liberarsi dei nemici e, al momento opportuno, anche per oscurare i propri abusi — e quelli dei propri alleati — non soltanto sessuali. Il potere crea un regime di eccezione permanente, altera la percezione del limite, tende alla disumanizzazione.
La vera costante è l’impunità strutturale. La “novità” non è mai nel comportamento, ma nella gestione pubblica: chi viene protetto, chi viene sacrificato, quali narrazioni vengono costruite per giustificare o condannare, quali notizie selezionare e quali escludere. Il potere non cambia natura, cambia strategia comunicativa. Oggi assistiamo a un triplo movimento: maggiore visibilità e denuncia, maggiore sofisticazione delle forme di autoassoluzione, maggiore confusione e inattendibilità. Il potere impara rapidamente a metabolizzare anche la trasparenza. E più a lungo un gruppo conserva il potere, più affina queste strategie.

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