MARIE CARDINAL, “LE PAROLE PER DIRLO” (1975)
«La Cosa aveva vinto. Ormai eravamo sole io e lei, per sempre. Eravamo finalmente isolate, noi e le nostre secrezioni: il sangue, il sudore, le feci, la saliva, il pus, il muco, il vomito. La Cosa aveva cacciato via i miei figli, le strade piene di gente, le luci dei negozi, la spiaggia a mezzogiorno con le piccole onde dell’estate, gli alberi di lillà, le risate, il piacere di ballare, il calore degli amici, l’esaltazione intima dello studio, le lunghe ore di lettura, la musica, le braccia tenere di un uomo attorno a me, la crema al cioccolato, la gioia di nuotare nell’acqua fresca. Non mi restava che raggomitolarmi in questa toilette di una clinica, il posto più pulito della stanza, sudare e rabbrividire. Tremavo così forte che le mie mascelle facevano uno stupido rumore meccanico.»
«Udite brava gente! Udite la storia di colei che sudava e non suda più, che tremava e non trema più, che sanguinava e non sanguina più, che palpitava e non palpita più. Avvicinatevi, avvicinatevi! Apritele pure le gambe, provatele pure il polso, guardatele pure il cervello. Non abbiate paura, avanti, tanto non troverete niente, assolutamente niente!»
«Andavo nel vicolo e insultavo il piccolo dottore. Gli sbattevo in faccia tutto quello che avevo sentito dire della psicoanalisi: che rende le persone ancora più matte, che le trasforma in maniaci sessuali, che distrugge la personalità.
Chiamavo in aiuto il vocabolario della psicoanalisi, quelle stesse parole che lui mi aveva pregato di lasciare da parte all’inizio dell’analisi. Mi giostravo in mezzo alla libido, all’ego, alla schizofrenia, ai complessi di Edipo, alle repressioni, alla psicosi, alla nevrosi, alla paranoia, alle fantasie e tenevo sempre il trans-fert per ultimo. Soffrivo all’idea di essermi tanto aperta a lui, di avergli dato tanta fiducia, di averlo amato tanto.
Era un pulcinella nelle mani di Freud! Erano le grosse funi di Freud che lo facevano muovere. Lui era il sacerdote della psicoanalisi, questa religione osannata da una élite intellettuale, boriosa, proterva e malintenzionata.»
«Perché non avevo alcun ruolo da svolgere in questa società nella quale ero nata e nella quale ero diventata pazza. Nessun altro ruolo se non quello di fare maschi per far andare avanti le guerre e i governi, e femmine che a loro volta avrebbero fatto figli maschi con i maschi. Trentasette anni di assoluta sottomissione. Trentasette anni passati ad accettare l’ineguaglianza e l’ingiustizia senza batter ciglia, senza nemmeno accorgersene.»
Ciò che è certo, dopo aver letto questo romanzo, è che Marie Cardinal meriterebbe maggior rilievo nella storia della letteratura del Novecento. Io pure l’avevo solo sentita vagamente nominare, ma fino a poco tempo fa non conoscevo nulla dei suoi scritti. Devo ringraziare di cuore alcune care amiche per avermela fatta conoscere. Questa è la prima opera che leggo e non credo che mi fermerò qui.
“Le parole per dirlo” è un testo dove il flusso di coscienza non è una scelta stilistica nel senso in cui lo è, per esempio, nella Woolf o nella Morante, ma è una necessità per così dire strutturale, in quanto il flusso di coscienza ininterrotto usa come metafora il flusso di sangue che si presenta anch'esso come ininterrotto e che dà forma concreta all'intero romanzo. Ma non solo il sangue, la narrazione è uno scorrere continuo in armonia con quello dei liquidi, dei fluidi corporei e del progressivo cambiamento.
La Cardinal non è mai banale, narra sostanzialmente di un percorso psicoanalitico femminile, di una terapia attraverso l’autocoscienza, e la forma stessa del libro replica tale processo: il pensiero che risale, si interrompe, devia, torna su se stesso, trova connessioni, scorre liberamente, ritorna all’infanzia, alla pubertà e all’adolescenza. La prosa è profondamente e concretamente viscerale: il corpo è protagonista essenziale, mentre perde il controllo ben prima che lo faccia la mente. C'è una corrispondenza intrinseca tra il metodo dell'analisi freudiana e la tecnica narrativa adottata. Il flusso di coscienza diventa anche lo strumento per rendere visibile il lavoro dell'inconscio che sale in superficie, del linguaggio non più contenibile che dilaga incessantemente.
Pubblicato in Francia nel 1975, è un'opera difficilmente classificabile secondo i canoni tradizionali dei generi letterari. Romanzo forse autobiografico, documento psicoanalitico, definito addirittura atto politico, ma è soprattutto un’esperienza di scrittura totale: in definitiva, è tutte queste cose insieme, e nessuna di esse esclusivamente. La sua forza risiede precisamente in questa irriducibilità, nel rifiuto ostinato di farsi contenere da una sola cornice interpretativa.
Gli anni di psicoanalisi vengono narrati mediante una particolare forma di follia, sotto il dominio di ciò che la protagonista stessa chiama "la Cosa". Non si tratta però di una semplice ipotetica autobiografia, ma un modo di raccontare l’esperienza più comune del mondo femminile, usando un linguaggio comprensibile. Fino a che punto sia una fantasia o la rielaborazione di fatti certi, lo si può solo supporre. In questo senso, le parole per dirlo non esistono prima che la protagonista le trasformi in narrazione; devono essere trovate, inventate, strappate al silenzio e alla vergogna e diventare parole scritte, parole al femminile. Il libro, proprio per questo, si basa su un’impresa linguistica, oltre che sull’interpretazione psicoanalitica. È il linguaggio, infatti, il vero protagonista, il catalizzatore centrale dell’esperienza fisica.
È un libro sanamente “osceno”, provocatorio, prosaico, ma anche infinitamente poetico, passionale e commovente. Il suo essere politicamente scorretto è autentico, non è qualcosa di costruito per posture ideologiche predeterminate. È l’esperienza corporale del quotidiano, messa di fronte alla mostruosità dei fenomeni biologici, ma anche alla loro profonda essenza. Un romanzo in cui la protagonista si pone domande che tutti noi, in fondo, ci poniamo, e che ruotano, senza soluzione di continuità, attorno al dissolversi del corpo, alla decomposizione del mondo circostante, all’ineluttabilità mostruosa della morte. Domande che però vengono tenute accuratamente celate, e che solo la follia ha il compito di svelare, tramite l'abisso della malattia psicosomatica.
È rivelatore in questo senso il ricordo della madre rielaborato come se fosse un incontro mai avvenuto prima. La figura materna, infatti, occupa nel romanzo un posto dominante e ambivalente. La madre di Marie era una donna bella, severa, presa delle convenzioni proprie della sua classe sociale e della sua epoca, incapace di dare alla figlia quel minimo di approvazione di cui avrebbe avuto bisogno. La scrittrice mette a nudo la complessità di un legame in cui l'amore e la distruzione convivono, in cui essere desiderata e, nello stesso tempo, non esserlo si sovrappongono in modo insostenibile.
La dimensione politica del romanzo resta sottotraccia, ma è facilmente intuibile, desumibile tra le righe. Scritto negli anni di poco successivi al '68 francese, è prossimo alle istanze del Movimento di Liberazione delle donne dell’epoca, porta con sé tutta l'energia di quel momento, la certezza che il privato fosse politico e che l’autodeterminazione personale fosse inseparabile da una liberazione collettiva. Ma la Cardinal non trasforma mai il romanzo in pamphlet, la prossimità può essere solo intuita, non è esplicitamente dichiarata: la politica rimane nel libro come sospesa, non viene assunta come tesi ideologica. La femminilità oppressa non è mai qualcosa di astratto.
Tuttavia, non siamo solo in presenza della malattia mentale, è anche quella fisica che si affaccia più volte tra le pagine del libro. I ricordi di patologie che affliggono la famiglia della protagonista, il passato, non solo il presente, che si staglia come una minacciosa promessa di morte, l’angoscia esistenziale, ma anche l’entusiasmante felicità che scopre inaspettatamente nella “guarigione”, fanno da cornice a tutto ciò, mentre gli umori del corpo scorrono copiosi, rallentano o spariscono. L’analogia con la tubercolosi e il suo percorso terapeutico è assai chiara. Come l’analogia con il Mediterraneo in un ponte ideale lanciato tra l’Algeria, dove una parte del racconto di svolge, e la Francia, l’Europa.
Agli occhi di un lettore di sesso maschile può apparire assai disturbante. Ma l'angoscia, le crisi di panico e la gioia che lo attraversano appartengono a tutti gli animi sensibili, a coloro i quali sono abituati a vivere sulla linea di confine, anche all’uomo che non rifiuta la sua parte femminile e sa in qualche modo riconoscerla, farla sua.
Resta però un romanzo con una caratterizzazione complessiva che è peculiare della condizione e della natura della donna, sarebbe assurdo negarlo. Anche in questo senso va vista la figura dell'analista che, pur restando col suo silenzio, apparentemente sullo sfondo, acquista nelle parole della protagonista un ruolo determinante come soggetto maschile, che per una volta rimane in ascolto, svolgendo proprio per questo una funzione terapeutica essenziale.
