Condizione della donna in Iran. Tra sapere, lavoro e oppressione
Premessa: questa mia riflessione esula di proposito da considerazioni politiche e morali circa il conflitto tra Israele e Iran, col pesante intervento militare USA. È mia intenzione circoscrivere un fenomeno per poterlo analizzare meglio nelle sue caratteristiche, evitando così elementi del tutto estranei, che nulla andrebbero ad aggiungere alla questione, dato che il suo aspetto sociale non ha a che fare con il recente svolgersi della guerra, anche se probabilmente, col prolungamento delle azioni belliche potrebbero arrivare altre coercizioni pure in questo settore. Vedremo se è veramente finita, come il POTUS ci tiene a far sapere stamattina. Se lo sarà guadagnato sto benedetto Nobel? La risposta nelle prossime puntate.
Ma veniamo al tema del post. Negli ultimi giorni sui social si è speculato molto — secondo la logica tipica della disinformazione e dell’inversione della narrazione — sull’alto numero di donne laureate in Iran. È comprensibile, vista l’incapacità di molti di analizzare la complessità e di andare oltre il pensiero binario. Secondo stime consolidate, oltre il 60 % dei laureati iraniani è donna: un dato che, a uno sguardo superficiale, potrebbe apparire contraddittorio rispetto all’immagine di un Paese patriarcale, governato da rigide norme di controllo sulla vita sociale e sul corpo delle donne.
In realtà si tratta di una mezza verità, usata per capovolgere la realtà e sostenere che il regime non sarebbe poi così dispotico e misogino. Tralascio — per pietà — l’argomentazione ridicola che riduce tutto a una questione di minigonne, ignorando la pesante discriminazione economico-sociale e la limitazione della libera scelta individuale. Una contraddizione che certi novelli assolutori del regime islamista dovrebbero avere a cuore, se non fosse che sembrano aver abdicato a favore di posture autoritarie su molte altre questioni. Questo, invece, vuole essere un contributo serio, un tentativo di comprendere le dinamiche conflittuali dell’istruzione iraniana, con l’aiuto di fonti che elenco in coda al post.
È vero che da decenni le aule universitarie iraniane si popolano di studentesse in numero superiore agli studenti maschi, non solo nelle facoltà umanistiche — dove la percentuale femminile arriva al 70-75% — ma anche in ambiti STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), con oltre il 60%, pur restando minoranza in corsi come ingegneria e fisica. Discipline che, altrove nel mondo, faticano ancora a colmare il divario di genere. Tuttavia, questo dato di per sé non dimostra nulla di eclatante.
Indagando più a fondo, si scopre che questo “predominio” femminile è frutto di un insieme di fattori legati alla discriminazione stessa. In alcuni periodi (notoriamente durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad) il sistema ha imposto quote e restrizioni alle donne in facoltà considerate “maschili” — ingegneria mineraria, meccanica, aerospaziale, navale, scienze forestali e petrolifere — per “riequilibrare” la situazione. Le limitazioni sono più marcate nelle aree urbane più conservatrici.
Interessante notare che la sproporzione non si spiega con un forte squilibrio demografico: la popolazione iraniana è distribuita quasi equamente (50,5% donne, 49,5% uomini), con un leggero vantaggio femminile dovuto all’aspettativa di vita (circa 78 anni contro 75–76). Nella fascia 18–25 anni, i maschi restano leggermente più numerosi (circa 105 maschi ogni 100 femmine). Quindi non è la demografia a spiegare l’affollamento femminile nelle università.
Il "segreto" sta altrove. Dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica Islamica, mediante soprattutto l’“islamizzazione” delle università, l'espulsione dei docenti dissidenti, e il duro contrasto all'opposizione laica e Marxista, ha inizialmente operato non poche restrizioni nel campo dell’istruzione, che riguardavano in particolare le donne, ma che, per diversi aspetti, coinvolgevano anche gli uomini. L'università da luogo della rivolta, si trasformò così in luogo custode dell'ortodossia del sistema.
Solo a partire dalla fine degli anni ottanta, soprattutto con le innovazioni in senso “democratico”, operate da Mohammad Khatami, il regime ha cominciato a investire massicciamente nell’istruzione come strumento di sviluppo nazionale e, paradossalmente, ha creato, un canale relativamente aperto, ma non privilegiato, per le donne. Se da un lato la sfera pubblica e la legislazione, sin dall’inizio, hanno imposto nuovi codici di comportamento — come l’obbligo del velo, estrema rigidità ideologica e restrizioni sui ruoli professionali — dall’altro la scuola e l’università sono diventate uno spazio di legittima emancipazione: studiare è considerato virtuoso, rispettabile, compatibile con i valori morali, per cui le famiglie sono incentivate a favorire tali percorsi.
In un contesto dove molte strade restano sbarrate, l’istruzione è la via maestra per ottenere prestigio sociale e, potenzialmente, anche una certa autonomia, ma anche una via di fuga dalla segregazione. Dopo la politica di un’ulteriore pesante “de-femminilizzazione” dell'istruzione da parte di Ahmadinejad, volta all’eliminazione di 77 corsi di studio dal curriculum femminile, rendendoli riservati esclusivamente agli uomini, il tutto accompagnato anche dalla censura sulle materie umanistiche, alcune restrizioni sono state mitigate a seguito di diverse pressioni interne.
Dal 2013 in poi, con l’amministrazione Rouhani, molte università hanno formalmente riaperto corsi alle donne, ma nella pratica restano ostacoli pregiudiziali. Ovviamente, tutto ciò al netto della feroce repressione, anche preventiva, con il consueto “delicato” intervento dei Guardiani della Rivoluzione, operata nei confronti delle studentesse universitarie sospettate di fare parte del dissenso, arrivando persino all’avvelenamento. «Il 3 aprile 2023, il Ministero dell'Istruzione e il Ministero della Scienza e della Tecnologia hanno rilasciato due dichiarazioni distinte annunciando che le scuole e le università non forniranno istruzione e altri servizi come l'alloggio, alle ragazze e alle donne che rifiutano di accettare e rispettare l'obbligo del velo.» (Dal rapporto 2023 sulla situazione delle donne in Iran, a cura dell’Organizzazione Svizzera d'Aiuto ai Rifugiati - OSAR. Raccomando caldamente la lettura di questo documento, e di quello altrettanto interessante della Fondazione Oasis, che potete trovare tra i link in coda al post).
Ad oggi, la maggior parte dei corsi è teoricamente accessibile a tutti, ma le ragazze vengono scoraggiate in fase di orientamento nei confronti di settori pesanti o che vengono considerati specificatamente maschili. In alcuni bandi di ammissione compaiono ancora indicazioni preferenziali di genere. La segregazione, quindi, si ripresenta al momento dell’assunzione: aziende del settore minerario o petrolifero, ad esempio, continuano a privilegiare gli uomini.
Quindi, il vero paradosso è proprio questo, ed emerge subito dopo la laurea. Mentre il titolo di studio è ormai la norma per molte giovani donne, la partecipazione femminile alla forza lavoro resta tra le più basse al mondo: solo circa il 14 –15 % delle donne iraniane in età da lavoro è effettivamente occupata o cerca un lavoro. La media mondiale è intorno al 50 %, e anche in Medio Oriente, l’Iran è uno degli ultimi paesi, superato solo da Iraq e Afghanistan. In confronto, la partecipazione maschile al lavoro regolare si attesta intorno al 66–67 %, in linea con quella mondiale, con un tasso di disoccupazione quasi tre volte più basso rispetto a quello femminile.
I ragazzi hanno più alternative lavorative immediate (piccoli lavori, commercio familiare, esercito) e quindi meno incentivi a completare percorsi lunghi, costretti a trovare un impiego per far fronte a condizioni economiche non proprio favorevoli, per sostenere se stessi e le loro famiglie. Questo squilibrio non è solo statistico ma si traduce in una realtà quotidiana fatta di ruoli tradizionali, limitazioni culturali, vincoli legali e discriminazione: per esempio in ambito matrimoniale, divorzio e questioni relative ai figli.
Vi sono poi vere e proprie barriere normative: per legge o regolamenti ministeriali, le donne iraniane non possono svolgere certi lavori considerati “inappropriati” per la loro “natura fisica e morale”, non solo tutte le mansioni considerate insalubri, pericolose o incompatibili con la protezione della maternità, persino in settori meno fisicamente impegnativi, permangono ostacoli indiretti: molte aziende preferiscono non assumere donne per timori legati a maternità e congedi, o perché in alcuni casi la legge prevede che una donna debba avere il consenso del marito per determinati impieghi e per la mobilità lavorativa.
Accanto a tutto ciò, l’università resta, tuttavia, uno spazio di socialità e di respiro: frequentare corsi, laboratori e biblioteche significa sfuggire per qualche anno alla pressione di un matrimonio precoce o di una vita circoscritta e chiusa entro le mura domestiche. Non sorprende, quindi, che molte giovani scelgano di continuare a studiare, accumulando lauree e master, pur sapendo che la probabilità di trovare un impiego adeguato resta assai bassa, restando di fatto legata economicamente alla famiglia.
Dobbiamo anche tener presente che la società iraniana ha una storia e una ricchezza culturale che attraversa i millenni. Non può esserci paragone proponibile con gli altri paesi islamici. Il fermento culturale non si è mai arrestato. Ciò non solo fa sì che ne giovi la qualità del dissenso, ma anche il regime stesso, che allentando e stringendo alternativamente le maglie della coercizione con strumenti ufficiali e non (si veda la tolleranza nei confronti della corruzione), ha la possibilità di disattivarlo e di tenerlo sotto controllo, con conseguenti vantaggi socio-economici, culturali e politici che consentono la riproduzione del sistema.
Il settore dell’istruzione è di gran lunga il principale datore di lavoro per le donne iraniane. Stime recenti mostrano che circa un terzo fino a quasi la metà delle donne occupate lavora come insegnante, come direttrice scolastica, nel settore amministrativo di scuole pubbliche o private, o come docente universitaria.
Questo riflette una tradizione culturale (insegnare è visto come un mestiere “rispettabile” e compatibile con i ruoli all’interno della famiglia).
Un’altra fetta importante si concentra nella sanità. Anche questo ambito è culturalmente “accettabile” per la donna, perché legato alla cura. Le donne sono presenti anche come impiegate in enti governativi, ministeri e uffici locali, ma qui la percentuale è più bassa rispetto a scuola e sanità.
Sono relativamente poche le donne che lavorano in settori industriali, edilizia, logistica o commercio, in conseguenza delle summenzionate restrizioni.
L’insegnamento e la sanità sono visti come “estensioni” del ruolo materno e familiare: educare e curare non contrastano con l’immagine tradizionale di donna-madre. E per quanto riguarda il settore educativo, gli orari sono relativamente compatibili con la vita domestica.
Così, nel paradosso iraniano, si intrecciano più fattori. Tuttavia, generazioni di donne, nonostante tutto, continuano a considerare la conoscenza come un passaporto verso una forma di libertà. Ma la conoscenza, da sola, non può modificare i rapporti di forza se non è accompagnata da un reale accesso al lavoro, alla dimensione pubblica, alla piena cittadinanza, se, in sintesi, non è tangibile un percorso verso la piena emancipazione. In un regime a dominio partiarcale, oppressivo con le donne, e dispotico con tutti, come quello della Repubblica Islamica, ciò difficilmente potrà mai avvenire.
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Fonti. (Attenzione. A parte i due link iniziali di wikipedia, il resto dovrebbe essere in ordine cronologico. Quindi, è bene fare attenzione alla data per capire il contesto e i graduali mutamenti.)
https://en.wikipedia.org/wiki/Women%27s_education_in_Iran
https://it.wikipedia.org/wiki/Diritti_umani_in_Iran
https://www.universita.it/iran-corsi-laurea-vietati-alle-donne/
https://www.eastjournal.net/archives/20803
https://www.hrw.org/news/2012/09/22/iran-ensure-equal-access-higher-education
https://iranhumanrights.org/2015/02/womenreport-womens-education/
https://www.oasiscenter.eu/it/iran-attivismo-studenti-donne-diritti?utm_source.com
https://terredeshommes.it/indifesa/la-condizione-della-donna-in-iran-quello-che-devi-sapere/
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/5-grafici-capire-le-proteste-iran-36790
https://www.fluechtlingshilfe.ch/fileadmin/user_upload/Publikationen/Herkunftslaenderberichte/Mittlerer_Osten_-_Zentralasien/Iran/231118_IRN_Frauen_IT.pdf?utm_source.com
https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5100202

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