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martedì 17 giugno 2025

Dematerializzazione dei corpi, realtà fantasma e coscienza specchio: la nuova frontiera del disumano e dell’auto sorveglianza.


Dematerializzazione dei corpi, realtà fantasma e coscienza specchio: la nuova frontiera del disumano e dell’auto sorveglianza.

«Il "Panopticon" è un luogo privilegiato, per rendere possibile la sperimentazione sugli uomini e per analizzare con tutta certezza le trasformazioni che si possono operare su di loro. Il "Panopticon" può anche costituire un apparecchio di controllo sui propri meccanismi. Nella torre centrale, il direttore può spiare tutti gli impiegati che sono ai suoi ordini: infermieri, medici, sorveglianti, istitutori, guardiani; potrà giudicarli continuamente, modificare la loro condotta, imporre loro i metodi che giudica migliori; e lui stesso a sua volta, potrà essere osservato facilmente.»

Michel Foucault, “Sorvegliare e punire” (1976)

Siamo letteralmente immersi nell’iperconnessione, un sistema che ha già dato vita ad una radicale trasformazione antropologica. Le relazioni sociali hanno completato più di un ciclo di profondi mutamenti. Solo per fare un esempio, forse il più eclatante, la guerra non è più soltanto un evento localizzato nei teatri bellici: è un fenomeno diffuso, letteralmente incorporato nella nostra vita quotidiana mediato da immagini, parole e dati che attraversano gli schermi dei nostri dispositivi in tempo reale. La chiamiamo realtà virtuale, ma sarebbe forse più esatto definirla realtà fantasma: una dimensione spettrale in cui il confine tra vero e falso, concreto e simulato, vita e morte, sfuma fino a dissolversi.

Chi ha sviluppato maggiori capacità tecnologiche e strategie comunicative più avanzate, ha più probabilità di vincere la guerra virtuale, a prescindere da quella reale. In questo regno di simulacri, la violenza reale convive con la sua riproduzione spettacolarizzata. Le guerre si combattono e si vincono anche fabbricando narrazioni forti, immagini commoventi o spaventose, prove di crimini e controprove di innocenza, tutte veicolate da una rete che amplifica senza limiti, anestetizzando la coscienza individuale. La propaganda ha assunto un nuovo aspetto, e per far presa deve adattarsi alla “creatività” dei singoli, e contemporaneamente, presdisporli ad essere manipolati. 

Il primo effetto di questa realtà fantasma è la dematerializzazione dei corpi: la gioia e la sofferenza diventano rappresentazione, consumo visivo, flusso di contenuti da condividere o ignorare a piacimento. Non importa se una notizia si autentica, se una scena sia davvero quella mostrata nella foto o un’immagine generata da un algoritmo, oppure possa essere il prodotto di una manipolazione che si riferisce a tutt'altro contesto: ciò che conta è l’impatto emotivo, la capacità di orientare uno sguardo, di catturare qualche secondo di attenzione in un mare di distrazioni.

In questo processo, i corpi umani perdono individualità e sostanza: si trasformano in icone anonime, replicabili all’infinito. La morte reale resta spaventosamente concreta per chi la subisce, ma per chi guarda a distanza diventa un frammento indistinguibile di uno spettacolo incessante: enfatizzato o sottorappresentato.

Quando i corpi si dissolvono in fantasmi visivi, anche la coscienza si disumanizza. 

In un primo caso, l'impulso all'indignazione può essere permanente, rischia però di diventare un'ossessione piena di frustrazione e di rabbia, come può accadere al soggetto che ha preventivamente deciso nemici e amici, cercando solo conferme alle proprie convinzioni. Nell'altro caso, si manifesta come un impulso breve, subito sostituito da un’altra emozione pilotata dall’algoritmo. Ci si abitua a "scrollare" tra immagini di massacri e ricette di cucina per vegani, senza soluzione di continuità. 

Così si produce una nuova forma di paranoia o, al contrario, di indifferenza: non fredda e cinica, ma che emerge per saturazione e assuefazione. Ci si sente impotenti di fronte a un flusso di tragedie e, paradossalmente, più vulnerabili alle manipolazioni di chi sa orientare questa empatia intermittente per giustificare rappresaglie, odi tribali, guerre di annientamento. Si produce in ogni caso sempre alienazione.

Possiamo, però, trovarci anche di fronte a simboliche esaltazioni, stracolme di dosi di kitsch, meme a dir poco improbabili, bandiere che sventolano affratellate non si sa bene perché e da che cosa, immagini in cui quelli che fanno parte della propria fazione sono sempre sorridenti, avvolti nelle stesse bandiere e con un notevole sex appeal e immersi in un alone di mitico ero(t)ismo. Si passa dalla spettacolarizzazione della morte a quella della vita. La mercificazione dei corpi è servita.

In questo scenario si inserisce un attore decisivo: l’intelligenza artificiale generativa. Non solo come tecnologia, ma come specchio interattivo di ciascun individuo. L'IA non è neutrale e neanche sotto il costante controllo ideologico di un'entità terza. È alimentata soprattutto dall'ininterrotto flusso di coscienza, dalle emozioni, dalle conoscenze e dalle convinzioni dell'utente. È il prodotto ultimo più completo dell’auto sorveglianza digitale orizzontale, al cui servizio ci sono squadre invisibili di algoritmi. 

Ogni IA addestrata sui nostri dati ci conosce meglio di quanto noi stessi sappiamo di conoscerci: sa quali parole ci confortano, quali immagini ci turbano, quali narrazioni ci attraggono. E ce le restituisce in forma di testi, foto, video, simulazioni, rinforzando pregiudizi, confermando convinzioni, adattandosi ai nostri desideri, eliminando ogni dubbio.

Se non ne siamo consapevoli, rischiamo di perderci all'interno di una mistificazione, di un terrore panico del tutto irrazionale o di un'ossessione compulsiva: l’IA diventa un riflesso narcisistico che ci tiene incollati, rendendoci docili consumatori di un mondo che ci somiglia ma non ci sfida mai a cambiare. L’individuo che non esercita vigilanza critica smette di interrogarsi sulla realtà: smette di cercare prove, di distinguere il vero dal verosimile e dal falso. Accetta come reale ciò che appare più familiare o rassicurante, ciò che viene elaborato da noi stessi e ci viene confezionato pronto per essere consumato. Un disastro cognitivo di portata immane.

La conseguenza di questa combinazione — realtà fantasma e coscienza specchio — è che la guerra, filtrata dai social e potenziata dall’IA, diventa sempre più virtuale per chi la osserva e sempre più spietatamente reale per chi la subisce.

Più le immagini sono realistiche, più diventano sospette; più sono manipolabili, più il pubblico si abitua a considerare la verità come una questione di punti di vista. In questa nebbia, chi ha il potere di generare e diffondere contenuti controlla non solo l’opinione pubblica, ma la stessa nozione di realtà, modellandola sui nostri desiderata. Il controllo non è solo quello che impone, ma anche quello che confeziona narrazioni gradite all'utente. 

Dietro la messa in scena digitale, continuano intanto a bruciare le città, a morire i corpi, a sradicarsi intere comunità. E la distanza percettiva continua a perdere di sostanza. Di fronte a questa deriva, la consapevolezza può essere un atto di resistenza. Essere consapevoli significa non demonizzare l’IA, ma comprenderne la natura: uno specchio che non riflette il vero, bensì ciò che siamo disposti a vedere di noi stessi. Diventarne consapevoli ci può indurre a uno sforzo di rielaborazione della coscienza stessa, ponendoci in dialettica, anche dura, con noi stessi, cercando così di opporci alle semplificazioni del mero risultato digitale, pure se è un nostro prodotto. 

Significa rallentare, verificare, discutere, confrontare fonti, ricostruire reti di fiducia umana laddove l’automazione tende a sostituirle con risposte immediate.

Significa, soprattutto, recuperare la memoria che dietro ogni simulacro, dietro ogni contenuto fabbricato o remixato, ci sono corpi veri, coscienze vere, vite che non possono essere archiviate come fantasmi.


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