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lunedì 16 giugno 2025

Fenomenologia del tifo bellico da tastiera: la propaganda e la voce ignorata della convivenza. Come evitare l’abisso.


Fenomenologia del tifo bellico da tastiera: la propaganda e la voce ignorata della convivenza. Come evitare l’abisso.

Nell’epoca delle guerre “trasmesse in diretta”, dell’empatia a senso unico e delle continue escalation, mentre vediamo vite irripetibili spezzate per sempre, infanzia negata e annichilita, intere città distrutte, ruderi che qualche minuto prima erano case, assistiamo anche al paradosso inquietante del tifo bellico a distanza travestito da “pacifismo”. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma oggi trova nella comunicazione istantanea e nella spettacolarizzazione dei conflitti un terreno di coltura ideale. 

Chi partecipa a questo tifo non si percepisce come sostenitore della violenza, bensì un difensore dei deboli, dei diritti umani, della giustizia, della liberazione dei popoli. Eppure, la retorica e la prassi rivelano un meccanismo ben diverso: una forma di adesione emotiva alla parte giusta di una guerra, presentata come l’unica via per la pace.

Alla base di questa dinamica c’è un lessico, che plasma la percezione collettiva: bombardare per fermare massacri, inviare armi per difendere civili, invasioni e aggressioni che si trasformano in “difese”, guerre “preventive”, “denazificazioni” immaginarie, pulizia etnica che si trasforma in “trasferimento”, la fame come “strumento” strategico. Il bellicismo ha inquinato una parte sostanziosa della comunicazione umana. Non vale neanche più la pena di tirare in ballo Orwell e la sua neolingua, tanto la realtà è andata oltre. Porta come effetto non secondario all'aumento di razzismo, xenofobia, antisemitismo, islamofobia, disumanizzazione del nemico.

La pace, secondo questa logica, non è mai dialogo o compromesso, ma resa incondizionata del nemico di turno, per poi giungere al cortocircuito cognitivo quando nella realtà lo schema si complica, cede il passo a interessi geopolitici, e alleanze o inimicizie saltano. Tuttavia, il buon tifoso interverrà sempre per giustificare qualsiasi azione della sua parte, affinché il proprio controfattuale fantastico rimanga in piedi inalterato. Il mondo del tifoso è un mondo semplice, dall’ideale “bucolico”, basato su automatismi ideologici e culturali. I poteri coinvolti conoscono perfettamente questa dinamica, la sollecitano e ne approfittano per rafforzare la propria propaganda. 

Un nodo cruciale di questa narrazione è che il concetto di legittima difesa viene fagocitato e distorto: un principio sacrosanto di diritto naturale, riconosciuto anche dal diritto internazionale, viene progressivamente confuso con la guerra offensiva e distruttiva camuffata da autodifesa collettiva. Così, ogni escalation è presentata come dovere morale di proteggere — anche quando, di fatto, alimenta la spirale di ritorsioni, giustifica stermini, in un tourbillon di paranoia ossessiva. 

La legittima difesa, contaminata dal tifo bellicista, perde la sua funzione giuridica e diventa slogan di consenso per interventismi che quasi sempre travalicano i confini della difesa proporzionata, in un continuo eterno ritorno del “divide et impera". Poco importa che nella sostanza del reale le popolazioni vengano lasciate da sole e senza l’opportunità di difendersi dagli aggressori.

La formula antica “Si vis pacem, para bellum” — se vuoi la pace, prepara la guerra — riappare aggiornata, mascherata da slogan pseudo umanitaristi. Intellettuali, guru, influencer e leader politici, o presunti tali, anche di quel fantasma che è chiamato dissenso, recitano un copione rodato e preventivamente confezionato, che blatera di pace amplificando la voce delle diverse propagande in campo: chi non si schiera con la parte “giusta” è colpevole e traditore, servo di qualche potere “altro”.

A livello individuale, il tifo bellico risponde a un comprensibile bisogno emotivo: non sentirsi impotenti di fronte all’orrore. Identifica nettamente e contemporaneamente eroi e mostri (ma di una parte sola), semplifica la complessità e permette di canalizzare l’angoscia in un’azione simbolica: un post, una bandiera, una foto, un’immagine costruita con l'ausilio dell’IA, un corteo. Il gesto di schierarsi dona una gratificazione immediata, un conforto narcisistico: io sto dalla parte giusta della storia, ma ciò che produce è solo sterilità intellettuale e morale.

Questa logica selettiva disattiva l’empatia universale e la sostituisce con un’empatia tribalizzata. Si piange per le vittime “amiche” e si dimenticano le vittime “nemiche”, classificate come inevitabili danni collaterali, scudi umani o attribuite alla responsabilità dell’avversario, che ha provocato la reazione e non si arrende capitolando. Ciò che in guerra è permesso all'amico, diventa un esecrabile crimine se praticato dal nemico.

Il sistema dei media amplifica questa dinamica: la guerra diventa uno spettacolo morale a episodi. Le immagini sono scelte per colpire emotivamente e rendere virale e selettiva l’indignazione, ma raramente spiegano le vere cause, il contesto, gli interessi in gioco. La storia, ridotta a fumetto, si presta perfettamente alla polarizzazione da stadio, soprattutto a distanza. Nei social, il fenomeno esplode: ogni utente diventa un micro-propagandista che diffonde slogan e hashtag, rafforzando la narrativa binaria. Lo spazio per l’analisi critica si restringe: chi rifiuta la semplificazione è detestato, isolato e guardato con sospetto. È del tutto indifferente che siano ignorati e dimenticati vecchi e nuovi stermini, i quali non hanno il "privilegio" di accedere ai riflettori dello spettacolo in prima serata. E anche quelli che hanno questa “fortuna” vengono "depurati” degli aspetti più atroci oppure enfatizzati e inquinati da falsità propagandistiche.

Eppure, in ogni guerra, esistono semi di pace che smentiscono l’idea di un odio irreversibile. Queste storie di convivenza sono la vera minaccia alla retorica bellica — e proprio per questo vengono ignorate, osteggiate, ridicolizzate, relegate nell’oblio. Esistono o sono esistite durante, prima e dopo diversi conflitti: nei Balcani, in Israele - Palestina, in Africa, in Colombia, in Irlanda del Nord, solo per fare alcuni esempi. Queste esperienze dimostrano che la convivenza non è una favola buonista, ma una realtà scomoda per chi ha interesse a narrare la guerra nella consueta maniera.

Chi invece insiste a raccontare e a vivere queste isole di pace pratica un atto di diserzione simbolica dalla propaganda. Ma paga un prezzo: è accusato di ingenuità, deriso o bollato come traditore della causa “giusta” (con aggettivi annessi, anche di senso opposto, come è capitato al sottoscritto). La società dello spettacolo preferisce l’eroe armato al costruttore di ponti, il bombardiere compassionevole al negoziatore silenzioso, il blaterare da social, senza costrutto alcuno, all'impegno sociale finalizzato alla comprensione e al dialogo. 

Eppure, mai come oggi serve una cultura che restituisca alla parola pace il suo senso reale: non la vittoria di un fronte, ma la cessazione organizzata della violenza e il riconoscimento reciproco dell’umanità condivisa. L’individuo bistrattato e offeso deve cercare di riprendere in mano la sua esistenza.

In un tempo di tifoserie moralistiche che immaginano la parte del campo bellico che piace a loro come “umanitaria”, in attesa mistica che gli uomini della provvidenza vengano a salvarci, il vero pacifismo non è il silenzio complice, né la neutralità passiva, né tantomeno quello orbo da un occhio, ma gli esempi e le voci attive contro l'orrore che mostrano che la convivenza esiste, resiste, e può espandersi e viene solo dal basso. Difenderla, narrarla, farla diventare racconto collettivo: questa è la sfida più rivoluzionaria, davvero antisistema e genuinamente antagonista ed è l’unica soluzione per evitare l’abisso, perché disinnesca le armi più antiche: l’odio e la disumanizzazione del nemico.

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