IL FILOSOVIETISMO DEGLI ANTICOMUNISTI TRADIZIONALISTI
Tra i tanti paradossi di natura politica si trova un fenomeno antropologico molto interessante: il filosovietismo dei putiniani anticomunisti. Sembra un ridicolo gioco di parole, ma non è così. È un fenomeno che ha un suo perché, legato soprattutto al contesto del putinismo italico tradizionalista e postfascista (tendenza egemone anche all'interno del cosiddetto “dissenso”), ma che è strutturalmente diverso dal rossobrunismo che, nella sua specificità, non è anticomunista, e vive nella più o meno inconsapevole illusione di una variante aggiornata del nazionalbolscevismo. Il tradizionalismo di destra — nella sua versione più coerente, quella che si rifà a Julius Evola, alla Tradizione metafisica, all'idea di gerarchia spirituale — è infatti ontologicamente incompatibile con il comunismo marxista, il materialismo storico e la dissoluzione del sacro. Un concetto che non può essere ridotto a una questione di politica contingente, pena lo snaturarsi del principio filosofico stesso.
Eppure, una parte consistente di questo ambiente finisce oggi per simpatizzare con quel che era l'URSS, o quanto meno a trattarla con indulgenza. Il fenomeno non è spiegabile solo attribuendolo a dissonanza cognitiva, anzi. L'argomento è strettamente connesso al posizionamento geopolitico: l'URSS non sarebbe stata davvero comunista nel senso classico del marxismo occidentale, ma una forma in cui la Russia continuava a esistere come potenza e come essenza spirituale. Una questione, in verità, già molto dibattuta in ambienti opposti, e che ha sicuramente un suo pur minimo fondamento. Il comunismo sarebbe stato solo un involucro ideologico che celava elementi più antichi: lo Stato zarista, il messianesimo ortodosso, l’idea di Terza Roma. Stalin, secondo questa lettura, non è stato tanto l’erede di Lenin, quanto uno zar in uniforme diversa.
Questa interpretazione sostiene che la Russia non è mai stata pienamente «moderna», nemmeno sotto il regime sovietico: il comunismo sarebbe stato una maschera di qualcosa di premoderno e anti‑liberale. Tuttavia tale lettura richiede un consistente sforzo di wishful thinking storico, perché trascura che il bolscevismo ha perseguito la trasformazione o la distruzione di istituzioni che il tradizionalismo venera: la Chiesa, la nobiltà, la continuità dinastica, i simboli sacri e, attraverso la collettivizzazione forzata, le comunità contadine. La Russia sovietica ha realizzato un progetto di ingegneria sociale tra i più radicali della storia.
A rafforzare questa posizione concorrono teorie eurasiatiste e figure come Aleksandr Dugin, non solo la t-shirt di Lavrov e la riabilitazione di Stalin da parte del Cremlino. Per l’influente ideologo russo, infatti, l'Unione Sovietica non è stata solo un esperimento ideologico comunista, ma una delle incarnazioni storiche della sacra missione imperiale russa. Nonostante le sue radici giovanili come dissidente anticomunista, una sua visione più recente rivaluta profondamente l'esperienza sovietica in chiave geopolitica e nazional-imperialista continentale in senso positivo. Ai suoi occhi, il periodo sovietico ha preservato l'unità territoriale dell'Eurasia contro l'influenza dell'Occidente liberale. La sua ammirazione per lo stalinismo non riguarda l’ateismo o il marxismo, ma la capacità dello Stato sovietico di porsi come superpotenza che anteponeva gli interessi collettivi a quelli individuali.
Il punto cruciale è che, in larga misura, non si tratta di un ragionamento pro‑sovietico ma di un ragionamento eurasiatista e anti‑occidentale. L’URSS viene difesa non per ciò che era effettivamente, ma perché era l’antagonista principale degli Stati Uniti, della NATO e del liberalismo. L’Occidente liberale — modernità, individualismo, mercato globale — è percepito come il Male principale; tutto ciò che gli si oppone acquista un’aura positiva.
Il tradizionalismo putiniano può riconoscere che la Russia contemporanea conserva elementi pre‑moderni alternativi all’Occidente — imperialismo sacrale, teologia politica ortodossa, rifiuto dell’ateismo come valore — ma deve fare i conti con il fatto che il bolscevismo ha operato per distruggere quelle stesse strutture. Ciò che oggi si ricostruisce è il frutto di un trauma storico e di una rielaborazione, spesso affidata a apparati di sicurezza formatisi in epoca sovietica: una continuità paradossale e una contraddittorietà evidente.
Da qui nasce una debolezza strutturale: il tradizionalismo costruisce spesso la propria identità per opposizione all’Occidente più che su una visione positiva coerente. Quando il nemico principale è il liberalismo occidentale, prevale una geopolitica del risentimento. L’anticomunismo di questo tipo è più sentimentale e culturale che dottrinale: rifiuta il comunismo come fenomeno italiano e occidentale — il PCI, il ’68, l’egualitarismo borghese, la filosofia marxista, la sinistra culturale — ma tollera o ammira la sua versione russa perché risponde al bisogno di una «civiltà alternativa». È, in buona sostanza, tifo geopolitico.
La tesi che l’URSS fosse strutturalmente imperiale e premoderna attraversa analisi molto diverse. I tradizionalisti la usano per scagionare la Russia dal comunismo; alcuni marxisti critici — trotskisti e correnti del comunismo consiliare — la usano per accusare l’URSS di essere stata una burocrazia di Stato che ha usurpato il nome della rivoluzione. Due diagnosi simili, due verdetti opposti.
Tuttavia entrambe le letture tendono a negare l’URSS come esperienza comunista compiuta. La trattano come un involucro in cui il comunismo autentico non si sarebbe realizzato o sarebbe durato solo per un breve periodo. Ma l’URSS è esistita per settant’anni, ha governato centinaia di milioni di persone, ha prodotto una classe operaia industriale, una scienza, una letteratura e una soggettività politica di massa. Il carattere imperiale e verticale della sua struttura di potere non esclude che fosse anche comunismo: significa piuttosto che il comunismo, quando si è realizzato su scala statale, ha prodotto quella forma. Questo dato storico viene spesso eluso dalle diagnosi che sostengono che il «vero comunismo» non sia mai stato provato.
L'URSS è stata più importante a livello simbolico che non la Repubblica Popolare Cinese, nonostante il fatto che la RPC sia oramai più longeva, e oggi altrettanto rilevante geopoliticamente. Ma la ragione è comprensibile: l'URSS era europea, o almeno eurasiatica, e parlava una lingua politica nata in Europa occidentale. Era il comunismo come l’Occidente lo poteva immaginare — Marx, Engels, l'Internazionale. La Cina era invece troppo altra per funzionare come specchio dell'utopia operaia occidentale, anche quando la sinistra la sosteneva e nonostante il marxismo.
Questo peso simbolico ha una conseguenza importante: l'URSS non è mai stata giudicata solo per quello che era, ma sempre per quello che rappresentava o che si sperava rappresentasse. Tutto questo ha costruito un immaginario che si è sovrapposto alla realtà storica e l’ha parzialmente sostituita nell'elaborazione collettiva. Le interpretazioni filosovietiche dei tradizionalisti di destra e le nostalgie di certa sinistra operano entrambe su questo piano simbolico, spesso senza rendersene conto.
Il totalitarismo non è una degenerazione del comunismo realizzato, ma una tendenza inscritta nella sua struttura teorica originaria. Il partito d'avanguardia leninista presuppone già una gerarchia di coscienza. La dittatura del proletariato presuppone la sospensione delle garanzie di libertà in nome di un fine trascendente. La pianificazione centralizzata presuppone un soggetto che sappia meglio degli individui cosa è bene per loro.
L’anarchico Kropotkin lo aveva intuito già nel 1917. In una lettera scritta a Lenin nel marzo del 1920, rimasta famosa, avvertiva che centralizzare tutto il potere in un partito avrebbe soffocato la rivoluzione dal di dentro e portato a un regime autoritario. Bakunin lo aveva previsto ancora prima, polemizzando con Marx sull'Internazionale: chi controlla l'apparato statale "liberato" diventa inevitabilmente una nuova classe dominante. La storia ha dato ragione a entrambi. Victor Serge aggiunge qualcosa di ancora più concreto: descrive il processo dall'interno, il modo in cui persone soggettivamente oneste e convinte — lui stesso — finiscono per giustificare la repressione in nome della necessità storica.
Il totalitarismo non è solo una struttura imposta dall'alto, è anche una logica che colonizza la soggettività di chi vi partecipa. Questa lettura la rende più puntuale e inquietante di un semplice atto d'accusa. In questo senso la critica libertaria offre una chiave efficace per comprendere come la modernità del progetto sociale e la premodernità della struttura di potere possano coesistere: il totalitarismo è la forma che la modernità assume quando vengono meno le regole democratiche, perché la pianificazione totale e la collettivizzazione forzata richiedono un potere verticale e illimitato.

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